Castle fissava il telefono con aria dubbiosa. Era perplesso.
L'aveva chiamata il giorno dopo, pieno di entusiasmo, pronto a fare qualsiasi cosa per farsi perdonare, con tutta una serie di piani pronti per riconquistarla e lei non aveva risposto. Mai.
Alla quinta volta che provava a contattarla, gli aveva mandato via messaggio una specie di comunicato stampa in chi dichiarava che era disponibile a dargli notizie del bambino, allegava il calendario delle analisi, e delle visite mediche, e lo informava anche che, come cortesia personale, lo avrebbe tenuto aggiornato sulle sue condizioni di salute, se lo riteneva opportuno. Ma che non la chiamasse, grazie.
Lui non aveva nemmeno saputo cosa rispondere.
"Vorrà scherzare", si era detto.
L'aveva richiamata subito, ma il telefono aveva squillato a lungo, senza che lei rispondesse.
Come diavolo era possibile? Cosa pensava di fare? Non poteva tenerlo fuori dalla sua vita. Non poteva pensare di rispondergli per messaggi. Lui aveva anche dei diritti. Poteva anche non poter pretendere di vedere lei, in quanto persona. Ma la pancia? La pancia era, per metà, sua.
Adesso glielo avrebbe scritto.
Poi si fermò. Cosa stava facendo? Stava rivendicando diritti su una pancia? Seriamente? Si era ridotto a questo?
Decise di darle un po' di tempo per farla rinsavire. Non più di ventiquattro ore. Poi sarebbe partito alla carica con tutto quello che gli sarebbe via via venuto in mente. E lui non mancava certo di fantasia. Le avrebbe mandato un roseto. Ardente. Preso apposta dal Sinai con le sue mani. Ah, no, era un roveto. Era a lei che piacevano i deserti, non a lui. Non era esperto.
Si sarebbe steso sul suo zerbino per giorni. Anzi, no, avrebbe preso in affitto l'appartamento di fronte al suo, per seguire i suoi spostamenti. Lo zerbino, forse, avrebbe dato troppo nell'occhio. Ed era scomodo, oltre al fatto che qualche volta ci finivano dei cadaveri.
Oppure avrebbe comprato l'intero palazzo, e lei avrebbe dovuto parlargli per forza, almeno per l'affitto e le riparazioni.

Ovviamente non avrebbe fatto niente di tutto questo. Ma era rimasto addolorato dal fatto che non gli volesse parlare, e molto. Non prendeva neanche lontanamente in considerazione l'ipotesi che lei avesse creduto che la rottura fosse definitiva. Andiamo, davvero? Era stato un gesto impulsivo, indotto da emozioni che, in quel momento, non era stato in grado di gestire al meglio. Aveva raggiunto il suo punto più basso e non ne andava orgoglioso, ma di certo non aveva mai avuto intenzione di passare il resto della sua vita senza di lei.
Aveva voluto, irrazionalmente, ferirla con le sue stesse armi. Ed era una cosa che gridava disperazione, non mancanza d'amore. Tutto il contrario.
Adesso, invece, si sentiva pieno di ottimismo e di speranza, in tale quantità da bastare per due. Doveva solo riuscire a farglielo sapere.
Iniziò a scriverle messaggi, se era l'unico modo di comunicare con lei. Era quello che voleva? Bene, sarebbe diventato campione di tutti i messaggiatori del mondo. Come stava? Bene. Quanto? Mangiava? Cosa? Aveva dormito? Lei rispondeva sempre con molto garbo e distacco, come se gli stesse dando informazioni di volo.
Non perdeva un colpo, non cedeva mai e bloccava ogni tentativo di andare oltre. Potevano vedersi? No.
Nessuna spiegazione.
Perchè no? Aveva scritto, sentendosi sempre più frustrato.
E lei, di nuovo, aveva risposto, con la solita imperturbabilità, che era disposta a dargli tutte le informazioni che voleva eccetera ecccetera.
Si divertiva? Lui no, per la cronaca.
Dovevano giocare a scriversi, come se fossero due adolescenti separati nelle vacanze estive?

Al distretto non era andata meglio. Al numero diretto non rispondeva. Non funzionava, anzi. Aveva cambiato numero? Dal centralino non gliela passavano. Aveva ottenuto un'ordinanza restrittiva telefonica e non lo sapeva? C'era un limite temporale o si doveva andare in tribunale a rivedere la sentenza? Poteva fare qualcosa, per aumentare il punteggio e uscire dalla lista degli indesiderati?
Apparentemente, non c'era niente che potesse fare. Dopo una settimana non era riuscito a sentire la sua voce, figurarsi vederla. L'unica era appostarsi sotto casa sua, ma erano arrivati davvero a questi livelli? Si rifiutava di crederlo.
Non potevano non parlarsi, era assurdo! La prossima ecografia avrebbe dovuto guardarla in streaming?! Beh, quantomeno l'avrebbe vista.
Lei aveva continuato a rispondere imperterrita ai suoi messaggi scritti. Stava bene. Stavano bene. Non chiedeva niente di lui. Se provava a dire qualcosa di divertente, non coglieva. Dava via informazioni come se fosse un dannato ufficio turistico.
Grazie per aver scelto i nostri servizi. Speriamo di riavervi presto con noi su una delle nostre rotte.
Non poteva pensare che questo fosse un tipo di rapporto che poteva funzionare. Ma non gli era nemmeno concesso farglielo sapere. Gli sembrava di parlare con un muro di gomma.

Dopo giorni di noia ed esasperazione, decise di invitare fuori a pranzo suo figlia. Almeno esisteva un essere umano che aveva voglia di vederlo e di parlargli. Dal vivo. Quasi non riusciva a crederci.
E, nel frattempo, si augurava di staccare la testa da questa storia per qualche ora. Non era quasi uscito di casa, non aveva scritto niente e si rendeva conto di aver preso abitudini pericolose. Tipo addormentarsi con il telefono in faccia, o progettare di rapirla con tutti i dettagli del caso. Sapeva anche già dove l'avrebbe tenuta nascosta. No, meglio tornare nel mondo reale.
Stava camminando insieme ad Alexis, cercando di farsi coinvolgere dai suoi racconti, deciso a godersi quel fuori programma con lei, dandole tutta la sua attenzione che, a essere sinceri, le aveva un po' fatto mancare, nonostante tutte le sue buone intenzioni.
E fu in un momento di distrazione che gli parve di vedere Beckett.
No, si disse. Le allucinazioni no. Finirà che la vedrò da tutte le parti e fermerò le sconosciute per strada, come nei film.
Avvicinandosi, sempre tenendola d'occhio senza farsi notare, dovette renderci conto con una certa trepidazione che era veramente lei. Avrebbe riconosciuto anche a occhi chiusi le linee del suo corpo, dopo tanto tempo passato a osservarla. Era di spalle, stava parlando al telefono e riusciva fin da lì a percepire l'aura da: "Non hai voglia di essere quello che intralcia la mia giornata", di cui si era avvolta. Era innegabilmente lei.
Come prima reazione, gli venne un irrazionale impulso di scappare. Ma cosa gli veniva in mente? Si rimproverò subito. Era un adulto, e non aveva commesso nessun crimine. Inoltre, lei correva più veloce di lui, nel caso avesse voluto inseguirlo.
Alexis stava continuando a parlare, senza rendersi conto che suo padre non la stava più ascoltando.
Kate riattaccò in quel momento e, mentre rimetteva il telefono in tasca con aria concentrata, si voltò inconsapevole nella loro direzione, bloccandosi all'istante.
Lui si sentì come se gli stessero crescendo delle radici che andavano a penetrare nell'asfalto e lei, per un fuggevole istante, si guardò intorno come a cercare vie di fuga. Alla fine cedette e incollò gli occhi ai suoi, senza riuscire a staccarglieli di dosso, ma senza fare un passo per diminuire la distanza che c'era tra loro. Erano entrambi impietriti.
Kate fu la prima a prendere una decisione, e fu, a sorpresa quella di farsi animo e di andare loro incontro. Forse perchè c'era Alexis, forse lei era fuori dal circuito restrittivo.
"Ehi", fu l'unica cosa che disse, evitando di incontrare il suo sguardo, ma sorridendo a sua figlia, che aveva finalmente capito di trovarsi in mezzo a una situazione imbarazzante, ma senza sapere come tirarsene fuori. E lui non riusciva a far altro che stare in silenzio, fissarla e attendere, in apnea.
"Ciao, Kate", la salutò Alexis, prendendo in mano la situazione.
"Congratulazioni per...", continuò facendo un gesto con la mano nella sua direzione, senza riuscire a completare la frase.
Kate si mise una mano sopra il cappotto leggero che indossava, sorridendo timidamente. E fu come se, per un fugace momento, qualcosa la stesse illuminando da dentro, era scomparsa la solita espressione severa e un universo si era aperto davanti a lui, che si sentiva come uno spettatore incredulo.
"Grazie. Sei molto gentile", rispose con gratitudine, facendole capire che apprezzava il gesto e aveva riconosciuto la volontà di Alexis di comunicarle che aveva accettato la situazione e che per lei andava bene.
"Io... entro a prendere posto", dichiarò Alexis con decisione, indicando il locale alle loro spalle. Non era nemmeno il posto che avevano scelto per pranzare. Evidentemente, anche lei aveva pensato che la fuga fosse l'unica soluzione.
Rimasero soli. Beckett tornò a irrigidirsi immediatamente, si voltò nell'altra direzione e cominciò a dare segni di impazienza.
"Sto lavorando", lo mise al corrente, allontanandosi di qualche passo. "Devo andare". Brusca e di poche parole.
Ciao, ti trovo bene, sono contento anche io di vederti.
Castle fece finta di non aver sentito. Di certo non si perdeva questa provvidenziale occasione di parlarle di persona.
"Come stai?", chiese, concedendosi, per iniziare, quelle due uniche parole, come se lei fosse un qualche uccello esotico che, al primo approccio sbagliato, se ne sarebbe volato via, spaventato.
Lei lo guardò di sfuggita. E a lui sembrò di vedere un po' di timore, nei suoi occhi. Era possibile? Le faceva questo effetto?
"Bene. Sto bene", rispose con nervosismo.
"E... il resto?", proseguì senza specificare di cosa stesse parlando, solo fissando una parte del suo corpo.
E vide di nuovo quel sorriso pieno di calore. Di tenerezza. Sembrava felice. Allora non aveva sognato. Era effettivamente diversa. Questo voleva dire che questa situazione iniziava a piacerle? E per quale dannato motivo lui non poteva viversi tutto questo?
"Va bene anche il resto". Pagava un tot a parola?
Castle si accorse che lei si stava preparando ad accomiatarsi, senza avergli fatto nessuna domanda, essersi informata su di lui. Era chiaro che voleva solo andarsene. E l'avrebbe fatto a breve, se lui non si fosse inventato velocemente qualcosa per trattenerla.
"Vuoi unirti a noi? E' ora di pranzo e...". Sì, giusto. Poteva metterla sul piano del nutrimento, mangiare per due, eccetera.
"No", rispose senza farlo finire di parlare. "No, grazie, ho già mangiato", si affrettò a rassicurarlo.
Non era capace di mentire e lo sapevano entrambi.
"Devo andare. Mi ha fatto piacere vedervi. Saluta Alexis da parte mia". E tante belle cose.
No, non l'avrebbe lasciata andare via così, perdendosi la sua unica possibilità. O quello, o farsi arrestare. Perché non ci aveva pensato? Non era una cattiva idea.
La vide allontanarsi senza nemmeno aspettare la sua risposta, e non riuscì più a sopportare questa situazione di falsa cortesia in cui lei li aveva condotti.
"Kate", la chiamò alzando la voce, per farsi sentire, e la vide trasalire, prima di voltarsi riluttante di nuovo verso di lui.
"Possiamo prendere un caffè? Cinque minuti? Parlare?", si sentì proporre con voce ansiosa.
"Io non bevo caffè", gli ricordò, fredda. Se prima era un'estranea, adesso era un'estranea arrabbiata con lui.
E solo per un invito. Figurarsi tutto il resto.
"Kate. Per favore".
"Devo andare".
"Non devi andare!".
"Castle, io sto lavorando". Anche il tono da suora superiora, no. Non se lo meritava.
"Non mi parli", affermò, semplicemente, lasciando perdere le tattiche e andando al cuore del problema.
"Ti parlo, Castle". Lo chiamava per nome. Era una cosa incoraggiante. Ma quanto era patetico?
"Non è vero che mi parli. Mi fai la rassegna stampa".
"Anche quello è parlare", gli spiegò puntigliosamente. Anche i cavilli adesso? Come faceva a comunicare con questa donna? Era impossibile.
"Vorrei parlarti. Con. La. Voce". Si sentiva ridicolo e infantile, ma non sapeva cos'altro fare.
"Castle, io non ho davvero tempo per tutto questo. Vai a fare le tue richieste ridicole altrove. Hai diritto di sapere del bambino e infatti ti tengo al corrente. Non ti devo altro. E adesso, se vuoi scusarmi, ho da fare".
"Kate, non possiamo ridurci a questo".
Lei fece un passo nella sua direzione, furente. Almeno aveva provocato una reazione.
"Tu ci hai ridotto a questo. Io sto solo accettando le tue decisioni. E sono io ora la cattiva? Pensi di essere al parco giochi?".
Ok, forse aveva provocato una reazione un po' troppo forte.
"Ho solo davvero bisogno di parlare con te". Non capiva che non voleva litigare? Che stava sventolando la bandiera bianca?
"E io ho solo davvero bisogno che mi lasci in pace!".
"Non posso farlo! Non posso, Kate. Non posso stare senza di te!".
Lei gli lanciò un'occhiata così gelida che lui si sentì trapassare da parte a parte. L'ira funesta di Beckett si stava per abbattere su di lui.
"Non me ne importa niente di cosa puoi o non puoi fare tu. Mi hai lasciato. Sei andato via. L'hai deciso tu. E adesso arrangiati".
Non lo pensava. Era evidente. Era troppo coinvolta e arrabbiata per credere davvero a quello che stava gridando.
"Ok. Ho sbagliato. Tutto. Non volevo lasciarti. Possiamo riparlarne? Rivederci?". Almeno era riuscito a dirglielo.
Lei lo fissò incredula e quasi schifata, come se lui fosse un grosso insetto orribile.
"Castle, non lasci una persona e poi ritratti. Certe parole hanno un effetto sulla realtà. Tu hai voluto chiuderla e io ho dovuto imparare ad andare avanti. Ed è stata dura. Ma adesso sto bene. E adesso non puoi venire qui a piagnucolare che rivuoi indietro il tuo giocattolo. Ho già un bambino a cui pensare, grazie".
"E' anche il mio bambino. Non puoi impedirmi di... parlargli. Deve sentire la mia voce". Stava inventando, ormai.
"Mandami una registrazione. O, ancora meglio, perchè non chiedi l'affidamento anche del mio corpo, già che ci sei?".
"Lo farei, se si potesse", gridò lui ormai alla sua schiena.
Ok, non la sua migliore performance.

Era pomeriggio inoltrato, nello studio del dottor Burke. Beckett era seduta di fronte a lui, in silenzio dopo avergli raccontato del suo incontro con Castle.
Gli incontri, due volte la settimana, avevano cominciato ad assumere un certo ritmo abitudinario e lei li aspettava sempre con un misto di impazienza e fastidio.
Li odiava perchè lui, con il suo fare pacato e non giudicante, la costringeva a mettersi a nudo e la obbligava ad analizzare parti di lei che avrebbe preferito tenere nascoste. Allo stesso tempo, le amava perchè era rilassante e liberatorio parlare a ruota libera con qualcuno di pacato e non giudicante. E che, soprattutto, lei non poteva intimidire in nessun modo. Ci aveva provato, certo. Lei era maestra degli interrogatori, sapeva benissimo che tattiche usava lui e le rispediva al mittente una a una.
Aveva passato i primi incontri a voler dimostrare che, tra i due, era più brava lei. Che era brava, in generale. Non era forse una persona sulla via della perfezione e con il controllo di tutto? Non era magnifica nel capire le persone e rimetterle al loro posto? No, in realtà, lui non era affatto né impressionato, né intimorito. Era completamente impermeabile a ogni suo tentativo di farla diventare una battaglia dialettica. Dopo un'ora la salutava e lei se ne andava con le pive nel sacco, non sentendosi vittoriosa come avrebbe desiderato e con la sensazione che a lui non importasse nulla di quanto facesse la splendida.
Lui sapeva che c'era bisogno che si costituisse uno spazio sicuro, in cui lei avrebbe potuto lasciarsi andare, cosa difficile, e dolorosa per una persona emotivamente ermetica. Sapeva che lottava contro di lui per definire i limiti di quello che sarebbe diventato uno spazio sicuro e che lo metteva alla prova. Lo capiva e aspettava, con pazienza, che si sentisse pronta a parlare con lui. Non con quei discorsi logici e preparati con cui arrivava e gli faceva una specie di resoconto anonimo sulla sua vita. Raccontare davvero se stessa.

E, un giorno, con grande sorpresa di Kate, ma non dello psichiatra, si era trovata sulla poltrona a piangere tutte le sue lacrime, mentre lui, in silenzio, le offriva fazzoletti di carta e non le chiedeva nulla. Un'ora di pianto senza nessuna parola intercorsa tra di loro. Beckett, era uscita di lì finalmente rilassata, come se si fosse tolta un grande peso dalle spalle, e, dalla volta dopo, aveva iniziato ad aprirsi. Parlava di Castle, soprattutto. Della sua famiglia, dell'infanzia, l'idea della gravidanza. Di come si proteggeva, del perchè lo faceva. Di come tenesse il fucile puntato contro chiunque comparisse in fondo alla sua proprietà e di come si rifugiasse nelle sue resistenze. Diceva a parole di voler essere felice, ma sempre con il dito pronto sul grilletto, pronta a far fuori le persone prima che la facessero soffrire. Era un lavoro lungo e faticoso, che spesso le faceva venire voglia di mandare tutto all'aria, ma la volta dopo era di nuovo lì, pronta a farsi fare a pezzi e a farsi rimettere insieme. E adesso era lì, a farsi mettere nuovamente in discussione.

"Perché non lo vuole incontrare?", chiese il dottor Burke con il solito tono neutrale, che lei aveva imparato ad apprezzare.
"Perché no. Non è giusto. Lui è andato via e adesso deve assumersi la responsabilità di quello che ha fatto". Sembrava che stesse recitando una lezione che si era preparata a casa, ma che, a furia di venire ripetuta, aveva cominciato a perdere di senso.
"Lo sta punendo per averla lasciata?".
"No, non è una punizione. Ma deve imparare che le azioni hanno delle conseguenze. E questo è il risultato di quello che ha fatto. Non. Avermi".
"E' una sorta di insegnamento morale, quindi?". Lei ebbe il dubbio che la stesse prendendo in giro garbatamente, ma lui aveva un tono molto serio e professionale. Non riuscire a capirlo era una delle cose che la mandavano di più al manicomio.
"No, si tratta di logica. Non mi ha voluto. E adesso non mi vede. Non può avere entrambe le cose".
"Quando si tratta di relazioni umane, la logica dovrebbe rimanere fuori".
Lei soppesò le sue parole, prendendosi tutto il tempo di cui aveva bisogno. Ecco un'altra cosa che amava. Qui non si sbagliava, mai. E si poteva riflettere tanto a lungo quanto fosse stato necessario. Senza fretta. Senza fare danni, ferire qualcuno, non essere all'altezza delle aspettative.
"Questo cosa vorrebbe dire?", le uscì con un tono più arrogante di quello che avrebbe voluto. Ogni tanto la vecchia Kate sospettosa e chiusa tornava fuori a proteggersi. "Che la gente può farci quello che vuole, e noi dobbiamo accettare tutto? Mi ha lasciato. E' stato orribile. Lo è ancora. Non gli permetto di farmi del male un'altra volta".
"Non può tenerlo fuori dalla sua vita. Avrete un bambino insieme. Dovrete prendere degli accordi". Il puro odio che le faceva venire con le sue frasi piene di buonsenso.
"Lo facciamo. Lo tengo informato di come procede la gravidanza. Possiamo farlo anche dopo".
"E' così che vuole vivere? E' questo il rapporto che vuole con lui?". Era una domanda di reale interesse, non un'opinione sulle sue decisioni.
"No, certo, che non è quello che voglio. Io volevo continuare a stare con lui. E' quello che ha voluto lui, io non ho avuto nessuna voce in capitolo. Mi ha lasciato", ripeté per l'ennesima volta. Da quando lo aveva detto ad alta voce la prima volta, provava una specie di sollievo, nel continuare a farlo. Lo rendeva meno brutto.
"E qui torniamo alla punizione. Vuole stare con lui, ma non vuole farlo, per non dargliela vinta".
"Non stiamo parlando di vittorie o sconfitte. Non è questo il piano del discorso", rispose piuttosto sgarbata.
"Davvero?".
"Poteva pensarci prima". Ecco il punto. Si stava forse vendicando?
"Kate, sta lasciando che il suo amor proprio diventi padrone della questione?".
"Non si tratta di amor proprio! Si tratta di me, che sono una persona. Mi vede? Sono qui in carne e ossa. Ho dei sentimenti. E lui li ha calpestati e adesso arriva e mi dice 'Mi sono sbagliato, non posso stare senza di te'. Vorrà scherzare. Non può trattarmi così. Non sono Madre Teresa".
"A me sembra si tratti di amor proprio".
"Non lo è affatto! E' protezione. Lui va in giro con un coltello e mi pugnala. Io mi sposto dalla traiettoria. E' semplice. Non mi sembra così sbagliato".
"Il mondo e le persone non sono sempre nemici da cui difenderci. Può aver sbagliato. Può essere stata solo una decisione impulsiva. Ma non lo saprà finché non vi parlate. Non tornerete mai insieme, se non gli dà neanche un'altra occasione".
"Non voglio tornare con lui!".
"Ha appena detto che vuole stare con lui".
Maledetto uomo pieno di logica. Lo odiava.
"Sì, lo vorrei. In un mondo ideale in cui prima non mi ha lasciato".
"E' una situazione in cui non può vincere nessuno. Non si può tornare indietro e far svolgere le cose in un altro modo. E' successo. Lui vuole riparare a quello che ha fatto. Lei cosa vuole fare? Dargli una possibilità o chiudere la porta a doppia mandata? Perché continuare a dire che non doveva fare quello che ha fatto non la fa andare da nessuna parte".
"Non posso lasciarmi ferire di nuovo. Non posso permetterlo. Sono stata troppo male. Sto male ancora. Non posso vivere tutto questo un'altra volta". La vera Kate era riuscita finalmente a farsi strada, sotto alla Kate che stava martellando i chiodi nella palizzata.
"Sta comunque soffrendo, anche adesso".
"Io non so se lui voglia tornare con me, comunque. Noi stiamo facendo dei ragionamenti, che magari non hanno nessuna base nella realtà", cambiò radicalmente discorso, dopo aver tirato un filo del suo maglione, per evitare di rispondere alla sua affermazione troppo vera.
"Ha detto che ha sbagliato e non può stare senza di lei. Mi sembra un'ammissione forte".
"Ma cosa significa?! Che ogni volta che farò qualcosa che non andrà bene lui mi mollerà su due piedi? Che se ne andrà offeso?! Ho bisogno di una persona che rimanga per sempre".
"Nessuno può darle questa garanzia".
"Quindi cosa si fa, nella vita? Ci si fa ferire? Si danno altre occasioni a persone sbagliate? Non ci proteggiamo in qualche modo?".
"Proteggersi è sano. Barricarsi dietro a una corazza, no".
"Sto bene dietro al mio muro. Non fa male".
"Però non vive".
"Quindi è questa la vita? Farsi spezzare il cuore, di continuo?".
"La vita è trovare un equilibro tra amare e sapere di poter essere amati, ma anche di poter essere feriti, di fare solo un pezzo di strada insieme a qualcun altro, di poter essere abbandonati, di poter essere felici, di cadere e ricominciare e di imparare sempre qualcosa. A volte a pugni in faccia. Ma dietro a un muro, non succede niente di tutto questo. E capisco che sia bello stare in una bolla priva di emozioni. Ma non è vita. Non succede niente. E qualche volta è necessario avere un momento di tregua, lo capisco. Ma non può essere il modo cui scegliamo di condurre un'esistenza degna di questo nome. Le persone ci lasciano. Muoiono. O sbagliano e cercano di rimediare. O stanno con noi, a modo loro. Che magari è il massimo che possono dare. Oppure sono stronzi e dobbiamo allontanarli. Ma non per principio, non aspettandoci che ci facciano del male. Perché, indovini? Poi ce lo fanno davvero, se ci fissiamo su quello ".
Era un discorso molto lungo, per essere uno che ascoltava e basta. E aveva colpito nel segno.
"Dovrei vederlo, secondo lei? Dargli un'altra chance?".
"Io dico che lei deve decidere se vuole tornare nel mondo, e accogliere il rischio di amare e farsi amare e insegnarlo a suo figlio. O rimanere dove è adesso, anestetizzata. Ma non posso decidere per lei".
"Io ho voluto anestetizzarmi perchè non sarei riuscita ad andare avanti, altrimenti", si giustificò per l'ennesima volta.
"Lo so. Ma si arriva a un certo punto in cui bisogna rituffarsi, dopo aver imparato a nuotare e consapevoli di quello a cui si va incontro. Ma non si può rimanere attaccati alle boe. Può, certo. Ma non è quello che auguro a una donna giovane e sana come lei".
"Non sono pronta". Le costò moltissimo ammetterlo. Si sentiva esposta e vulnerabile e si muoveva su un terreno che non le era familiare.
"E' già onesto dirlo".
"Ma non voglio rimanere sempre attaccata alle boe", puntualizzò. "E' solo troppo presto".
"Arriverà anche questo momento. L'importante è decidere quale è il suo traguardo".
"E se lui non mi vorrà più? Se avrò sprecato troppo tempo?".
"Non ha sprecato tempo. L'ha usato per guarire".

"Caffè. Cinque minuti".
Questo era il testo del messaggio che Castle aveva appena ricevuto da Beckett e che non riusciva a smettere di rileggere. Quando, dove, come, subito? Era già lì.
Doveva prepararsi, non poteva arrivare senza aver bene chiaro in mente cosa le avrebbe detto. Si sarebbe spiegato, con toni pacati, ragionevoli e avrebbe dominato le emozioni.
Avrebbe tenuto a freno la sua natura e non l'avrebbe spaventata. Avrebbe fatto tutto con calma. Ecco, la parola chiave era calma. Avrebbe pensato molto bene a ogni frase da dire e avrebbe ascoltato attentamente quanto aveva da dire lei. Anzi, avrebbe registrato la conversazione e l'avrebbe riascoltata a casa, prima di fare qualche danno. Avrebbe risposto poi, con tutto il tatto del mondo.
Si sarebbe legato a un palo per implorarla di tornare con lui. No, no, no. Doveva controllare la sua mente per evitare che gli suggerisse proprio idee come quella. Che, a ben vedere, era efficace e sintetica. Però forse non era esattamente il modo giusto per non spaventarla.
La verità era che si sentiva come se in quei "cinque minuti" fosse rinchiuso il suo futuro e, dal modo in cui si era conciato in quel periodo senza di lei, non averla era un'opzione che non si poteva permettere.
E non voleva giocarsi male il tempo che gli aveva concesso. Quindi, niente giro in carrozza a Central Park. Faceva anche anziano, secondo lui. Meglio qualcosa di normale. Discreto. Ecco, "discrezione" era la parola chiave.

Beckett aveva pensato alle parole del dottor Hozz, come lo chiamava nella sua mente (Oddio, devo dirlo assolutamente a Castle. No, Kate, non cominciare). Si sentiva come se stesse per lanciarsi da una scogliera senza vedere il fondale, ma certa che si sarebbe schiantata. Quasi certa. E, infatti, per qualche tempo non aveva fatto niente, aveva continuato la sua vita e non si era mossa dalla sua zona sicura.
Da qualche giorno, però, una parte non così in minoranza dentro di lei, premeva per farsi notare. Aveva voglia di vederlo, era forse un crimine? Dai, Kate, mandagli un messaggio. Cosa ti costa? Era una voce insistente e fastidiosa, che aveva cercato, senza successo, di soffocare e che adesso martellava nel suo cervello.
A un certo punto, non aveva più trovato scuse abbastanza convincenti per non farlo. Inoltre, era sicura che ci fosse una congiura in atto contro di lei. Trovava la parola "Castle" scritta da tutte le parti, il che poteva non essere così strano, visto che era un nome comune. Ma così spesso? Le mancava giusto che passasse un aereo con un messaggio pubblicitario che diceva: "Allora, Kate, vuoi chiamarlo?", e non se ne sarebbe affatto stupita.
Se prima cercava scuse per non farlo, adesso ne cercava di valide per farlo senza voler ammettere a se stessa il vero motivo: desiderio di vederlo, puro e semplice. Punto. E allora si diceva che lo faceva per il bambino, perché era giusto che avessero dei buoni rapporti e non erano certo persone che litigavano davanti a povere anime innocenti non ancora nate. Del resto, non aveva forse ragione a pensare che quel bambino aveva sentito i suoi genitori discutere, per la maggior parte del tempo? O stare lontani? Che idea avrebbe mai potuto avere delle relazioni umane? No, era giusto. Doveva farlo, per il bene di tutti.
Una mattina si era svegliata e la parte ribelle di lei aveva preso il telefono e gli aveva mandato un messaggio. E poi le aveva sorriso beffarda. E da allora viveva con le farfalle nello stomaco.

Si erano dati appuntamento a un caffè qualsiasi, uno dove si era fermata un giorno mentre era fuori per lavoro. Non era uno dei "loro posti". Era neutro. Nessun ricordo da rovinare, nel caso fosse andata male.
Ma, quando fu sul punto di varcare la soglia del locale, Kate si tirò indietro. Non ce la faceva. Era troppo. Le veniva da vomitare, ma non per la nausea. Aveva ondate di adrenalina che le scorrevano nelle vene e doveva calmarsi, prima di far nascere un bambino iper agitato.
Si guardò intorno, in strada, e vide un muretto vicino a un'aiuola, poco distante. Decise di andare a sedersi lì, giusto il tempo di fare qualche respiro profondo, sempre tenendo d'occhio la porta, in modo da vederlo entrare e scegliere lei il momento di incontrarlo.
Si infilò la testa tra le ginocchia, tenendola con mani tremanti di agitazione, e fu così che vide solo un bicchiere di carta comparire improvvisamente nel suo campo visivo. Insieme a delle gambe. Si raddrizzò di colpo, pronta a menar calci, nel caso, e si accorse che era lui, che le stava porgendo qualcosa, sorridendo in quel modo che la faceva morire ogni volta. Non avrebbe dovuto pensarlo, ma oddio quanto era figo, stava per svenire di fronte a tanta abbondanza. Lei poi non diceva "figo". Bambino, la mamma non dice le parolacce. Però tuo padre è molto bello e io sono ancora vittima del suo fascino, non è colpa mia. Ma forse adesso era meglio parlare con la gente dall'altro lato della sua pancia.
"Grazie. Ma io non bevo caffè e... ", balbettò cercando di recuperare una forma di lucidità.
"Non è caffè. Lo so che non lo bevi", le rispose facendole risentire la sua voce e lei scoprì che non era insensibile nemmeno a quella. Ma cosa le stava succedendo? Era diventata la cheerleader di Castle? Era al liceo e lui era il bello della scuola? Erano gli ormoni? Perché lei non sarebbe arrivata alla fine dell'incontro, in questo modo.
Lei prese il contenitore dalle sue mani, stando molto attenta a non avere un contatto fisico, prima di farsi venire un'altra crisi isterica.
"E' frullato al cioccolato", la informò, sedendosi vicino a lei.
"Ma... perché me l'hai portato? Dovevamo bere un caffè, cioè lo dovevi bere tu. Voglio dire, si supponeva che entrassimo dentro a un bar e che le cose ce le portassero loro. Non tu". Le sembrava un discorso dotato di una certa logica, anche se espresso da una persona in evidente stato confusionale.
"Ho pensato che magari avresti avuto voglia di fare una delle tue maratone, invece che stare seduta su una sedia, quindi ti ho portato i viveri".
"Maratona?". Era lei a non essere molto presente o lui stava straparlando?
"Come quella che mi hai fatto fare da casa tua a Central Park, qualche mese fa".
Oh. Adesso si ricordava. Ripensando alla strada che avevano fatto, per lo più in silenzio con lei che non smetteva di camminare e lui che non aveva detto niente, ma che aveva cominciato ad avere un'aria sempre più allarmata, convinto che lo avrebbe fatto marciare di buon passo per sempre, le venne da ridere.
Cominciò a ridacchiare nascondendosi dietro a una mano e poi scoppiò in una risata irrefrenabile, che le fece anche scendere le lacrime dagli occhi, mentre lui le allungava un fazzoletto di stoffa perché le asciugasse.
Buon Dio, probabilmente avrebbe pensato che aveva iniziato a drogarsi.
"No. Niente maratona. Te lo prometto", riuscì a dire, mentre cercava di riprendere fiato.
"Preferisci rimanere qui?".
"Se per te va bene".
"Sicura che non è proprietà privata e che non ci arresteranno?".
"Tranquillo, Castle, al limite ti tiro fuori io".
Stava flirtando con lui? E dove erano finite le sue resistenze, le corazze, i suoi modi di proteggersi? Questo non era essere cauti. Era infilarsi dritta nei problemi.
"Ok. Ricominciamo da capo", propose lei, più calma.
"Grazie per avermi voluto vedere dal vivo". Lui le sembrava timoroso, quasi di non volersi esporre, come se stesse tentando di controllarsi. Troppo. Era teso e chiuso dalla sua parte.
"Io... vorrei che ci parlassimo. Ma parlare davvero. Perché lo dobbiamo a qualcuno che non siamo noi due. Però, Castle, se sei qui per accusarmi o per minacciarmi di portarmi via il bambino, me ne vado. Fammi mandare una lettera dal tuo avvocato".
"No, nessuna minaccia, te lo prometto. Voglio anche io solo parlare".
"Ok. Bene. Comincia tu. Dall'inizio".
Lui guardò davanti a se per un momento, poi, senza girarsi, mormorò un "Ti amo" detto più a se stesso che a lei.
Un tuffo al cuore.
"Castle, questo non è iniziare dal principio. E' saltare direttamente alla fine", rispose con la voce da direttrice del collegio.
"Allora concordi anche tu che finiremo così, vero? Prima dobbiamo fare quelli che si amano, ma fanno finta di no? Cioè uno dei nostri classici", le rispose in tono esultante, abbandonando l'aria da cucciolo del canile.
Lei scoppiò a ridere di nuovo. Non ce l'avrebbero mai fatta.
"No, senti. Non può funzionare così. Smettila di farmi ridere. Sii serio e parla. Forza", lo invitò, pregando che non fosse quel momento in cui qualsiasi cosa l'avrebbe fatta ridere e non avrebbe smesso mai più.
"Guarda che io non ti faccio ridere. Sei tu che ridi da sola, da quando sono arrivato, come se fossi fatta di un qualche acido. Sprechi così i miei cinque minuti d'aria. Sono molto offeso", le fece presente, fingendosi serio.
Lei gli fece cenno di proseguire, incapace di parlare, soffocandosi.

Castle cercò di radunare i suoi pensieri. Non aveva una strategia. Non sapeva cosa dire. Non aveva preparato discorsi. E non sapeva nemmeno se fosse necessario rifare tutto da capo. Chiarirsi, spiegare, parlare allo sfinimento, cercare di ricondurre a immagini verbali sentimenti, emozioni e azioni non spiegabili dalla logica. Era stanco di tutto questo. Lui voleva stare con lei. Punto. A qualsiasi costo e sapendo che, per come erano fatti, sarebbero successe ancora le stesse cose, altre volte, ma non significava che non potessero stare insieme. Lui non poteva immaginare la sua vita senza di lei. Per il resto non voleva avere ragione, o farle vedere il suo punto di vista, o i motivi che l'avevano spinto a fare quello che aveva fatto. Ma non perché non avesse senso. Proprio perché ce l'aveva. E perché, alla base, loro erano destinati a stare insieme, con tutte le crisi che potevano starci, in mezzo. Si sarebbero scornati, ma lui non sarebbe andato mai da nessuna parte. Nemmeno per salvarsi. Questa situazione lo aveva dimostrato. Come poteva trasferire tutto questo a parole, soprattutto se lei intendeva dargli battaglia su ogni frase, sfumatura o nesso logico non esattamente rigoroso e ben fondato?Vuoi avere ragione o essere felice? Ecco, lui voleva essere felice. Con lei.

Dopo una lunga pausa, in cui lei aveva aspettato con pazienza che Castle dicesse qualcosa, bevendo il suo frullato e guardando la gente passare, lui si girò verso di lei e le chiese piano: "Possiamo rimanere così? In silenzio? Solo stando vicini?".
Lei rimase sorpresa, si era aspettata di essere sommersa di parole, come faceva di solito lui e si ritrovava con una persona che non voleva convincerla proprio di niente. Voleva solo stare in sua compagnia. E la cosa, invece che farla arrabbiare, la distese. Cominciò a sentirsi serena, e rilassata, tanto che, con notevole stupore di lui e anche un po' di se stessa, appoggiò la testa sulla sua spalla e rimasero così, in silenzio, guardando a terra, e traendo conforto dalla presenza dell'altro.
Castle le fu grato, e accolse il gesto come se fosse qualcosa di prezioso che lei aveva deciso di donargli. Nessuna discussione, nessuna recriminazione rabbiosa, nessun duello dialettico da voler vincere a tutti i costi. Erano ad armi pari, e volevano la stessa cosa. Stare insieme. E basta. O, così, almeno, gli era sembrato di capire.
Lui le passò un braccio intorno alle spalle, meravigliandosi di quanto gli venisse naturale e quanto fosse facile parlarsi senza parlarsi, e la sentì abbandonarsi contro di lui.
"Ho pensato che fossi morta. Ti ho visto nel mirino di Lockwood", le confessò bisbigliando, invogliato da questa loro silente intimità ad aprirsi.
"Mi dispiace, Castle", mormorò Kate di rimando, con lo stesso tono di voce. "Mi hanno dato della altre mansioni, adesso. Montgomery mi ha chiamato il giorno dopo. Non corro più quei rischi", lo informò, ammettendo esplicitamente per la prima volta che sì, il pericolo era stato reale.
"E com'è? Intendo, non stare in mezzo all'azione".
"Terribile. Noioso", confessò. "Ma sono contenta di farlo", si precipitò ad aggiungere.
Lui la strinse per farle capire che aveva compreso. E che non la stava giudicando. Non c'era bisogno di essere così sulla difensiva. Non era lì per accusare nessuno, questa volta.
"Anche io sono andato da Montgomery. Cioè, è lui che mi ha fatto chiamare".
Lei si sorprese. "A far cosa? Cosa vi siete detti?".
"Niente che la parola "minaccia" non possa contenere. Io davvero mi chiedo se non facciate tutti Corleone di cognome. Qualche volta mi sembra davvero di aver disonorato una loro sorella".
"Se ci chiamassimo Corleone non saresti qui vivo".
"Vero. Sarei da qualche parte nell'oceano, con gli avvoltoi a banchettare".

Silenzio. Ancora. Si stavano misurando con i loro tempi, e parlavano solo quando sentivano il desiderio di farlo.
Beckett si staccò da lui, incrociando le gambe sul muretto e mantenendosi in precario equilibrio. Lui capì che era arrivato il momento dei discorsi seri e si preparò ad ascoltarla.
"Sto vedendo anche... una persona", gli raccontò un po' imbarazzata.
Lui si sentì come se stesse morendo congelato in quel momento. Si era aspettato qualsiasi cosa, ma non questo.
"Un terapista", specificò vedendolo boccheggiare.
Castle ricominciò a respirare.
"Beckett, vuoi uccidermi?! Sono cose da dire?! Mi hai fatto prendere un colpo!".
"Scusa, Castle, vuoi che in tutto questo io esca con qualcun altro? E chi si prenderebbe una incinta?".
"Primo, non si vede. Secondo nessun uomo sano di mente non ti vorrebbe, in qualsiasi circostanza. Quindi, vediamo di non far morire di spavento il titolare, almeno". Questa donna prima o poi gli avrebbe fatto venire un infarto.
"Cioè adesso saresti 'Il titolare'?".
"Sì, tra le altre cose". Marito, per esempio.
"Grazie per non aver detto quello che dicono tutti", continuò lei, incerta quando si trattava di parlare di se stessa.
"Tipo?".
"Tipo perchè vai da uno, perchè non parli con me, cosa vuoi che capisca un estraneo, lui non ti vuole bene, io sì. Questo genere di cose che dice la gente che non sa di cosa sta parlando".
"Dipende. E' dalla mia parte?".
"Sì, spesso. E' odioso", gli rispose ironica.
Castle si mise a ridere. Doveva mandare dei fiori a quell'uomo. Forse meglio un accappatoio di lusso?
"E aiuta?", le chiese tornando serio, perché aveva compreso come Beckett si stesse muovendo su un terreno scivoloso, per lei.
Lei faticò a rispondere, come sempre quando si toccavano argomenti personali che la mettevano in crisi.
"Sì. Penso di sì. Anzi, sicuramente sì".
Castle aspettò che continuasse a parlare, senza incalzarla.
"Ho pensato di deluderla. Sono un poliziotto, e in tutti questi anni non ho risolto l'unico caso che mi stava veramente a cuore. Ecco perchè... mi butto a capofitto", confessò con grande sforzo.
"Non puoi averla delusa, lo sai".
"E' come se per tutto questo tempo mi fossi nascosta dietro a muro, impedendomi di avere il tipo di relazione che desideravo, finché non avessi risolto il caso. Solo che ora...".
"Ora... ?".
"C'è qualcosa che viene prima. E non parlo del bambino. Che viene, ovviamente, prima. Parlo di noi".
Noi. Il pronome magico che gli apriva le porte della speranza.
"Non voglio mettere in pericolo la nostra relazione, per qualcosa che è successo nel passato".
Relazione. Non "storia".
"E l'hai capito andando da lui?".
"Sì, questo e altre cose".
Altro che accappatoio, gli avrebbe comprato un intero ranch.
Sentì che era arrivato il suo momento di mettersi a nudo.
"Ho vissuto male il fatto che tu non volessi il bambino". Finalmente riusciva a dirglielo.
"Ma... non hai detto niente!".
"Lo so. Non pensavo di potermi permettere di dire niente. Ma ho capito di aver sbagliato, visto che poi questa cosa ha mandato tutto a rotoli". Fece una pausa, prima di aggiungere altro.
"Ho pensato che significassi che non volevi me".
"Ma non c'entra niente questa cosa", obiettò Kate. "Non ha niente a che vedere con quello che io provavo per te in quel momento. E provo". Il dottor Hozz le aveva insegnato che era importante parlare dei proprio sentimenti, e non lasciare spazio ai malintesi.
"Lo so. Intendo, lo so adesso. E quando mi è sembrato che ti trascurassi, ho avuto paura che un altro mio figlio dovesse vivere l'esperienza di non essere amato dalla propria madre. Come credo che succeda ad Alexis, anche se non lo dimostra". Adesso avere veramente tirato fuori tutto.
"Alexis è felice. Hai fatto un ottimo lavoro con lei", ribatté con forza, prima di capire fino in fondo il significato delle sue parole. "Quindi mi hai paragonato a Meredith?". Lo trovava un po' offensivo.
"No, è stata mia madre".
"Tua madre pensa che io sia Meredith?". Di bene in meglio.
"No, mia madre mi ha fatto capire che avevo fatto questa associazione. E, ti assicuro, mi ha fatto ampiamente capire che stavo sbagliando. Non potreste essere più diverse".
Kate raccolse le idee prima di rispondere.
"Castle. Lo so che all'inizio non lo volevo. Ero spaventata e non sopporto di non avere il controllo della situazione. Ma non ho mai fatto niente di rischioso, consapevolmente, per fargli del male, o per disinteresse. E adesso... gli parlo. Lo chiamo 'Bambino'. Con la lettera maiuscola". Lui sorrise al pensiero.
"Non devi giustificarti. O dimostrarmi qualcosa".
"Non lo faccio per quello, voglio solo che ti siano chiare le cose. Ci sono un sacco di cose che avrei voluto dirti in questo periodo ma... non... potevamo".
Era la stessa cosa che aveva provato lui.
"E si vede, adesso, sai? Anche da vestita".
Beckett si alzò in piedi, e si slacciò la giacca, entusiasta come una ragazzina, in piedi davanti a lui, sempre seduto su quel muretto che davvero temeva che da un momento all'altro qualcuno sarebbe arrivato a scacciarli.
Si tirò la camicia con due mani, lisciando le grinze. "Vedi?", gli chiese elettrizzata, guardandosi da sopra e sporgendosi in avanti.
Era euforica come non l'aveva mai vista e dovette trattenersi perchè cominciava a emozionarsi, nel vederla così bella e feconda, e lei lo avrebbe deriso nei secoli.
"Io non vedo niente. Forse dovevi metterti un cuscino", la punzecchiò.
"Dai, Castle, concentrati. Appoggia le mani. Senti".
Oddio non era pronto a fare questa cosa. Era troppo... intimo, in strada, poi. Era una cosa che l'aveva infastidita e una delle condizioni nella lista di punti che gli aveva fatto accettare all'inizio. Che adesso fosse lei a chiederglielo lo lasciava sgomento e senza sapere bene come reagire.
Ma lei era impaziente, si era avvicinata e adesso ce l'aveva proprio davanti e quindi, con una certa ritrosia, si lasciò guidare dalle mani di lei che posizionarono le sue dove pensava che si potesse sentire la differenza, verso i fianchi.
Per quanto lo riguardava, non gli sembrava così diversa dall'ultima volta che l'aveva sbirciata senza farsi accorgere, ma Castle era ormai in quello stadio in cui cominciava a vedere un tunnel di luce aprirsi davanti a lui e dei cori angelici chiamarlo verso un mondo di beatitudine. Avrebbe ammesso qualsiasi cosa, anche di sentilo muoversi, pur sapendo che era ancora troppo presto. Gli andava bene tutto. Pure se avessero rapito la precedente Beckett. Questa di ora gli andava benissimo.
"Ok, adesso basta, o sembriamo in una telenovela", gli disse ridendo, tornando a sedersi sul muretto.
Cominciava a tramontare il sole e lui si chiese se dovessero stare per sempre lì in quella terra di nessuno, in cui evidentemente riuscivano a capirsi tanto bene. Vendevano degli appartamenti, in zona?
"Ho paura di morire". Fu un'altra rivelazione che lo lasciò scosso e sbalordito allo stesso tempo. Non riuscì nemmeno a rispondere.
"Ho paura che il bambino passi quello che ho passato io. Forse per quello non volevo affezionarmi all'idea".
Era commosso dal fatto che lei avesse deciso di aprirsi così tanto, senza che lui si scorticasse vivo per riuscire ad avvicinarsi a lei, come era sempre successo tra di loro. E in più gli spiaceva per la sofferenza che gli stava mostrando, tra le righe, di cui non si era reso conto, perso nei propri fantasmi.
"Non morirai. Non morirà nessuno dei due. Vedremo crescere i nostri figli, e avremo così tanti nipoti da fare una squadra di calcio. Diventeremo un clan potente e uccideremo la gente", le rispose con foga, desiderando solo poter cancellare dalla mente di lei l'immagine che gli aveva appena descritto.
"Castle, non puoi saperlo".
"Invece lo so. Sono veggente. E, se anche non lo fossi, ti giuro che non ti lascerò morire. Mai. Sono il tuo partner. Ti guardo le spalle".
Era così convinto, così deciso a credere nella sua versione di futuro, che si sentì rincuorata, senza motivo. Forse sarebbe andata così. Ed era un tipo di vita che non le sarebbe dispiaciuto. Togliendo la parte in cui diventavano una famiglia mafiosa che ammazzava la gente.
Castle aveva ancora qualcosa da aggiungere, prima che il loro incontro finisse.
"Se è il momento verità, ho anche io qualcosa da dire. Ho avuto paura di dover crescere questo bambino da solo. E' una cosa che mi spaventa e che non voglio più fare, a meno che non sia necessario". Nemmeno per lui era così facile aprirsi.
"Castle, non c'è neanche una possibilità al mondo che tu lo cresca da solo. Non che tu non sia bravo, anzi. Ma non lascerò mai mio figlio. Mai".
Lasciò che le sue parole facessero breccia dentro di lui.
"Quindi anche tu eri spaventato, quando l'abbiamo scoperto?".
"Certo che sì. Sono terrorizzato a morte, per la maggior parte del tempo. Dall'inizio".
"E perchè non me lo hai detto?! Eri sempre così contento e 'Andrà tutto bene, Kate', 'Non preoccuparti, Kate'. Io mi sentivo di fondo una merda, soprattutto vedendoti così ottimista".
"Pensavo di doverti sostenere".
"A discapito del tuo stato d'animo?".
Castle annuì.
"Rick, io non voglio un uomo perfetto. Voglio un essere umano con cui confrontarmi. Non uno che soffoca se stesso per il mio bene. Anche perchè, guarda che risultati abbiamo avuto".
Non aveva affatto torto. Avevano fatto un grande casino, di cui erano entrambi responsabili.
Ormai stava scendendo l'oscurità, e aveva iniziato a fare freddo. Kate pensò che fosse arrivata l'ora di tornare a casa, soddisfatta di come erano andate le cose e speranzosa per il futuro.
Si alzò in piedi, allacciandosi la giacca che aveva lasciato aperta, mentre lui l'aiutava a togliersi i capelli dal colletto. Un altro gesto che gli era mancato.
Lei si fermò come le braccia a mezz'aria, come se si fosse dimenticata una cosa importante.
"Castle, promettimi una cosa".
"Tutto quello che vuoi".
"Non riominciare a voler fare l'uomo perfetto".
"Ok. Prometterò solo cose di nessuna importanza".
"Voglio che il nostro bambino abbia un'infanzia come quella di Alexis. Piena di giochi, misteri e magia. Io non posso farlo. Tu sì. E' la cosa che desidero di più, per lui".
E Castle rimase in silenzio, fingendo di guardarsi attentamente le scarpe perché altrimenti non avrebbe retto all'emozione.

L'aveva riaccompagnata in taxi, mentre lei gli diceva che non era così lontana casa sua, davvero non voleva farsela a piedi? Lui aveva grugnito e l'aveva infilata di forza sul sedile posteriore, senza nemmeno sfiorarla, nonostante tutte le immagini non esattamente caste, o materne, che gli stavano venendo in mente.
E adesso erano di fronte al portone del suo palazzo e lui non sapeva cosa fare. Si erano detti molte cose, ma a che punto erano? Stavano insieme? Poteva baciarla? Che era poi il punto che gli interessava di più, tra tutti.
Gli sembrava di essere al primo appuntamento, e si stava chiedendo oziosamente se avrebbe baciato subito una Beckett appena conosciuta da qualche parte, dopo aver accettato di uscire con lui.
Certo che sì. Neanche da chiederselo.
Anche lei gli sembrava un po' imbarazzata, non sembrava così ansiosa di salutarlo e tornare a casa, ma non lo stava nemmeno invitando da lei.
Quindi, come si superava questa impasse?
Castle decise che non era mai morto nessuno per il rifiuto di una donna, e che avevano recuperato abbastanza terreno perchè il loro rinnovato rapporto potesse sopportare un passo falso. E poi la desiderava, non la vedeva da troppo tempo.
Si avvicinò a lei, le mise un braccio intorno a un fianco, le mise anche l'altro e la tirò contro di sé in un unico gesto avido. Lei non si ritrasse e non si ribellò e, anzi, non sembrò affatto disdegnare l'approccio, visto che se la ritrovava tra le braccia sorridente e con gli occhi chiusi, il viso proteso verso di lui e rilassata al punto che dovette spostare il baricentro per sostenerla.
Decise di non abusare di tanta fortuna, e si limitò a passarle una mano tra i capelli, lentamente, godendosi il gesto con il tatto e con gli occhi, prima di darle solo un leggero bacio indugiando sulle sue labbra, appoggiandole senza muoverle, solo per sentire la sua morbidezza e riassaporando finalmente il contatto con lei.
Gli bastava sapere che non lo aveva mandato via. Il resto sarebbe venuto dopo.
Lei rispose al bacio, e gliene diede un altro e poi un altro ancora e alla fine dovettero smettere per non sembrare due dodicenni alla prima cotta.
"Non possiamo ricominciare da dove erano rimasti, vero?", le bisbigliò all'orecchio con voce calda e amorevole.
"No", rispose prevedibilmente lei, continuando a farsi abbracciare e a farsi sostenere.
"Devo mandarti un foglio con scritto 'Vuoi metterti con me?' seguito dalle due caselle 'Sì' e 'No' da barrare?", scherzò lui, sapendo che avrebbero ritrovato la loro strada verso casa, e non preoccupato dal tempo che sarebbe occorso.
Lei si mise a ridere, districandosi dal suo abbraccio. "Potresti provare, Castle. Ma non posso anticiparti la risposta".
Lo guardò con un'espressione che a lui parve davvero innamorata. E, questa volta, ci credette.

Beckett era già ormai sotto le coperte, senza aver ancora smesso di sorridere con fare sognante, quando le arrivò un messaggio.
"Vuoi mettermi con me? Sì. No".
Si tirò le coperte sopra la testa, come quando era adolescente e non voleva farsi scoprire dai suoi genitori, desiderando invece rivivere in tranquillità e solitudine un particolare momento di felicità e digitò in risposta: "Ti amo anche io".Castle fissava il telefono con aria dubbiosa. Era perplesso.
L'aveva chiamata il giorno dopo, pieno di entusiasmo, pronto a fare qualsiasi cosa per farsi perdonare, con tutta una serie di piani pronti per riconquistarla e lei non aveva risposto. Mai.
Alla quinta volta che provava a contattarla, gli aveva mandato via messaggio una specie di comunicato stampa in cui dichiarava che era disponibile a dargli notizie del bambino, allegava il calendario delle analisi, e delle visite mediche, e lo informava anche che, come cortesia personale, lo avrebbe tenuto aggiornato sulle sue condizioni di salute, se lo riteneva opportuno. Ma che non la chiamasse, grazie.
Lui non aveva nemmeno saputo cosa rispondere.
"Vorrà scherzare", si era detto.
L'aveva richiamata subito, ma il telefono aveva squillato a lungo, senza che lei rispondesse.
Come diavolo era possibile? Cosa pensava di fare? Non poteva tenerlo fuori dalla sua vita. Non poteva pensare di rispondergli per messaggi. Lui aveva anche dei diritti. Poteva anche non poter pretendere di vedere lei, in quanto persona. Ma la pancia? La pancia era, per metà, sua.
Adesso glielo avrebbe scritto.
Poi si fermò. Cosa stava facendo? Stava rivendicando diritti su una pancia? Seriamente? Si era ridotto a questo?
Decise di darle un po' di tempo per farla rinsavire. Non più di ventiquattro ore. Poi sarebbe partito alla carica con tutto quello che gli sarebbe via via venuto in mente. E lui non mancava certo di fantasia. Le avrebbe mandato un roseto. Ardente. Preso apposta dal Sinai con le sue mani. Ah, no, era un roveto. Era a lei che piacevano i deserti, non a lui. Non era esperto.
Si sarebbe steso sul suo zerbino per giorni. Anzi, no, avrebbe preso in affitto l'appartamento di fronte al suo, per seguire i suoi spostamenti. Lo zerbino, forse, avrebbe dato troppo nell'occhio. Ed era scomodo, oltre al fatto che qualche volta ci finivano dei cadaveri.
Oppure avrebbe comprato l'intero palazzo, e lei avrebbe dovuto parlargli per forza, almeno per l'affitto e le riparazioni.

Ovviamente non avrebbe fatto niente di tutto questo. Ma era rimasto addolorato dal fatto che non gli volesse parlare, e molto. Non prendeva neanche lontanamente in considerazione l'ipotesi che lei avesse creduto che la rottura fosse definitiva. Andiamo, davvero? Era stato un gesto impulsivo, indotto da emozioni che, in quel momento, non era stato in grado di gestire al meglio. Aveva raggiunto il suo punto più basso e non ne andava orgoglioso, ma di certo non aveva mai avuto intenzione di passare il resto della sua vita senza di lei.
Aveva voluto, irrazionalmente, ferirla con le sue stesse armi. Ed era una cosa che gridava disperazione, non mancanza d'amore. Tutto il contrario.
Adesso, invece, si sentiva pieno di ottimismo e di speranza, in tale quantità da bastare per due. Doveva solo riuscire a farglielo sapere.
Iniziò a scriverle messaggi, se era l'unico modo di comunicare con lei. Era quello che voleva? Bene, sarebbe diventato campione di tutti i messaggiatori del mondo. Come stava? Bene. Quanto? Mangiava? Cosa? Aveva dormito? Lei rispondeva sempre con molto garbo e distacco, come se gli stesse dando informazioni di volo.
Non perdeva un colpo, non cedeva mai e bloccava ogni tentativo di andare oltre. Potevano vedersi? No.
Nessuna spiegazione.
Perchè no? Aveva scritto, sentendosi sempre più frustrato.
E lei, di nuovo, aveva risposto, con la solita imperturbabilità, che era disposta a dargli tutte le informazioni che voleva eccetera ecccetera.
Si divertiva? Lui no, per la cronaca.
Dovevano giocare a scriversi, come se fossero due adolescenti separati nelle vacanze estive?

Al distretto non era andata meglio. Al numero diretto non rispondeva. Non funzionava, anzi. Aveva cambiato numero? Dal centralino non gliela passavano. Aveva ottenuto un'ordinanza restrittiva telefonica e non lo sapeva? C'era un limite temporale o si doveva andare in tribunale a rivedere la sentenza? Poteva fare qualcosa, per aumentare il punteggio e uscire dalla lista degli indesiderati?
Apparentemente, non c'era niente che potesse fare. Dopo una settimana non era riuscito a sentire la sua voce, figurarsi vederla. L'unica era appostarsi sotto casa sua, ma erano arrivati davvero a questi livelli? Si rifiutava di crederlo.
Non potevano non parlarsi, era assurdo! La prossima ecografia avrebbe dovuto guardarla in streaming?! Beh, quantomeno l'avrebbe vista.
Lei aveva continuato a rispondere imperterrita ai suoi messaggi scritti. Stava bene. Stavano bene. Non chiedeva niente di lui. Se provava a dire qualcosa di divertente, non coglieva. Dava via informazioni come se fosse un dannato ufficio turistico.
Grazie per aver scelto i nostri servizi. Speriamo di riavervi presto con noi su una delle nostre rotte.
Non poteva pensare che questo fosse un tipo di rapporto che poteva funzionare. Ma non gli era nemmeno concesso farglielo sapere. Gli sembrava di parlare con un muro di gomma.

Dopo giorni di noia ed esasperazione, decise di invitare fuori a pranzo suo figlia. Almeno esisteva un essere umano che aveva voglia di vederlo e di parlargli. Dal vivo. Quasi non riusciva a crederci.
E, nel frattempo, si augurava di staccare la testa da questa storia per qualche ora. Non era quasi uscito di casa, non aveva scritto niente e si rendeva conto di aver preso abitudini pericolose. Tipo addormentarsi con il telefono in faccia, o progettare di rapirla con tutti i dettagli del caso. Sapeva anche già dove l'avrebbe tenuta nascosta. No, meglio tornare nel mondo reale.
Stava camminando insieme ad Alexis, cercando di farsi coinvolgere dai suoi racconti, deciso a godersi quel fuori programma con lei, dandole tutta la sua attenzione che, a essere sinceri, le aveva un po' fatto mancare, nonostante tutte le sue buone intenzioni.
E fu in un momento di distrazione che gli parve di vedere Beckett.
No, si disse. Le allucinazioni no. Finirà che la vedrò da tutte le parti e fermerò le sconosciute per strada, come nei film.
Avvicinandosi, sempre tenendola d'occhio senza farsi notare, dovette renderci conto con una certa trepidazione che era veramente lei. Avrebbe riconosciuto anche a occhi chiusi le linee del suo corpo, dopo tanto tempo passato a osservarla. Era di spalle, stava parlando al telefono e riusciva fin da lì a percepire l'aura da: "Non hai voglia di essere quello che intralcia la mia giornata", di cui si era avvolta. Era innegabilmente lei.
Come prima reazione, gli venne un irrazionale impulso di scappare. Ma cosa gli veniva in mente? Si rimproverò subito. Era un adulto, e non aveva commesso nessun crimine. Inoltre, lei correva più veloce di lui, nel caso avesse voluto inseguirlo.
Alexis stava continuando a parlare, senza rendersi conto che suo padre non la stava più ascoltando.
Kate riattaccò in quel momento e, mentre rimetteva il telefono in tasca con aria concentrata, si voltò inconsapevole nella loro direzione, bloccandosi all'istante.
Lui si sentì come se gli stessero crescendo delle radici che andavano a penetrare nell'asfalto e lei, per un fuggevole istante, si guardò intorno come a cercare vie di fuga. Alla fine cedette e incollò gli occhi ai suoi, senza riuscire a staccarglieli di dosso, ma senza fare un passo per diminuire la distanza che c'era tra loro. Erano entrambi impietriti.
Kate fu la prima a prendere una decisione, e fu, a sorpresa quella di farsi animo e di andare loro incontro. Forse perchè c'era Alexis, forse lei era fuori dal circuito restrittivo.
"Ehi", fu l'unica cosa che disse, evitando di incontrare il suo sguardo, ma sorridendo a sua figlia, che aveva finalmente capito di trovarsi in mezzo a una situazione imbarazzante, ma senza sapere come tirarsene fuori. E lui non riusciva a far altro che stare in silenzio, fissarla e attendere, in apnea.
"Ciao, Kate", la salutò Alexis, prendendo in mano la situazione.
"Congratulazioni per...", continuò facendo un gesto con la mano nella sua direzione, senza riuscire a completare la frase.
Kate si mise una mano sopra il cappotto leggero che indossava, sorridendo timidamente. E fu come se, per un fugace momento, qualcosa la stesse illuminando da dentro, era scomparsa la solita espressione severa e un universo si era aperto davanti a lui, che si sentiva come uno spettatore incredulo.
"Grazie. Sei molto gentile", rispose con gratitudine, facendole capire che apprezzava il gesto e aveva riconosciuto la volontà di Alexis di comunicarle che aveva accettato la situazione e che per lei andava bene.
"Io... entro a prendere posto", dichiarò Alexis con decisione, indicando il locale alle loro spalle. Non era nemmeno il posto che avevano scelto per pranzare. Evidentemente, anche lei aveva pensato che la fuga fosse l'unica soluzione.
Rimasero soli. Beckett tornò a irrigidirsi immediatamente, si voltò nell'altra direzione e cominciò a dare segni di impazienza.
"Sto lavorando", lo mise al corrente, allontanandosi di qualche passo. "Devo andare". Brusca e di poche parole.
Ciao, ti trovo bene, sono contento anche io di vederti.
Castle fece finta di non aver sentito. Di certo non si perdeva questa provvidenziale occasione di parlarle di persona.
"Come stai?", chiese, concedendosi, per iniziare, quelle due uniche parole, come se lei fosse un qualche uccello esotico che, al primo approccio sbagliato, se ne sarebbe volato via, spaventato.
Lei lo guardò di sfuggita. E a lui sembrò di vedere un po' di timore, nei suoi occhi. Era possibile? Le faceva questo effetto?
"Bene. Sto bene", rispose con nervosismo.
"E... il resto?", proseguì senza specificare di cosa stesse parlando, solo fissando una parte del suo corpo.
E vide di nuovo quel sorriso pieno di calore. Di tenerezza. Sembrava felice. Allora non aveva sognato. Era effettivamente diversa. Questo voleva dire che questa situazione iniziava a piacerle? E per quale dannato motivo lui non poteva viversi tutto questo?
"Va bene anche il resto". Pagava un tot a parola?
Castle si accorse che lei si stava preparando ad accomiatarsi, senza avergli fatto nessuna domanda, essersi informata su di lui. Era chiaro che voleva solo andarsene. E l'avrebbe fatto a breve, se lui non si fosse inventato velocemente qualcosa per trattenerla.
"Vuoi unirti a noi? E' ora di pranzo e...". Sì, giusto. Poteva metterla sul piano del nutrimento, mangiare per due, eccetera.
"No", rispose senza farlo finire di parlare. "No, grazie, ho già mangiato", si affrettò a rassicurarlo.
Non era capace di mentire e lo sapevano entrambi.
"Devo andare. Mi ha fatto piacere vedervi. Saluta Alexis da parte mia". E tante belle cose.
No, non l'avrebbe lasciata andare via così, perdendosi la sua unica possibilità. O quello, o farsi arrestare. Perché non ci aveva pensato? Non era una cattiva idea.
La vide allontanarsi senza nemmeno aspettare la sua risposta, e non riuscì più a sopportare questa situazione di falsa cortesia in cui lei li aveva condotti.
"Kate", la chiamò alzando la voce, per farsi sentire, e la vide trasalire, prima di voltarsi riluttante di nuovo verso di lui.
"Possiamo prendere un caffè? Cinque minuti? Parlare?", si sentì proporre con voce ansiosa.
"Io non bevo caffè", gli ricordò, fredda. Se prima era un'estranea, adesso era un'estranea arrabbiata con lui.
E solo per un invito. Figurarsi tutto il resto.
"Kate. Per favore".
"Devo andare".
"Non devi andare!".
"Castle, io sto lavorando". Anche il tono da suora superiora, no. Non se lo meritava.
"Non mi parli", affermò, semplicemente, lasciando perdere le tattiche e andando al cuore del problema.
"Ti parlo, Castle". Lo chiamava per nome. Era una cosa incoraggiante. Ma quanto era patetico?
"Non è vero che mi parli. Mi fai la rassegna stampa".
"Anche quello è parlare", gli spiegò puntigliosamente. Anche i cavilli adesso? Come faceva a comunicare con questa donna? Era impossibile.
"Vorrei parlarti. Con. La. Voce". Si sentiva ridicolo e infantile, ma non sapeva cos'altro fare.
"Castle, io non ho davvero tempo per tutto questo. Vai a fare le tue richieste ridicole altrove. Hai diritto di sapere del bambino e infatti ti tengo al corrente. Non ti devo altro. E adesso, se vuoi scusarmi, ho da fare".
"Kate, non possiamo ridurci a questo".
Lei fece un passo nella sua direzione, furente. Almeno aveva provocato una reazione.
"Tu ci hai ridotto a questo. Io sto solo accettando le tue decisioni. E sono io ora la cattiva? Pensi di essere al parco giochi?".
Ok, forse aveva provocato una reazione un po' troppo forte.
"Ho solo davvero bisogno di parlare con te". Non capiva che non voleva litigare? Che stava sventolando la bandiera bianca?
"E io ho solo davvero bisogno che mi lasci in pace!".
"Non posso farlo! Non posso, Kate. Non posso stare senza di te!".
Lei gli lanciò un'occhiata così gelida che lui si sentì trapassare da parte a parte. L'ira funesta di Beckett si stava per abbattere su di lui.
"Non me ne importa niente di cosa puoi o non puoi fare tu. Mi hai lasciato. Sei andato via. L'hai deciso tu. E adesso arrangiati".
Non lo pensava. Era evidente. Era troppo coinvolta e arrabbiata per credere davvero a quello che stava gridando.
"Ok. Ho sbagliato. Tutto. Non volevo lasciarti. Possiamo riparlarne? Rivederci?". Almeno era riuscito a dirglielo.
Lei lo fissò incredula e quasi schifata, come se lui fosse un grosso insetto orribile.
"Castle, non lasci una persona e poi ritratti. Certe parole hanno un effetto sulla realtà. Tu hai voluto chiuderla e io ho dovuto imparare ad andare avanti. Ed è stata dura. Ma adesso sto bene. E adesso non puoi venire qui a piagnucolare che rivuoi indietro il tuo giocattolo. Ho già un bambino a cui pensare, grazie".
"E' anche il mio bambino. Non puoi impedirmi di... parlargli. Deve sentire la mia voce". Stava inventando, ormai.
"Mandami una registrazione. O, ancora meglio, perchè non chiedi l'affidamento anche del mio corpo, già che ci sei?".
"Lo farei, se si potesse", gridò lui ormai alla sua schiena.
Ok, non la sua migliore performance.

Era pomeriggio inoltrato, nello studio del dottor Burke. Beckett era seduta di fronte a lui, in silenzio dopo avergli raccontato del suo incontro con Castle.
Gli incontri, due volte la settimana, avevano cominciato ad assumere un certo ritmo abitudinario e lei li aspettava sempre con un misto di impazienza e fastidio.
Li odiava perchè lui, con il suo fare pacato e non giudicante, la costringeva a mettersi a nudo e la obbligava ad analizzare parti di lei che avrebbe preferito tenere nascoste. Allo stesso tempo, le amava perchè era rilassante e liberatorio parlare a ruota libera con qualcuno di pacato e non giudicante. E che, soprattutto, lei non poteva intimidire in nessun modo. Ci aveva provato, certo. Lei era maestra degli interrogatori, sapeva benissimo che tattiche usava lui e le rispediva al mittente una a una.
Aveva passato i primi incontri a voler dimostrare che, tra i due, era più brava lei. Che era brava, in generale. Non era forse una persona sulla via della perfezione e con il controllo di tutto? Non era magnifica nel capire le persone e rimetterle al loro posto? No, in realtà, lui non era affatto né impressionato, né intimorito. Era completamente impermeabile a ogni suo tentativo di farla diventare una battaglia dialettica. Dopo un'ora la salutava e lei se ne andava con le pive nel sacco, non sentendosi vittoriosa come avrebbe desiderato e con la sensazione che a lui non importasse nulla di quanto facesse la splendida.
Lui sapeva che c'era bisogno che si costituisse uno spazio sicuro, in cui lei avrebbe potuto lasciarsi andare, cosa difficile, e dolorosa per una persona emotivamente ermetica. Sapeva che lottava contro di lui per definire i limiti di quello che sarebbe diventato uno spazio sicuro e che lo metteva alla prova. Lo capiva e aspettava, con pazienza, che si sentisse pronta a parlare con lui. Non con quei discorsi logici e preparati con cui arrivava e gli faceva una specie di resoconto anonimo sulla sua vita. Raccontare davvero se stessa.

E, un giorno, con grande sorpresa di Kate, ma non dello psichiatra, si era trovata sulla poltrona a piangere tutte le sue lacrime, mentre lui, in silenzio, le offriva fazzoletti di carta e non le chiedeva nulla. Un'ora di pianto senza nessuna parola intercorsa tra di loro. Beckett, era uscita di lì finalmente rilassata, come se si fosse tolta un grande peso dalle spalle, e, dalla volta dopo, aveva iniziato ad aprirsi. Parlava di Castle, soprattutto. Della sua famiglia, dell'infanzia, l'idea della gravidanza. Di come si proteggeva, del perchè lo faceva. Di come tenesse il fucile puntato contro chiunque comparisse in fondo alla sua proprietà e di come si rifugiasse nelle sue resistenze. Diceva a parole di voler essere felice, ma sempre con il dito pronto sul grilletto, pronta a far fuori le persone prima che la facessero soffrire. Era un lavoro lungo e faticoso, che spesso le faceva venire voglia di mandare tutto all'aria, ma la volta dopo era di nuovo lì, pronta a farsi fare a pezzi e a farsi rimettere insieme. E adesso era lì, a farsi mettere nuovamente in discussione.

"Perché non lo vuole incontrare?", chiese il dottor Burke con il solito tono neutrale, che lei aveva imparato ad apprezzare.
"Perché no. Non è giusto. Lui è andato via e adesso deve assumersi la responsabilità di quello che ha fatto". Sembrava che stesse recitando una lezione che si era preparata a casa, ma che, a furia di venire ripetuta, aveva cominciato a perdere di senso.
"Lo sta punendo per averla lasciata?".
"No, non è una punizione. Ma deve imparare che le azioni hanno delle conseguenze. E questo è il risultato di quello che ha fatto. Non. Avermi".
"E' una sorta di insegnamento morale, quindi?". Lei ebbe il dubbio che la stesse prendendo in giro garbatamente, ma lui aveva un tono molto serio e professionale. Non riuscire a capirlo era una delle cose che la mandavano di più al manicomio.
"No, si tratta di logica. Non mi ha voluto. E adesso non mi vede. Non può avere entrambe le cose".
"Quando si tratta di relazioni umane, la logica dovrebbe rimanere fuori".
Lei soppesò le sue parole, prendendosi tutto il tempo di cui aveva bisogno. Ecco un'altra cosa che amava. Qui non si sbagliava, mai. E si poteva riflettere tanto a lungo quanto fosse stato necessario. Senza fretta. Senza fare danni, ferire qualcuno, non essere all'altezza delle aspettative.
"Questo cosa vorrebbe dire?", le uscì con un tono più arrogante di quello che avrebbe voluto. Ogni tanto la vecchia Kate sospettosa e chiusa tornava fuori a proteggersi. "Che la gente può farci quello che vuole, e noi dobbiamo accettare tutto? Mi ha lasciato. E' stato orribile. Lo è ancora. Non gli permetto di farmi del male un'altra volta".
"Non può tenerlo fuori dalla sua vita. Avrete un bambino insieme. Dovrete prendere degli accordi". Il puro odio che le faceva venire con le sue frasi piene di buonsenso.
"Lo facciamo. Lo tengo informato di come procede la gravidanza. Possiamo farlo anche dopo".
"E' così che vuole vivere? E' questo il rapporto che vuole con lui?". Era una domanda di reale interesse, non un'opinione sulle sue decisioni.
"No, certo, che non è quello che voglio. Io volevo continuare a stare con lui. E' quello che ha voluto lui, io non ho avuto nessuna voce in capitolo. Mi ha lasciato", ripeté per l'ennesima volta. Da quando lo aveva detto ad alta voce la prima volta, provava una specie di sollievo, nel continuare a farlo. Lo rendeva meno brutto.
"E qui torniamo alla punizione. Vuole stare con lui, ma non vuole farlo, per non dargliela vinta".
"Non stiamo parlando di vittorie o sconfitte. Non è questo il piano del discorso", rispose piuttosto sgarbata.
"Davvero?".
"Poteva pensarci prima". Ecco il punto. Si stava forse vendicando?
"Kate, sta lasciando che il suo amor proprio diventi padrone della questione?".
"Non si tratta di amor proprio! Si tratta di me, che sono una persona. Mi vede? Sono qui in carne e ossa. Ho dei sentimenti. E lui li ha calpestati e adesso arriva e mi dice 'Mi sono sbagliato, non posso stare senza di te'. Vorrà scherzare. Non può trattarmi così. Non sono Madre Teresa".
"A me sembra si tratti di amor proprio".
"Non lo è affatto! E' protezione. Lui va in giro con un coltello e mi pugnala. Io mi sposto dalla traiettoria. E' semplice. Non mi sembra così sbagliato".
"Il mondo e le persone non sono sempre nemici da cui difenderci. Può aver sbagliato. Può essere stata solo una decisione impulsiva. Ma non lo saprà finché non vi parlate. Non tornerete mai insieme, se non gli dà neanche un'altra occasione".
"Non voglio tornare con lui!".
"Ha appena detto che vuole stare con lui".
Maledetto uomo pieno di logica. Lo odiava.
"Sì, lo vorrei. In un mondo ideale in cui prima non mi ha lasciato".
"E' una situazione in cui non può vincere nessuno. Non si può tornare indietro e far svolgere le cose in un altro modo. E' successo. Lui vuole riparare a quello che ha fatto. Lei cosa vuole fare? Dargli una possibilità o chiudere la porta a doppia mandata? Perché continuare a dire che non doveva fare quello che ha fatto non la fa andare da nessuna parte".
"Non posso lasciarmi ferire di nuovo. Non posso permetterlo. Sono stata troppo male. Sto male ancora. Non posso vivere tutto questo un'altra volta". La vera Kate era riuscita finalmente a farsi strada, sotto alla Kate che stava martellando i chiodi nella palizzata.
"Sta comunque soffrendo, anche adesso".
"Io non so se lui voglia tornare con me, comunque. Noi stiamo facendo dei ragionamenti, che magari non hanno nessuna base nella realtà", cambiò radicalmente discorso, dopo aver tirato un filo del suo maglione, per evitare di rispondere alla sua affermazione troppo vera.
"Ha detto che ha sbagliato e non può stare senza di lei. Mi sembra un'ammissione forte".
"Ma cosa significa?! Che ogni volta che farò qualcosa che non andrà bene lui mi mollerà su due piedi? Che se ne andrà offeso?! Ho bisogno di una persona che rimanga per sempre".
"Nessuno può darle questa garanzia".
"Quindi cosa si fa, nella vita? Ci si fa ferire? Si danno altre occasioni a persone sbagliate? Non ci proteggiamo in qualche modo?".
"Proteggersi è sano. Barricarsi dietro a una corazza, no".
"Sto bene dietro al mio muro. Non fa male".
"Però non vive".
"Quindi è questa la vita? Farsi spezzare il cuore, di continuo?".
"La vita è trovare un equilibro tra amare e sapere di poter essere amati, ma anche di poter essere feriti, di fare solo un pezzo di strada insieme a qualcun altro, di poter essere abbandonati, di poter essere felici, di cadere e ricominciare e di imparare sempre qualcosa. A volte a pugni in faccia. Ma dietro a un muro, non succede niente di tutto questo. E capisco che sia bello stare in una bolla priva di emozioni. Ma non è vita. Non succede niente. E qualche volta è necessario avere un momento di tregua, lo capisco. Ma non può essere il modo cui scegliamo di condurre un'esistenza degna di questo nome. Le persone ci lasciano. Muoiono. O sbagliano e cercano di rimediare. O stanno con noi, a modo loro. Che magari è il massimo che possono dare. Oppure sono stronzi e dobbiamo allontanarli. Ma non per principio, non aspettandoci che ci facciano del male. Perché, indovini? Poi ce lo fanno davvero, se ci fissiamo su quello ".
Era un discorso molto lungo, per essere uno che ascoltava e basta. E aveva colpito nel segno.
"Dovrei vederlo, secondo lei? Dargli un'altra chance?".
"Io dico che lei deve decidere se vuole tornare nel mondo, e accogliere il rischio di amare e farsi amare e insegnarlo a suo figlio. O rimanere dove è adesso, anestetizzata. Ma non posso decidere per lei".
"Io ho voluto anestetizzarmi perchè non sarei riuscita ad andare avanti, altrimenti", si giustificò per l'ennesima volta.
"Lo so. Ma si arriva a un certo punto in cui bisogna rituffarsi, dopo aver imparato a nuotare e consapevoli di quello a cui si va incontro. Ma non si può rimanere attaccati alle boe. Può, certo. Ma non è quello che auguro a una donna giovane e sana come lei".
"Non sono pronta". Le costò moltissimo ammetterlo. Si sentiva esposta e vulnerabile e si muoveva su un terreno che non le era familiare.
"E' già onesto dirlo".
"Ma non voglio rimanere sempre attaccata alle boe", puntualizzò. "E' solo troppo presto".
"Arriverà anche questo momento. L'importante è decidere quale è il suo traguardo".
"E se lui non mi vorrà più? Se avrò sprecato troppo tempo?".
"Non ha sprecato tempo. L'ha usato per guarire".

"Caffè. Cinque minuti".
Questo era il testo del messaggio che Castle aveva appena ricevuto da Beckett e che non riusciva a smettere di rileggere. Quando, dove, come, subito? Era già lì.
Doveva prepararsi, non poteva arrivare senza aver bene chiaro in mente cosa le avrebbe detto. Si sarebbe spiegato, con toni pacati, ragionevoli e avrebbe dominato le emozioni.
Avrebbe tenuto a freno la sua natura e non l'avrebbe spaventata. Avrebbe fatto tutto con calma. Ecco, la parola chiave era calma. Avrebbe pensato molto bene a ogni frase da dire e avrebbe ascoltato attentamente quanto aveva da dire lei. Anzi, avrebbe registrato la conversazione e l'avrebbe riascoltata a casa, prima di fare qualche danno. Avrebbe risposto poi, con tutto il tatto del mondo.
Si sarebbe legato a un palo per implorarla di tornare con lui. No, no, no. Doveva controllare la sua mente per evitare che gli suggerisse proprio idee come quella. Che, a ben vedere, era efficace e sintetica. Però forse non era esattamente il modo giusto per non spaventarla.
La verità era che si sentiva come se in quei "cinque minuti" fosse rinchiuso il suo futuro e, dal modo in cui si era conciato in quel periodo senza di lei, non averla era un'opzione che non si poteva permettere.
E non voleva giocarsi male il tempo che gli aveva concesso. Quindi, niente giro in carrozza a Central Park. Faceva anche anziano, secondo lui. Meglio qualcosa di normale. Discreto. Ecco, "discrezione" era la parola chiave.

Beckett aveva pensato alle parole del dottor Hozz, come lo chiamava nella sua mente (Oddio, devo dirlo assolutamente a Castle. No, Kate, non cominciare). Si sentiva come se stesse per lanciarsi da una scogliera senza vedere il fondale, ma certa che si sarebbe schiantata. Quasi certa. E, infatti, per qualche tempo non aveva fatto niente, aveva continuato la sua vita e non si era mossa dalla sua zona sicura.
Da qualche giorno, però, una parte non così in minoranza dentro di lei, premeva per farsi notare. Aveva voglia di vederlo, era forse un crimine? Dai, Kate, mandagli un messaggio. Cosa ti costa? Era una voce insistente e fastidiosa, che aveva cercato, senza successo, di soffocare e che adesso martellava nel suo cervello.
A un certo punto, non aveva più trovato scuse abbastanza convincenti per non farlo. Inoltre, era sicura che ci fosse una congiura in atto contro di lei. Trovava la parola "Castle" scritta da tutte le parti, il che poteva non essere così strano, visto che era un nome comune. Ma così spesso? Le mancava giusto che passasse un aereo con un messaggio pubblicitario che diceva: "Allora, Kate, vuoi chiamarlo?", e non se ne sarebbe affatto stupita.
Se prima cercava scuse per non farlo, adesso ne cercava di valide per farlo senza voler ammettere a se stessa il vero motivo: desiderio di vederlo, puro e semplice. Punto. E allora si diceva che lo faceva per il bambino, perché era giusto che avessero dei buoni rapporti e non erano certo persone che litigavano davanti a povere anime innocenti non ancora nate. Del resto, non aveva forse ragione a pensare che quel bambino aveva sentito i suoi genitori discutere, per la maggior parte del tempo? O stare lontani? Che idea avrebbe mai potuto avere delle relazioni umane? No, era giusto. Doveva farlo, per il bene di tutti.
Una mattina si era svegliata e la parte ribelle di lei aveva preso il telefono e gli aveva mandato un messaggio. E poi le aveva sorriso beffarda. E da allora viveva con le farfalle nello stomaco.

Si erano dati appuntamento a un caffè qualsiasi, uno dove si era fermata un giorno mentre era fuori per lavoro. Non era uno dei "loro posti". Era neutro. Nessun ricordo da rovinare, nel caso fosse andata male.
Ma, quando fu sul punto di varcare la soglia del locale, Kate si tirò indietro. Non ce la faceva. Era troppo. Le veniva da vomitare, ma non per la nausea. Aveva ondate di adrenalina che le scorrevano nelle vene e doveva calmarsi, prima di far nascere un bambino iper agitato.
Si guardò intorno, in strada, e vide un muretto vicino a un'aiuola, poco distante. Decise di andare a sedersi lì, giusto il tempo di fare qualche respiro profondo, sempre tenendo d'occhio la porta, in modo da vederlo entrare e scegliere lei il momento di incontrarlo.
Si infilò la testa tra le ginocchia, tenendola con mani tremanti di agitazione, e fu così che vide solo un bicchiere di carta comparire improvvisamente nel suo campo visivo. Insieme a delle gambe. Si raddrizzò di colpo, pronta a menar calci, nel caso, e si accorse che era lui, che le stava porgendo qualcosa, sorridendo in quel modo che la faceva morire ogni volta. Non avrebbe dovuto pensarlo, ma oddio quanto era figo, stava per svenire di fronte a tanta abbondanza. Lei poi non diceva "figo". Bambino, la mamma non dice le parolacce. Però tuo padre è molto bello e io sono ancora vittima del suo fascino, non è colpa mia. Ma forse adesso era meglio parlare con la gente dall'altro lato della sua pancia.
"Grazie. Ma io non bevo caffè e... ", balbettò cercando di recuperare una forma di lucidità.
"Non è caffè. Lo so che non lo bevi", le rispose facendole risentire la sua voce e lei scoprì che non era insensibile nemmeno a quella. Ma cosa le stava succedendo? Era diventata la cheerleader di Castle? Era al liceo e lui era il bello della scuola? Erano gli ormoni? Perché lei non sarebbe arrivata alla fine dell'incontro, in questo modo.
Lei prese il contenitore dalle sue mani, stando molto attenta a non avere un contatto fisico, prima di farsi venire un'altra crisi isterica.
"E' frullato al cioccolato", la informò, sedendosi vicino a lei.
"Ma... perché me l'hai portato? Dovevamo bere un caffè, cioè lo dovevi bere tu. Voglio dire, si supponeva che entrassimo dentro a un bar e che le cose ce le portassero loro. Non tu". Le sembrava un discorso dotato di una certa logica, anche se espresso da una persona in evidente stato confusionale.
"Ho pensato che magari avresti avuto voglia di fare una delle tue maratone, invece che stare seduta su una sedia, quindi ti ho portato i viveri".
"Maratona?". Era lei a non essere molto presente o lui stava straparlando?
"Come quella che mi hai fatto fare da casa tua a Central Park, qualche mese fa".
Oh. Adesso si ricordava. Ripensando alla strada che avevano fatto, per lo più in silenzio con lei che non smetteva di camminare e lui che non aveva detto niente, ma che aveva cominciato ad avere un'aria sempre più allarmata, convinto che lo avrebbe fatto marciare di buon passo per sempre, le venne da ridere.
Cominciò a ridacchiare nascondendosi dietro a una mano e poi scoppiò in una risata irrefrenabile, che le fece anche scendere le lacrime dagli occhi, mentre lui le allungava un fazzoletto di stoffa perché le asciugasse.
Buon Dio, probabilmente avrebbe pensato che aveva iniziato a drogarsi.
"No. Niente maratona. Te lo prometto", riuscì a dire, mentre cercava di riprendere fiato.
"Preferisci rimanere qui?".
"Se per te va bene".
"Sicura che non è proprietà privata e che non ci arresteranno?".
"Tranquillo, Castle, al limite ti tiro fuori io".
Stava flirtando con lui? E dove erano finite le sue resistenze, le corazze, i suoi modi di proteggersi? Questo non era essere cauti. Era infilarsi dritta nei problemi.
"Ok. Ricominciamo da capo", propose lei, più calma.
"Grazie per avermi voluto vedere dal vivo". Lui le sembrava timoroso, quasi di non volersi esporre, come se stesse tentando di controllarsi. Troppo. Era teso e chiuso dalla sua parte.
"Io... vorrei che ci parlassimo. Ma parlare davvero. Perché lo dobbiamo a qualcuno che non siamo noi due. Però, Castle, se sei qui per accusarmi o per minacciarmi di portarmi via il bambino, me ne vado. Fammi mandare una lettera dal tuo avvocato".
"No, nessuna minaccia, te lo prometto. Voglio anche io solo parlare".
"Ok. Bene. Comincia tu. Dall'inizio".
Lui guardò davanti a se per un momento, poi, senza girarsi, mormorò un "Ti amo" detto più a se stesso che a lei.
Un tuffo al cuore.
"Castle, questo non è iniziare dal principio. E' saltare direttamente alla fine", rispose con la voce da direttrice del collegio.
"Allora concordi anche tu che finiremo così, vero? Prima dobbiamo fare quelli che si amano, ma fanno finta di no? Cioè uno dei nostri classici", le rispose in tono esultante, abbandonando l'aria da cucciolo del canile.
Lei scoppiò a ridere di nuovo. Non ce l'avrebbero mai fatta.
"No, senti. Non può funzionare così. Smettila di farmi ridere. Sii serio e parla. Forza", lo invitò, pregando che non fosse quel momento in cui qualsiasi cosa l'avrebbe fatta ridere e non avrebbe smesso mai più.
"Guarda che io non ti faccio ridere. Sei tu che ridi da sola, da quando sono arrivato, come se fossi fatta di un qualche acido. Sprechi così i miei cinque minuti d'aria. Sono molto offeso", le fece presente, fingendosi serio.
Lei gli fece cenno di proseguire, incapace di parlare, soffocandosi.

Castle cercò di radunare i suoi pensieri. Non aveva una strategia. Non sapeva cosa dire. Non aveva preparato discorsi. E non sapeva nemmeno se fosse necessario rifare tutto da capo. Chiarirsi, spiegare, parlare allo sfinimento, cercare di ricondurre a immagini verbali sentimenti, emozioni e azioni non spiegabili dalla logica. Era stanco di tutto questo. Lui voleva stare con lei. Punto. A qualsiasi costo e sapendo che, per come erano fatti, sarebbero successe ancora le stesse cose, altre volte, ma non significava che non potessero stare insieme. Lui non poteva immaginare la sua vita senza di lei. Per il resto non voleva avere ragione, o farle vedere il suo punto di vista, o i motivi che l'avevano spinto a fare quello che aveva fatto. Ma non perché non avesse senso. Proprio perché ce l'aveva. E perché, alla base, loro erano destinati a stare insieme, con tutte le crisi che potevano starci, in mezzo. Si sarebbero scornati, ma lui non sarebbe andato mai da nessuna parte. Nemmeno per salvarsi. Questa situazione lo aveva dimostrato. Come poteva trasferire tutto questo a parole, soprattutto se lei intendeva dargli battaglia su ogni frase, sfumatura o nesso logico non esattamente rigoroso e ben fondato?Vuoi avere ragione o essere felice? Ecco, lui voleva essere felice. Con lei.

Dopo una lunga pausa, in cui lei aveva aspettato con pazienza che Castle dicesse qualcosa, bevendo il suo frullato e guardando la gente passare, lui si girò verso di lei e le chiese piano: "Possiamo rimanere così? In silenzio? Solo stando vicini?".
Lei rimase sorpresa, si era aspettata di essere sommersa di parole, come faceva di solito lui e si ritrovava con una persona che non voleva convincerla proprio di niente. Voleva solo stare in sua compagnia. E la cosa, invece che farla arrabbiare, la distese. Cominciò a sentirsi serena, e rilassata, tanto che, con notevole stupore di lui e anche un po' di se stessa, appoggiò la testa sulla sua spalla e rimasero così, in silenzio, guardando a terra, e traendo conforto dalla presenza dell'altro.
Castle le fu grato, e accolse il gesto come se fosse qualcosa di prezioso che lei aveva deciso di donargli. Nessuna discussione, nessuna recriminazione rabbiosa, nessun duello dialettico da voler vincere a tutti i costi. Erano ad armi pari, e volevano la stessa cosa. Stare insieme. E basta. O, così, almeno, gli era sembrato di capire.
Lui le passò un braccio intorno alle spalle, meravigliandosi di quanto gli venisse naturale e quanto fosse facile parlarsi senza parlarsi, e la sentì abbandonarsi contro di lui.
"Ho pensato che fossi morta. Ti ho visto nel mirino di Lockwood", le confessò bisbigliando, invogliato da questa loro silente intimità ad aprirsi.
"Mi dispiace, Castle", mormorò Kate di rimando, con lo stesso tono di voce. "Mi hanno dato della altre mansioni, adesso. Montgomery mi ha chiamato il giorno dopo. Non corro più quei rischi", lo informò, ammettendo esplicitamente per la prima volta che sì, il pericolo era stato reale.
"E com'è? Intendo, non stare in mezzo all'azione".
"Terribile. Noioso", confessò. "Ma sono contenta di farlo", si precipitò ad aggiungere.
Lui la strinse per farle capire che aveva compreso. E che non la stava giudicando. Non c'era bisogno di essere così sulla difensiva. Non era lì per accusare nessuno, questa volta.
"Anche io sono andato da Montgomery. Cioè, è lui che mi ha fatto chiamare".
Lei si sorprese. "A far cosa? Cosa vi siete detti?".
"Niente che la parola "minaccia" non possa contenere. Io davvero mi chiedo se non facciate tutti Corleone di cognome. Qualche volta mi sembra davvero di aver disonorato una loro sorella".
"Se ci chiamassimo Corleone non saresti qui vivo".
"Vero. Sarei da qualche parte nell'oceano, con gli avvoltoi a banchettare".

Silenzio. Ancora. Si stavano misurando con i loro tempi, e parlavano solo quando sentivano il desiderio di farlo.
Beckett si staccò da lui, incrociando le gambe sul muretto e mantenendosi in precario equilibrio. Lui capì che era arrivato il momento dei discorsi seri e si preparò ad ascoltarla.
"Sto vedendo anche... una persona", gli raccontò un po' imbarazzata.
Lui si sentì come se stesse morendo congelato in quel momento. Si era aspettato qualsiasi cosa, ma non questo.
"Un terapista", specificò vedendolo boccheggiare.
Castle ricominciò a respirare.
"Beckett, vuoi uccidermi?! Sono cose da dire?! Mi hai fatto prendere un colpo!".
"Scusa, Castle, vuoi che in tutto questo io esca con qualcun altro? E chi si prenderebbe una incinta?".
"Primo, non si vede. Secondo nessun uomo sano di mente non ti vorrebbe, in qualsiasi circostanza. Quindi, vediamo di non far morire di spavento il titolare, almeno". Questa donna prima o poi gli avrebbe fatto venire un infarto.
"Cioè adesso saresti 'Il titolare'?".
"Sì, tra le altre cose". Marito, per esempio.
"Grazie per non aver detto quello che dicono tutti", continuò lei, incerta quando si trattava di parlare di se stessa.
"Tipo?".
"Tipo perchè vai da uno, perchè non parli con me, cosa vuoi che capisca un estraneo, lui non ti vuole bene, io sì. Questo genere di cose che dice la gente che non sa di cosa sta parlando".
"Dipende. E' dalla mia parte?".
"Sì, spesso. E' odioso", gli rispose ironica.
Castle si mise a ridere. Doveva mandare dei fiori a quell'uomo. Forse meglio un accappatoio di lusso?
"E aiuta?", le chiese tornando serio, perché aveva compreso come Beckett si stesse muovendo su un terreno scivoloso, per lei.
Lei faticò a rispondere, come sempre quando si toccavano argomenti personali che la mettevano in crisi.
"Sì. Penso di sì. Anzi, sicuramente sì".
Castle aspettò che continuasse a parlare, senza incalzarla.
"Ho pensato di deluderla. Sono un poliziotto, e in tutti questi anni non ho risolto l'unico caso che mi stava veramente a cuore. Ecco perchè... mi butto a capofitto", confessò con grande sforzo.
"Non puoi averla delusa, lo sai".
"E' come se per tutto questo tempo mi fossi nascosta dietro a muro, impedendomi di avere il tipo di relazione che desideravo, finché non avessi risolto il caso. Solo che ora...".
"Ora... ?".
"C'è qualcosa che viene prima. E non parlo del bambino. Che viene, ovviamente, prima. Parlo di noi".
Noi. Il pronome magico che gli apriva le porte della speranza.
"Non voglio mettere in pericolo la nostra relazione, per qualcosa che è successo nel passato".
Relazione. Non "storia".
"E l'hai capito andando da lui?".
"Sì, questo e altre cose".
Altro che accappatoio, gli avrebbe comprato un intero ranch.
Sentì che era arrivato il suo momento di mettersi a nudo.
"Ho vissuto male il fatto che tu non volessi il bambino". Finalmente riusciva a dirglielo.
"Ma... non hai detto niente!".
"Lo so. Non pensavo di potermi permettere di dire niente. Ma ho capito di aver sbagliato, visto che poi questa cosa ha mandato tutto a rotoli". Fece una pausa, prima di aggiungere altro.
"Ho pensato che significassi che non volevi me".
"Ma non c'entra niente questa cosa", obiettò Kate. "Non ha niente a che vedere con quello che io provavo per te in quel momento. E provo". Il dottor Hozz le aveva insegnato che era importante parlare dei proprio sentimenti, e non lasciare spazio ai malintesi.
"Lo so. Intendo, lo so adesso. E quando mi è sembrato che ti trascurassi, ho avuto paura che un altro mio figlio dovesse vivere l'esperienza di non essere amato dalla propria madre. Come credo che succeda ad Alexis, anche se non lo dimostra". Adesso avere veramente tirato fuori tutto.
"Alexis è felice. Hai fatto un ottimo lavoro con lei", ribatté con forza, prima di capire fino in fondo il significato delle sue parole. "Quindi mi hai paragonato a Meredith?". Lo trovava un po' offensivo.
"No, è stata mia madre".
"Tua madre pensa che io sia Meredith?". Di bene in meglio.
"No, mia madre mi ha fatto capire che avevo fatto questa associazione. E, ti assicuro, mi ha fatto ampiamente capire che stavo sbagliando. Non potreste essere più diverse".
Kate raccolse le idee prima di rispondere.
"Castle. Lo so che all'inizio non lo volevo. Ero spaventata e non sopporto di non avere il controllo della situazione. Ma non ho mai fatto niente di rischioso, consapevolmente, per fargli del male, o per disinteresse. E adesso... gli parlo. Lo chiamo 'Bambino'. Con la lettera maiuscola". Lui sorrise al pensiero.
"Non devi giustificarti. O dimostrarmi qualcosa".
"Non lo faccio per quello, voglio solo che ti siano chiare le cose. Ci sono un sacco di cose che avrei voluto dirti in questo periodo ma... non... potevamo".
Era la stessa cosa che aveva provato lui.
"E si vede, adesso, sai? Anche da vestita".
Beckett si alzò in piedi, e si slacciò la giacca, entusiasta come una ragazzina, in piedi davanti a lui, sempre seduto su quel muretto che davvero temeva che da un momento all'altro qualcuno sarebbe arrivato a scacciarli.
Si tirò la camicia con due mani, lisciando le grinze. "Vedi?", gli chiese elettrizzata, guardandosi da sopra e sporgendosi in avanti.
Era euforica come non l'aveva mai vista e dovette trattenersi perchè cominciava a emozionarsi, nel vederla così bella e feconda, e lei lo avrebbe deriso nei secoli.
"Io non vedo niente. Forse dovevi metterti un cuscino", la punzecchiò.
"Dai, Castle, concentrati. Appoggia le mani. Senti".
Oddio non era pronto a fare questa cosa. Era troppo... intimo, in strada, poi. Era una cosa che l'aveva infastidita e una delle condizioni nella lista di punti che gli aveva fatto accettare all'inizio. Che adesso fosse lei a chiederglielo lo lasciava sgomento e senza sapere bene come reagire.
Ma lei era impaziente, si era avvicinata e adesso ce l'aveva proprio davanti e quindi, con una certa ritrosia, si lasciò guidare dalle mani di lei che posizionarono le sue dove pensava che si potesse sentire la differenza, verso i fianchi.
Per quanto lo riguardava, non gli sembrava così diversa dall'ultima volta che l'aveva sbirciata senza farsi accorgere, ma Castle era ormai in quello stadio in cui cominciava a vedere un tunnel di luce aprirsi davanti a lui e dei cori angelici chiamarlo verso un mondo di beatitudine. Avrebbe ammesso qualsiasi cosa, anche di sentilo muoversi, pur sapendo che era ancora troppo presto. Gli andava bene tutto. Pure se avessero rapito la precedente Beckett. Questa di ora gli andava benissimo.
"Ok, adesso basta, o sembriamo in una telenovela", gli disse ridendo, tornando a sedersi sul muretto.
Cominciava a tramontare il sole e lui si chiese se dovessero stare per sempre lì in quella terra di nessuno, in cui evidentemente riuscivano a capirsi tanto bene. Vendevano degli appartamenti, in zona?
"Ho paura di morire". Fu un'altra rivelazione che lo lasciò scosso e sbalordito allo stesso tempo. Non riuscì nemmeno a rispondere.
"Ho paura che il bambino passi quello che ho passato io. Forse per quello non volevo affezionarmi all'idea".
Era commosso dal fatto che lei avesse deciso di aprirsi così tanto, senza che lui si scorticasse vivo per riuscire ad avvicinarsi a lei, come era sempre successo tra di loro. E in più gli spiaceva per la sofferenza che gli stava mostrando, tra le righe, di cui non si era reso conto, perso nei propri fantasmi.
"Non morirai. Non morirà nessuno dei due. Vedremo crescere i nostri figli, e avremo così tanti nipoti da fare una squadra di calcio. Diventeremo un clan potente e uccideremo la gente", le rispose con foga, desiderando solo poter cancellare dalla mente di lei l'immagine che gli aveva appena descritto.
"Castle, non puoi saperlo".
"Invece lo so. Sono veggente. E, se anche non lo fossi, ti giuro che non ti lascerò morire. Mai. Sono il tuo partner. Ti guardo le spalle".
Era così convinto, così deciso a credere nella sua versione di futuro, che si sentì rincuorata, senza motivo. Forse sarebbe andata così. Ed era un tipo di vita che non le sarebbe dispiaciuto. Togliendo la parte in cui diventavano una famiglia mafiosa che ammazzava la gente.
Castle aveva ancora qualcosa da aggiungere, prima che il loro incontro finisse.
"Se è il momento verità, ho anche io qualcosa da dire. Ho avuto paura di dover crescere questo bambino da solo. E' una cosa che mi spaventa e che non voglio più fare, a meno che non sia necessario". Nemmeno per lui era così facile aprirsi.
"Castle, non c'è neanche una possibilità al mondo che tu lo cresca da solo. Non che tu non sia bravo, anzi. Ma non lascerò mai mio figlio. Mai".
Lasciò che le sue parole facessero breccia dentro di lui.
"Quindi anche tu eri spaventato, quando l'abbiamo scoperto?".
"Certo che sì. Sono terrorizzato a morte, per la maggior parte del tempo. Dall'inizio".
"E perchè non me lo hai detto?! Eri sempre così contento e 'Andrà tutto bene, Kate', 'Non preoccuparti, Kate'. Io mi sentivo di fondo una merda, soprattutto vedendoti così ottimista".
"Pensavo di doverti sostenere".
"A discapito del tuo stato d'animo?".
Castle annuì.
"Rick, io non voglio un uomo perfetto. Voglio un essere umano con cui confrontarmi. Non uno che soffoca se stesso per il mio bene. Anche perchè, guarda che risultati abbiamo avuto".
Non aveva affatto torto. Avevano fatto un grande casino, di cui erano entrambi responsabili.
Ormai stava scendendo l'oscurità, e aveva iniziato a fare freddo. Kate pensò che fosse arrivata l'ora di tornare a casa, soddisfatta di come erano andate le cose e speranzosa per il futuro.
Si alzò in piedi, allacciandosi la giacca che aveva lasciato aperta, mentre lui l'aiutava a togliersi i capelli dal colletto. Un altro gesto che gli era mancato.
Lei si fermò come le braccia a mezz'aria, come se si fosse dimenticata una cosa importante.
"Castle, promettimi una cosa".
"Tutto quello che vuoi".
"Non riominciare a voler fare l'uomo perfetto".
"Ok. Prometterò solo cose di nessuna importanza".
"Voglio che il nostro bambino abbia un'infanzia come quella di Alexis. Piena di giochi, misteri e magia. Io non posso farlo. Tu sì. E' la cosa che desidero di più, per lui".
E Castle rimase in silenzio, fingendo di guardarsi attentamente le scarpe perché altrimenti non avrebbe retto all'emozione.

L'aveva riaccompagnata in taxi, mentre lei gli diceva che non era così lontana casa sua, davvero non voleva farsela a piedi? Lui aveva grugnito e l'aveva infilata di forza sul sedile posteriore, senza nemmeno sfiorarla, nonostante tutte le immagini non esattamente caste, o materne, che gli stavano venendo in mente.
E adesso erano di fronte al portone del suo palazzo e lui non sapeva cosa fare. Si erano detti molte cose, ma a che punto erano? Stavano insieme? Poteva baciarla? Che era poi il punto che gli interessava di più, tra tutti.
Gli sembrava di essere al primo appuntamento, e si stava chiedendo oziosamente se avrebbe baciato subito una Beckett appena conosciuta da qualche parte, dopo aver accettato di uscire con lui.
Certo che sì. Neanche da chiederselo.
Anche lei gli sembrava un po' imbarazzata, non sembrava così ansiosa di salutarlo e tornare a casa, ma non lo stava nemmeno invitando da lei.
Quindi, come si superava questa impasse?
Castle decise che non era mai morto nessuno per il rifiuto di una donna, e che avevano recuperato abbastanza terreno perchè il loro rinnovato rapporto potesse sopportare un passo falso. E poi la desiderava, non la vedeva da troppo tempo.
Si avvicinò a lei, le mise un braccio intorno a un fianco, le mise anche l'altro e la tirò contro di sé in un unico gesto avido. Lei non si ritrasse e non si ribellò e, anzi, non sembrò affatto disdegnare l'approccio, visto che se la ritrovava tra le braccia sorridente e con gli occhi chiusi, il viso proteso verso di lui e rilassata al punto che dovette spostare il baricentro per sostenerla.
Decise di non abusare di tanta fortuna, e si limitò a passarle una mano tra i capelli, lentamente, godendosi il gesto con il tatto e con gli occhi, prima di darle solo un leggero bacio indugiando sulle sue labbra, appoggiandole senza muoverle, solo per sentire la sua morbidezza e riassaporando finalmente il contatto con lei.
Gli bastava sapere che non lo aveva mandato via. Il resto sarebbe venuto dopo.
Lei rispose al bacio, e gliene diede un altro e poi un altro ancora e alla fine dovettero smettere per non sembrare due dodicenni alla prima cotta.
"Non possiamo ricominciare da dove erano rimasti, vero?", le bisbigliò all'orecchio con voce calda e amorevole.
"No", rispose prevedibilmente lei, continuando a farsi abbracciare e a farsi sostenere.
"Devo mandarti un foglio con scritto 'Vuoi metterti con me?' seguito dalle due caselle 'Sì' e 'No' da barrare?", scherzò lui, sapendo che avrebbero ritrovato la loro strada verso casa, e non preoccupato dal tempo che sarebbe occorso.
Lei si mise a ridere, districandosi dal suo abbraccio. "Potresti provare, Castle. Ma non posso anticiparti la risposta".
Lo guardò con un'espressione che a lui parve davvero innamorata. E, questa volta, ci credette.

Beckett era già ormai sotto le coperte, senza aver ancora smesso di sorridere con fare sognante, quando le arrivò un messaggio.
"Vuoi metterti con me? Sì. No".
Si tirò le coperte sopra la testa, come quando era adolescente e non voleva farsi scoprire dai suoi genitori, desiderando invece rivivere in tranquillità e solitudine un particolare momento di felicità e digitò in risposta: "Ti amo anche io".