Era già tardi ed ero in quella fase di sonno in cui i sensi, non ancora intorpiditi, permettono di avere sensazione di ciò che ti accade intorno. Avvertii il passo pesante del tedesco in cucina ma, forse per la stanchezza o credendo di essere in un sogno, non mi alzai.
Trattenni un urlo di spavento quando avvertii la sua mano afferrarmi rudemente per un braccio.
Trassi un profondo respiro e tornai in me cercando, con la mano, la mia divisa.
Non me ne diede il tempo, trascinandomi su per le scale, con indosso la sola sottoveste. Lo seguii docilmente, rinunciando a chiedere spiegazioni, ormai fin troppo abituata alle sue stranezze
Piantai i piedi solo quando giungemmo alla sua camera da letto. Scossi il capo. Era ubriaco, e io non volevo essere uccisa.
Con uno strattone, mi spinse ad entrare facendomi perdere l'equilibrio. Finii a terra, in ginocchio. Alzai la testa. Nel suo letto c'era una donna il cui sguardo non era certo meno impaurito del mio. Waldmuller tracannò un altro bicchiere di whisky e ci guardò, ghignando. Ero interdetta. Non capivo cosa quel pazzo volesse da me. Lo vidi slacciarsi i pantaloni e muovere verso quella donna. Nonostante conoscessi il suo corpo, portai d'istinto le mani al volto per la vergogna, cosa che lo divertì. Lo vidi costringere quella donna a scendere fra le sue gambe e fare qualcosa che esulava dalla mia fantasia. Per la prima volta vidi gli occhi di un uomo ardere. Erano fissi su di me mentre quella donna lo faceva godere. Rintanata in un angolo, non potevo evitare di guardare. Oh, Herman, perché mi torturavi così? Non piangevo ma ero rimasta lì, sconvolta, a fissare quella orribile scena, con le facoltà annebbiate ed una gran voglia di fuggire via. Quando l'uomo volse lo sguardo, fuggii. Non m'importava cosa sarebbe successo: volevo solo uscire da quella stanza e non sentire quei gemiti scomposti.
Ma fu tutto inutile.
Mi bloccai immediatamente sul pianerottolo. Udii il sibilo di una pallottola sfiorarmi un orecchio.
Rimasi immobile per il terrore, tanto che smisi anche di respirare. Avvertii la canna della pistola poggiarsi delicatamente contro la mia nuca.
"Cosa credi di fare, troia?" minacciò il tedesco "Te ne vai solo quando lo dico io" terminò, strattonandomi e trascinandomi dietro di sé per un braccio.
Mi scaraventò sul letto, accanto all'altra donna e mi si spogliò davanti. Scossi la testa, impaurita.
Non poteva farlo! Mi avrebbe uccisa.
"Non fatelo, signore! Sono una sporca ebrea, io!" proruppi fra le lacrime. Scoppiò a ridere, e mi afferrò tirandomi verso di sé.
"Non lo dimentico mai" mi sussurrò all'orecchio. Poi, afferrata la mia veste, la strappò fino alla cinta. "Anche Hitler ti desidererebbe se ti vedesse ora, come ti vedo io".
Continuavo a supplicarlo, ma l'uomo si stava prendendo gioco di me.
Gli occhi tuoi sono colombe. Le tue chiome, un gregge di pecore che scende dalle pendici del Galaod. Come un nastro di porpora le tue labbra, e la tua bocca è soffusa di grazia. Come spicchio di melagrana, la tua gota. Come Torre di Davide, il tuo collo, e i tuoi seni sono come cerbiatti che pascolano fra i gigli…
La paura non mi rese insensibile a quelle parole remote. Non le avevo mai udite e, allora, non sapevo neanche cosa fosse il Cantico dei Cantici. Chiusi gli occhi sussurrando pietà sotto il tocco morbido di quelle mani su di me, lasciandomi trasportare dalla fantasia in uno strano mondo di desideri. I nostri occhi s'incontrarono e per un attimo si fusero in un solo colore.
Per un istante i nostri desideri si confusero.
Con uno strattone, mi spinse giù dal letto e, guardandomi con ferocia, mi ordinò di non muovermi, puntando la pistola contro di me. Mi svegliai dal torpore in cui ero precipitata per ritrovarmi mezza nuda e sudata ai piedi del suo letto. Cercai istintivamente di coprirmi, ma l'uomo mi teneva sotto tiro, mentre giaceva con l'altra prigioniera. Dovetti assistere, impotente, mentre il tedesco stuprava quella povera donna. Fui costretta ad ascoltare i loro gemiti. Mi ero rannicchiata in un angolo, sconvolta ed incuriosita. Quello che vedevo era nuovo per me.
Quando il maggiore disse alla donna rumena di andarsene, lei non se lo fece ripetere due volte.
Indossò in fretta i suoi indumenti e corse via verso le scale Ma Waldmuller non poteva lasciarla andar via dopo quello che aveva visto e sentito. Dal mio angolo, lo vidi prendere la pistola e, senza pensarci su, premere il grilletto. La donna si accasciò a terra. Cacciai un urlo disumano. Vidi la donna fare forza con la mano sul pavimento per tentare di alzarsi. I nostri occhi s'incontrarono, dopodiché vidi la luce spegnersi in essi. Waldmuller la freddò con un colpo alla testa.
Non ressi a tanto orrore.
Avrei fatto di tutto per continuare a vivere, ma la crudeltà di quella morte mi fece perdere la ragione. Scattai in piedi come una furia e raggiunsi il tedesco colpendolo con i miei deboli pugni.
"Assassino! Assassino!" urlai con tutte le mie forze "Bastardo assassino!"
L'uomo fu sorpreso dalla mia reazione ma non reagì, lasciandosi colpire per pochi istanti.
"Perché?" urlai ancora fra le lacrime. Waldmuller mi colpì con un manrovescio, scaraventandomi a terra, accanto alla povera donna. Mi sporcai con il suo sangue. Ma ormai non avevo più paura. Avevo perso il controllo. Mi alzai di nuovo, gridando: "Assassino!"
L'uomo scoppiò a ridere e, afferrata la pistola, la puntò contro di me. Risi anch'io: una risata folle, isterica. E andai contro l'arma.
"Ammazza anche me, bastardo!" dissi "Che importa? Tanto, oggi o domani fa lo stesso! Non ho paura. Io non sono una donna. Sono meno di una bestia. Non ho alcun diritto di vivere, io! Tanto, non ce l' ho, io, l'anima!" urlai.
Mi colpì violentemente con il calcio della pistola. Caddi a terra stordita, mentre il sangue che mi colava dal naso, si mischiava con quello della rumena morta. Sentii la mano di lui afferrarmi e trascinarmi giù per le scale. Avevo perso tutta la mia baldanza. Il tedesco mi costrinse a deglutire un sorso di brandy per svegliarmi, e ne bevve anche lui.
"Vorrei ammazzarti" sussurrò, avvicinandosi al mio respiro "lo avrei già fatto, ma non posso. Hai qualcosa che mi appartiene e che mi hai rubato. Qualcosa per cui è indispensabile mantenere la tua misera vita".
Lo guardai interdetta. Non riuscivo a capire. In quel momento desideravo solo farla finita. Volevo morire per sfuggire a tutto quell'orrore.
"Ammazzami!" sussurrai fra le lacrime "Non voglio vivere in questa morte".
Herman mi strinse al suo petto nudo e lasciò che piangessi fra le sue braccia omicide. Mi sollevò fra le braccia e mi portò al pianoforte, facendomi sedere sulle sue gambe. Afferrò le mie mani fra le sue e le poggiò sulla tastiera di avorio ordinandomi dolcemente di suonare. Lo feci male, mentre quello strano essere mi sorreggeva con delicatezza i polsi tra le sue mani.
"Mi hai rubato la musica" disse "queste mani non sono più tue. Questa che suoni è la mia musica perché queste mani sono mie e finché vivrai avrai sempre questa parte di me, perché sei una mia creatura".
Pensai che avesse ragione. Suonavo come voleva che suonassi, meravigliosamente bene, come mai m'era riuscito prima. Forse aveva ragione: quella musica non era la mia.
"Tu non saresti nulla senza la musica. Non saresti che una sudicia ebrea come tante. Non saresti qui".
Avvertivo le sue labbra sfiorarmi il viso e il desiderio a fior di pelle. Chiusi gli occhi. Non riuscivo a pensare alla donna morta di sopra. Mi sembrava così lontano.
Continuavo a suonare una polacca di Chopin, mentre strane pulsioni sensuali trascinavano lontano la mia anima: le mani di Herman sfioravano dolcemente la pelle nuda delle mie braccia, facendomi fremere. Amavo un assassino. Desideravo che quel mostro continuasse a toccarmi. Volevo che mi facesse gemere come avevo sentito fare poco tempo prima a quella donna che giaceva morta. Ne provavo orrore ma non riuscivo a frenare la mia voluttà.
"Ti ammazzeranno prima o poi. Forse lo farò io" disse, appoggiando la testa sulla mia spalla nuda "ma, per ora, ho ancora bisogno di te, piccola giudea".
Sapeva di dire il vero. Prima o poi mi avrebbe uccisa. Non aveva cuore per aver pietà.
