Arrivarono a casa all'imbrunire.
La neve, che scendeva copiosa ormai da qualche ora, si era accumulata sulla strada in un manto asciutto e compatto.
Il tenue grigio del cielo striato di bianco del mattino si era trasformato, sfumando in una gradazione più intensa che era virata verso il grigio antracite. L'oceano era indistinguibile dalla linea dell'orizzonte.
Castle spense il motore dell'auto, girandosi a guardarla con le chiavi in grembo. Kate si torse nervosamente le mani.
"Siamo spaventosamente in ritardo per la cerimonia. Non so perché ti ho dato retta".
Una Kate blaterante e frastornata lo investì a raffica, senza però accennare a scendere.
Castle si assunse di nuovo il ruolo dell'uomo che calmava gli animi del mondo.
"E' casa nostra, e il nostro matrimonio. Possiamo arrivare quando ci pare, visto che entrambi ci presenteremo. Giusto?".
Il silenzio dall'altra parte fu poco rassicurante.
Kate scrutava oltre il vetro, sporgendosi in avanti per vedere meglio alla luce dei fari quello che stava accadendo intorno all'ingresso della villa.
Le auto erano aumentate di numero, occupando tutto il viale in una lunga fila e un gruppo di persone chiassose stava scendendo da una limousine bianca, lanciando grida entusiaste come se non si vedessero da anni e si fossero riunite per andare a un concerto rock.
"Chi sono?", lo interrogò Kate insospettendosi subito per deformazione.
"Sono... persone che ho invitato", rispose Castle vago, quasi farfugliando, facendole rizzare le antenne.
"Tutte donne?".
"Le persone si dividono in uomini e donne. Non c'è molta scelta".
Risposta diplomatica, ma anche vera, stava diventando bravo.
"E, guarda il caso, a te sono capitate solo rappresentanti femminili. Castle, non è il momento di farmi arrabbiare". Oh, ecco la direttrice del collegio, da quanto tempo non faceva la sua apparizione.
"Sono... fan. Amiche e fan".
"Definisci amiche", lo esortò secca.
"Fan". Gli sembrò che lanciarsi sulla seconda scelta fosse più sicuro.
"Hai invitato delle fan?! Le conosci, almeno?".
"Non... non personalmente". Era ormai schiacciato contro la portiera, per sottrarsi ai suoi occhi furenti.
"Castle! E' pericoloso, devo essere io a dirtelo?! Ed è il nostro matrimonio. E' una cosa privata. Sempre che tu comprenda questo concetto. Pare di no".
Doveva fermarla prima che si rendesse necessario l'intervento di qualcuno per sedare la rissa.
"Lo so. Non arrabbiarti. Sono solo poche persone e sono innocue. Lo sento. Ci tenevano tanto. Aspettano il nostro matrimonio da anni, hanno fatto il tifo per noi, spedito regali a Jamie quando è nato. Si sentono zie".
Kate non si fece convincere dall'accorata difesa.
"Tengono al matrimonio o ai tuoi pettorali?".
"Beckett!", esclamò stupito e inorridito.
"Fai il santo adesso? Come se non sapessi che le donne fanno la fila per ammirarti. Sperando di fare altro. Dietro l'angolo. O a una colonna".
Castle preferì fare silenzio. Qualunque parola sarebbe stata usata contro di lui.
Beckett sospirò.
"Ok, è davvero troppo tardi. Non ho tempo per le tue amiche", tagliò corto, sentendosi maldisposta nei suo confronti.
"Devo andare a salutarle", la informò socchiudendo gli occhi per attutire il colpo. "Prima che ti inferocisca ulteriormente, vorrei ricordarti che voglio solo te da duemila anni e che ti sto sposando. Tienilo presente".
"E tu tieni presente che sono armata. E che tu hai la tendenza a sposare chiunque. Mantieniti non coniugato ancora per qualche tempo, se ti è possibile".
Touché.
Nessuno dei due si mosse, lei perché troppo arrabbiata, lui per evitare incidenti diplomatici.
"D'accordo", concesse Beckett malvolentieri. "Vai a salutarle. Ma ci sono delle regole, mio futuro marito: non devono abbracciarti, saltarti al collo, baciarti, né toccarti su parti del corpo su cui batte o non batte il sole. E niente autografi tusaidove. Ci siamo intesi?".
"Beckett...", iniziò Castle esitante, pronto a ricevere il colpo. "Devo essere gentile. Sono venute apposta per il matrimonio. E' la vigilia di Natale, siamo tutti più buoni...". La voce si affievolì.
Occhiata assassina e raggelante. Fu la volta di Castle di sospirare enfaticamente.
"Va bene, donna dispotica. Niente contatto fisico. Vuoi impacchettarmi con del filo spinato?".
"Sì, Castle, è proprio quello che avevo in mente per farti arrivare all'altare illibato. Non farmici pensare due volte". Beckett si preparò ad aprire la portiera, separandosi da lui per l'ultima volta.
"Sei eccitante quando diventi gelosa, lo sai?", le disse mentre la guardava scendere dall'auto.
Lei tornò a volgersi nella sua direzione. Gli accarezzò la guancia con un dito.
"Tesoro, non mi hai ancora vista gelosa e ti assicuro, non ti piacerebbe. Né a te né alle tue amiche", gli rispose sensualmente minacciosa.
"Uhm, sexy", commentò Castle spogliandola con gli occhi.
Ridendo, Beckett abbandonò lo spazio sicuro della macchina e corse all'interno della casa attraversando l'ingresso principale, facendo in tempo a cogliere frasi sparse provenienti dal gruppo di "Amiche dello Sposo", che le parve di interpretare come: "I capelli secondo voi sono i suoi?" e "Sarà vero che beve tutta quell'acqua?", mormorate alle sue spalle fino a un clamoroso: "Io sposerei lei", pronunciato da una voce femminile con un nutrito coro approvante a sostegno.
Non sapeva se fare finta di niente, ridere, fangirlare con loro su suo marito (ops, non-ancora-marito) o fare presente che sulla torta gli sposi siamo io e Castle, grazie dell'offerta, vorrei lui se non vi dispiace. Penso possiate capire perché. Però venite pure a trovarmi al distretto per parlare dei miei capelli.
Forse era eccessivo. Sperò solo che si sarebbero limitate a qualche selfie non troppo invadente appoggiate casualmente all'ampio petto di Rick, in grado di contenerle tutte. Poteva capirle. Era stata sua fan anche lei.
Appena fu oltre la soglia e vide l'attività frenetica in corso e tutte le persone di cui ignorava la provenienza svolazzare avanti e indietro indaffarate e già pronte, fu presa da un'impellenza angosciante, perché erano decisamente in ritardo, e lei doveva ancora fare tutto. Vestito, trucco, capelli. Si dimenticò delle fan di Castle, concentrata, a quel punto, solo sul dare inizio alla cerimonia.
Aprì l'armadio, eccitata e solo leggermente ansiosa. Prese l'abito dalla custodia e lo stese sul letto, accarezzando i minuscoli ricami. Non era un vestito da sposa classico, ma quando l'aveva indossato l'aveva trovato... giusto. E anche un pizzico natalizio, per via del colore.
Si tolse l'accappatoio, prese il vestito tra le braccia, con molta deferenza, il cuore a batterle forte perché il momento tanto atteso era arrivato e andò allo specchio a grandezza naturale posizionato in un angolo della stanza per indossarlo.
Non aveva voluto nessuno con lei in quei momenti, nemmeno Lanie. Non perché volesse rimanere sola per rendere omaggio alla sacralità dell'evento o altre cose insignificanti, ma perché non sarebbe stata in grado di rimanere composta e non frantumarsi in pezzi per l'emozione.
Lo fece scivolare sul corpo, rabbrividendo al tocco della seta fresca sulla pelle. Si sentì subito trasformata in qualcosa di diverso. Si sentì portare altrove.
Il vestito le era andato alla perfezione da subito, era stato necessario solo qualche piccolo ritocco. Si girò su se stessa, per dare un'occhiata su come le cadesse dietro, il tessuto frusciò morbido sulle gambe.
Era già truccata, i capelli stretti in un nodo morbido, un cerchietto d'argento intrecciato per fissare l'acconciatura.
Aveva gli orecchini che Martha le aveva donato quel mattino. Erano stata la prima cosa che aveva indossato.
Si toccò i capelli con le mani tremanti, per aggiustarsi un'ultima ciocca, solo per tenerle impegnate.
Provarlo, quel giorno al negozio, era stato emozionante, ma si era sentita più che altro soddisfatta di essersi tolta un peso.
Indossato adesso era un'emozione travolgente. Forse non era stata una buona idea rimanere da sola. Non sapeva come avrebbe fatto a smettere di tremare abbastanza da scendere di sotto.
Per concludere indossò le scarpe che aveva gelosamente nascosto, molto più alte di quanto si immaginasse Castle, o fosse sano portare in una circostanza in cui il mondo le sembrava vorticare davanti agli occhi.
Guardò il suo riflesso nello specchio, con aria ansiosa e timida.
Andava bene davvero? Era... pronta?
No, no, no.
Doveva esserci sicuramente ancora qualcosa da fare, un dettaglio di cui si era dimenticata, non poteva essere arrivato quel momento.
Era così che si era immaginata il giorno delle sue nozze, da bambina? Non se lo ricordava più. Forse non ci aveva mai pensato davvero. Certo, non avrebbe mai indovinato che ci sarebbe stato un bambino già pronto e confezionato.
E che... la presenza imprevista sarebbe stata compensata da un'altra, grande, assenza.
Ormai erano tante le cose importanti avvenute senza sua madre a sostenerla e darle consigli. Era diventata una donna adulta, senza di lei.
Inspirò profondamente per non cedere alla tristezza indotta dai suoi nervi scossi, perché doveva essere il loro giorno, pieno di gioia e nient'altro. Del resto sposava Richard Castle. Avrebbe più saggiamente dovuto impiegare il tempo nel chiedersi se fosse del tutto sana di mente.
Di colpo, come se fossero rimasti a origliare dietro alla porta, irruppero Lanie, suo padre, e Jamie, allegri, festosi, quasi su di giri, il giusto antidoto contro la malinconia.
A quel punto non aveva più neanche l'ombra di controllo delle sue emozioni.
Si commosse quando l'amica l'abbracciò dicendole che era bellissima e chiedendole se era convinta di sposare Castle, perché altrimenti si sarebbe fatta avanti lei. Perché d'un tratto tutte le donne volevano convolare a nozze con lei?
Si commosse ancora di più vedendo suo padre dominarsi a stento, guardandola.
E Jamie non era carino, vestito senza ali e senza paillettes?
Sembrava essere stato contagiato anche lui dall'euforia dilagante, come se avesse capito cosa stava per succedere. Probabilmente no, ma era stata di sicuro per lui una giornata strana, con tutta la gente frenetica ed entusiasta che si aggirava per casa e doveva aver assorbito la gioiosa aspettativa che si sentiva nell'aria.
Per non dimenticare che per lui rimaneva prioritario l'arrivo di Babbo Natale, come non mancava di ricordare a tutti.
Mamma e papà si sposano. Ottimo. Per Babbo Natale sto tranquillo?
Era sicura che i ragionamenti rudimentali nella sua testolina fossero di quella natura.
Jim, timido e discreto, le allungò con gesti impacciati i fiori che gli aveva consegnato un Castle agitato, quando gli era andato incontro sulle scale.
Non le disse che il suo futuro marito era in subbuglio tanto quanto lei.
Vederli rese il momento reale, come se si fosse appena svegliata da un sogno e si fosse resa conto che nel giro di poco si sarebbe sposata sul serio.
Li prese, ringraziandolo con un sorriso.
Non avevano fatto nessun discorso "padre e figlia", e sperò che non avesse avuto luogo nemmeno la variante "Jim-Castle", ma l'occhiata di ammirazione, affetto, amore che si erano scambiati sulla soglia aveva comunicato tutto quello che c'era bisogno di sapere.
Kate strinse le labbra per non far traboccare l'emozione, senza riuscirci, nel vedere l'espressione di orgoglio negli occhi del padre.
Si ricordò quando gli aveva comunicato la notizia della sua gravidanza: lui, di solito così schivo, a rincuorarla che nessuno potesse non volerla e che il bambino l'avrebbero allevato loro due, se fosse stato necessario.
Non l'aveva mai ringraziato per come l'aveva consolata quel giorno.
"Katie, sei pronta?", la sollecitò Jim riportandola al presente.
Bastò quella semplice domanda, insieme a Jamie attaccato all'orlo della sua gonna, che la guardava sorridendo da sotto in su come se lei fosse una sorta di divinità, per farle venire da piangere.
Non doveva. Si era truccata con molta cura e non era sicura che il mascara, insieme a tutto il resto, fossero resistenti alle lacrime. Le avevano assicurato di sì, ma un matrimonio era un avversario molto serio per ogni arma atta a contenerlo.
Si abbassò sulle ginocchia e allungò le braccia perché Jamie vi si rifugiasse. Lo strinse forte, ancora una volta era lei a trarre forza dal suo abbraccio impetuoso e dalle manine che le stringevano il collo fino a soffocarla. Era un bambino dalle corpose manifestazioni d'affetto, proprio come suo padre.
Deglutì per mandar via il nodo in gola.
"Non ti hanno vestito da paggetto, allora", mormorò tra i suoi capelli, desiderando di non staccarsi da lui, perché, in fondo, erano lì anche grazie al suo arrivo imprevisto.
"La mamma ti vuole bene, lo sai?".
Jamie annuì e la strinse più forte, intimidito dal quel dispiegamento di sentimenti così poco caratteristico della sua famiglia. Nessuno rideva? Dov'era suo padre che faceva sorridere la mamma quando era triste?
Basta, Kate, li farai piangere tutti. E' un matrimonio, non una valle di lacrime.
Scesero tutti insieme, lei impacciata, Jamie saltellante, Lanie commossa e suo padre stoico.
Si fermarono davanti alla doppia porta, chiusa. Lanie prese Jamie in braccio, anche se lui si lagnò perché voleva rimanere con sua madre. Suo padre le strinse la mano. Lo stava facendo davvero? Stava sposando Richard Castle?
Non era pronta.
Era pronta.
Un momento, solo un ultimo respiro.
Andiamo. E' ora.
A quel punto non vedeva l'ora di correre lungo la navata, o quello che avevano preparato nello spazio che avevano a disposizione, per ufficializzare la loro unione agli occhi di tutti e proseguire verso il prossimo passo della loro vita insieme.
Fu investita dalle prime note della musica che avevano scelto e temette di non reggere un'altra ondata di sentimenti travolgenti, più forti di quanto si fosse aspettata.
Beh, a quanto pare sposarsi è una cosa seria, pensò. Nessuno riesce a non subirne il fascino mortale.
Le tremavano le gambe e si chiese, tra i mille pensieri che roteavano nella sua mente, cosa sarebbe successo se fosse svenuta sul serio, o non fosse riuscita a mettere un piede davanti all'altro.
Forse aveva ragione Castle, avrebbe dovuto mangiare qualcosa.
Si aprirono le porte. Sentiva il cuore rombarle nelle orecchie.
Il suo sguardo fu subito catturato da Castle, alto ed elegante in fondo alla sala ad attenderla. La fissava incantato e trasfigurato d'amore e, ritenne, di apprezzamento per quello che vedeva.
Si sorrisero da lontano, intimiditi dall'emozione contenuta a stento che riconoscevano sul viso dell'altro.
Vederlo le fece ritrovare il suo coraggio e la sua compostezza. Era tornata a sentirsi un essere umano nel pieno controllo dei suoi movimenti. Respirava tutta l'aria che le serviva. Sentiva una nuova forza.
Fu proprio in quel momento, dopo essersi lanciata verso di lui con rinnovata determinazione, decisa a coprire velocemente i pochi metri che li separavano, che inciampò nello spesso tappeto, per colpa delle scarpe troppo alte che aveva scelto.
Si aggrappò al braccio del padre, che la sostenne con una presa ferma della mano, mentre sentiva l'intera sala trattenere il respiro in preda all'orrore.
Vide Castle muoversi istintivamente per correre in suo soccorso, ma fu subito fermato da Martha, che lo bloccò prendendolo per un braccio.
Quando riuscì a tornare stabile sulle gambe ancora leggermente malferme, cercò di guardarlo per rassicurarlo che andava tutto bene e che non intendeva rompersi l'osso del collo, annullando così l'evento a cui teneva più di ogni altra cosa. Lo vide preoccupato e non del tutto convinto di doverla aspettare lì senza andare a prenderla.
Lei avrebbe decisamente voluto farsi venire a prendere.
La sensazione di malessere non era però passata. Le sembrava di avere del pulviscolo nero davanti agli occhi e una generale sensazione di mancanza di equilibro e testa vuota.
Stava... svenendo? Impaurita strinse forte il braccio del padre, incapace di continuare ad avanzare per via delle gambe rigide, rassegnata a farsi accogliere a breve dal pavimento.
Il giorno delle sue nozze.
Cercò di farsi forza e imporsi di farcela. Doveva stare bene. Dai, Kate.
Era sicura di essere impallidita, il sudore freddo le scendeva lungo la schiena. Si sentiva la pressione sotto le scarpe.
Sapeva che Castle aveva capito la situazione e stava pensando a un modo di intervenire per aiutarla.
Lei avrebbe volentieri accolto l'offerta del rifugio offerto dalle sue braccia, se non fosse stato per la distanza che li separava.
Lo guardò. Poteva... Rick, puoi venire qui? Chiese muta.
Castle, per la seconda volta, fece per lanciarsi nella sua direzione, ma suo padre, silenzioso ed efficiente, prese in mano la situazione.
Sciolse il braccio dal suo, glielo mise sulle spalle, la riportò indietro, appena fuori dalla porta, concentrato solo su di lei e non sul suo compito di accompagnarla da Castle o sulla gente che aveva iniziato a mormorare.
"Katie...?". Le chiese premuroso, chinando la testa per toccare la sua, piegata verso il basso. La teneva saldamente in piedi, senza di lui sarebbe crollata.
"Sto bene". Respirò rumorosamente. Si fece aria con una mano. Si chiese cosa stessero pensando tutti.
Jim frugò in tasca per prendere qualcosa che le porse. Kate guardò cosa fosse. Era una caramella perfettamente tonda e liscia.
Suo padre si era previdentemente infilato nella giacca del cibo per lei? Era normale? Facevano così i padri della sposa?
"Sei troppo nervosa e tesa. E non hai mangiato niente, come mi ha confessato qualcuno che ti sta aspettando all'altare e che non so come si stia trattenendo", le sussurrò a bassa voce.
Wow. I suoi uomini che si prendevano cura di lei.
"Hai un calo di zuccheri. Mangiala", le ordinò.
Kate ubbidì, come quando era piccola e pensava che suo padre avesse la risposta a tutte le sue domande e preoccupazioni. Beh, era ancora così.
Davanti a lui che la controllava severo, si infilò in bocca la caramella, il cui contenuto di zucchero venne subito assimilato dal suo corpo. Dopo qualche istante iniziò a stare meglio, la vista tornò chiara, le gambe forti, le guance rosee.
Si raddrizzò, finalmente pronta e rasserenata. Il padre non le toglieva gli occhi di dosso.
"Andiamo", annuì.
"Sicura?", le chiese per l'ultima volta.
Sono sicura. Vado a sposarlo. Niente può fermarmi.
