"Castle? Che cosa ci fai qui?".
Un Kate esterrefatta sulla soglia di casa guardò prima lui e poi abbassò gli occhi sul telefono che stringeva in una mano, senza capire come Castle si fosse materializzato di fronte a lei.

L'aveva chiamata e, senza molti giri di parole, le aveva chiesto se ci fosse qualcuno con lei. Kate non aveva risposto a quella sua uscita tanto diretta che era così poco da lui, di solito sempre molto attento a cogliere i sottintesi e a parlare per metafore, con lei.
Kate aveva deviato il discorso, ringraziandolo ancora una volta – aveva trovato irritante questa versione di Beckett politicamente corretta. Voleva quella sarcastica e pungente.
Castle aveva preferito stare al gioco. Le aveva chiesto, di nuovo, come stesse e lei aveva risposto, come era prevedibile, che andava tutto bene.
Aveva capito dalla sua voce che, invece, non era così. Non era riuscito a individuare se si trattasse di dolore fisico o, peggio, se il problema risiedesse altrove. In ogni caso aveva subito deciso che, ne fosse consapevole o meno, aveva bisogno di compagnia. La sua.
Se nessun altro era disposto a prendersene cura, l'avrebbe fatto lui. E non perché si trattava di lei. Ovvio che no. Nessuno meritava di rimanere da solo dopo un'esperienza del genere. Era stata colpita, ferita e adesso doveva starsene da sola in un appartamento vuoto, magari dolorante o esausta? Nossignore. Non se lui poteva fare qualcosa a riguardo.

Aveva teso l'orecchio per cercare di captare qualche rumore che segnalasse la presenza di qualcuno, ma solo per scrupolo. Era già sicuro che non ci fosse nessuno con lei. Dopo una rapida ricognizione, a parte il suo respiro lieve, non aveva sentito altro, confermando i suoi sospetti.
L'aveva lasciata parlare e solo durante una pausa, quando Kate aveva esaurito tutti i convenevoli, le aveva ripetuto la domanda.
C'è qualcuno con te, Kate?
Sapeva di essere stato troppo brusco. E che a lei non piaceva ricevere pressioni, finire in un vicolo senza uscita.
Aveva risposto di no. A voce bassa, quasi vergognandosi. Si era aspettato che reagisse con rabbia, dicendogli di pensare agli affari suoi.
Subito dopo si era sforzata di tornare vivace e gli aveva raccontato i suoi progetti per la serata, cambiando di nuovo discorso.
Con un tono di voce brioso gli aveva parlato di un romanzo che non vedeva l'ora di proseguire e quale migliore occasione che un'intera serata con la certezza che non l'avrebbero chiamata dal distretto. E doveva anche studiare per l'esame. Castle l'aveva lasciata parlare. Aveva atteso che i picchi di allegria si smorzassero. Gli faceva tenerezza accorgersi di quanto impegno stesse profondendo nel suo intento di convincerlo che andava tutto bene. Anche se sapevano entrambi che non era così.

Dopo qualche minuto di conversazione stentata, gli aveva confessato, mentendo, di sentirsi un po' assonnata e che, per quanto fosse un piacere parlare con lui – Castle aveva quasi dovuto allontanare il telefono dall'orecchio, di fronte al nuovo effluvio di cortesia-, doveva proprio salutarlo.
Castle le aveva augurato buona notte e aveva riattaccato. Sapeva di essere stato troppo asciutto, ma non aveva voluto dire qualcosa di cui si sarebbe pentito in seguito. Perché era arrabbiato, e molto.
Inoltre, uno strano istinto primordiale si faceva vivo in lui, spazzando qualsiasi altra logica considerazione, quando la percepiva in pericolo. Apparente o reale. Ed era quello che stava succedendo in quel momento.
Non aveva voluto trattenerla a chiacchierare con lui perché avrebbe capito subito le sue intenzioni. E non per via della telepatia che ancora, a sorpresa, condividevano. Ma perché avrebbe collegato gli indizi. Il rumore delle chiavi, la sua voce che rimbombava in ascensore, il frastuono del mondo esterno.
Avrebbe capito che stava andando da lei e l'avrebbe fermato. Per dimostrargli che era una persona indipendente – testarda, avrebbe corretto lui -, che non aveva bisogno di nessuno e che non c'era nessun motivo al mondo per preoccuparsi, visto che non era successo niente.

Era salito in auto e aveva attraversato la città, fermandosi a prendere gli ingredienti per la cena che aveva in mente di prepararle. Non sapeva cosa avesse in casa e, soprattutto, non voleva invadere la sua cucina aprendo armadietti a caso.
Nel frattempo aveva continuato a scriverle, perché non si insospettisse. Era chiaro a entrambi che non era andata a dormire, visto che non aveva smesso di rispondere ai suoi messaggi. Si era trattato solo di una scusa perché si era sentita troppo esposta quando lui aveva voluto sapere perché, in sostanza, Greg non fosse con lei. L'aveva messa con le spalle al muro, intravisto una scomoda verità che lei non aveva intenzione di mostrargli.
Rispettava la sua privacy e la sua relazione. Però gli si frantumava il cuore pensarla da sola mentre stava male, o era solo triste o, come aveva dimostrato, aveva voglia di parlare con qualcuno.

Castle rimase sulla porta, aspettando di essere invitato a entrare. Sapeva di averla ingannata, presentandosi a sua insaputa, e voleva darle il tempo di ponderare gli eventi, per valutare se cacciarlo di casa o meno.
Era comunque convinto che lei dovesse aver anticipato le sue mosse, perché non sembrava così sorpresa come aveva voluto lasciargli intendere. Forse lo aveva desiderato. No. Era meglio non infilarsi in quel sentiero. Avrebbe portato a molti altri interrogativi che non avrebbero mai avuto una risposta. Lo sapeva perché si era già infilato in quel ginepraio innumerevoli volte e aveva deciso che, per il benessere di tutti – in particolar modo del suo – doveva continuare a considerarla una specie di divinità sacra che gli era preclusa per sempre.
Gli sarebbe bastato che accettasse la sua presenza e gli permettesse di starle accanto. Cosa che fece. Non disse niente, ma si scostò appena, per lasciarlo passare, senza che lui dovesse spiegare il motivo della sua presenza.
Castle armeggiò con le buste che gli stavano tagliando le dita, cercando qualcosa al loro interno che non trovò subito, cosa che lo irritò più del previsto. Kate attese paziente osservandolo con curiosità. Non era ancora riuscito a darle un'occhiata seria, si lamentò con se stesso. E adesso stava perdendo tempo per cercarle quello stupido regalo che aveva comprato al volo per non arrivare a mani vuote. Cibo e medicinali esclusi.
Finalmente lo trovò. Era malconcio, ma aveva ancora un aspetto dignitoso.
"Tieni. È per te", mormorò, porgendoglielo.
Kate lo prese tra le mani. Era un minuscolo vasetto da cui era fuoriuscita metà della terra contenuta in origine. Al centro, viva per miracolo, c'era una piantina. Forse, definendolo "dignitoso", si era mostrato troppo ottimista.
"Castle, mi hai portato un cactus?", gli domandò stupefatta, mentre un sorriso stava già facendo capolino nei suoi occhi.
"No. Usiamo i termini pertinenti, visto che esistono nella nostra lingua. Non è un cactus. È una pianta grassa", precisò con tono sostenuto.
"Oh, capisco. Una pianta grassa che è sopravvissuta a una devastazione planetaria? O forse ho fatto una scelta semantica poco pertinente?".
A quel punto aveva cercato di dominare una risata, senza riuscirci. Castle era contento già solo per il fatto di averla fatta divertire.
Avrebbe voluto portarle dei fiori, come si conveniva in quelle circostanze. Un mazzo colorato legato con un filo di seta. Non rose, ovviamente no. Qualcosa che la facesse sorridere, che regalasse un po' di vita alle guance pallide. Ma non poteva certo presentarsi con un omaggio floreale. Non competeva a lui.
Aveva quindi preferito, a differenza del solito, mantenere un profilo discreto. Una piantina sarebbe passata inosservata.
Forse si stava facendo troppi problemi. Un fiore è un fiore. Nient'altro. Non è niente di compromettente. Perché, quindi si sentiva sempre così colpevole, quando si trattava di lei, come se una freccia luminosa lo indicasse come la persona più disonesta del circondario?
Preferì evitare di riflettere sulla sua coscienza sporca, ma si concentrò, invece, sulle sue condizioni fisiche.
Kate era tornata a sedersi sul divano, da cui si era alzata, indovinò, per andare ad aprirgli. C'era una coperta a terra, che doveva essere finita lì nel trambusto del suo arrivo. Qualche giornale, un libro aperto appoggiato capovolto – forse c'era davvero un romanzo che aveva voglia di leggere, ma non si trattava di uno dei suoi.
Indossava una maglietta bianca a maniche corte che non aiutava a farla apparire più in forma, ma che, invece, faceva risaltare le occhiaie violacee.
La vide passarsi una mano tra i capelli e gli apparve stremata. Non l'aveva lasciata in quelle condizioni, all'ospedale. Né, in tutta sincerità, gli sembrava che quando successo nel pomeriggio potesse averla provata tanto. Una persona normale, sì. Kate Beckett, no. Era impossibile.
Doveva esserci dell'altro. E temeva di sapere già di cosa si trattasse.
Kate aveva appoggiato il vasetto sul tavolo di fronte a lei. Lo osservò per qualche istante, sorridendo, poi si rivolse a lui.
"Grazie per il pensiero. Almeno se morirà non sarà stata colpa mia. È arrivata già agonizzante".
Un bagliore della vecchia Kate. E tutto per una pianta semi viva che aveva visto giorni migliori. Aveva voglia di uscire e comprarle una serra intera. Un'orchidea. No, troppo banale. E poi l'avrebbe fatta fuori in due giorni, conoscendo il suo pollice verde.
Notò che continuava a ringraziarlo. Avrebbe voluto affrontare l'argomento: Kate, smettila. Sono io. Non ce n'è bisogno. Avrebbe potuto perfino usare la loro vecchia frase in codice: "È a questo che servono i partner", ma gli sembrava fuori luogo. Perché diamine era così cortese e, proprio per questo, inaccessibile?
Che cosa le aveva fatto qualcunoper ridurla così? Se lo chiese dopo averle annunciato che avrebbe preparato la cena e che se la sarebbe cavato da solo, senza ottenere in cambio nessuna protesta.
Così silenziosa, assorta, impenetrabile. Qualcosa la preoccupava. La fronte era aggrottata e si torceva continuamente la stessa ciocca di capelli senza riuscire a smettere.

Era strano essere tornato nel suo appartamento, si disse mentre armeggiava con quello che aveva a disposizione. Se ne rendeva conto solo ora.
L'ultima volta che aveva messo piede lì dentro, dire che le cose erano sfuggite di mano a entrambi era un eufemismo troppo generoso.
Non ricordava di essere mai stato tanto arrabbiato come quando l'aveva accusata di sapere da tempo che lui l'amava. La peggiore dichiarazione di sempre, che faceva il paio con quando le aveva confessato il suo amore solo in punto di morte.
Non avrebbe di certo vinto un premio come miglior corteggiatore. L'aveva amata così tanto in quel momento, con lei che non lo aveva quasi ascoltato, pensando solo alla sua guerra personale – forse quella contro se stessa -, da aver provato l'insopprimibile desiderio di prenderla di peso e portala via. Lontana dal pericolo e da se stessa, che a quel punto erano le due facce della stessa medaglia.
Ma si era costretto a fare un passo indietro ed era stata la cosa più difficile che avesse mai fatto nella sua vita. Andare via e lasciarla libera di scegliere tra lui e il passato che minacciava di travolgerla. Non poteva continuare a starle accanto a vederla rovinarsi la possibilità di essere felice con lui, che avrebbe dedicato il resto della sua vita a quello scopo. Ma doveva essere una sua scelta, non poteva costringerla. Quindi le aveva detto che era finita. Aveva atteso che lo fermasse, l'aveva desiderato con ogni cellula del suo corpo, ma lei era rimasta immobile e silenziosa. Non lo amava allo stesso modo. Forse non lo amava del tutto. Quando si era chiuso la porta alle spalle il dolore l'aveva prostrato al punto da rendergli faticoso respirare.
Tutto quello che voleva era dentro all'appartamento che aveva appena lasciato. Quello in cui si trovava adesso. Ed era ancora tutto quello che voleva.