Un suono penetrante e fastidiosamente insistente lo strappò da un sogno alquanto confuso e angosciante, in cui qualcuno gli tirava addosso, ripetutamente, oggetti dagli spigoli puntuti; si trovava nell'ufficio del despota, ma dietro l'imponente scrivania non vide suo padre, c'era invece Monsieur, vestito con la tipica giacca scarlatta della divisa classica da caccia alla volpe, che gli lanciò un vocabolario di francese. In un attimo venne letteralmente sommerso da una gragnola di volumi rilegati che piovevano da tutte le parti, senza poterli schivare o respingere, mentre il Prof. rideva satanicamente, ripetendo "datti all'ippica" con l'accento sbagliato. Si svegliò di colpo.

Aprì gli occhi inquadrando comodino e sveglia, che spense con una manata, poi si rese conto che non riusciva quasi a muoversi perché era avvolto, anzi incastrato, in un contorto intrico di lenzuola e coperte, da cui riuscì ad emergere con notevole difficoltà. Evidentemente quell'incubo doveva essere durato per gran parte della notte, se aveva ridotto il letto in quello stato pietoso, ed era stato così reale che persino ora da sveglio si sentiva indolenzito, come se fosse stato massacrato sul serio. ~ Non immaginavo di aver già bisogno dello strizzacervelli… ~ Scalciò via l'ultimo groviglio che lo tratteneva come un tentacolo, scorse alcune chiazze verdognole sulle gambe e improvvisamente si ricordò – Dannato Hockey! Ecco perché mi fa male ovunque… –

Soffocando uno sbadiglio, vide che la mano destra si era quasi del tutto sgonfiata, poi, socchiudendo gli occhi, si crogiolò per qualche secondo in una specie di sadico fumetto, in cui un leprotto molto kawaii trotterellava ignaro verso di lui, e, regalando al paffuto roditore un'altrettanto degna 'sepoltura letteraria', un ghigno soddisfatto comparve sulle sue labbra: ecco, ora poteva dire di aver pareggiato i conti con il suo subconscio.

Sbadigliando ancora, parecchio rintronato di sonno, si tolse maglietta e calzoncini che fungevano da pigiama, guardandosi attorno, senza riuscire ad individuare borsone da calcio e tuta; poi, dopo un attimo di smarrimento, gli venne in mente che la sera prima aveva lasciato tutta la sua roba in bagno, così decise che si sarebbe vestito direttamente di là e si spogliò completamente.

Prima di uscire dalla sua camera si assicurò, con una rapida occhiata, che non ci fosse nessuno nei paraggi e attraversò di corsa il corridoio. Non che si vergognasse della sua nudità, Karen anagraficamente avrebbe potuto essere tranquillamente sua nonna, ma, se avesse scoperto tutti quei lividi, avrebbe di certo biasimato Mikami per aver approvato che facesse qualcosa di abbastanza pericoloso da procurarglieli; figurarsi se avesse anche soltanto intuito che, addirittura, era stata proprio una sua idea.

E poi non aveva la minima intenzione di regalare al cuginastro, così facilmente, più di un motivo per sfotterlo. Ripensandoci, l'unica persona che in dodici anni lo avesse mai visto "come mamma lo aveva fatto" era stata, effettivamente, soltanto… la mamma. Sorrise a metà. Avvertiva ancora la stanchezza dovuta all'allenamento supplementare e quella mattina se ne sarebbe stato, davvero più che volentieri, a riposare ancora un paio d'ore a letto. ~ Magari, però, senza fare altri sogni assurdi… ~ sbadigliò ancora.

Tanto, a che pro dover soltanto assistere a una fiacca partita contro una squadretta tatticamente inesistente come il Borussia MG 1, che finora non era mai salita oltre metà classifica; oggi sarebbe stato ancora più frustrante del solito dover restare come sempre a scaldare la panchina: detestava sentirsi inutile ma, soprattutto, inutilizzato. Non pretendeva di certo di poter essere già entrato nelle grazie del Mister, ma almeno che gli riconoscesse, non solo verbalmente, i miglioramenti che pensava di avergli ampiamente dimostrato; poteva perlomeno cominciare a metterlo alla prova in campo, magari proprio durante una partita dall'esito prevedibile come quella.

Trovò la cucina deserta e silenziosa, a fargli compagnia solo la colazione in tavola; c'era però anche una pastiglia posata su un piattino da caffè, sicuramente un pensiero di Tatsuo. Il suo sorriso si distese un po' di più. Era un peccato che Niko stesse ancora dormendo perché, come ogni venerdì sera, era andato, come la chiamava lui, a 'caccia di galline' e sicuramente era rientrato a notte fonda; stavolta avrebbero potuto fare a gara a chi mangiava di più senza dare troppo per scontato il risultato, perché, con la fame da lupo che si ritrovava, spazzolò praticamente tutto quanto.

Mentre stava per uscire di casa, rifletté e tornò indietro; prese l'aspirina, la avvolse in un lembo di tovagliolo di carta e la infilò in tasca, dovesse servire; casomai, proprio oggi, il destino volesse ricompensare la sua costanza, o, dato che gli avversari odierni non rappresentavano assolutamente un serio pericolo, casomai proprio oggi, al povero affaticato Hans venisse accordato il meritato riposo. Eterno, magari.

* * *

Alla "Jenisch", Genzō trovò gran fermento e un inconsueto affollamento di studenti, mentre lui stava ancora carburando, molto lentamente, come un vecchio diesel; la luce accecante di quella limpida giornata di sole, gli schiamazzi che penetravano nel suo cervello come aghi, il brulicare di troppe persone che gli passavano accanto: tutto, in quel momento, cozzava decisamente con i suoi sensi rallentati.

Prese da parte il preparatore atletico propinandogli una vaga quanto improbabile storiella su un incidente domestico, per giustificare la fasciatura, a cui però non credette e lo rimproverò, sostenendo che stesse soltanto accampando una scusa solo perché non aveva voglia di fare riscaldamento. Coach Bähr, invece, avendo ascoltato la conversazione, intervenne liquidando seccamente le proteste del suo secondo e lo mandò direttamente in panchina, dove il portiere si rintanò nell'angolo più lontano con la visiera del fidato cappellino rosso ben calcata sugli occhi.

Data la sua usuale poca propensione ai favoritismi, era perciò evidente che qualcuno lo avesse preventivamente informato della situazione, altrimenti anche lui non gli avrebbe certamente risparmiato un'ulteriore ramanzina; presumibilmente l'allenatore era perfettamente al corrente del suo temporaneo reclutamento alla "HHH", o chissà, magari persino complice di Mikami.

Durante il primo tempo, la partita fu esclusivo appannaggio della squadra di casa: a centrocampo Kaltz e Briegel non lasciarono agli avversari il minimo spazio di azione e un Kaiser in grande spolvero spazzò subito via la difesa della BMG con una tripletta, assicurando il risultato e condividendo persino una fettina di gloria con Klaus, che, segnando comunque grazie ai suoi assist, alla fine dei primi quarantacinque minuti raddoppiò il vantaggio. Perciò, per il secondo tempo, il Mister decise di far rimanere Schneider in panchina e, a quasi un quarto d'ora dalla fine, la "J" stava vincendo 6-1, infatti, era bastata una piccola distrazione dei difensori che EmmentHans almeno un goal era riuscito, comunque, a prenderlo, giusto per non smentirsi del tutto.

Sarebbe stata molto più vivace una partita di bocce al Centro Anziani di Poppenbüttel. Ripensando al via vai che aveva notato appena arrivato, si ricordò che quel giorno, in contemporanea alla Liga, si disputavano anche diversi importanti match del torneo giovanile di Tennis. Così Genzō decise di sgattaiolare via, calcolando che poteva ancora seguire l'ultima parte del doppio che vedeva impegnati i suoi due amici otaku-tennisti; tanto, sicuramente, il resto della squadra non si sarebbe nemmeno accorto della sua assenza, ma, soprattutto, non avrebbe continuato a sbadigliare dalla noia.

L'altra scuola era data per favorita, ma i due compagni, affiatati e motivati, stavano dando parecchio filo da torcere alla coppia rivale, che, alla fine, anche se di misura, venne sconfitta. Scese dagli spalti e raggiunse la panchina per salutare e congratularsi, scavalcò la ringhiera e rimase poi insieme a tutti gli altri del club a bordo campo, ad aspettare che i vincitori si cambiassero, chiacchierando, mentre alcuni ragazzi che avevano fatto da raccattapalle improvvisarono qualche scambio sulla terra battuta. Al campo da calcio, il triplo fischio dell'arbitro aveva appena sancito uno schiacciante 8-1, ma il portiere si era totalmente scordato di dover tornare in tempo prima della fine.

* * *

A incontro terminato, i componenti della "J" si organizzarono per festeggiare la vittoria decidendo di andare a pranzo tutti assieme ad Amburgo e poi trascorrere il resto del pomeriggio in città. Kaltz si guardò attorno, cercando invano: Wakabayashi era sparito. Il Mister sembrava non essersi reso conto che il suo secondo portiere non era negli spogliatoi, ma era meglio non farglielo notare esplicitamente, così si limitò a guardare interrogativamente Karl che gli rispose stringendosi nelle spalle.

Genzō era stato insolitamente cupo e taciturno, troppo anche per uno scontroso come lui; perciò Herri, memore dell'incazzatura del giorno prima e preoccupato per la fasciatura alla mano, nonostante lui avesse meticolosamente tentato di nasconderla, voleva sapere cosa fosse successo. Decisero allora di fare un giro di perlustrazione e si fermarono, trovandolo pacifico, nei pressi del campo da Tennis.

– Mi domando che cosa ci azzecchi con quelli là – affermò il centrocampista, indicando i compagni di classe con un movimento del suo immancabile stecchino. Schneider strinse appena le labbra – Sono fatti suoi con chi si relaziona, credo… – commentò indifferente. – Uh, per carità, sicuro. Non sto mica discutendo la personale scelta dei propri amici, non travisare le mie parole… – L'altro non replicò, tanto Herri stava già tirando da sé le somme del suo ragionamento filosofico. – Non dico che loro non sono alla sua 'altezza', o viceversa, per carità. Ma, lo sai benissimo che sono una casta così chiusa che non entri manco se sei un discendente dell'Imperatore Franz Joseph… 2

– Eppoi, quelli sono tipi che fanno gruppo compatto, da "uno per tutti, tutti per uno", mentre lui, invece, è uno contro tutti, cioè, una specie di… Lupo Silenzioso. Per questo non ce lo vedo proprio a fare comunella con i teneri coniglietti; così come non riesco proprio ad immaginare i fumettari che abbassano il ponte levatoio e fanno entrare lo straniero nel loro castello. Rende meglio l'idea? – Ma il Kaiser sembrava non ascoltarlo nemmeno: gli occhi azzurri erano puntati attentamente da tutt'altra parte, così anche Kaltz guardò, borbottando – Che bello parlare da soli… – Poco dopo emise un fischio prolungato di stupore, a causa del quale sputò persino lo stecchino.


A un certo punto, mentre il gruppetto commentava i risultati del torneo e la relativa posizione in classifica della squadra, qualcuno dalla parte opposta del campo lanciò un urlo – Attenzione, palla! – Una saetta verde stava per finire dritta in faccia del compagno alla sua sinistra, ma una mano più veloce l'aveva già bloccata prontamente, con presa sicura, attirando gli sguardi impressionati di tutti i presenti.

La restituì al maldestro tennista che era intanto accorso – Non ha preso qualcuno, vero? Mi spiace, il mio rovescio ogni tanto va per conto suo – si scusò mortificato. Genzō aveva notato il movimento scomposto del ragazzo con la coda dell'occhio e, intuendo istintivamente la pericolosa direzione della pallina, aveva piazzato la mano davanti all'amico, interrompendone la traiettoria ed evitando che venisse colpito.

Subito tutti si accanirono sulla scarsa tecnica del giovane membro del club – Cerca di stare più attento, McEnroe dei poveri! – Poi guardarono Genzō con aria mistica – Wow, grandioso! Come hai fatto? – Il portiere si rese conto di essere lui, ora, al centro dell'attenzione generale, e si schernì a disagio – Ma no, niente, è stato solo un caso. – I due otaku-tennisti erano appena ritornati dagli spogliatoi e, incuriositi dal vociare, furono immediatamente messi a conoscenza, con profusione di iperbole, del suo gesto eroico, mentre lui cercava inutilmente di minimizzare.

– Macché fortuna: tu hai dei superpoteri! – insistette lo scampato all'impatto. – Joch, scommetto il tuo Spiderman numerato da collezione che il nostro 'Uomo Ragno', qui, – lo indicò puntando il pollice, – riesce a prendere al volo anche il tuo servizio migliore – si rivolse poi a quello che veniva considerato da tutti il capo del "club del fumetto".

– Cosa stai farfugliando Imma? – Genzō finse di cadere dalle nuvole, anche se aveva capito perfettamente a che genere di sfida lo volevano sottoporre, anzi, stava proprio cercando uno spiraglio per evitare di ritrovarcisi invischiato. A Nankatsu, in qualità di capitano della Shutetsu, doveva preservare la sua reputazione di fenomeno imbattibile, quindi molte volte si era esibito, spesso anche solo per pura vanità, come il portiere fuoriclasse che parava qualsiasi cosa (palle di ogni tipo e dimensione ma anche libri e quaderni: per delucidazioni chiedere al despota).

L'attuale condizione di riserva, invece, ogni giorno gli ricordava inesorabilmente che, nonostante molte volte si fosse ripromesso, attenuando, seppur di poco, la sua tipica arroganza, avrebbe voluto dimostrare quanto valesse come giocatore, ma ad oggi non era ancora riuscito, ahimè, a fare qualcosa di concreto per sbloccarla.

Pertanto, in quel frangente, l'idea di mettersi in mostra per il gusto di farlo non gli sembrava poi così allettante. Ma intanto, mentre tergiversava, gli altri avevano già deciso al posto suo: il raccattapalle dal mediocre rovescio consegnò la pallina incriminata a Jochem, che estrasse la racchetta dalla custodia e si dispose dietro la linea di fondo nell'altra metà campo, pronto a servire, mentre Immanuel lo sospingeva all'interno del terreno di gioco sorridendogli furbescamente.

Il portiere si rassegnò, ormai lo avevano messo in corner; sistemò il cappellino nel consueto rito di concentrazione, poi fletté leggermente le ginocchia, pronto a ricevere. Il tennista fece rimbalzare la pallina, calibrò il lancio e poi batté deciso, imprimendo forza nel colpo portando avanti il busto e assecondando, così, il movimento della racchetta verso il basso. Joch aveva davvero un ottimo servizio: veloce, preciso, che sibilò appena sopra il nastro, senza però sfiorarlo, e si diresse verso l'estrema destra della sua metà campo, quasi al limite della linea di battuta.

Dalla posizione assunta dal suo braccio, Genzō si sarebbe aspettato un tiro meno angolato, ma di cui aveva ugualmente intuito la direzione; balzò velocemente due passi avanti ponendosi sulla sua traiettoria, piegò il ginocchio destro allungandosi quel tanto che bastava, torcendo di poco il busto per non dover usare la mano infortunata, e, prima che potesse rimbalzare, lasciando un segno sulla terra rossa, aveva invece saldamente afferrato la pallina con la sinistra.


Mentre Kaltz continuava a far macinare chilometri alla sua inossidabile lingua, il Kaiser era stato distratto, o meglio, la sua attenzione era stata catturata dal movimento repentino fatto da Wakabayashi nel suo fortunato salvataggio. Lui non aveva nemmeno capito da dove fosse partito il tiro, e comunque loro due erano più lontani rispetto agli altri, ma dovette lo stesso riconoscere al portiere dei riflessi eccellenti.

Quando notò che il conciliabolo tra fumettari assumeva una connotazione solenne, e sembrava avere proprio Genzō come oggetto, un po' per curiosità, un po' per evitare di doversi sorbire le solite, trite, lagne di Herri, si mise ad osservare attentamente, cercando di capire quello sarebbe successo di lì a poco.

Doveva ammettere che non si sarebbe mai aspettato un esito del genere. Quando aveva intuito le loro intenzioni, il suo interesse era calato drasticamente a picco: nessuno avrebbe potuto prendere al volo un servizio ben fatto, non senza una racchetta da tennis, perlomeno. Invece il nipponico lo aveva straordinariamente smentito, e persino il centrocampista dalla lingua più veloce dell'Ovest si era zittito.

Era scattato nella direzione che, ancora presumibilmente, la pallina stava per prendere, giusto una frazione di millesimo di secondo prima che lo facesse, riuscendo a bloccarla senza guanti e nemmeno troppo sforzo, anzi, persino con un pizzico di sbruffoneria, avendo addirittura usato la sinistra nonostante la sua mano naturale fosse la destra. Stavolta Herri era rimasto ammutolito sul serio, così Karl si costrinse ad interrompere quel piccolo scampolo di quiete mentale per fugare ogni minimo dubbio. – Da quando Genzō è diventato mancino? – chiese. – Da mai. Che fosse ambidestro nello sport io non lo sapevo, almeno fino ad ora; ma in classe ti assicuro che scrive con la destra. –

L'amico evidentemente non aveva notato che il portiere aveva volontariamente evitato di sforzare la mano fasciata, e glissò – Dì, ma: hai visto? – Domanda inutile e retorica alla Kaltz. – Sì, notevole – rispose ugualmente. – Notevole? Sticazzi… Ha fatto un numero da circo, e tutto quello che sai dire è notevole? Ma ripigliati, Kaiser! – si batté il palmo della mano sulla fronte. – D'accordo, lo ammetto: decisamente notevole – acconsentì con un sorrisetto accennato agli angoli della bocca. – Io te l'avevo detto! – concluse, vittorioso, il centrocampista.


Un'esclamazione di meraviglia generale ruppe il silenzio e risuonò come se fossero stati al Centre Court nella finale di Wimbledon. Joch era rimasto male, poverino, ma purtroppo, quando indossava i panni dell'S.G.G.K., non guardava in faccia nessuno: né i nemici né tantomeno gli amici. Imma, invece, praticamente appeso al braccio del portiere, come se ormai fosse diventato una sua proprietà, era più che felice di potersi accaparrare l'ambito premio, ma ancor di più per aver vinto una scommessa contro il "capo", e si pavoneggiava sfottendolo come se il merito fosse anche un po' suo.

Per distrarlo ed evitare che ricominciasse con quella scemenza de "l'Uomo Ragno" e i superpoteri, gli suggerì che forse avrebbero dovuto fare, perlomeno, a metà della vincita. Il ragazzo, subito, si rattristò al pensiero, ma poi colse il sadico doppio senso della proposta e accettò entusiasticamente di dividere, esattamente in due parti, il pregiato volumetto, mentre l'amico inorridiva, pallido come un cencio, tappandosi le orecchie per non dover assistere a tale scempio, seppur virtuale.

In quel momento di ilarità Genzō si sentì osservato e, con la coda dell'occhio, scorse due figure familiari: Kaltz e Schneider. ~ Scheiße, la partita… ~ Aveva completamente dimenticato. Da quanto tempo erano lì a guardare? Non gli andava molto a genio che il Capitano pensasse che si divertisse a fare spacconate. Si girò nella loro direzione e fece cenno di attenderlo staccando Imma dal suo gomito; mentre si allontanava, Joch gli chiese se volesse unirsi a loro per andare in fumetteria. – Ehm, vediamo. –

Raggiunti i due compagni di squadra, con un'aria studiatamente colpevole, si informò – Quale punizione mi attende? – Herri lo rassicurò – Tranquillo, il Mister non se n'è nemmeno accorto… – Dallo sbuffo sardonico del Kaiser e dalla smorfia 'addolorata' del portiere, si rese conto di aver fatto una gaffe. – Cioè, nessuno si è accorto che te ne sei andato… – peggiorò ancora. – Cioè, non volevo dire che a nessuno frega… – Ormai era sprofondato in un complicato rigiro di malintesi da cui non riusciva più a uscirne, impantanandosi sempre più nella figuraccia, mentre gli altri due lo compativano con un complice sorrisetto di scherno. – Basta, ci rinuncio. Possiamo andare adesso? – Lo misero al corrente dei piani che avevano fatto con gli altri della "J" e si incamminarono.

– Saluto gli altri e vi raggiungo – esitò Genzō sbirciando dietro di sé. Kaltz annuì, ma Schneider lo trattenne verbalmente – È soltanto una proposta. Se hai altri programmi per oggi, non sei obbligato a rinunciare se non ti fa piacere. – Lo fissò stupito, non sapeva come regolarsi in quel momento: da una parte avrebbe preferito di gran lunga trascorrere il pomeriggio con i fumettari che, non solo apprezzavano la sua compagnia, anzi, la reclamavano, dall'altra c'era il solito senso del dovere, per cui era disposto persino a tollerare l'antipatia degli altri che, analogamente, mal sopportavano la sua presenza durante queste uscite collettive.

Ora il Capitano gli stava dando una specie di permesso ufficiale per non partecipare; oppure voleva soltanto metterlo alla prova per saggiare il suo spirito di squadra? In ogni caso doveva dare una risposta, così cercò di capire, dallo sguardo del Kaiser, se ci fosse o meno un doppio fine; incrociandone l'azzurro intenso riconobbe, senza ombra di dubbio, la totale limpidezza di intenti. Qualcosa poteva anche averlo reso più freddo, ma sicuramente Karl-Heinz non era né subdolo né falso.

Quell'invito era davvero tale e lasciava trasparire la sua indole assolutamente schietta, sincera, e nemmeno poi così indifferente, se aveva capito che il nipponico, sebbene non fosse esattamente entusiasta, avrebbe ugualmente esaudito una richiesta ufficiale del suo Capitano. Evidentemente il portiere era riuscito a comunicargli tutto ciò solo con lo sguardo, perché Schneider non attese una sua conferma verbale, concludendo per tutti – Allora buon fine settimana, a lunedì. – Herri protestò un po' deluso e Genzō lo rassicurò – Sarà per la prossima volta. –

* * *

Pranzarono in un piccolo bar a Sasel che proponeva un bizzarro menu dai nomi presi a prestito dal mondo dei film di fantascienza e dei fumetti: si poteva ordinare uno Star Wars, farcito con salsiccia, formaggio, crauti e peperoni, che alludeva alle indubbie guerre intestinali che sarebbero occorse durante la digestione, oppure un Superman, contenente un non ben precisato ingrediente segreto chiamato, molto originalmente, kriptonite, e, infine, innaffiare il tutto con la tipicamente azzurra Birra Romulana.

Era una banale strategia commerciale, ovviamente voluta, dovuta al fatto che, trovandosi in Auf der Heide come la fumetteria, era, di conseguenza, frequentato assiduamente dai suoi clienti abituali, che trovavano l'idea assolutamente geniale.

Mentre attendeva fuori dalla bolgia del minuscolo locale che uscissero tutti, come al solito, sempre molto lentamente, Genzō si soffermò a guardare le vetture posteggiate nello spiazzo antistante ad una carrozzeria specializzata in auto, non proprio d'epoca, ma, comunque, modelli di serie limitate oppure ormai fuori produzione, orgoglio di appassionati e collezionisti. Anche se lui preferiva un genere più sportivo, doveva ammettere che, in materia automobilistica, i Tedeschi erano dei veri e propri maestri: quel BMW 2002 Cabriolet argento era davvero elegante.

Attraversò la strada per osservarla da vicino, e si fermò sul bordo del marciapiede vedendo Dite che sopraggiungeva, distratta, perché intenta a leggere qualcosa, per evitare che gli finisse addosso. La ragazza si arrestò da sé a un passo da lui, cercando di decifrare il suo foglietto con aria incerta, poi scrollò le spalle e soffiando – Boh – sollevò lo sguardo incrociando il suo. – Oh, ciao Genzō. Anche tu da queste parti? –

– Già. – Indicò la sua lista – Commissioni? – Lei fece una smorfia, sbuffando – Mmm… Avessi capito cosa… – poi sorrise deliziata – Ah, ma tu capiti proprio al momento giusto! – Il portiere sollevò un sopracciglio mentre lei domandava, o meglio, stabiliva – Te ne capisci di macchine e quelle cose lì, no? Ma sì, ovvio: tutti i ragazzi se ne intendono! – e, senza dargli il tempo di replicare, lo afferrò per la manica della giacca trascinandolo verso l'entrata del negozio. Vide che gli altri erano ancora parecchio lontani dall'essere tutti usciti dal bar, ma prese tempo per capire che cosa volesse.

– Ehm, ma… – Lei ignorò la sua esitazione continuando a tirarlo con sé, voltandosi appena per ironizzare – Sempre se sei un maschio… – Rispose alla sua provocazione additandosi i pantaloni – Credo proprio di sì. – Gli fece notare, con un movimento del didietro, che anche lei indossava una tuta da ginnastica; poi lo incalzò – Allora, vieni con me? – Non aveva mai rifiutato una richiesta di aiuto di una ragazza, così la seguì senza farsi più trainare e togliendole di mano il foglio. – Ok. –

All'interno del locale, Dite, spaesata, si diresse verso i treni di gomme, ma quello che doveva acquistare, secondo le indicazioni scritte, si trovava da tutt'altra parte; così, ora, fu Genzō ad afferrarla per una manica, per guidarla tra gli scaffali, finché non adocchiò quello che cercava. – Ecco, è quello. – Lei confrontò il biglietto con la scritta sulla tanica di olio motore e sorrise tutta contenta – Ma allora te ne intendi davvero! –

– Se avevi così poca fiducia, allora perché mi hai chiesto di aiutarti? – replicò stranito. Lei rise. – Beh, mettiamola così: se dovevo fare una brutta figura, almeno sarei stata in buona compagnia. – Assunse un'espressione particolarmente contrariata cercando di farla sentire colpevole per la sua totale mancanza di tatto, senza però riuscire a celare un sorriso divertito dietro la sua aria risolutamente offesa.

Capitolò definitivamente quando lei "implorò il suo perdono" con una buffa smorfietta; ridacchiò ma, sempre in tono sostenuto, puntualizzò – Non osare mai più mettere in dubbio le mie competenze, signorina! – Prese cavallerescamente le due confezioni e si diresse verso la cassa. – Jawohl! – fece il saluto militare e lo seguì marciando.

Un ragazzo brufoloso dai capelli rossicci li squadrò da dietro il bancone, ignorandoli bellamente e servendo, apposta, un cliente arrivato dopo; poi, anche se erano rimasti soltanto loro due, continuò tranquillamente a farsi i fatti propri sparendo dietro uno scaffale. Dite sospirò stringendosi nelle spalle e Genzō, sulle prime, cercò di attirare educatamente l'attenzione tossicchiando, ottenendo, però, soltanto un nuovo sguardo indifferente; spazientito e irritato dalla maleducazione del commesso, sbatté l'olio sul banco di legno apostrofandolo seccamente – Dobbiamo aspettare ancora per tanto? –

Lei lo guardò ammirata pensando che, dopotutto, il portiere stava facendo, davvero egregiamente, il suo dovere di maschio, dimostrando un piglio deciso e autoritario.

Porse una carta di credito all'odioso magazziniere, che sbraitò strafottente – Guarda che devi pagare in contanti. – Malgrado fosse palesemente indispettita, proseguì tranquillamente – Herr, – gli si rivolse sarcasticamente usando il "Sie", nonostante dovesse avere soltanto pochi anni più di loro, – dovrebbe, gentilmente, metterlo in conto; per questo motivo, le ho mostrato l'American Express a garanzia… – sottolineò pazientemente e scandendo lentamente ogni parola, dando, pertanto, notevole rilievo all'evidente ignoranza del ragazzotto che, molto probabilmente, era appena uscito da una Hauptschule 3 con il minimo dei voti.

Il portiere sogghignò apprezzando la reazione diplomatica ma risoluta della ragazza, riconoscendo che, per essere una femmina, era piuttosto decisa e sicura di sé.

Il simpaticone esibì, ancora una volta, la sua pochezza di carattere e di maniere replicando con la tipica aggressività, gratuita, di chi non ha un adeguato bagaglio lessicale. – Sei ancora minorenne, mocciosetta, perciò questa non può essere tua: quindi, o tiri fuori il grano o aria, che non ho mica tempo da perdere! – Genzō strinse istintivamente i pugni inorridito da così tanta stronzaggine, trattenendosi, però, dal rispondergli quello che si meritava, perché aveva scorto un uomo uscire da una porta con una targhetta "Privato", che intervenne – Qualche problema? –

– È tutto sotto controllo, capo… – Ma questi, avendo evidentemente riconosciuto il nome sulla plastica azzurra, nel restituirla alla ragazza ridusse al silenzio il commesso con uno sguardo torvo. – Mettilo in conto. – Prese un quaderno dotato di rubrica da un cassetto e lo aprì indicando una pagina. – Ma capo… – Mise di nuovo a tacere la sua protesta con un gesto della mano.

– Questo è il… – si interruppe, guardando prima Dite, che arricciò il naso, e poi Genzō, che aggrottò le sopracciglia, – …proprietario della Carrera 911 del '72 – come se quel riferimento dovesse aprire un varco nel suo cervello ristretto. Infatti, il ragazzo evidentemente comprese, perché manifestò una smorfia di malcelata sopportazione e guardò a sua volta i ragazzi con compatimento; poi fece l'immane sforzo di trascrivere diligentemente tutti i dati sul registro.

Il portiere non era riuscito a capire il significato racchiuso in quella penosa scenetta, ma la ragazza evidentemente sì, perché i suoi occhi erano stretti in due fessure le cui iridi erano plumbee come le nuvole cariche di pioggia. Ignorò apposta il magazziniere e si rivolse, seccamente, direttamente al titolare – Alain ha detto che passerà poi stasera per saldare… – che rispose con un cenno di assenso e sparì nel suo ufficio.

Con sommo scazzo, il brufoloso pel di carota si voltò per prendere un sacchetto; lei ne approfittò per dedicare al suo didietro sovrappeso un fotti dito, per poi mimetizzarlo, quando si girò nuovamente, con un sorrisetto acidamente cortese, facendo finta di grattarsi il mento proprio con il dito medio.

Genzō, ancora come un perfetto cavaliere, prese la busta, indirizzando un'occhiata di totale commiserazione all'imbecille, e si allontanò seguito da Dite che, una volta usciti, lo trattenne – Non ne vale proprio la pena prendersela per loro: sono solo due fottuti bastardi. – Ammiccò concorde. Il caratterino della compagna era venuto ancora una volta a galla e, in quel frangente, non essendone stato il bersaglio, ma solo partecipe spettatore, lo aveva trovato piuttosto singolare.

– Però il colore dell'American Express non lo schifano… Nazisti-razzisti! – sibilò furiosa, probabilmente esprimendo un pensiero ad alta voce, perché, quando incrociò il suo sguardo sorpreso, si strinse nelle spalle. Non riuscì a cogliere del tutto quei particolari riferimenti xenofobi, così suppose che, probabilmente, in quel negozio detestassero i francesi con spirito esageratamente patriottico.

L'imprevista incombenza si era risolta più rapidamente di quanto avesse temuto: gli altri stavano aspettando davanti al bar, più incuriositi che impazienti. Attraversando la strada captarono l'ultima parte del commento di uno di loro – …era stato rapito dalla Donna Invisibile. – Così restarono un po' a distanza. – Ti stanno reclamando – indicò il gruppo. – Già… – esitò. – Andate in fumetteria? – Genzō rifletté un istante, annuendo; poi, anche se aveva percepito nei compagni una forte reticenza all'eventuale presenza della ragazza, le chiese comunque, giusto per cortesia – Vuoi venire? – Lei soppesò qualche secondo il suo invito per poi declinarlo altrettanto gentilmente – Alain aspetta il suo olio. – Si ricordò che stava ancora reggendo il sacchetto e lo appoggiò a terra, si sistemò la visiera del cappellino e la salutò – Allora sarà per la prossima volta. –

– Grazie comunque per avermelo chiesto – disse piano sorridendo leggermente. Annuì ricambiando il sorriso e raggiunse gli altri, dopodiché si avviarono. Prima di svoltare l'angolo si girò un'ultima volta in direzione di Dite, notando che stava trascinando la pesante busta, e considerò che, perlomeno, avrebbe potuto offrirsi di accompagnarla.

Mal sopportava le femmine perché di solito erano fragili e piagnucolose, a parte rare eccezioni, e oggi lei lo aveva nuovamente colpito positivamente; l'unico modo che conosceva per dimostrare il suo apprezzamento alle ragazze (ovviamente non inteso romanticamente), senza scadere in assurde smancerie, era quello di offrire il proprio aiuto o protezione, ma ormai il momento era passato.

Imma reclamò l'attenzione del suo eroe personale appropriandosi di nuovo del suo braccio; qualcuno commentò, suscitando consenso generale – Tra soli uomini si sta meglio! – Al portiere, invece, quel loro tipico atteggiamento di chiusura totale, che escludeva categoricamente chiunque non rientrasse nei loro canoni, in quel momento dette fastidio e, contrariamente al solito, lo fece notare con una tagliente frecciatina.

I suoi compagni si guardarono l'un l'altro qualche secondo, imbarazzati, poi Joch, come "capo", diede voce al pensiero evidentemente condiviso da tutti, che assentirono – Io non ho nulla contro Dite Weiss, ma i miei non sarebbero molto contenti… – Mika, l'altro tennista e vice-capo, aggiunse – Credimi, non è per cattiveria, cerchiamo solo di evitare le ramanzine dei genitori. –

Il portiere li squadrò stupito, considerando che nemmeno il despota in persona aveva mai preteso una cosa così allucinante e inaudita, come imporgli di non poter scegliere chi frequentare, facendosi sfuggire parte del pensiero ad alta voce. – È assurdo. – Imma si strinse nelle spalle abbassando mestamente lo sguardo. – Beato te, che puoi discutere con i tuoi. – Un silenzio eloquente confermò, di nuovo, la solidarietà comune. Quell'affermazione così onesta lo spiazzò, e tale implicita, triste, ammissione spiegava perfettamente la vera motivazione del loro fare gruppo così esclusivo.

Quello che aveva superficialmente scambiato per un atteggiamento di superiorità era in realtà soltanto la passiva accettazione dell'imposizione familiare; si rese conto che, in fondo, erano per primi loro stessi a trovare meschino quel comportamento nei confronti di un'altra persona, ma nessuno, evidentemente, aveva sufficiente forza di carattere per imporre la sua volontà di singolo individuo. Il "club del fumetto" non rappresentava solo la semplice condivisione di interessi comuni, era anche un modo per affrontare ognuno le proprie debolezze, facendo fronte comune alle difficoltà del mondo reale, molto più crudele di quello, fantastico, in cui si stavano rifugiando, e ottenere, da quello stretto legame, anche una sorta di protezione dalle sue 'cattiverie'.

Genzō non si era mai unito, realmente, ad un gruppo vero e proprio, al massimo ne era diventato leader, mantenendo comunque un certo palese distacco; la sua indole schiva lo aveva sempre isolato, persino dalle persone con cui aveva rapporti stretti. E i suoi compagni avevano compreso e rispettato il suo essere indipendente: infatti, loro non avevano mai preteso che si uniformasse, era stato in un certo senso 'adottato', come una specie di mascotte, mentre lui si era sentito in diritto di criticarli e giudicarli.

Ora, però, essendosi inconsciamente ricordato dei legami intrecciati a Nankatsu, realizzò, ancora una volta, quanto il sostegno degli amici fosse prezioso, e ritenne che fosse un privilegio potersi considerare parte di questo gruppo.

In quella manciata di minuti, aveva capito parecchie cose sui quei ragazzi e sentiva di essersi avvicinato un po' di più rispetto a prima, così, mettendo in pratica il proposito di aprirsi, permise loro di fare altrettanto rivelando, una volta tanto, qualcosa di più personale. Raccontò dell'attuale distanza fisica con la sua famiglia, minimizzando gli apprezzamenti sui suoi moderni genitori, non volendo essere di nuovo la causa di imbarazzo o amarezza, e lo spinoso argomento precedente decadde allora a favore di reciproche curiosità sui rispettivi parenti.

Quando raggiunsero il "Comics am Sasel: auf, der Heide!", l'atmosfera si era ormai rasserenata totalmente e aveva ripreso la consueta spensieratezza e allegria.

La giornata terminò lasciando in Genzō qualche riflessione; all'inizio erano state mere supposizioni, ora confermate: il suo essere asociale non era evidentemente una condizione voluta ma il risultato dell'esclusione dei compagni. Avvertendo, perciò, molte più affinità con quella strana ragazza di quanto avesse mai immaginato di poter avere, e comprendendo più di chiunque altro il peso della solitudine forzata, si ripromise, solennemente, di non diventare mai, anche lui, complice di quell'ancora incomprensibile presa di posizione nei confronti di Dite Weiss. E decise di cominciare a considerarla una persona con cui avrebbe potuto instaurare un rapporto di amicizia.

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1 Borussia Mönchengladbach
2 Francesco Giuseppe I d'Asburgo
3 Istituto Professionale

Credits e Note:

Lupo Silenzioso: personaggio protagonista del mitico 'librogame' Lupo Solitario creato da Joe Dever | © Edizioni EL


Nota particolare sul nome del negozio di fumetti "Comics am Sasel: auf, der Heide!"

La prima parte, tradotta letteralmente, significa "I fumetti a Sasel"; la seconda, invece, si presta a un gioco di parole:
'Heide' ha il doppio significato di 'brughiera' [die Heide, femminile] ed 'eretici' [der Heide, maschile collettivo].
Il nome della via "Auf der Heide" si traduce, letteralmente, "nella brughiera". [Per chi ha nozioni di tedesco, o, semplicemente, per i curiosi: la preposizione auf nell'uso di stato in luogo vuole il Dativo, e quindi die al dativo femminile diventa der].
Ma dato che 'auf' può essere usato con il significato di "via!" nelle esclamazioni di incitazione, nella mia interpretazione narrativa, l'immaginaria insegna della fumetteria sarebbe così [considerando 'der Heide' come vocativo maschile e quindi non declinato]:

"I fumetti di Sasel: via, o miscredenti!"

Fonti: dizionari on line, dizionari cartacei, farina del proprio sacco, persone madrelingua tedesche [ovvero: questa particolare accezione potrebbe anche essere di carattere più regionale o dialettale].