Capitolo X. Altri modi per uccidere

Gellert si augurava che fosse un incubo. Aveva passato una notte insonne, addormentandosi soltanto alle prime luci dell'alba. Quella casa era troppo vuota e opprimente senza Albus, e il trespolo di Fanny restava vuoto. Si era messo a studiare il sangue di Salazar, confrontandolo con i residui di quello di Voldemort e Bellatrix. Entrambi gliene aveva lasciato addosso, durante il loro duello, e Gellert conservava sempre le reliquie delle battaglie vinte, anche se era stato Harry a finirlo. Lui e Albus, invece, avevano scagliato simultaneamente l'anatema che aveva ucciso Bellatrix.

Scorse le note che aveva preso la sera prima, pervaso dall'ansia febbrile di fare qualcosa. Albus se n'era andato per ciò che lui aveva fatto, e non sapeva neanche tutto. Sal lo aveva sentito, Gellert aveva voluto che lo sentisse... sapeva che l'incantesimo era riuscito, il marchio che gli aveva impresso era stato assorbito dalla pelle del ragazzo, collegandolo direttamente a lui.

Era rientrato, sconvolto da ciò che aveva fatto, provando un senso di colpa bruciante. Non avrebbe mai pensato di fare una cosa del genere a un ragazzino, anche se aveva osato sfidarlo...

"Non è un ragazzino, è Voldemort" si disse risolutamente, tornando a scorrere gli appunti che parevano confermarglielo.

Il sangue di Salazar e Voldemort era identico. Stesso colore e consistenza. Aveva svuotato entrambi i campioni in due pozioni incolori, pronunciando complesse magie. Quello di Sal era sangue antico e forte, il risultato di un rituale oscuro. Lo aveva versato nelle pozioni preparate appositamente per testarlo, che gli avevano rivelato le stesse proprietà. Gellert aveva poi scritto al suo contatto all'Ufficio Misteri, per farsi inviare un prezioso Rilevatore di Essenza. Allora, avrebbe avuto la certezza che Sal e Voldemort erano in realtà la stessa persona e che il padre aveva fatto del figlio un Horcrux permanente, la cui anima non sarebbe mai stata uccisa né corrotta, neanche nella morte.

Il finto Sal, sotto Polisucco, aveva lo stesso e identico sangue di quello vero.
Poteva essere che la Polisucco fosse così potente perché era stato Gellert a prepararla? O era forse normale che il ragazzo non avesse preso soltanto l'aspetto, ma anche il sangue di Sal? Era lui in tutto e per tutto, almeno per quanto riguardava l'aspetto fisico. Per poche ore, aveva stretto e dominato un ragazzo con il sangue di Voldemort, che però non era Voldemort...

Ma quel sangue non avrebbe forse dovuto fornire, in automatico, la coscienza dei ricordi di Riddle? Nel qual caso, perché l'altro ragazzo non era impazzito, non aveva dato il minimo segno di squilibrio? No, non si era neanche accorto dell'incantesimo di Gellert, che lo aveva legato a Sal. E quanto a lui, il riluttante erede di Voldemort, perché non si faceva sentire?

Albus era andato da Harry... Sal lo avrebbe denunciato? Gellert credeva di no, ma si era esposto a un rischio troppo grande.

Aveva capito fin da subito che Sal non si sarebbe piegato facilmente, ma Gellert possedeva la chiave per far sì che avvenisse, invadendo il suo spazio privato, togliendogli ogni pretesa di controllo. Un approccio fisico era sicuramente il più brutale: quello che Gellert avrebbe preso in considerazione soltanto come estrema, ultima risorsa, quando tutto il resto avesse fallito. Doveva spezzare Sal, costringerlo a riconoscerlo che lui, Grindelwald, gli era superiore. Solo così avrebbe potuto ottenere quello che voleva, ciò che era considerata la parte migliore di ogni mago.

La sua bacchetta.

Gellert aveva studiato a lungo i Doni della Morte, al mondo non esisteva un esperto maggiore di lui sull'argomento. Né Albus, né Xenophilius Lovegood, con il quale a volte ne conversava, sapevano quanto ne fosse ancora ossessionato.

All'inizio, la distruzione della Bacchetta di Sambuco non gli era pesata. Significava che Albus era tornato con l'anima integra, felice e in vita, per stare insieme a lui. Aveva pensato che il loro amore sarebbe bastato, che il loro governo avrebbe segnato l'avverarsi dei loro sogni giovanili. Non era stato così. La routine e la noia erano superiori al tempo passato a duellare, conquistare e reprimere l'opposizione. Non era affatto eccitante quanto costruirsi un impero e marciare per l'Europa, guadagnando terreno pezzo per pezzo insieme a un esercito di Inferi e fanatici adoranti.

Certo, aveva l'approvazione della legge, ma di quello non gli era mai importato, se non che sembrava così indispensabile per Albus. Le folle lo amavano, e qualcosa aveva raggiunto, in quei quindici anni, in primis l'abolizione dello Statuto di Segretezza, ma era tutto così inesorabilmente lento. Gellert voleva di più: l'autentico dominio dei Babbani da parte dei Maghi, la contaminazione della popolazione babbana con quella magica, in modo che i geni magici si sarebbero moltiplicati e, a lungo andare, avrebbero superato quelli non magici.

Eppure, nonostante gli ottimistici pronostici di Albus e le chiacchiere del Ministero della Salute sulla necessità del 'ricambio genetico', era accaduto il contrario. La popolazione magica era in diminuzione, e bisognava dare un giro di vite a quei Babbani, prima che si prendessero un potere che non spettava loro. Bisognava dominarli, o avrebbero finito per schiacciarli.

Neutralizzare il Ministro Coleman era stato il primo passo, garantirsi l'immunità il secondo, e di gran lunga più difficile. Nessuno tranne lui poteva continuare quel lavoro. Albus era un debole, perché non capiva. E Gellert si sentiva ogni giorno più frustrato e incompreso nelle sue ambizioni. Presto avrebbe compiuto quarant'anni, e cos'aveva realizzato? I Babbani erano la stragrande maggioranza, e lui sarebbe invecchiato di nuovo.

A differenza di Albus, la sua prima transizione verso la mezza età non era avvenuta pacificamente. Aveva passato metà della sua vita precedente in una cella, a Numengard, senza niente con cui distrarsi. Aveva avuto modo di constatare, passo dopo passo, l'inesorabile disfacimento del proprio corpo: i movimenti che diventavano più lenti, i capelli che ingrigivano, il volto che, al tatto, si riempiva di rughe. Quell'agonia l'aveva ridotto a un'ombra di se stesso. Alla rabbia e alla disperazione era subentrata un'apatia strisciante e pervasiva. Spesso aveva pianto, professando un pentimento che, se fosse stato nel pieno delle proprie facoltà, sicuramente non avrebbe sentito.

Ma Voldemort, l'impostore, quello stupido mago oscuro fissato con gli Horcrux e i serpenti, era venuto a liberarlo, finalmente. La sua ignoranza delle più antiche forme di magia – la fedeltà delle bacchette, i Doni, l'amore – l'avevano fatto ridere per la prima volta dopo cinquant'anni... infine, Riddle, uccidendolo, l'aveva liberato. Gellert se n'era andato col sorriso sulle labbra, certo che sarebbe tornato grazie all'Horcrux che aveva fabbricato in gioventù insieme a Silente...

Ora, però, non poteva negare la bellezza e la forza derivanti da un'anima intatta. Aveva capito che la Bacchetta era stata creata insieme alla Pietra e al Mantello da tre fratelli eccezionalmente dotati, ma che la Bacchetta era il più aleatorio e il meno stabile dei Doni. Poteva essere vinta e spezzata, e il nucleo delle Bacchette Invincibili non era sempre stato di sambuco. Forse la chiave stessa era nella parola.

Elder, come maggiore, e non come sambuco. La Bacchetta più potente, la depositaria della magia più antica! A volte saltava diverse generazioni prima di manifestarsi; altre, quando era stata data per dispersa o vinta da secoli, un mago eccezionalmente potente rispuntava fuori prima del previsto a reclamarla...

Se non si sbagliava clamorosamente, e il suo intuito quasi infallibile gli diceva di no, la candidata più plausibile era la bacchetta di Salazar Riddle-Potter. Fanny aveva perso tre piume nella sua vita immortale: una era stata inglobata nel nucleo della bacchetta di Tom Marvolo Riddle, l'altra in quella di Harry, cinquant'anni dopo. La terza, la fenice l'aveva ceduta alla fine della Seconda Battaglia di Hogwarts.

Aveva cantato dolcemente, tristemente, descrivendo ampi cerchi sul campo da Quidditch, mentre i corpi delle vittime venivano sepolti e separati da quelli di Voldemort e Bellatrix che, come misura cautelare, erano stati bruciati.

Kreacher si affaccendava intorno al piccolo Salazar, un bel bambino moro che guardava il tutto a occhi meravigliati, senza piangere, come se capisse di essere diventato l'orfano più scomodo e pericoloso della storia. I Malfoy gli gettavano occasionalmente occhiate impaurite, per assicurarsi che stesse bene, ma gli altri lo ignoravano, presi da questioni più importanti: curare i ferite, piangere i morti, tornare dalle loro famiglie e dare disposizioni per il nuovo governo. La fenice aveva fatto cadere una singola piuma sul petto di Sal, che si era calmato, curvando appena le labbra all'insù...

Gellert ricordava lo sguardo che era passato tra lui e Fanny. Aveva raccolto la preziosa piuma scarlatta, pensando di ricavarne una bacchetta per sé, ma Silente l'aveva intercettato.

La piuma era stata inviata a Olivander, decrepito, ma tornato in piena attività. Il mago aveva aspettato diversi anni per trovare un nucleo e un legno adatti a racchiudere la terza e ultima piuma di Fanny. Il legno d'ebano che aveva usato era antico e pregiatissimo; proveniva da un dyospirus del Madagascar che vantava un'infestazione senza precedenti di Asticelli, creature che abitavano alberi da bacchetta. In genere, più potente era il legno, più vasta la colonia di quegli esserini stecco.

La corda del cuore di drago, dal quale era formato il nucleo, era stata presa da un Ungaro Spinato, morto in un epico combattimento con un gigante, che era riuscito a trascinare con sé, avvelenandolo. Ulteriori ricerche avevano confermato a Gellert che il drago era in realtà una femmina, la stessa che Harry aveva sfidato e vinto alla prima prova del Torneo Tremaghi.

Olivander era stato molto orgoglioso della sua creazione, come aveva confidato ad Albus e Gellert. Aveva lavorato instancabilmente per bilanciare gli effetti del legno d'ebano – solido e potente, spesso associato alla Magia Oscura – con la piuma di fenice, che tendeva a conferire una qualità più aleatoria e flessibile alla bacchetta, oltre a straordinari poteri di guarigione. Il fabbricante di bacchette l'aveva definita la sua bacchetta migliore, e per l'esattezza la numero cinquecentosettantasette. Era morto pochi giorni dopo, forse per lo sforzo di aver creato quell'ultimo capolavoro.

La bacchetta era rimasta invenduta per diversi anni, prima di trovare in Sal il suo legittimo proprietario, e Gellert si era insospettito all'istante. Era ovvio che l'avesse presa lui: il figlio di Voldemort, cresciuto da Harry. Era il segnale che Sal sarebbe diventato un mago molto potente: le fenici si legavano soltanto ai maghi più grandi, e neanche le loro piume sceglievano proprietari di poco conto. Gellert era rimasto sconcertato quando, dopo aver disarmato Sal, il ragazzo era riuscito a rientrare in possesso della bacchetta d'ebano, attraverso un complesso incantesimo non verbale che, dalla sua espressione, neanche conosceva. Era Voldemort che riaffiorava da dentro di lui e lo sfidava, ancora una volta...

Gellert non aveva avuto più dubbi: la furia si era sostituita a un senso di cupa determinazione, quasi di gioia per avere di nuovo uno scopo. La bacchetta sarebbe stata sua. Avrebbe sconfitto di nuovo Voldemort, anche se aveva l'aspetto di un ragazzino Black piuttosto inesperto e insolitamente appetibile. Avrebbe sconfitto la morte: non avrebbe mai sopportato di invecchiare di nuovo, di rinunciare al potere... avrebbe ricreato i Doni della Morte attraverso l'antico rituale che aveva rinvenuto nella Biblioteca di Durmstrang.

Erano diversi mesi che l'idea gli ronzava in testa, ma aveva paura di confidarlo ad Albus. Conoscendolo, pensava che sarebbe stato meglio metterlo davanti al fatto compiuto. L'estate precedente, i primi di agosto, aveva controllato che la Pietra della Resurrezione fosse ancora nella Camera Blindata di Salazar Riddle-Potter. Il Ministro aveva il diritto d'ispezionare le Camere, ma non poteva prelevare oggetti – vincolati al sangue del proprietario – senza una valida ragione, e lui non ne aveva, a meno di non mettere Sal sotto inchiesta, cosa che avrebbe immediatamente insospettito Albus. Gellert l'aveva lasciata lì, a malincuore, ripromettendosi di tornarla a prendere quando si fosse impossessato della Bacchetta. Infine, il Mantello di Harry Potter avrebbe completato la triade. Anche se lo avesse passato al figlio maggiore, intrufolarsi a Hogwarts non sarebbe stato un problema.

L'ostacolo più grande era vincere la fedeltà della bacchetta di Sal. Per questo Gellert aveva voluto incontrarlo e parlarci da solo, per scovare i suoi punti deboli, i suoi segreti più intimi. Aveva una volontà incrollabile per un sedicenne, non l'avrebbe mai ceduta volontariamente. Forse soltanto la tortura lo avrebbe piegato, ma Gellert sospettava che, per orgoglio, avrebbe resistito a lungo al dolore. Inoltre, una Cruciatus sarebbe stata molto più difficile da nascondere.

La vergogna di un assalto fisico, invece, la violazione del suo corpo, un corpo probabilmente privo di difese e di esperienze... credeva che l'avrebbe turbato molto di più. Dal poco che aveva visto, Sal era terrorizzato dal contatto non voluto. E Gellert l'aveva usato a suo vantaggio. Senza dubbio, il ragazzo adesso si stava chiedendo quando e dove sarebbe ricapitato di nuovo...

Era disgustato da se stesso. Non era sua intenzione ricorrere a quell'espediente, quando era entrato ad Amortentia House. Ma l'occasione che gli si era offerta era così perfetta, il ragazzo così disponibile... lo aveva accolto con autentico desiderio, che neanche la recita di Sal, che gli aveva imposto Gellert, aveva potuto dissimulare. Non aveva resistito: aveva lanciato l'incantesimo che lo vincolava a Sal, anche se, con la poca lucidità che gli era rimasta, era consapevole che per lui sarebbe stato uno stupro.

Più tardi, quella notte, frustrato dall'assenza di Albus e furioso con se stesso, Gellert si era di nuovo lasciato andare, pensando a Salazar e minacciandolo mentalmente di ripetere l'esperienza. Chissà se aveva sentito anche quello... forse avrebbe dovuto scrivergli, provocandolo ancora finché Sal non si fosse offerto di dargli ciò che voleva... prima o poi gli avrebbe risposto, e sarebbe andato tutto secondo i suoi piani. Tranne per un gigantesco dettaglio: Albus.

Gellert si Smaterializzò e si piazzò davanti alla casa di Harry, ma era protetta da difese magiche insondabili. Albus non si fece vedere per tutta la mattina, e tutte le sue lettere, che imploravano perdono e chiedevano un chiarimento a voce, furono rimandate indietro.

Incanto Fidelius, pensò. Nessuno poteva vedere la villa, a meno che non fosse un ospite atteso, e Gellert non lo era. Nel pomeriggio, le prime indiscrezioni sull'assenza del Ministro Silente e di un presunto screzio tra i due Co-Ministri iniziarono a trapelare.

Gellert non riusciva a concentrarsi sul lavoro. Amava Albus, non avrebbe mai voluto un altro compagno al fianco. Sapeva quanto aveva fatto per lui, assumendosi i compiti più gravosi del loro ufficio e inventandosi sempre incarichi più avventurosi ed eccitanti per tenerlo occupato. Aveva parzialmente compromesso i propri valori pur di stargli a fianco.

Valeva la pena viverla, una vita immortale senza Albus, anche con l'incentivo del predominio sui Babbani, e di una nuova età dell'oro per il mondo magico? Anche quando era al massimo del potere, il dittatore che tutti temevano, Grindelwald non si era mai sentito completo, perché Albus non era con lui. Non l'aveva voluto, l'aveva abbandonato a se stesso, aveva anteposto la sorellina ritardata a lui... e questo Gellert non l'aveva mai capito. Non gliel'aveva perdonato, per tanto tempo.

Desiderava che Albus tornasse a condividere la sua visione che, da quando aveva sedici anni, non era mai cambiata. Lui aveva sempre saputo ciò che voleva. Il potere assoluto e la vita eterna, con un compagno appassionato e degno di lui al fianco. Aveva scelto di perseguire la prima strada, poi la seconda, ed entrambe si erano rivelate soddisfacenti solo per metà. Questa volta, avrebbe lottato per entrambe, con ogni mezzo.

Non ce la faceva più ad aspettare i risultati delle analisi del sangue Babbane. La frustrazione e la preoccupazione minacciavano di annientarlo, e di tutto aveva bisogno, meno che di una crisi politica. Doveva impossessarsi di quella bacchetta, e in fretta.

Represse il senso di colpa nei confronti di Albus e Salazar. Era in ballo e avrebbe ballato, fino in fondo.

Dannazione, Albus. Mi perdonerai, intenderai ragione! Mi amerai come voglio io, mi vorrai come io ti voglio: per sempre giovani e in vita, e all'apice del potere. Padroni della morte, padroni del mondo! Promise a se stesso.

Ebbe la visione di un Albus che voleva esattamente ciò che voleva lui: ma sarebbe stato davvero l'uomo che amava, senza quella sfida negli occhi, senza scrupoli di coscienza, qualcuno che lo assecondava senza combattere e provava gli stessi desideri? Non volle indugiare su quel pensiero molesto. Abbandonò la sua veglia infruttuosa, e si Smaterializzò ad Amortentia House.

Era tutto il sabato che Sal e Louis lavoravano febbrilmente sugli appunti della Camera dei Segreti. Le domande di Louis diventavano sempre più acute e insistenti, e Sal non poteva biasimarlo. Era uno che si aspettava risultati immediati. Era abituato a lavorare tanto, ma con i suoi tempi, e quella ricerca infruttuosa era davvero snervante. Sal, poi, era stato inflessibile sulla necessità di mantenere dei ritmi serrati.

Il paragrafo sulle Bacchette Invincibili che riemergevano attraverso i secoli sembrava promettente. Sal scorse gli appunti, disseminati da complessi calcoli di Aritmanzia, che era sempre stato piuttosto lento nel decifrare. Erano scritti a caratteri minuscoli, e i conti erano incredibilmente complessi. Dubitava che perfino un Indicibile avrebbe potuto decifrati con facilità. Forse Draco, Padma o Hermione, avrebbero potuto aiutarli... ma non poteva chiedere a nessuno di loro, c'era solo Louis. Scorse gli appunti, sconsolato. Finora, aveva capito che un rituale per ricreare i Doni della Morte, almeno secondo quegli antichi documenti che perfino Merlino e Slytherin consideravano leggende, esisteva. Prevedeva di immergere i tre Doni in una pozione, e di incantarli in modo che fossero legati tra loro. Il proprietario doveva rivendicarne il possesso attraverso il sangue. La Bacchetta, per essere ritenuta originale e degna sorella degli altri due Doni, doveva essere purificata attraverso un'altra pozione, poi nuovamente incantata e immersa due volte nella seconda... se il rituale falliva, però, e se la Bacchetta o il proprietario fossero stati giudicati mancanti... Sal scorse gli appunti, ma s'interrompevano sul più bello.

"Louis! Louis, dov'è il resto?"

Sollevò lo sguardo, e si accorse solo in quel momento che Louis era uscito. Del resto, era così concentrato che l'amico poteva benissimo averlo mandato affanculo ore fa, e non se ne sarebbe nemmeno accorto. Scese in Sala Comune, imbronciato, e vide Louis rientrare con aria affannata, stringendosi al petto un mucchio di appunti.

"Louis, ma sei scemo! Dove li hai portati?" Sal lo trascinò di nuovo in dormitorio, prendendolo per il braccio. "Ti avranno visto tutti..."

"Sì, mi hanno visto tutti portarmi quasi di peso in camera" sbuffò Louis, sarcastico. "Andiamo, tutti nella nostra Casa girano con pergamene e appunti..."

"Mi servono!" Sal glieli strappò di mano, non aveva tempo per i suoi scherzi.

"Lo so, cretino! Sono uscito per prendere un dizionario e velocizzare il processo. Te l'ho detto, ma eri distratto. Ho incontrato Rose, le ho chiesto di darmi una mano e..."

"Rose deve starne fuori! Cazzo, Lou, è pericoloso!"

"Ci arrivavo da solo." Louis occhieggiò gli appunti al di sopra della spalla di Sal. "Le ho detto che era una caccia al tesoro, in più sai com'è quando si mette in testa una cosa, no? Si sente esclusa..."

"Sì, capisco... ehi, ma è un lavoro eccellente!" A Sal brillarono gli occhi per l'entusiasmo. Dimenticò del tutto di avercela con Louis. Nella grafia tonda e ordinata di Rose, che tendeva all'insù, come in un perenne sorriso, tutti gli appunti erano stati accuratamente tradotti e i calcoli decifrati e spiegati in maniera perfettamente comprensibile.

"Ingredienti" iniziò a declamare, trionfante... ma la sua espressione si adombrava, man mano che ne leggeva uno. "Pelle di Girilacco – Piton dovrebbe averlo, Harry lo trafugò dalla sua dispensa al secondo anno - veleno di Velenottero... dove cazzo lo trovo, questo? E cos'è un Velenottero?" Louis scrollò le spalle. "Corno di Erumpent, un altro facile, insomma... infuso di mandragola, bla bla bla... ok, d'accordo. Bisogna preparare quest'assurda pozione, poi l'altra che ho già decifrato e di cui ho avviato la preparazione..." Sal gesticolò verso la sua borsa. Grazie a un complesso Incantesimo Estensore, aveva ricreato un minuscolo ma efficiente laboratorio di pozioni. Louis lo squadrò, prima perplesso, poi palesemente ammirato, "... poi immergere solo la Bacchetta nella prima, e i Tre Doni nella seconda. Se funziona, otterrò la Bacchetta Invincibile..."

"... e diventerai Padrone della Morte! Era questo che voleva Grindelwald" realizzò Louis, in stato di shock.

"Sì, esatto. Se fallisce... beh, ho il suo Misuratore di Magia Oscura, ammesso che i Doni rientrino nella categoria. In ogni caso, se vedo che il calderone dà cenni sospetti, mi darò alla fuga."

"Ci daremo alla fuga, vuoi dire..." fece Louis, sempre più sconvolto, come se Sal corresse diverse miglia avanti a lui.

"No, è meglio che lo faccia da solo. Un solo proprietario, un solo Padrone dei Doni" dichiarò Sal, asciutto.
"Ma sei fuori?" sbottò Louis, esasperato. "Io ti ho aiutato, Sal! Ti rendi conto di quello che dici? Non puoi detenere un potere simile, tutto da solo! Ti senti quando parli? Padrone della morte? Anche Harry ha diviso i Doni con i migliori amici, un essere umano non può gestire l'immortalità! Li ha tenuti al sicuro..."

"Non vi metterei mai a rischio con un potere simile" decretò Sal, lapidario. "Non sapreste gestirlo."

Comunque, da quando Rose è così brava in Aritmanzia?"

"È una passione che le ha trasmesso la madre, lo zio Ron la asseconda in tutto e per tutto e ha un sacco di tempo libero. Un cervello di tutto rispetto, la zia Gaby. Uno tende a sottovalutarla perché è sempre così bella e alla moda, ma... oh, non cambiare argomento! Sei tu che non puoi gestire un potere così grande. Perdonami se te lo dico, ma ultimamente non mi sembri esattamente in te" disse Sal, piazzandosi davanti a lui.

"Ok, per il momento è tutto." Sal lo evitò agilmente, completamente disinteressato. "Se i miei calcoli sono esatti, io ho la potenziale Bacchetta Invincibile. Almeno, Grindelwald lo crede."

"E se fosse tutto un suo piano per farti ammazzare, o per farti fare seriamente del male?"

"Ha altri modi per farmi seriamente del male" bisbigliò Sal, così serio che Louis tacque per un po', scrutandolo con preoccupazione.

"Senti, non puoi diventare Padrone dei Doni" disse dopo un po', in tono ragionevole. Sembrava essersi schiarito le idee.

Sal aggrottò le sopracciglia, perplesso, tentando di racimolare un po' di gentilezza. "Perché no?"

"Beh, non avrai la Pietra fino all'anno prossimo, e Harry è il proprietario del Mantello, anche se ha deciso che ve lo spartirete voi quattro... e tu non sei neanche un Potter! Il Mantello è di James, Lily e Albus, più che il tuo."

"In pratica lo usa solo James" disse Sal, seccato. Louis non sapeva che aveva già la Pietra, per merito di Scorpius. Il Mantello, però, poteva costituire un serio problema.

"Beh" disse Louis, visibilmente più sollevato dalla reazione di Sal, "in ogni caso, questi ingredienti non si trovano facilmente a Hogwarts, e quella pozione, a occhio, richiede almeno due mesi di preparazione. E non vedo come Grindelwald potrebbe impadronirsi dei Doni prima di te, ammesso che sia a conoscenza di questo rituale. Secondo me ti sei preoccupato troppo, Sal. Grindelwald ti ha spaventato, ma se adesso fai finta di niente, e torni a concentrarti sui tuoi studi, immagino che andrà tutto bene. Non possono obbligarti a vedere Grindelwald, se rimani sempre a Hogwarts. E poi non ti separi mai dalla tua bacchetta... vedrai, tornerà tutto a posto."

Sal annuì, grato per l'immensa portata dell'ignoranza e dell'incomprensione di Louis. Grindelwald voleva che lui si dichiarasse sconfitto, che gli cedesse volontariamente la propria bacchetta, e allora si sarebbe impadronito anche della Pietra e del Mantello... avrebbe continuato ad abusare di lui, finché non avesse ceduto. Sal era certo che, se non si era fatto scrupoli morali la prima volta, difficilmente se ne sarebbe fatti una seconda. Un vizio ripetuto diventava abitudine, perdeva anche il gusto del proibito.

"Grazie, Lou" si costrinse a dire. "Hai ragione, ho dato di matto... mi sono lasciato spaventare, lo ammetto. Sono in debito con te."

"Non dirlo neanche per scherzo." Louis gli diede una pacca sulla spalla, scrutandolo un po' sospettoso, come a cercare segni di menzogna e ripensamenti sul suo viso. Evidentemente passò il suo esame, perché l'amico scrollò i lunghi capelli rossi e disse, in tono molto più leggero e scherzoso: "Senti, c'è Malfoy che mi ha stalkerato per tutto il tempo, vuole vederti..."

"Oh, no. Ho dimenticato che avevamo appuntamento." Sal si batté il pugno sulla fronte, facendosi anche male. Non poteva permettere che anche Scorpius diventasse un problema.
"Uscite insieme?" chiese Louis, con fare cospiratorio.

"Più o meno..."

Louis lo guardò stranito, forse sorpreso per la sua mancanza d'entusiasmo. Il suo tono di voce si fece più amichevole e incoraggiante del consueto. "Beh, se è questo che vuoi... è molto carino, l'ho notato anch'io. Sai che mi ha fatto un'Orcovolante, l'anno scorso? Immagino che non abbia gradito, quando ci ho provato con lui."

"Gliel'avrà insegnata Zabini, sono le preferite della madre" commentò Sal, la mente altrove.

"Beh, congratulazioni! Ti piace molto?" indagò ancora Louis, sempre in tono troppo allegro per essere naturale.

"Sì, certo" replicò Sal, inespressivo.

Prese il Mantello e fece per uscire, ma in quel momento si paralizzò.

L'imitazione era così perfetta, che Gellert, soltanto in un paio di giorni, si era dimenticato di come la calda luce delle lampade frangiate di Amortentia House accarezzasse la pelle di Sal, dei riflessi bluastri dei suoi capelli corvini.

Gli occhi del ragazzo, due polle scure, si accesero di entusiasmo. "Min... Gellert!" si corresse, all'occhiata di ammonimento dell'altro. "Sei tornato!"

"Non parlare." Gellert colmò la distanza che li separava e gli prese il viso tra le mani, stringendo forte. Passò i polpastrelli sulle guance appena arrossate, e quelle labbra tentatrici...

"Ah, queste mi sono mancate" si lasciò sfuggire. Le morse, provocante, e il ragazzo gemette.
Gellert sentì la rabbia e la frustrazione accumulate che gli scivolavano addosso. Voleva di più, maledizione, voleva avere il controllo di tutto. Albus doveva rispondergli, sarebbe riuscito a parlarci. Non poteva andare avanti senza di lui, non in quel modo...

Il ragazzo, sensibile ai suoi umori, percepì la sua inquietudine. S'inginocchiò e gli sollevò la semplice veste scura, che aveva scelto per non dare nell'occhio. Gellert se la tolse in un unico gesto e Sal si spogliò a sua volta, lentamente, guardandolo dal basso per tutto il tempo. La vestaglia ricadde a terra, rivelando un corpo ancora troppo giovane, ma perfetto. Gellert, quella volta, si concesse il tempo di esaminarlo a lungo, ormai privo di vergogna. Il ragazzo avvicinò le labbra alla sua erezione, prendendola tra le mani. Lo accarezzò con la punta della lingua, e lui rabbrividì.

Era una cosa che non avevano fatto prima, e che Albus non gli faceva spesso.

Gellert gli accarezzò la nuca, invitandolo a inghiottirlo e rilassandosi sempre di più, spingendosi sempre più a fondo nella sua cavità umida e calda. Le labbra continuavano a lavorarselo, esperte, dolci, così incredibilmente morbide, setose... intrecciò le dita ai morbidi capelli scuri, facendogli aumentare il ritmo. Gli uscì un gemito, e pronunciò una formula strozzata. Questa volta, il ragazzo se ne accorse. S'irrigidì appena, poi continuò e si abbandonò al ritmo che Gellert gl'imponeva, languido, come se non desiderasse fare nient'altro nella vita.

"Così. Sentilo, Sal. Prendilo tutto..."

Sal cadde in ginocchio e rantolò, reprimendo un conato.

Grindelwald gli stava scopando la bocca. Fece appena in tempo ad arrivare in bagno, prima di vomitare il poco cibo che aveva nello stomaco. Louis tempestò la porta di pugni, e Sal si affrettò a bloccarla con una fattura, prima che potesse aprirla.

Sentì un sapore ferroso e acre invadergli la bocca e sputò, disgustato e fremente per quella nuova umiliazione. Si sciacquò la bocca, poi rimase immobile. Non si azzardava a uscire, non osava sperare che Grindelwald avesse finito con lui così presto. Si aggrappò al bordo del lavandino, guardando nauseato il proprio riflesso. Aveva un colorito verdastro, gli occhi e le guance incavate. Ebbe l'impressione che, presto, sarebbe diventato simile a un fantasma. Forse c'era da augurarselo. I fantasmi, almeno, non avevano un corpo. Loro non sentivano più dolore...

Aveva fatto bene a non uscire.

Allargò le gambe, sentendo la penetrazione che iniziava, e stavolta una mano invisibile andò ad accarezzargli il sesso, esperta e insinuante. Poteva sentire le sue dita infilarsi nei suoi capelli, insieme ai sussurri rochi e i gemiti dell'altro ragazzo... per lui era una cosa piacevole, qualcosa che aveva atteso per tutta la giornata, a cui abbandonarsi con gioia e liberazione...

Sal smise di contrastarlo, esausto. Sperava soltanto che finisse presto. Si lasciò guidare nell'orgasmo, la bocca ancora contaminata dal suo sapore. Cercò di rilassare i muscoli contratti e doloranti, che ancora non si erano ripresi dall'assalto precedente.

Quando finì, Sal bruciava, completamente spossato. Avrebbe potuto essere peggio, si consolò. Avrebbe anche potuto durare più a lungo. Sentì sulle labbra un bacio esigente e possessivo, di lingua e denti, quasi un commiato.

Non poteva illudersi che fosse finita.

Quando ricapiterà? Si chiese, schiacciato sul pavimento come un rettile, cercando di regolarizzare il respiro.

Louis minacciava di sfondare la porta, e anche i suoi compagni di casa erano accorsi, curiosi di scoprire la causa di tutto quel baccano. Si chiese da quanto tempo fosse lì dentro.

"Sto bene" urlò, con una voce che non sembrava la sua. Si applicò un Incantesimo di Pulizia, uno di Calore e, per buona misura, un Rallegrante, poi uscì, sorridendo artificialmente.

"Mal di stomaco, vado in infermeria a prendere una medicina."

Corse via, prima che Louis potesse fermarlo.

Scese le scale, bramando il riparo confortevole e accogliente della biblioteca, e quasi si scontrò con Scorpius. "Sal! Hai una faccia! Ti sei dimenticato..."

"... che dovevamo vederci, scendere nella Camera e poi fare quel giro in moto? Certo che no" mentì lui, notando che neanche Scorpius aveva una bella cera. "Sono stato male."

"Potevi chiamarmi..."

"Non volevo che mi vedessi così."

"Perché?"
"Perché... usciamo insieme, no? Ci tengo a rendermi almeno presentabile" inventò lui. "Ho ancora un aspetto orribile" si lamentò, in tono leggero. "Vieni, andiamo in biblioteca."

"Ma non m'importa!" Scorpius rise, sollevato. La preoccupazione per un aspetto impeccabile e un'innocente vanità erano cose che poteva capire.

"Dovevi negarlo" lo rimbrottò Sal.

"Oh. Certo... scusa. Voglio dire, tu non hai mai un aspetto orribile. Assolutamente." Scorpius s'interruppe, arrossendo imbarazzato, poi aggrottò la fronte. "Grindelwald... ti ha torturato di nuovo, vero?" si azzardò a chiedergli, bisbigliando.

"Torturato" ripeté Sal, nello stesso tono di voce, ignorando l'occhiata torva di Madama Pince. Sal preferiva non sedersi, se poteva evitarlo. "Sì" annuì poi, valutando che era meglio per tutti se Scorpius continuava a ignorare i dettagli più scabrosi. "Credo che voglia la mia bacchetta."

"Ma è terribile! Sal... stai tanto male, vero?" Scorpius lo fissò, gli occhi grigi sgranati che minacciavano di riempirsi di lacrime.

"Ogni volta è peggio" confermò Sal, inespressivo. Si sentì un verme, per usare una mezza verità per estorcere a Scorpius l'aiuto che gli serviva, ma erano finiti i tempi in cui andava per il sottile.

In quel momento, un gufo dall'aspetto maestoso e curato picchiettò a una delle alte finestre della biblioteca. Sal si affrettò ad aprirgli, prese la lettera legata alla zampa e il volatile riprese il volo all'istante. Spinse Scorpius tra gli scaffali di un reparto di Erbologia, fortunatamente deserto, lontano dallo sguardo di lince della bibliotecaria.

"È lui" dichiarò, ancor prima di aprirla.

"Cosa dice?" chiese Scorpius, rabbrividendo. Fece per afferrarla, ma la pergamena lo scottò, strappandogli un grido.

"Shh. È incantata perché solo io legga il messaggio. Allontanati."

Scorse velocemente il messaggio, cercando di mantenersi impassibile, a beneficio di Scorpius. Appena fu arrivato al termine, la lettera si disintegrò, senza lasciare tracce.

"Dice che mi devo dare una mossa" riassunse Sal, sbrigativo. "Scorp, devi aiutarmi." Gli prese il viso tra le mani, poi le riabbassò con orrore, ricordando che Grindelwald aveva compiuto un gesto simile con lui. Scorpius si rabbuiò, deluso.

"Scusa, è che... fa davvero male, non riesco... non smetterà mai, se io non lo fermo!" Lasciò trapelare un po' dell'angoscia che sentiva, e la delusione del cugino lasciò il posto alla paura.

"Dimmi soltanto cosa devo fare! Cosa vuole da te?"

"Ti prego, non fare domande. Non sono certo di cosa voglia, e sei già abbastanza a rischio così, senza conoscere altri segreti. Mi devi preparare una pozione." Sal si mise a elencare gli ingredienti, ma Scorpius lo interruppe ancor prima che finisse.

"Cosa? Ma... sono impossibili da reperire! Molti di questi sono anche illegali, e..."

"Fatti aiutare da Piton, no? Ti adora, i Malfoy sono sempre i suoi preferiti. E poi sei bravissimo in Pozioni" disse Sal, cercando di usare tutta la persuasione di cui era capace.

Scorpius arrossì per il complimento. "Non so..." fece, dubbioso. "Non è che mi pesi infrangere le regole, lo sai..."

"Lo so" disse lui, sorridendogli complice. "E lo devi fare al più presto, Scorp. Entro domani, se ci riesci."
"Ma sei impazzito? Non so nemmeno i tempi di preparazione..."

"... e non lo scoprirai mai, finché rimani qui a chiedertelo, dico bene?" lo rimproverò Sal, più brusco del necessario. "Ascolta, non posso fidarmi di Rose e Louis per questa cosa."

Non posso mettere in pericolo più persone con gli stessi segreti. Quella era una delle poche regole che ancora gli rimanevano.

"Allora, lo fai? Per me?" Sal gli si avvicinò e si costrinse ad accarezzargli una guancia, benché qualsiasi contatto fisico, al momento, lo riempisse di disgusto.

"Sì..." Scorpius sporse le labbra per un bacio; lui le sfiorò appena con le sue.

"Bene" disse, notevolmente più calmo.

"E tu dove vai?"

"Nella Camera. Devo fare altre ricerche."

Si avviò al bagno del terzo piano. Iniziava a sentirsi in colpa per come stava manipolando Scorpius, ma non poteva permettersi di preoccuparsi anche di lui. Sapeva che, più prima che poi, avrebbe dovuto cedere la Bacchetta a Grindelwald. Ma era intenzionato a farlo da Padrone della Morte. Se esisteva un modo per ingannarlo, per far sì che la bacchetta gli rimanesse fedele anche quando Sal fosse stato costretto a cederla, doveva scoprirlo. Era la sua unica salvezza.

Si armò di coraggio, espirando profondamente, e chiuse gli occhi. Non poteva farsi vedere così fragile, soprattutto in presenza della madre e degli spiriti di Salazar e Merlino.

Le parole di Grindelwald, così facilmente cancellate dalla carta, si erano impresse a lettere di fuoco nella sua mente, dietro le sue palpebre chiuse.

Questa volta sei stato più arrendevole. Ammettilo, che ti piace. È per questo, che non lo dici a nessuno? La prossima volta ti guarderò mentre ti dai piacere, poi ti prenderò per tutta la notte. Non ti darò respiro... ti chiedi quando mi sentirai ancora dentro di te? Forse stanotte, o magari la prossima. Le tue labbra sono così dolci, mi fanno impazzire. So che conservano ancora il mio sapore.

Mi mancherai, quando tutto questo finirà... se finirà. Non mi sento particolarmente incline a smettere.

Sei mio, Salazar.

*Nota: Anticipo che Gellert farà di peggio nel prossimo capitolo*