Note Autore: Salve a tutte/i!
Innanzitutto grazie a chi ha continuato a seguire questa storia e spero che non vi stia deludendo.
Ed ora, eccoci qui all'ultimo/penultimo capitolo di questa storia. Perché ultimo/penultimo? Perché dopo questo ce ne sarà un altro ma di tenore diverso. Come chi mi segue da un po' già sa, non amo andare troppo fuori dal seminato e cerco sempre di rimanere il più legata possibile ai personaggi originali. Tuttavia, quando si scrivono storie lunghe come questa, un'evoluzione dei personaggi è inevitabile per cui alla fine ci si trova a lavorare su personaggi che hanno molto della visione di chi scrive. E' per questo che ufficialmente la storia termina con questo capitolo, con i personaggi ancora più o meno fedeli a quelli della BBC; ma avendo scritto tanto su di loro e cambiato molto del loro essere non ho potuto resistere allo scrivere un capitolo decisamente OOC.
Quindi, dopo questa ennesima e lunghissima premessa, ciò che voglio dire è: questo è l'ultimo capitolo ufficiale di "The third brother" ma, per coloro che non hanno problemi con un po' di OOC o che semplicemente vogliono un altro po' di questa storia, ci sarà un ultimissimo capitolo (epilogo, Anne, si dice epilogo!) che ovviamente sconsiglio a chi vuole concludere questa storia con qualcosa di credibile e ancora vicino al canone.
Detto questo, come sempre, a voi l'ardua sentenza.
A presto,
Anne ^^
L'errore di Sherrinford Holmes
Aveva immaginato che avrebbe dovuto mettersi in punta di piedi
Circondò il bicchiere con entrambe le mani per trarne il maggior calore possibile e soffiò sulla piccola apertura del coperchio prima di berne un sorso. Inspirò e si rannicchiò maggiormente nella coperta guardando di fronte a sé con espressione assente.
Non riusciva a distinguere le voci ed i suoni; tutto quello che percepiva era un rumore costante e inspiegabilmente ovattato del tutto. Il roteare delle eliche dell'elicottero sopra di loro, le sirene delle macchine della polizia che andavano e venivano, i passi pesanti degli agenti in tenuta antisommossa, il gracchiare delle radio e le urla delle persone che cercavano di sovrastare il tutto.
Vide Mary scendere da un auto scura e, dopo essersi guardata intorno con espressione preoccupata, iniziare a correre, alzare con un gesto rapido il cordone giallo che limitava la zona e gettarsi fra le braccia del marito; le loro labbra si muovevano freneticamente per raccontarsi l'accaduto. Greg, una mano fu un fianco e una a reggere un auricolare della polizia di fronte alle labbra, impartiva ordini con fare stanco ma deciso. I tre Holmes, in disparte rispetto alla folla, confabulavano guardandosi intorno con aria innervosita; Molly si fermò ad osservare Sherlock. Gli occhi dell'uomo osservavano le labbra della sorella muoversi rapidamente, la bocca era una linea inespressiva e serrata, la rigidità del corpo era eccessiva persino per lui ed era una chiara manifestazione del suo nervosismo latente. Lo vide pronunciare brevi frasi, annuire impercettibilmente, spostare la propria attenzione fra i due fratelli.
Quando improvvisamente spostò lo sguardo su di lei Molly reagì abbassando il proprio con fare colpevole.
«Perché?»
Sobbalzò voltandosi di scatto. Non si era accorta dell'arrivo di Donovan.
«Come?»
La poliziotta indirizzò la propria attenzione al detective, che per tutta risposta le regalò una delle sue espressioni più algide. La donna scosse la testa sconsolata prima di tornare a rivolgersi alla patologa.
«Perché lui?...Insomma, con tutte le persone che ci sono al mondo...alle persone Sherlock non piace.»
Molly abbassò lo sguardo sul bicchiere.
«Lo so»
«E questo non ti da fastidio, non gli da fastidio?»
La patologa strinse le labbra prima di sorridere in direzione della sua bevanda.
«Probabilmente si, gli darebbe fastidio, se alle persone lui non piacesse a causa di ciò che è.»
Donovan aggrottò le sopracciglia non capendo che cosa volesse dire.
«Non piace alle persone a causa di quello che sono...persone normali.» Inspirò profondamente prima di alzare lo sguardo per tornare a guardarsi intorno. «Cresciamo nella convinzione inconscia e segreta di essere migliori degli altri, di essere speciali. Scoprire che esiste qualcuno che sarà sempre e comunque migliore di noi e che, fra le altre cose, non si fa scrupolo di farcelo notare, ci spaventa. E' naturale, è normale!»
Sally aprì le labbra per controbattere quando la voce di Lestrade la interruppe.
«Allora, come andiamo qui?»
Molly sorrise all'amico che con barba incolta e occhi arrossati dalla stanchezza si avvicinava.
«Sto bene, grazie.» Lui le sorrise. «Invece lì? come va?»
Lestrade fece un respiro profondo prima di lanciare uno sguardo fugace all'ambasciata circondata da uomini e mezzi della polizia.
«Abbiamo quasi finito o per lo meno lo spero! Tuttavia...quell'uomo, Norton, a quanto pare è sparito ed anche quella donna.»
Molly accennò un sorriso quando la voce del commissario si abbassò nel pronunciare l'ultima parola.
Dopo un vago momento di imbarazzo lui si riscosse.
«Comunque, direi che tu ora puoi andare. Ti faccio accompagnare a casa da una delle volanti.»
La patologa scosse la testa con fare divertito.
«Non serve Greg, davvero. Prenderò un taxi.»
L'uomo le rivolse uno sguardo severo.
«Non se ne parla! Hai sentito il medico? Non dovresti neanche restare da sola per via di quella botta in testa. Fatti al...»
«Ci penso io.»
Si voltarono verso il consulente investigativo che si era magicamente materializzato di fianco a loro.
Lestrade aprì e chiuse le labbra un paio di volte mentre Sherlock lo guardava con aria annoiata.
«Beh, ecco, io...»
Il detective si infilò i guanti con noncuranza.
«Perfetto! Molly...»
Una vaga espressione di stupore mista a panico occupò il volto della donna.
«No, non serve. Io, ecco, grazie ma posso benissimo...»
Il detective inspirò nervosamente prima di lanciare un'occhiata al commissario. L'uomo osservò prima l'uno e poi l'altra incerto sul cosa dire e fare prima che uno sguardo ancor più minaccioso dell'uomo lo spingesse a parlare.
«Beh, Molly...in fin dei conti il medico ha detto che è meglio no?!»
Sherlock alzò spazientito gli occhi al cielo prima di incrociare i polsi dietro la schiena.
«Grazie Guy, chiarissimo.»
«Greg!»
Il detective lo ignorò.
«Dopo di te...»
La patologa guardò con aria incerta prima Lestrade e poi Donovan per poi alzarsi ed incamminarsi nella direzione che Sherlock le aveva indicato allungando il braccio in una sorta di gesto galante.
Mentre a passi lenti si avvicinava al taxi che aspettava sul ciglio della strada, voltò il capo in direzione di Sherrinford. La donna, intenta in chissà quale telefonata, le regalò uno sguardo dolce ed un sorriso accennato prima di tornare a prestare attenzione al suo interlocutore.
Si mosse nuovamente per avvicinarsi ancor di più alla portiera dell'auto o per meglio dire per allontanarsi ancor di più da Sherlock che sedeva alla sua destra immerso nei suoi pensieri.
Lei, per canto suo, aveva costantemente guardato fuori dal finestrino lo scorrere rapido della strada. In quell'orario improbabile Londra era addormentata e vuota, i lampioni illuminavano le strade deserte e le poche vetture che incontravano erano i furgoni dei giornali o quelli dei vari mercati.
Alzò lo sguardo verso i palazzi della City che dominavano il cielo con le loro luci sempre accese a interrompere il buio di un cielo notturno nuvoloso.
Il suono del cellulare di Sherlock la riscosse dai suoi pensieri facendola istintivamente voltare verso di lui.
La luce del display illuminò il volto dell'uomo marcandone i lineamenti.
«Qualcosa non va?»
Avrebbe voluto mordersi la lingua non appena finita la frase. Non aveva deciso di chiudere con Sherlock Holmes? Allora basta!
«No»
La risposta lapidaria dell'uomo inaspettatamente la ferì. Strinse i denti per poi tornare a guardare dall'altra parte.
«Era solo John...»
Quanto odiava le frasi lapidarie di Sherlock! Odiava quel suo tentativo vago di fare conversazione. Perché quello era; dare una informazione incompleta per stimolare la curiosità del suo interlocutore e portarlo a chiedere chiarimenti. Sapeva che non avrebbe dovuto farlo ma non riuscì a trattenere un interrogativo "mmh" che le uscì dalle labbra.
«...stanno tornando a casa e mi chiedeva di te...»
Questa volta si morse il labbro inferiore per impedirsi di rispondere.
Non appena il taxi si fu accostato al marciapiede, si precipitò fuori mormorando un vago saluto. A testa bassa si diresse verso i pochi gradini che la separavano dall'uscio pregando che lui non scendesse dall'auto ma fu inutile.
Lo sentì parlare con l'autista, aprire e chiudere la portiera e percepì l'auto partire dolcemente.
Respirò pesantemente al rumore dei passi di Sherlock che si avvicinavano fino a superarla.
Aggrottò le sopracciglia quando lo vide avvicinarsi alla serratura. Ma certo, le chiavi...
Lui aprì la porta e si fece leggermente da parte per consentirle il passaggio. Percependo ancora i suoi occhi su di lei, oltrepassò l'uscio per poi iniziare a salire lentamente i gradini. I passi di lui, che la seguivano da vicino, inspiegabilmente le rimbombarono nelle orecchie.
Quando varcò la soglia di casa ebbe un attimo di esitazione.
Tutto era avvolto dal buio salvo dei vaghi riflessi di luce provenienti dai lampioni e i neon della strada che illuminavano parti della stanza.
Aveva rimosso come era stata lasciata la casa. Alcuni ripiani della libreria ancora a terra, un tavolino sdraiato sul tappetto arricciato in un angolo, la cucina non ancora completamente pulita.
Le sembrava passata un'eternità da quando...la sua mente fu invasa dai ricordi.
Sherrinford sul suo tavolo, il sangue che le colava sulla schiena. Sherlock che si aggirava con fare disinvolto per il suo salotto, "da quando sei così perspicace?". Godfrey Norton seduto sul suo divano che le sorrideva. Donovan che le chiedeva che cosa fosse successo, se lui le aveva fatto del male.
Portò istintivamente la mano alla fronte in corrispondenza della ferita. Un'espressione vaga di sofferenza le deformò le labbra.
«Cosa c'è? Fammi...»
Aveva percepito il tono preoccupato ma si ritrasse quando lui fece per allungare una mano verso la sua fronte.
«Sto benissimo!»
Voleva dare alla sua voce un tono duro ma quello che uscì dalle sue labbra lo fu decisamente troppo.
Si voltò di scatto quando vide gli occhi di lui cercare i suoi con aria investigativa.
«Grazie di tutto, Sherlock. Ora scusami ma ho proprio bisogno di sdraiarmi.»
Senza aspettare risposta andò a passi decisi verso la camera da letto per poi chiudersi la porta alle spalle. Tolse le scarpe e si sdraiò sul letto ancora vestita rannicchiandosi sotto il piumone, le palpebre strette per cercare di sollecitare l'arrivo del sonno.
Si svegliò di soprassalto.
Il respiro affannato, la schiena madida di sudore e gli occhi sgranati.
«Non è così semplice, Molly.»
La patologa si voltò in direzione della sua poltrona. Il sorriso dolce e malinconico di Sherrinford riusciva quasi a stagliarsi nel buio.
«Non si può semplicemente chiudere gli occhi e lasciare tutto il resto fuori, credimi.»
La patologa si tirò su per appoggiarsi allo schienale del letto. Il suo corpo era un ammasso di muscoli doloranti.
«E allora come si fa?»
La bella Holmes si alzò per poi sedersi ai piedi del letto.
«Non si fa.» Lo sguardo perso della patologa convinse l'altra ad avvicinarsi per stringerle la mano con fare consolatorio. «Mi dispiace Molly, è tutta colpa mia...» la patologa iniziò a scuotere la testa «...ha ragione Sherlock.»
Il capo di Molly si bloccò a quelle parole.
«Cosa?»
L'altra abbassò lo sguardo.
«Sherlock è infuriato con me per averti coinvolto in tutta questa storia ed ha ragione. Non avevo alcun diritto di...»
La patologa le strinse la mano con affetto e decisione.
«No Sherrinford. Tu non hai nessuna colpa, sono stata io a...»
«Lo sai da quanto tempo è che non riesco più a dormire?»
Molly corrugò la fronte con aria confusa.
«20 anni! E' da più di 20 anni che non riesco a dormire come fanno tutti gli altri. Ogni volta che chiudo gli occhi i miei errori, le mie scelte, le mie azioni mi si ripresentano davanti agli occhi. Costantemente ed interrottamente...»
Molly ingoiò nervosamente il nulla e Sherrinford le lasciò la mano allontanandosi nuovamente da lei.
«Anche Sherlock...»
La Holmes sorrise malinconica guardando fuori dalla finestra prima di portare i suoi occhi in quelli di lei.
«Secondo te perché è arrabbiato con me?»
La voce sarcastica e vagamente divertita della donna la spiazzò.
La mente di Molly palesò un "per me?!" che le sue labbra si rifiutarono di pronunciare.
Sherry le sorrise con aria complice ma la patologa si riscosse da quella specie di stato meditativo scuotendo vagamente la testa.
«No Sherrinford...» la donna aprì maggiormente gli occhi con fare sorpreso. «Non è come credi tu. Il problema sono io, il mio essere la più debole, l'anello debole.»
La Holmes aggrottò le sopracciglia con aria dubbiosa. Molly respirò pesantemente parlando più a se stessa che all'altra.
«Lo sapevo che aveva ragione lui»
Sherry le si avvicinò con sguardo indagatore.
«Lui chi? Di che cosa stai parlando?»
Le dita della patologa iniziarono a giocare con le pieghe del lenzuolo.
«Mentre ero lì...beh, insomma si, ho riflettuto su molte cose ed anche parlando con Mr Norton, io ho capit...»
«Che cosa?!» Il tono perentorio e astioso della donna la fece intensivamente ritrarre in sé stessa. «Non dirmi che hai dato retta alle parole di Godfrey?! Dio mio, Molly, eppure ti avevo messo in guardia da lui.»
Lo sguardo di Molly vagò disperatamente per la stanza. Com'era possibile che il tono di rimprovero degli Holmes la facesse sempre sentire così male?!
Strinse il lenzuolo fra le dita cercando di trarne chissà quale coraggio.
«Non mi ha detto niente che io non sapessi già. E' solo che mi ha aiutato ad ammetterlo.»
«Ah davvero?!»
Il sarcasmo nella voce della donna la ferì costringendola ad alzare lo sguardo per rispondere al suo.
«Si, davvero! Ho sempre saputo di far parte di un mondo diverso da quello di Sherlock e lo sai anche tu.» Gli occhi di Sherrinford ebbero una momentanea insicurezza. «Ma ora ho veramente capito che non solo siamo due mondi diversi ma che siamo anche inconciliabili.»
Sherrinford scosse la testa.
«Ma Sherlock...»
«Il problema non è lui, sono io! Io non appartengo al vostro mondo...»
«Ma quale mondo?!»
«Il vostro! Quello tuo, di Sherlock, di John, di Mary, perfino di Mrs Hudson...»
Sherrinford inspirò profondamente.
«Ascoltami, Molly. Non si tratta del tuo o del nostro mondo ma dei nostri mondi. Nessuno di noi è uno scompartimento stagno separato da tutto e tutti. Ci influenziamo e mutiamo di conseguenza.»
«Sherry, lo sai che cosa intendo dire...»
Le due donne si guardarono per qualche momento prima che la Holmes accennasse un'alzata di sopracciglia in segno di resa.
«Potremmo dire che se proprio un mondo deve esserci tu ne sei quella più al margine, ecco.»
«Sono l'anello debole, Sherry, e non voglio più esserlo.»
«Questa scelta puoi farla solo tu Molly e non mi permetterei mai di interferire con essa...» la patologa le strinse le mani con fare riconoscente «...però, il fatto che tu possa essere considerata una debolezza di Sherlock vuol dire che...»
Molly abbassò lo sguardo.
«Non sono una debolezza di Sherlock, sono una debolezza per Sherlock...»
«Ma lui ti...»
«Sherrinford, tu sei una sorella fantastica ma non puoi decidere per Sherlock...o per me.»
Sherry non poté controbattere a quella realtà e tacquero per qualche tempo prima che Molly rialzasse lo sguardo sulla donna studiandone il viso.
«Poso farti una domanda?»
L'altra le sorrise amorevolmente.
«Quando Norton ha detto...beh, ecco, quando ha detto di non pentirsi di essere stato il tuo Frey...» Sherry annuì per convincerla a proseguire. «pensi che lo abbia fatto di proposito? Intendo il farsi sparare.»
Sherrinford respirò pesantemente.
«Non lo so»
La patologa esitò per un istante prima di avvicinarsi alla donna.
«Come stai Sherry...veramente?»
La bella Holmes sorrise a quella donna ai margini di quello che pensava essere il loro mondo e che cercava comunque di aiutarla.
«Potrà sembrarti banale da dire ma ho solo bisogno di tempo.»
Molly annuì leggermente.
«Già, fa miracoli.»
Sherry scosse il capo.
«Non è il tempo che fa miracoli. E' la nostra mente...con il tempo ogni emozione, preoccupazione e timore, se non coltivata, si attenua fino a sparire e diventare un semplice ricordo. Ho solo bisogno di questo, che diventi solo un ricordo.»
Molly non riuscì a trattenersi dal guardarla con fare malinconico. Non aveva mai visto così tante sfaccettature in un unica persona come le aveva viste in lei; un mosaico di esperienze, idee e emozioni impossibili da poter gestire per unico essere. Eppure lei era là, eppure lei era una Holmes. Forse...
La vibrazione del cellulare nella tasca di Sherry le riportò alla realtà.
Si sorrisero.
«Molly, io non voglio forzarti però una cosa voglio dirtela...suppongo che lui ti abbia raccontato di quella leggenda...» La patologa annuì arrossendo leggermente. «Beh, sai qual è la vera storia di Frey e Gregor? Lei non ha deciso liberamente di sposarlo, è lui che l'ha fatta rapire e che l'ha ricattata...Non dico di essere stata rapita ma ingannata si. Sia da lui che da me stessa. Per questo ti prego di non dare credito alle sue parole e cerca di riflettere bene sulle tue.»
Molly strinse le labbra e le sorrise promettendole implicitamente che l'avrebbe fatto. Sherry rispose al suo sorriso e si protese in avanti per stringerla in un abbraccio caloroso alla quale l'altra rispose prontamente.
Poi Sherrinford Holmes aprì la finestra e con un sorriso leggero se ne andò.
La luce tenue dell'aurora stava iniziando a mutare i colori e le forme della stanza. Le sfumature tenui del viola, del giallo e dell'arancio cercavano di imporsi al buio più nero ridando densità e contorni a tutte quelle forme che la notte sembrava aver annullato.
Molly si fermò studiando quell'insieme tenue di colori che lentamente scoprivano Sherlock addormentato sul divano. I suoi avambracci, lasciati scoperti dalle maniche malamente arrotolate, rivelavano il vago bluastro della arterie che la sua pelle diafana non riusciva a celare; il collo veniva tradito dai raggi solari mostrando i ricordi di cicatrici ormai passate; i ricci scomposti e caotici erano un insieme di sfumature di colore come un tripudio di foglie autunnali.
La donna fece solo alcuni passi verso di lui; i piedi nudi, ancora leggermente umidi dopo la doccia che si era concessa, posati cautamente sul tappeto.
Un'espressione contornata dalla tristezza le si dipinse sulle labbra.
Il volto di Sherlock era stanco e preoccupato. Ad uno spettatore esterno non avrebbe dato quell'impressione ma lei, lei che conosceva ogni sua piccola imperfezione, ogni sua piccola ruga, ogni suoi piccolo particolare, lei lo sapeva. Non avendo mai avuto veramente il coraggio di guardare Sherlock, Molly aveva imparato ad osservarlo nei riflessi degli specchi, quando si voltava per andare via, quando studiava i suoi casi, quando, insomma, era Sherlock; quindi, avendo dovuto conquistare il suo volto, aveva imparato a non guardarlo semplicemente ma a ricordarlo.
Per questo, Molly Hooper sapeva che per quanto il volto di Sherlock Holmes in quel momento potesse risultare indifeso, sereno, quasi inespressivo, in realtà celava altro. Le sue labbra perfettamente chiuse erano il segno che aveva deciso di abbandonarsi al sonno e non che ne fosse stato rapito; la rigidità delle sue sopracciglia rappresentava il suo essere rinchiuso nei suoi pensieri; la piccola ruga fra di esse era la manifestazione della sua preoccupazione latente; le ciglia non perfettamente serrate, infine, confermavano il fatto che non si fosse addormentato da molto.
Allungò una mano per prendere il cappotto dell'uomo, che giaceva su di una sedia, percependolo più pesante di quanto si aspettasse. Lo strinse a sé sorridendo per quella moderna armatura che l'uomo considerava ineliminabile ed essenziale per essere ciò che era.
Fece qualche altro passo per arrivargli vicino a lui, coprirlo e sedersi sul tavolino di fronte. Sapeva che lui aveva già percepito la sua presenza. Lasciò vagare i suoi occhi sul suo volto ancora per qualche istante per poi abbassare lo sguardo.
«Non era necessario che restassi.»
Ne percepì il movimento. Il leggerissimo mugolio derivante dai muscoli doloranti dopo la nottata praticamente insonne; il fruscio dei vestiti mentre si metteva seduto; i suoi occhi che la scrutavano.
Lei non alzò i suoi.
«No.»
Molly spostò leggermente il volto per andare ad osservare un fascio di luce. La polvere vagava libera nell'aria restituendo strani e tenui riflessi.
Senza guardarlo in volto si alzò andando in cucina e attaccando il bollitore.
«Vuoi qualcosa? Un caffè?»
Il suo tono di voce risultò impostato e falso anche a sé stessa.
Il silenzio dell'uomo seguito poco dopo da uno strofinio di vestiti, segno che aveva indossato il suo fedele Belfast, le fecero stringere denti, pugni e palpebre.
Una debolezza. La più debole.
Inspirò cercando di ricomporsi e sbattendo le palpebre un paio di volte per concentrarsi su ciò che fosse reale.
Si voltò ed andò a passi spediti verso di lui, un sorriso innaturale e tirato sulle labbra.
«Grazie.»
Gli occhi di lui.
Doveva ancora imparare a non reagire ai suoi occhi, a sostenere quello sguardo, quello sguardo che la scrutava e studiava, quello sguardo che ogni volta l'aveva portata ad aprirsi, a parlare con lui, a far cadere le sue strutture.
Tuttavia lo aveva deciso, lo doveva, non poteva, non voleva ma doveva fare. Per cui, quella volta, solo e soltanto quella volta, lo sguardo di Molly Hooper non rispose allo sguardo di Sherlock Holmes rendendosi quello specchio vuoto che tanto spesso erano stati gli occhi di lui.
«Non devi ringraziarmi Molly…»
Un vago movimento delle labbra di lei fu l'unica risposta che ricevette prima che lei abbassasse gli occhi rendendogli di nuovo impossibile tentare di comprenderla.
Aprì la porta indugiando per qualche istante, per poi superare l'uscio e chiuderla dietro di sé.
Lei strinse le labbra, il fiato ancora trattenuto per cercare di capire cosa lui stesse facendo e forse pensando. Non percepiva rumori o fruscii. Sapeva che il pavimento del suo pianerottolo si lamentava costantemente di chi lo calpestava, che i bottoni del cappotto di Sherlock avrebbero ticchetto lungo la grata della rampa di scale troppo stretta, che l'eco del portone, anche se chiuso con attenzione e delicatezza, era sempre e comunque percepibile. Sapeva tutte queste cose, di conseguenza, sapeva anche che Sherlock era lì, dietro la sua porta, immobile, probabilmente in attesa come lei.
Doveva semplicemente andarsene. Doveva voltarsi, andare in cucina, spegnere il bollitore e farsi il caffè. Lui l'avrebbe sentita e sarebbe uscito dalla sua vita. Tuttavia non ci riusciva, non riusciva a muoversi, non riusciva a convincersi di quello che stava facendo.
Il suono del Belfast che strisciava lentamente sul legno della sua porta e la suola delle scarpe che si opponeva al tessuto del suo zerbino le diedero conferma che Sherlock era lì e che si era voltato verso la sua porta, in attesa che lei decidesse cosa fare.
Istintivamente fece quei pochi passi che la separavano dall'uscio e si fermò.
Ora erano lì, uno di fronte all'altro, separati solo dalla sua porta di legno bianco.
Lui percepiva il suo respiro, l'ombra delle sue gambe frapporsi alla luce che passava dalla fessura sotto la porta, le unghie corte delle dita di lei che si poggiavano su uno dei pannelli di legno.
Lei sentiva la sua presenza. Percepiva sempre e comunque Sherlock, in ogni momento, in ogni contesto, come una sensazione che la circondava più che come una presenza fisica che le si accostava.
Lo sguardo della donna, fino a quel momento perso nelle venature del legno, si spostò sulla maniglia in ottone. Vide la sua mano afferrarla.
Il fischio del bollitore la fece sussultare inaspettatamente ed eccessivamente.
Corse fino in cucina per spegnerlo.
L'eco del portone d'ingresso che si chiudeva la fece voltare di scatto.
Tornò alla porta e l'aprì improvvisamente.
Non riuscì ad evitare gli occhi di Sherlock che, ancora immobile sul suo zerbino, la studiarono rapidamente percependone la preoccupazione, la tristezza, la delusione e la paura.
La patologa si immobilizzò non riuscendo a distogliere lo sguardo.
«Vuoi costringermi a dirti addio, Molly Hooper?»
Lei strinse i denti per cercare di controllarsi, gli occhi ancora incatenati a quelli di lui, la voce un sussurro strozzato.
«Mi hanno usato ancora contro di te…» l'uomo corrugò la fronte e fece per parlare ma lei non si fermò. «…non voglio essere una debolezza per te.»
«Sei tante cose, Molly Hopper, fuorché una debolezza»
«Se non fosse per me tu...»
L'uomo fece un passo avanti. Un lembo del suo Belfast a sfiorare una gamba di lei.
«Se non fosse per te, Molly, io non sarei qui.»
Fece vagare i suoi occhi sul volto di lei cercando di capirne i pensieri.
«Sherlock, io sono una persona normale, appartengo ad un mondo normale ed è giusto che…»
L'uomo le si avvicinò ancora tanto da bloccare il suo fiume di parole e costringerla ad alzare nuovamente gli occhi. Quelli di lui erano vitrei e severi.
«Di cosa stai parlando?!» La donna si guardò intorno alla ricerca di qualche irreale aiuto. «Non intendo rispondere alle frasi insensate di quell'uomo.»
«Non sono frasi insensate! Lui ha ragione, lui sa…»
«Lui non sa niente! E mi rifiuto di pensare che tu possa avergli creduto anche solo per un'istante!»
«Non voglio vederti morire.»
L'uomo si immobilizzò, gli occhi quasi spalancati ad osservarla. Il leggero tremito del corpo, il respiro pesante, le lacrime trattenute.
Inspirò pesantemente prima di abbassare lo sguardo, sorridere e rialzarlo su di lei.
«Non sarebbe una novità.»
Molly strinse le labbra corrugando la fronte.
«Ma non per causa mia.»
«Non credi che spetti a me decidere?»
Molly non riuscì a trattenere un sorriso triste prima di scuotere la testa convinta.
«No. Spetta a me.»
Rimasero lì, in uno di quei silenzi unici e calmi delle prime ore del giorno e non si mossero neanche quando la radiosveglia di Molly proruppe invitando la città a svegliarsi.
"Buongiorno Londra!
Avanti! Alzate le chiappe e date il benvenuto a questo freddissimo 6 Gennaio.
Il più freddo da qui a ben 50 anni, dico bene Frank?"
"Dici benissimo Paul, infatti le previs..."
Gli occhi di Molly si spalancarono ed alzò il volto all'improvviso per incontrare quello divertito e offeso dell'uomo.
«Non ti facevo così insensibile Molly Hooper...proprio oggi...»
La patologa non riuscì a trattenere un deciso "No" prima che un sorriso sincero si aprisse sul volto dell'uomo.
Lei rilassò le spalle cercando inutilmente di non rispondere a quel dannato sorriso. In fin dei conti, ormai l'aveva preso. Non ci avrebbe fatto niente e gli avrebbe sempre fatto tornare in mente lui.
Sospirò pesantemente prima di voltarsi, andare ad aprire un'anta della libreria e tirarne fuori un libro.
Tornò da lui porgendoglielo con finta aria disinvolta e cercando di non sorridere.
«Volevo incartarlo ma poi, sai...»
Sherlock prese il libro dalle mani di lei e lo osservò prima di alzare un sopracciglio dubbioso.
«Pensavo che ti servisse una versione più aggiornata sulla storia della pirateria.»
Lui voltò il libro per leggerne la presentazione sul retro e le rispose con aria distratta.
«Questo è sui corsari. E' differente...»
Molly lo guardò con aria maliziosa quando lui si bloccò ed assunse un'aria vagamente imbarazzata per essere stato ingannato così facilmente rivelando la sua debolezza infantile. Le labbra di Molly si aprirono finalmente ad un sorriso sincero.
Il detective infilò il regalo in una tasca del cappotto prima di alzarne un bavero per andare a cercare qualcosa in una tasca interna.
Con aria confusa Molly lo osservò estrarne un oggetto avvolto in una banale carta velina marrone. Scrutò il volto inespressivo dell'uomo che le porgeva l'oggetto.
«Sherlock, pensavo che almeno questo ti fosse chiaro. A Natale si scambiano i regali mentre per il compleanno si ricevono e basta.»
Per tutta risposta l'uomo alzò un sopracciglio senza, tuttavia, desistere dal porgerle il pacchetto.
La patologa guardò alternativamente l'uomo e l'oggetto per poi allungare una mano e prenderlo.
Lo scartò con aria disinteressata prima di bloccarsi.
Le mani le tremarono leggermente e gli occhi furono immediatamente coperti da un velo di lacrime. Si girò con uno scatto verso il tavolino accanto alla sua poltrona preferita prima di tornare a voltarsi verso Sherlock, lo sguardo ancora fisso sulla cornice che racchiudeva la foto di lei e suo padre.
Il foro non c'era più.
«Come hai fatto?»
La sua voce era solo un sussurro.
Sherlock fece un passo incerto verso di lei.
«Ti interessa veramente?» Lei scosse la testa stringendo le labbra e trattenendo a fatica le lacrime. «Mi dispiace Molly...perdonami.»
Alzò gli occhi per incontrare quelli di lui. La sua mente si riempì di tutti quei ricordi di Sherlock che aveva voluto allontanare da sé. Quello che lei si era ostinata a definire e relegare a il suo Sherlock si sovrappose e impose allo Sherlock Holmes che così freddamente aveva creato in quegli ultimi giorni. Riconobbe in quel gesto tutti quelli che Sherlock aveva per John, Mary, Sherry e Mrs Hudson, gli stessi gesti che aveva avuto anche per lei. Sentì il suo cuore riempirsi man mano che gli sguardi di lui, i suoi sorrisi e le su parole tornavano a reclamare quel luogo che era stato loro per così tanto tempo. Era veramente così debole? Le bastava veramente così poco per cedere e cambiare? Per cancellare tutto ciò che si era ripromessa di fare e dire?
Lui la guardò e le sorrise con lo stesso sguardo e le stesse labbra con cui una volta le aveva augurato fortuna in un ingresso grigio di un palazzo qualsiasi*. Ma questa volta era diverso. Questa volta quell'espressione fu accompagnata da un tocco leggero che le accarezzò una tempia per proseguire sulla sua nuca, sul collo e poi arrivare a cingerle le spalle e stringerla a sé.
Il respiro di liberazione che uscì dalle labbra di lei fu il colpo di grazia che Sherlock Holmes diede a Godfrey Norton.
Non avrebbe saputo descrivere quella sensazione, non era certa che fosse reale. In realtà, non era certa se tutto quello fosse reale. Avrebbe potuto essersi ingannata? Avrebbe potuto essere un sogno. Dopotutto, ne aveva fatti così tanti.
Inspirò sentendo l'odore di Sherlock a pochi millimetri da lei, strinse le dita intorno al tessuto della camicia di lui che gli copriva la schiena, ascoltò il battito del suo cuore, calmo e regolare; alzò lo sguardo per vedere come fosse il suo volto da una prospettiva e una vicinanza che mai avrebbe sperato.
No, non poteva essere un sogno. Non poteva essere riuscita ad ingannarsi così bene. Non poteva essere riuscita ad ingannare tutti i suoi sensi.
Non tutti, Molly.
Quella vocina nella sua testa la prese alla sprovvista ed istintivamente si strinse maggiormente a lui. No, non avrebbe potuto sopportare che anche quella volta fosse solo e soltanto un sogno.
In risposta a quella stretta, Sherlock si mosse leggermente spronandola silenziosamente ad alzare lo sguardo. Corrugò la fronte e studiò gli occhi di lei per cercare di capire che cosa la turbasse.
Dopo un primo momento di esitazione lei gli sorrise.
Se è solo un sogno che problema c'è? Lo hai già fatto miliardi di volte...
Aveva immaginato che avrebbe dovuto mettersi in punta di piedi ma non così tanto e ringraziò il cielo che la sua visione, sorridendole, si abbassasse su di lei per aiutarla a baciarlo.
Più che un bacio fu uno sfiorarsi di labbra ma fu quello a darla la certezza che quello di fronte a lei fosse Sherlock Holmes, che tutto quello fosse reale e che era quello il momento di iniziare ad arrossire. Fece per abbassare i talloni così da tornare a percepire il suolo e la realtà quando lui si abbassò nuovamente su di lei per rispondere a quel semplice sfiorarsi di labbra con qualcosa di decisamente più simile a un bacio.
In principio si lasciò baciare, prima di spostare le sue mani dalla schiena al petto di lui per poi salire e andare a cingergli il collo. Percepì l'abbraccio di lui farsi più serrato e adorò il fatto di non dover più far affidamento sulle sue gambe per sorreggersi. Lui bastava per entrambi.
Le sfuggì un mugolò disapprovazione quando le labbra di lui si allontanarono e si ritrovò a dover utilizzare nuovamente i suoi piedi.
Aprì gli occhi con espressione contrariata, le dita ancora strette al colletto della camicia di lui.
Sherlock sorrise divertito a pochi centimetri dal suo volto ed alzò un sopracciglio perplesso.
«Credo stia cercando te...»
La patologa ci mise qualche istante prima di registrare le parole di lui ed ancor più tempo per realizzare che qualcuno stava bussando alla porta chiamando il suo nome.
Sgranò gli occhi lasciando la camicia di lui e cercando inutilmente di sistemarsi i capelli.
«Meena...»
Al di là della porta l'amica reagì a quel richiamo anche se appena sussurrato.
«Molly! Oddio Molly, stai bene? Perché non apri? Sei svenuta! Oh mio Dio sei svenuta! Riesci a raggiungere la porta? Aspetta, non preoccuparti, ci penso io! Chiamo i pompieri!»
La patologa sorrise divertita per il panico illogico dell'amica e dopo aver lanciato uno sguardo imbarazzato a Sherlock, che si era fatto da parte per lasciarla passare, andò verso la porta.
«Meena, se fossi svenuta...» la porta si aprì, rivelando una Meena allarmata e vestita in maniera sconclusionata. «non potrei risponderti, non credi?»
La donna buttò le braccia al collo della patologa.
«Oh cielo! Quando mi ha detto quello che è successo non potevo crederci! Perché non mi hai chiamato? Sarei venuta qui ieri sera. Non dovresti rimanere da sola e...»
Lo sguardo della donna fu attirato dall'uomo che a pochi metri da loro le osservava imperscrutabile.
«E lui che ci fa qui?»
Sherlock alzò gli occhi al cielo prima di voltarsi ed andare a guardare fuori dalla finestra senza nessun motivo plausibile.
Molly guardò con preoccupazione l'una e poi l'altro prima di attirare l'attenzione dell'amica.
«Mena ma di chi stai parlando? Chi ti ha detto cosa...?»
Lo sguardo astioso della ragazza indugiò ancora qualche istante sulle spalle dell'uomo prima di voltarsi verso l'amica e riprendere la sua espressione preoccupata.
«Mr Mycroft ovviamente! Quell'uomo è davvero un angelo. Era così preoccupato per te! Mi ha chiamato mezz'ora fa e mi ha raccontato tutto: che ti sono entrati i ladri in casa, che tu li hai scoperti e per questo loro ti hanno colpito. Mi ha chiesto se potevo venire a controllare che stessi bene...che gentilezza, che signorilità! Uomini così ormai non si trovano più.» abbracciò nuovamente l'amica che rivolse uno sguardo perplesso e stupito a Sherlock al quale lui rispose muovendo la testa sconsolato e regalandole uno dei suoi sorrisi a mezza bocca.
Meena liberò nuovamente l'amica per poi dirigersi in cucina.
«Allora di cosa hai voglia? Ora che ci penso, puoi mangiare o no? Ho letto su internet che dopo una botta in testa non si dovrebbe...ma hai usato il bollitore?! Mai sei impazzita! E se svenivi nel mentre?! Avresti potuto...»
La patologa scosse la testa sconsolata mentre l'amica continuava a elencare rimedi casalinghi e preoccupazioni illogiche. Poi incontrò lo sguardo di Sherlock che divertito le si avvicinava.
Erano nuovamente persi in quella specie di mondo parallelo e lui fece per dire qualcosa quando Meena fece capolino dall'isola della cucina.
«Può andare Mr Holmes, ora ci sono io.»
L'uomo le lanciò un'occhiata fugace mentre Molly si voltava redarguendola con lo sguardo e mimandole con le labbra di tacere.
«Me ne stavo giusto andando»
La patologa si voltò nuovamente verso di lui con aria sorpresa e dispiaciuta.
Non appena il voltò di Meena sparì dietro l'angolo lui le si avvicinò maggiormente, la voce bassa e calda.
«L'auto di Mycroft è qui sotto da mezz'ora.»
Molly abbassò lo sguardo e sorrise. Due dita a giocare con un bottone della camicia di lui.
Ecco perché aveva chiamato Meena, Sherlock lo stava ignorando. Sbuffò interiormente: lei aveva aspettato anni per avere Sherlock dieci minuti per sé, lui poteva aspettare mezz'ora.
Espirò leggermente facendo tornare la sua parte razionale e accompagnando Sherlock verso la porta.
Una volta sull'uscio lui si voltò e la guardò con un'espressione che Molly avrebbe imparato a riconoscere e amare come nessun'altra.
Lei gli si fece ancora più vicina.
Una voce perentoria e fredda echeggiò nella stanza.
«Grazie, Mr Holmes!»
L'irrigidimento della mascella accompagnato da uno sguardo vitreo carico d'odio di lui e una nuova e più inquietante occhiataccia di lei, fecero nuovamente rintanare Meena dietro l'angolo della cucina.
Molly si voltò per l'ennesima volta verso Sherlock e fece per dire qualcosa quando sentì le labbra di lui prendere le proprie e le dita circondarle il volto. La sorpresa sul volto della patologa durò appena pochi istanti prima di ricambiare, con medesimo trasporto, il bacio.
Vacillò un attimo quando la lasciò e fu certa che il suo sorriso, in risposta a quello che luile rivolse prima di scendere rapidamente le scale, fosse decisamente ebete.
Rimase immobile, sorriso ebete incluso, per alcuni secondi prima di sentire il portone del palazzo cigolare; si voltò quindi di scatto e dopo aver con decisamente poca eleganza scavalcato la lampada che giaceva a terra non considerata, si diresse alla finestra giusto in tempo per vederlo uscire, lanciare uno sguardo nella sua direzione e salire in macchina.
Con una lentezza disarmante si sedette sul divano. Un sorriso leggero, gli occhi persi a fissare un punto indefinito e due dita a sfiorarsi le labbra.
Non poteva crederci, non poteva crederci, non poteva crederci, non...ok, basta! Il concetto era chiaro. Il punto era: e adesso? Cosa sarebbe successo, cosa avrebbe fatto lei e cosa avrebbe fatto lui? Forse avrebbero dovuto parlarne, anzi dovevano parlarne, si ma come? "Che freddo che fa oggi, vero? A proposito, riguardo all'altro giorno, sai quando ci siamo..." Ok no, decisamente no. E allora? Cosa doveva fare? Insomma, in una situazione normale lui si sarebbe fatto vivo e probabilmente sarebbero andati a cena da qualche parte e poi...Ma quella non era una situazione normale, lui non era una persona normale e lei, ormai lo aveva capito, non era una persona normale.
Sorrise guardando la foto di lei e suo padre che, non si ricordava bene quando, aveva posato nuovamente sul tavolino accanto alla poltrona. Quella foto non sarebbe più stata la stessa ai suoi occhi. Quella foto era la rappresentazione reale e tangibile dell'esistenza del suo Sherlock.
Note Autore:
*Non so se si capisce ma mi riferisco alla scena de "La casa vuota"...spero si capisca ^^
Premetto che non sono molto convinta del finale ma non sapevo bene come muovermi, un po' come Molly insomma ^^.
Che dire? Mi dispiace dover abbandonare questa storia, i suoi personaggi e la mia/nostra Sherrinford ma prima o poi doveva succedere e, al di là di tutto, sono contenta (e spero lo siate anche voi) di averla portata a compimento. Il mio unico e vero rammarico è stato il tempo e l'aver abbandonato questa storia rendendomela, e temo rendendovela, in un qualche modo estranea in certi punti (se dovessi scegliere fra questa e "The third brother" sceglierei sicuramente la prima) ma ormai è cosa fatta.
Per tutte/i coloro che si fermeranno qui, vi saluto e vi ringrazio nella speranza di vederci (se così i può dire) molto presto. Di idee in mente ne ho tante, bisogna vedere solo se e quando usciranno. ^^
Per tutti gli altri, ci vediamo nel prossimo capitolo!
Grazie per essere arrivate/i fino a qui e a presto,
Anne ^^
