Capitolo XI. Non sempre chi cede è debole

MINISTERO IN CRISI?

I due Ministri Albus Percival Wulfric Brian Silente e Gellert Grindelwald avrebbero avuto un colossale litigio lo scorso venerdì sera e attualmente vivrebbero separati, secondo fonti attendibili all'interno del Ministero della Magia. Le discussioni della coppia sarebbero aumentate, presumibilmente, dopo l'approvazione del Decreto sulla Salvaguardia della Legge Magica. Si vocifera che siano previste ingenti modifiche alla legge sull'immunità ministeriale, fatta passare anni fa proprio dal Ministro Grindelwald in una scia di controversie.

"Il Ministero non può permettersi di farsi vedere diviso in un momento del genere. Gli elettori sono sempre più preoccupati dalle nuove leggi, che promettono un poco invitante ritorno alla segregazione, stavolta non dei Maghi, ma dei Babbani. Il ministro Grindelwald è sempre stato estremamente reazionario in tal senso. Forse quest'ultimo affondo, inferto senza il consenso del Ministro Silente, ha dato il colpo di grazia anche al loro matrimonio?" commenta Mercy Winterbone, Vicedirettore dell'Ufficio Auror e portavoce ufficiale per il Profeta.

L'Auror, che ha caldeggiato più volte la parità dei diritti magici per gli ibridi, nonché ex ammiratrice del Ministro Silente, si lascia andare a dichiarazioni secondo le quali il Ministro Grindelwald sarebbe 'fuori controllo', e promette inoltre di investigare personalmente sulle modifiche alla già definita 'oltraggiosa' legge sull'immunità. Invita infine il Ministro Silente a venire allo scoperto, chiarendo la propria posizione.

"Che torni a essere un faro di speranza, la bussola della comunità magica" conclude la Winterbone.

Ventisei anni, la più giovane vice-direttrice Auror da due secoli a questa parte, braccio destro di Harry Potter, membro del Wizengamot, Ordine di Merlino, Seconda Classe, un marito, due figli e già alle spalle una brillante carriera, l'Auror Winterbone, ex Caposcuola della Casa Corvonero, si è distinta per..."

Grindelwald stracciò il giornale, livido di rabbia. I risultati delle analisi del sangue di Sal ancora non arrivavano. I maledetti Babbani dicevano che l'esame del DNA, qualsiasi cosa fosse, richiedeva tempi più lunghi. Tutti i suoi tentativi, magici e non, di entrare a Villa Potter si erano rivelati inutili, e Albus rimaneva muto e inaccessibile. Si chiese se potesse vederlo, al di là del vetro della camera degli ospiti dei Potter, mentre cercava di entrare in contatto con lui e rimaneva ore infruttuose a cercare di parlargli, nonostante il Ministero stesse per cadere a causa della propria inerzia. Forse, era proprio quello che Albus voleva. Che gli elettori chiedessero a gran voce le loro dimissioni, così Gellert avrebbe potuto 'rinsavire', o meglio, essere messo sotto inchiesta.

Odiava il suo comportamento, ma era tipico di lui. Il silenzio, la freddezza, l'indifferenza totale. La stessa strategia di quando l'aveva ignorato, dopo la morte di Ariana, per tutti quegli anni in cui si erano separati, prima del duello finale. Gellert sapeva che, inevitabilmente, la rabbia verso di lui e il disprezzo per se stesso sarebbero aumentati, se Albus persisteva con quell'atteggiamento.

Uscì, deciso a occuparsi di Mercy Winterborne.

La giovane Auror gli aveva sempre dato problemi. Una delle ultime protette di Moody, raccomandata da lui a Harry per il posto che ricopriva, era una strega brillante e piena di energie, ma maledettamente impicciona, anche più di quella Tonks dai capelli rosa shocking. Doveva mettere a tacere le voci che lo screditavano. Mercy e la sua cerchia erano incredibilmente influenti e, se si fosse arrivati a uno schieramento tra lui e Albus, Gellert dubitava che la sola popolarità lo avrebbe fatto vincere. Albus era ancora grandemente stimato e rispettato per l'uomo che era stato in passato. E se, invece, il mondo magico avesse chiesto le dimissioni di entrambi i Ministri? Non c'era verso di modificare la legge magica a quel proposito: avrebbe dovuto lasciare la poltrona, anche se all'orizzonte non si profilavano candidati meritevoli che avrebbero potuto sostituirli.

Un'ipotesi che andava scongiurata al più presto.

"Buonasera, Mercy" disse Gellert.

Era vestito come un Babbano, con dei semplici jeans scuri e una giacca di pelle nera; i capelli biondi erano raccolti in una coda di cavallo e aveva un'aria giovanile e informale, eppure vagamente minacciosa.

"Ministro. Mi aspettavo una sua visita..." anche se non qui, lasciò intendere il suo sguardo tagliente.

Mercy era appena uscita dall'ingresso per visitatori del Ministero della Magia, proprio nel posto in cui Gellert aveva sperato d'intercettarla.

"Non volevo disturbarti a casa, so che sei sempre tanto impegnata. Potremmo parlare in un posto tranquillo?"
"Quella caffetteria laggiù andrà benissimo" disse la giovane donna, senza scomporsi.

Era l'unico luogo pubblico che vantasse un'illuminazione decente e qualche avventore. Era chiaro che Mercy aveva considerato in fretta le proprie opzioni, e non desiderava un confronto diretto, in un posto isolato.

Gellert la occhieggiò al di sopra della tazza, una brodaglia imbevibile, che lasciò intatta. La strega aveva lunghi capelli castano scuro, raccolti in una severa crocchia, e grandi occhi grigi ed espressivi; per il resto, il suo viso non era degno di nota, se non per il mento volitivo.

"Hai paura di un'aggressione nel cuore della notte, Mercy? Merlino aiuti chi osa tanto" la blandì lui, con un sorriso.

"Davvero" concordò Mercy, senza dar cenno di cogliere l'ironia.

"E come sta il caro signor Winterbone? Un Babbano, vero? E i tuoi figli?"

"In gran forma, hanno appena iniziato la scuola normale... ovviamente è troppo presto per capire se sono dei maghi" disse Mercy, sostenendo freddamente il suo sguardo, come a sfidarlo a discutere la sua scelta di non far frequentare ai figli le 'scuole speciali'. "Sì, mio marito produce videogiochi di ambientazione fantasy" continuò, senza perdere un colpo. "Io stessa sono Nata Babbana. Siamo persone molto diverse, ma ci siamo trovati... lei ne sa qualcosa, non è vero?" indagò, asciutta.

"La tua famiglia non risente dei tuoi orari di lavoro? Dev'essere molto stressante" contrattaccò Gellert, nascondendo la propria irritazione. La strega non sembrava per niente intimorita: peggio, montava alla carica con un'insolita, alquanto sconsigliabile testardaggine.

"Esattamente, perché me lo sta chiedendo, Ministro?" La sua voce tradì una punta di fastidio, e Gellert gongolò interiormente.

"Esattamente, perché tu ti sei occupata della mia vita privata, Mercy?"

"Non sono io a detenere la responsabilità dell'intero Mondo Magico" ribatté lei, riacquistando una perfetta compostezza. "Ogni screzio tra voi è di dominio pubblico. Non era mai successo prima, vero? Avrebbe dovuto aspettarselo, Ministro. Non sono solo io a esprimere le mie preoccupazioni, anzi, è proprio in quanto portavoce del mondo magico che ho il diritto e il dovere di farmene carico..."
Gellert si spazientì. Non era mai stato bravo ad ascoltare le prediche altrui. In quel momento poteva essere a casa, a escogitare un piano per riconquistare Albus, o almeno per non farsi rovesciare nel frattempo. Oppure poteva essere ad Amortentia House, a scoparsi il finto Sal, come aveva promesso a quello vero... la prospettiva lo riempiva di eccitazione, stuzzicava il suo lato più basso. C'era un certo sollievo nel cadere sempre più giù, nel baratro, per vedere quanto poteva essere profondo. Per conoscere tutto, ogni cosa, della natura umana: la propria e quella di Sal, che presto, sperava, avrebbe ceduto...

"Mi sta ascoltando, Ministro?" Mercy strinse gli occhi, squadrandolo con diffidenza. Quella donna non avere idea del pericolo che aveva davanti. Non era per nulla intimorita da Gellert, dall'immenso potere e dall'autorità che emanava: dal suo punto di vista, era solo un problema per la comunità magica, e lei avrebbe continuato a infierire, finché le cose non si fossero risolte. Presumibilmente, a svantaggio di Gellert.

"Mercy, ti chiedo, in veste ufficiale, di dimetterti dal ruolo di portavoce per il tuo Ufficio e di non rilasciare più interviste al Profeta. Continua a svolgere il tuo lavoro, in cui sei incomparabilmente eccellente. Ti stimo molto, ma non posso lasciare che continui a screditare il nostro Ministero. In questo modo, getti altro fuoco sul paiolo. La comunità magica che dici di proteggere è già più inquieta, a causa delle tue dichiarazioni."

"Ministro Grindelwald, come ho già detto io riferisco fedelmente queste generali inquietudini, che non hanno nulla a che fare con me e con le mie convinzioni" replicò Mercy, imperturbabile. "Se lei si ritiene minacciato da semplici opinioni, vuol dire che il suo potere non è stabile come crede. Sarà la Comunità magica a decidere se lei e il Ministro Silente siete i candidati più adatti a guidarla anche per i tempi futuri, lei non crede? Il vostro è già stato un Ministero intenso e lunghissimo..."

"Permettimi di dissentire" la bloccò Gellert, la voce un sussurro carico di minaccia e furia. "Imperio" mormorò.

La strega sbatté le palpebre, pagò il conto e si avviò con lui fuori dal locale, dandogli il braccio. Gellert, muovendo appena la bacchetta nascosta nella fodera della giacca, la scortò in un vicolo buio e deserto.

Un lampo rosso, e fu Schiantato all'indietro. Sbatté la testa e la schiena, con forza, e la bacchetta rotolò lontano da lui.

"Ho imparato presto a contrastarla." La strega, libera dalla sua stretta, sorrise e sollevò la bacchetta, che crepitava di scintille, illuminandole il volto. Si batté la tempia, e un filamento argenteo finì dentro una boccetta, che Mercy ripose con cura nel soprabito. "Con questa, mi sarà facile provare che lei ha scagliato su di me una Maledizione senza Perdono. Un Ministro non può essere messo sotto inchiesta, è vero... finché rimane Ministro. Ma quando mostrerò i miei ricordi al processo che intenterò contro di lei..."

"Non oserai!" Gellert si rialzò a fatica, la testa che gli scoppiava.

"Oh, sì" lo contraddisse Mercy, il ritratto della calma. "Nel frattempo, non credo di poterla lasciare a piede libero. Incarceramus!"

"Stai commettendo alto tradimento, Mercy!"

Gellert si riappropriò della bacchetta, eseguendo un complesso incantesimo non-verbale, e deviò per un pelo le funi che, come fruste, erano scattate per catturarlo. Attaccò Mercy con una maledizione oscura. La strega si difese con un inespugnabile Incantesimo Scudo, appena in tempo.

"Vediamo cosa ne pensano i miei colleghi. Harry e Malocchio saranno qui in un baleno" rispose lei, la fronte aggrottata per lo sforzo di mantenere l'incantesimo. Dalla punta della bacchetta fuoriuscì un Patronus-volpe, che sparì agile e veloce nella notte...

"Non costringermi a farti del male" tentò di nuovo Gellert.

"Facendo così aumentare le accuse a suo carico?" lo schermì la strega.

La sua provocazione fece crollare lo Scudo, e Gellert la incalzò senza tregua.

Mercy era una duellante eccezionale, ma non poteva competere con lui a lungo. Non serviva, però, visto che il suo scopo era soltanto trattenerlo: presto sarebbero arrivati gli Auror, e se Mercy mostrava il suo ricordo... il Patronus che aveva inviato, almeno, era un semplice avvertimento: Mercy non aveva mandato un messaggio attraverso di esso, non ne aveva avuto il tempo. Finché la squadra Auror non fosse arrivata, trovando Gellert a duellare con la sua punta di diamante, c'era ancora speranza per lui.

"Non mi lasci altra scelta" disse, parando tutti gli incantesimi della strega e sparandone uno dopo l'altro, con apparente naturalezza. "Sei solo una ragazza, dopotutto..."

La vide tremare di collera. Gellert affondò in un punto scoperto delle sue difese. Un rapido guizzo di bacchetta, un lampo accecante, e la strega si ritrovò ai suoi piedi, immobile e disarmata. Aveva finalmente sperimentato il suo devastante potere, con il quale nessuno, tranne forse Albus, avrebbe mai potuto competere. Gellert si lasciò andare a un ghigno vittorioso, pregustando il momento in cui avrebbe stretto tra le mani la Bacchetta Invincibile.

"Ministro" sussurrò Mercy. Si teneva un fianco, ferito di striscio da una maledizione, e i suoi occhi grandi erano, infine, spalancati dall'orrore.

Gellert sentì il sorriso cancellarglisi dalla faccia. Finalmente, la strega mostrava il giusto timore, ma non riuscì a rallegrarsene, concentrato sulla necessità di ciò che doveva compiere.

"Mi dispiace" disse, con una punta di pietà. Che spreco, una strega così dotata... se soltanto fosse stata al suo posto, se gli avesse obbedito... "Non posso lasciarti vivere. Chiudi gli occhi, non sentirai nulla" la rassicurò, quasi con dolcezza.

Ma lei non li chiuse.

Due orbite grigie e spalancate lo fissarono, accusatorie, finché il lampo verde non spense ogni scintilla di vita racchiuso in esse, lasciandole sbarrate e vuote.

"Stupida" mormorò Gellert, con stizza.

Fece Evanescere il corpo, come se non fosse mai esistito. Vicino a lui, sentì i sonori schiocchi delle Materializzazioni.

Appena in tempo.

Intascò la bacchetta della defunta Mercy Winterbone, e si Smaterializzò.

Sal dormiva. Aveva ceduto al sonno per la prima volta dopo tre giorni. Grindelwald non si era fatto sentire, né per lettera né in altri sensi. Louis e Rose lo pressavano per avere altre informazioni sui Doni, ma lui aveva nascosto gli appunti nella borsa, nel suo inaccessibile laboratorio portatile, e si era rifiutato di parlarne.

Scorpius, poi, non faceva che deluderlo. Piton gli aveva detto che alcuni di quegli ingredienti non si trovavano a Hogwarts ed erano straordinariamente difficili da reperire; di conseguenza, la preparazione della seconda pozione non era neanche iniziata. C'era inoltre bisogno dei necessari tempi tecnici per far decantare la pozione (in tutto due mesi, se avessero avuto tutti gli ingredienti allo stadio giusto). A coronare il fiasco, Piton si era insospettito per le domande di Scorpius che, lo aveva capito immediatamente, dovevano venire da un Potter. Aveva rafforzato le difese del proprio ufficio e non firmava più agli studenti autorizzazioni per i libri del Reparto Proibito.

Sal, nel frattempo, era sceso nella Camera, e aveva trovato che in effetti esisteva un modo per vincolare la Bacchetta al proprietario. In realtà, era molto semplice. Doveva incantare se stesso con la propria bacchetta, vincolandosi a essa, in modo che il loro legame ne uscisse rafforzato e a doppio senso. Quando – se – l'avesse ceduta al nemico, avrebbe dovuto ricordare, con tutta la forza e la determinazione di cui era capace, che era lui il legittimo proprietario. La Bacchetta tendeva a cambiare alleanza non quando veniva presa con la violenza, ma quando riconosceva un mago più forte. Sal doveva mostrarsi più forte di Grindelwald, anzi, doveva esserlo. Interiormente, in coscienza, lui doveva uscirne vittorioso, anche se, da un punto di vista esterno, cedergli la bacchetta dopo essere stato ripetutamente abusato sarebbe parsa una colossale sconfitta.

"Non sempre colui che cede è debole" era una delle frasi preferite di Rose, tratta dal libro di cui gli avevano parlato lei e Louis. Anche Rose, adesso, gli teneva il broncio.

Mentre lavorava, Sal si estraniava dal mondo, sordo ai commenti di Merlino, Bellatrix e Slytherin sulle sue ricerche, ma gli spiriti non erano affatto contenti di essere ignorati. Sal aveva preso a portarsi dietro Scorpius, lasciando a lui il compito di fare conversazione, in modo da non essere distratto. I fantasmi sembravano apprezzare la compagnia di un orgoglioso Malfoy Purosangue, nonostante Bellatrix non fosse affatto contenta di aver scoperto la loro tresca.

Sal evitava il contatto fisico con lui il più possibile: tutto, pur di fuggire da Grindelwald. Scorpius non si meritava che Sal lo usasse per sfogarsi, per avere l'illusione di controllare qualcosa o qualcuno. Il cugino diventava sempre più irrequieto, sia per la freddezza di Sal, sia perché non faceva progressi. Il tempo che passava con lui nella Camera, poi, lo distoglieva dalle ricerche degli ingredienti per la seconda pozione. Sal, infine, aveva pensato che sarebbe stato opportuno cercarli direttamente nella Camera, maledicendosi perché non gli era venuto in mente prima. Aveva chiesto aiuto a Merlino e Slytherin, ma gli spiriti non si erano mostrati molto collaborativi. C'erano sicuramente molti ingredienti illegali lì dentro, ma gli incantesimi di Appello non funzionavano, Sal non sapeva in quale stanza si trovassero, e il suo antenato si era rifiutato di fargli nuovamente da chaperon.

Sal aveva mandato Scorpius a cercarli, pensando di sveltire il processo se si fossero divisi, ma lui si era perso due volte nel labirinto, non possedendo le conoscenze necessarie per affrontarlo. Sal, dopo ore in cui non tornava, aveva mandato Merlino a prenderlo. L'ultima volta era stato lui a tirarlo fuori: Scorpius si era bloccato davanti a un indovinello in runico, che Sal ci aveva messo cinque secondi a risolvere, rivelando l'uscita di una stanza stregata, piena di ciarpame e pressoché inutile.

Il cugino, vicino a una crisi isterica, si era aggrappato a lui, terrorizzato e allo stesso tempo pieno di vergogna. "Scusami... sono così stupido e inutile".

"Non è vero" l'aveva rassicurato Sal, "non avrei dovuto chiedertelo. Può capitare a chiunque, e poi non è colpa tua, se non hai studiato Antiche Rune."

Sal non l'aveva mandato più da solo. Finalmente, quella sera aveva trovato un lucente corno di Erumpent sepolto tra i tesori dei Fondatori. Aveva iniziato a preparare la pozione con l'aiuto di Scorpius, felice di poter finalmente contribuire, e il corno aveva assunto la caratteristica tinta rossa richiesta per lo stato intermedio. Purtroppo, mancavano ancora la mandragola, il Velenottero e la pelle di Girilacco all'appello, e Sal aveva dovuto fermarsi.

Si era concesso di dormire, esausto ma soddisfatto per il procedere del lavoro, anche se andava così a rilento...

Gellert camminava avanti e indietro, impaziente. Sal ci stava mettendo troppo a uscire, non sopportava più quell'attesa. Voleva prenderlo subito e sbatterlo sul letto fino a farsi uscire dalla testa gli occhi spalancati di Mercy. Era stato necessario, non doveva morire, ma se l'era voluta. Era il primo omicidio che compiva da quindici anni, le vite che aveva tolto in guerra non contavano: non l'avevano mai fatto, costituivano legittima difesa. Rivolse un fugace pensiero alla Umbridge e alla Skeeter, date in pasto ai Dissennatori nella Sala delle Udienze: ma neanche loro contavano, se l'erano ampiamente meritato.

Finalmente il ragazzo apparve. Gli venne incontro, poi notò la sua espressione e si congelò all'istante. Gellert lo preferiva così, quando era lui a dover fare tutto. Gli saltò addosso e gli tolse in fretta l'inutile vestaglia. Lo sollevò di peso e lo inchiodò al muro, baciandolo con ardore, fino a lasciarlo ansante e senza respiro, le palpebre dalle lunghe ciglia chiuse sulle guance già arrossate.

"Ti voglio per tutta la notte" bisbigliò, rauco, imprimendogli l'incantesimo ormai familiare. "Stenditi sul letto e accarezzati. Lentamente."

Il ragazzo eseguì, frastornato da quel cambiamento. Si arrampicò sul letto a baldacchino, i movimenti languidi. Gellert poté ammirare la forma dei glutei, l'arco perfetto che descriveva la sua schiena e la curva elegante della nuca. Non aveva dato peso a quei piccoli dettagli le altre volte, e alle ossa che appena sporgevano sulla pelle delicata, una visione che non aveva mai trovato così eccitante.

Sal iniziò ad accarezzarsi, le mani dalle lunghe dita, simili a pallidi ragni, che percorrevano la lunghezza del proprio corpo – un corpo che ormai doveva conoscere bene – dal collo al torace, poi stuzzicandosi i capezzoli, poi finalmente, in mezzo alle gambe.

"Aprile" ordinò Gellert. Lo sovrastava, in piedi, ancora vestito. Era così vicino da alitargli sul collo.

Il ragazzo lo fece e si accarezzò con più urgenza. Gellert fissò lo sguardo sui riccioli scuri, sull'erezione sempre più gonfia, e si leccò le labbra.

"Smettila" sibilò, quando i gemiti del ragazzo aumentarono d'intensità. Lui s'interruppe, controvoglia, guardando Gellert a occhi socchiusi e aprendo la bocca.

Gellert colse l'invito. Le assaggiò, poi prese a divorarle, e l'amante rispose frenetico, la lingua che lo assecondava e il corpo che si stringeva intorno al suo, voglioso. Si staccò, stufo di quei preliminari, lo sollevò e gli legò i polsi alla testiera del letto, usando la cintura della vestaglia. Il ragazzo non protestò, ma rabbrividì per l'anticipazione. Gellert prese a succhiarlo, ogni residuo di autocontrollo e inibizione completamente scomparso. Si concesse di assaporarlo, come non aveva mai fatto prima, esplorando ogni recesso del suo corpo. Il suo calore e i suoi gemiti gli davano alla testa. Il ragazzo lo implorava, insoddisfatto e ormai al limite, con le lacrime agli occhi, e Gellert non ce la fece più. Si sbottonò in fretta i pantaloni e gli sollevò le gambe con le braccia, con forza, portandosele sopra le spalle. Affondò in lui con un'unica, violenta spinta, che lo fece urlare di dolore. Non era mai arrivato così in profondità, e continuò a fissarlo mentre raggiungeva l'orgasmo. Finalmente poteva guardare il suo viso, la tempesta di quelle emozioni che vi si alternavano, sempre più veloci. Lo vide infine abbandonarsi al piacere, gli occhi chiusi...

"Guardami" gli ordinò ancora, fissandolo a sua volta, così intensamente che poteva vedere i propri occhi, verdi e scuriti dal desiderio, attraverso lo specchio dei suoi.

"Poi vienimi a dire che non ti piace, Sal" borbottò, rauco.

Gli diede un ultimo bacio, prima di liberarsi in lui.

"Maledizione."
Le luci della stanza si erano fatte più velate, l'oscurità così fitta che Gellert poteva credere di essere rimasto solo al mondo, con quel ragazzo da soddisfare nel letto, finché non avessero ceduto per la spossatezza.

Cosa che Gellert non aveva intenzione di fare. "Cazzo." Imprecò, percorrendo con le dita e lo sguardo il corpo arrossato dai segni delle unghie e dei morsi, spalancato sotto di lui. Si afferrò il pene con una mano e prese a massaggiarlo.

"Faccio io" bisbigliò il ragazzo, indolenzito, ma ancora ansioso di compiacerlo. Lo guardava, obliquo, il profilo perfetto contratto dal fastidio per quella posizione scomoda. Gellert l'aveva rovesciato sotto di lui, senza liberargli i polsi, ordinandogli di non muoversi.

"No, tu rimani così."

"In genere ci vuole un po' di tempo, gli altri uomini..."

"Io non sono come gli altri uomini. Non voglio aspettare."

Se lo voleva scopare ancora, adesso, fino all'alba. La sua ansia non era ancora scemata, e continuava a vedere il cadavere di Mercy, illuminato alla scarsa luce della bacchetta. Gli Auror non avrebbero avuto neanche il corpo da seppellire: probabilmente la stavano ancora cercando, dandola per scomparsa. E la sua famiglia, che l'attendeva, a casa...

Albus era la sua famiglia.

Eppure, nessuno sarebbe stato ad attendere lui, al ritorno. Se lo strofinò tanto forte da farsi male e gemette, frustrato. Non poteva più andare avanti in quel modo, eppure il solo pensiero di uscire da quella camera e affrontare tutto il casino che aveva provocato lo faceva tornare a desiderare di seppellirsi nel corpo sotto di lui, ancora e ancora.

"Gellert" bisbigliò il ragazzo, debolmente. "C'è della radice di mandragola, sotto al cuscino."

"Non ho bisogno di quegli intrugli."

"Te ne basterà pochissima" lo rassicurò lui. "Poi potrai continuare... per tutto il tempo che vuoi, come vuoi." Il ragazzo inclinò la testa a sorridergli, malizioso. Le sue labbra erano gonfie di baci, e i capelli d'inchiostro si sparsero sul cuscino candido.

Gellert annuì bruscamente, conquistato da quella vista.

"Va bene. Solo un po'."

L'aveva slegato, infine, e giacevano entrambi spossati, esausti, l'uno tra le braccia dell'altro.

Gellert avrebbe voluto liberarsene: la notte che avevano passato tutto suggeriva, tranne quella posa romantica, ma era troppo stanco. Non riusciva a muoversi, ogni muscolo del suo corpo totalmente insensibile. Non si sentiva più neanche il cazzo.

"Ora capisco il significato dell'espressione 'scopato a morte'" bisbigliò il ragazzo. Almeno, lui aveva ancora abbastanza energie per parlare. "Pensavo... solo un modo di dire." Poi crollò, profondamente addormentato.

Quando si svegliò, era giorno inoltrato. Lo squallore di quella stanza, senza la luce soffusa e lusinghiera della notte, lasciò Gellert senza fiato. Ogni pretesa di eleganza non poteva mascherare il fatto che si trovava in un dozzinale, volgarissimo bordello.

Il finto Sal aprì gli occhi e si accoccolò contro di lui, con un sospiro assonnato e soddisfatto.

Gellert gli passò un braccio sulla schiena, constatando i segni frastagliati dei graffi che gli aveva lasciato. Più in basso, intravide alcune macchie di sangue ormai rappreso. Chiuse gli occhi, disgustato. Aveva un vago ricordo di averlo sculacciato con forza, prima di penetrarlo di nuovo.

"Sei stato così... audace" disse il ragazzo, con una nota di calore nella voce.

"Dev'essere stata quella dannata radice" disse Gellert, quasi in tono di scusa.

"Oh, non fino a questo punto." Il ragazzo si girò su un fianco, continuando a sorridergli.

"Ti è piaciuto... ti piace davvero" si sorprese Gellert. Nessuno poteva fingere ripetutamente, così bene e a lungo, non importava quanto fosse bravo in quel lavoro.

"Avevi dubbi? A chi non piaceresti?" chiese, insinuante. Una mano andò ad accarezzargli il viso. Gellert era troppo stanco perfino per ritrarsi. Il mal di testa lo stava uccidendo.

"Mi viene in mente almeno una persona". Il fatto che al ragazzo originale, cioè, alla copia, fosse piaciuto così tanto influiva forse sulle sensazioni di Sal? Gellert sapeva di essersene passato ampiamente, ma ormai era troppo tardi per pentirsene.

"Lui?" Il finto Sal indicò il proprio corpo, e Gellert si raggelò. Era la prima volta in cui gettava la maschera, parlando di sé come se esistesse al di fuori di Sal... perché esisteva, ovviamente, in quanto persona completamente diversa, che lui non conosceva affatto. Il pensiero lo colpì: era la prima volta che lo considerava.

Il finto Sal si morse le labbra, temendo di aver toccato un terreno scivoloso. "Scusami... ho pensato che... magari lui va ancora a scuola, e non avete la possibilità di stare insieme... a volte qualcuno fa come fai tu, per evitare problemi legali. Alcune coppie così funzionano" lo rassicurò il ragazzo, ansioso di dire la cosa giusta.

Perfetto , pensò Gellert. Non solo se ne restava a letto con una puttana, ma si era anche convinto che lui si fosse preso una cotta per un ragazzino che frequentava Hogwarts. Chissà come avrebbe reagito, se avesse saputo che il ragazzo che impersonava odiava perfino la vista di Gellert e aveva sentito tutto quello che avevano fatto.

"Mi riferivo a mio marito" deviò il discorso. "Non faremo mai pace, finché continuo a venire qui. Non mi perdonerà mai..." Si chiese cosa gli fosse preso, a mostrarsi così debole e scoperto davanti a un ragazzino.

"Lo farà. Di qui passano tanti mariti infedeli. Anche mogli, a volte..."

"Noi siamo diversi" tagliò corto Gellert, offeso per essere stato paragonato a una persona comune, che aveva normali e risolvibili problemi coniugali.

"Lo sono tutti, finché non ci passano la prima volta. Sono finiti ben pochi matrimoni, per Amortentia House." Il ragazzo osò sollevare lo sguardo e gli chiese, in un soffio: "Lo ami?"

"In vita mia, ho amato solo due persone" rispose Gellert. "Me stesso e lui, e sarà così per sempre."

"Allora diglielo."

Gellert si sottrasse alla sua espressione incoraggiante e fiduciosa. Riuscì ad alzarsi con uno sforzo, si fece un incantesimo per schiarirsi la testa e un altro per contenere il dolore e iniziò a rivestirsi.

"Gliel'ho detto, ma non mi crede" rispose infine, stizzito. Il ragazzo lo contemplava a occhi socchiusi, ancora a letto.

"Diglielo ancora."

"Se riesco a parlarci..."

"Ci riuscirai. Tutti tradiscono, nelle giuste circostanze. Non ha una debolezza? Nessuno con cui ti tradirebbe?"

"Cosa? Tradire me?" Le sopracciglia di Gellert si sollevarono fino alla fronte, e il ragazzo rise.

Gellert ebbe l'impressione che la risata del vero Sal sarebbe stata molto diversa.

"Scusami. Sei vanitoso, vero?"

"Già" confermò lui, divertito. Aveva bisogno di quella leggerezza. Quando avesse avuto il coraggio di uscire di lì, non vi avrebbe più fatto ritorno.

A quanto pareva, doveva aver scritto quel pensiero in fronte, perché le labbra del ragazzo si strinsero in una linea dura, perdendo ogni piega di dolcezza. "Vai, se devi. So che hai tante cose da sistemare... mi mancherai." Voltò la testa, e Gellert si augurò vivamente che non piangesse.

"Non mi parleresti così, se sapessi chi sono."

"Ma lo so."

"No... tu vedi il Ministro, non l'uomo. Ho fatto molte cose terribili, alcune delle quali proprio oggi."

"Non mi vorresti neanche tu, se sapessi chi sono" gemette il ragazzo, la testa premuta sul cuscino.

"Vediamo, allora."

"No... ti prego..." Il finto Sal si voltò a guardarlo, gli occhi lucidi e sbarrati dal terrore.

"Vorrei conoscere il tuo vero aspetto."

"No... dopo non mi vorrai più... non verrai più!" Il ragazzo scosse la testa, sconsolato. "Finirà tutto."
"E ti dispiace? Non sono stato per niente gentile."

Il finto Sal rimase in silenzio, poi rispose, piano: "Lo sei più di tanti altri. Però, ti prego... anche se non tornerai... non farmi dimenticare."

Gellert lo guardò, stupito, poi si rese conto che un Oblivion sarebbe stata la soluzione più rapida.

Molti clienti vi ricorrevano ogni volta, per maggiore sicurezza: dopotutto, consideravano quei ragazzi dei semplici pezzi di carne, oggetti offerti per il loro piacere, incapaci di provare dei sentimenti.

Lui fu toccato da quella preghiera: aveva ucciso una donna, distrutto il proprio matrimonio e, molto probabilmente, rovinato il vero Sal, ma poteva risparmiarsi quell'ultima, gratuita crudeltà.

"E va bene" cedette. "Ti ricorderai di me. Ma voglio vedere chi sei... Revelio."

Il corpo di Salazar Riddle-Potter si contrasse, dissipando l'illusione. Al suo posto c'era un ragazzo snello, dalle membra lunghe e aggraziate, sui diciassette anni. Era attraente, anche se in modo abbastanza comune: biondo e dai lineamenti regolari, con un'espressione impaurita e, forse, appena speranzosa.

Gellert abbassò la bacchetta, gli rivolse un ultimo sguardo e annuì.

"Non ti rivedrò mai più, vero?"

Non rispose. Chiuse la porta dietro di sé, senza guardarlo negli occhi, e sparì.

"Sal?"
"Sparisci, Louis!"

"Che ti è successo?"

"N-non ho dormito."

"Questo è evidente!"

Sal batteva i denti, gli occhi rossi cerchiati da occhiaie violacee. Tremava, ancora non poteva credere che fosse davvero finita. Grindelwald era andato avanti per tutta la notte, senza risentire della minima stanchezza, anzi facendosi sempre più violento e lascivo.

Sal si era fatto un Silenziante, sperando che funzionasse, poi si era ritrovato prigioniero, a urlare nel letto per ore, senza che nessuno lo sentisse. Lo aveva penetrato ripetutamente, tre, forse quattro volte. Lo aveva succhiato, costretto a dargli e a provare piacere, e anche Sal era venuto più volte, odiandosi per quella debolezza, perché il suo corpo reagiva in quel modo, mentre provava soltanto dolore e vergogna. Già a metà della notte, Sal era spossato e vinto. Non riusciva a muovere le braccia, come se gliele avessero legate, e non si sentiva neanche più le labbra, costantemente abusate.

Grindelwald sembrava essersi fermato, e Sal stava per sciogliere l'incantesimo... poi, incredibilmente, aveva ripreso con più foga di prima, tanto che il ragazzo si era chiesto se non fosse un suo incubo che continuava. Non poteva avere la forza di prenderlo ancora, sculacciarlo, legarlo e farlo fremere, lasciandolo insoddisfatto, per poi ricominciare di nuovo...

Quando aveva finito, Sal era caduto in un sonno agitato, tanto che non riusciva più a capire, nel dormiveglia, se Grindelwald avesse davvero smesso.

"Sal, così non può andare avanti!" Louis aveva tirato le tende e lo stava squadrando con intensa preoccupazione.
"Hai ragione" convenne lui. "Non può."

Il mal di testa non gli dava pace, e ogni nervo del suo corpo, anche quelli che non sapeva di avere, gridarono dal dolore quando si alzò. Sal afferrò la bacchetta e si sentì subito rassicurato. Si tolse di dosso Louis, sparando scintille, e lui lo fissò, sconvolto e ferito.

Marciò risoluto verso il tavolo dei Serpeverde. Doveva aver sanguinato, era stato stuprato, legato, graffiato e morso, eppure non si vedeva niente. Nessuno ne avrebbe mai saputo niente, a meno di non entrare nei suoi ricordi, ma ciò avrebbe richiesto che Sal se ne liberasse in un Pensatoio, o che, peggio ancora, qualcuno usasse su di lui la Legilimanzia... e cos'avrebbe fatto, se i ricordi di Voldemort si fossero mischiati ai propri? Non avrebbe potuto giustificare la loro presenza. Anche se fosse riuscito a tenerli fuori, Sal non era sicuro che le sensazioni che aveva provato – rancore, dolore, disgusto – fossero facilmente identificabili. Grindelwald lo aveva guidato nell'orgasmo, e non c'erano segni visibili di ciò che aveva fatto. Fremendo per quell'ingiustizia, la collera e la vergogna che gli annebbiavano lo sguardo, afferrò Scorpius per un braccio.

"Scorp" disse, deciso e intimidatorio, "lo devi fare, capito? Voglio la pozione pronta entro domani, non accetto più scuse!"

"M-ma Sal... ci mancano la metà degli ingredienti!" Lui lo fissò, stravolto.

A Sal non importava se sembrava un pazzo allucinato. Non aveva più tempo per preoccuparsi delle emozioni altrui.

"Questo è un tuo problema, non ti pare? Su, lasciami. Ho da fare, e anche tu."

"Grindelwald..." provò di nuovo il cugino, stringendoglisi addosso.

Sal respinse il suo abbraccio, scrollandolo con più forza del necessario.

"Non parlarmene più! E muoviti!"

"Ma..."

"Fallo, Scorp, o noi due abbiamo chiuso!"

I tratti delicati del viso di Scorpius si contrassero in una smorfia di dolore misto a incredulità, ma Sal non si sentì in colpa.

Non provava più nulla.

Si diresse alla Guferia, e scelse un comune gufo bruno. Guardò i volatili rincorrersi e beccarsi sui loro trespoli, finché non si calmò e il suo respiro non tornò normale.

Appellò piuma e pergamena, e stette diversi minuti a fissare il foglio vuoto. Non voleva mettere su carta una sola parola non necessaria. Già quella forma di comunicazione, così diretta e ineludibile, costituiva una sconfitta. Non poteva più ignorare ciò che Grindelwald gli stava facendo, come se non esistesse al di fuori della propria mente. Infine compose una nota affrettata e la legò alla zampa del gufo, prima di ripensarci.

"È per il Ministro Grindelwald, anche se non c'è l'indirizzo. Sai dove trovarlo, vero?"

Gli diede un colpetto e lo guardò sparire. Poi uscì, risoluto, le labbra contratte e il viso inespressivo, come se fosse scolpito nella pietra. Non provava niente, non poteva permetterselo. La sua mente lavorava, febbrile, e al suo corpo abusato non restava che tenere il passo.

Non c'era più un momento da perdere.

Quando rientrò, il ritratto che comunicava con l'ufficio del Ministro Babbano Sanders lo avvisò che i risultati dei test del DNA di Sal erano pronti. Il sangue era lo stesso di quello di Voldemort e aveva le stesse proprietà magiche, come Gellert sapeva già, ma la struttura ossea di Salazar e i suoi geni erano in gran parte quelli della madre, Bellatrix.

"DNA diverso, impronte diverse: due persone diverse" gli confermò l'esperto babbano, che lo aspettava nell'atrio di Downing Street.

"E anche il gruppo sanguigno è diverso... è nel secondo fascicolo, guardi." L'uomo gli mostrò dati a lui incomprensibili, zelante. "Zero positivo, come quello della madre. Il padre, invece, è sempre zero, ma negativo. Dalle analisi è emerso inoltre che gran parte del patrimonio genetico di padre, madre e figlio è condiviso, o è comunque molto simile, come se in quella famiglia fossero frequenti delle unioni tra consanguinei. Può confermarmelo?"

Gellert represse l'impulso di schiacciare quei fogli incomprensibili, agghiacciato.

"Senta, non è possibile: ho sottoposto il sangue del ragazzo a tutti i test magici. Aveva le stesse proprietà, la stessa forza, lo stesso potere magico di quello del padre, capisce..." si trattenne con uno sforzo dal prenderlo per il colletto, fuori di sé. Possibile che si fosse sbagliato tanto clamorosamente?

"Questo può essere spiegato dal poco ricambio genetico. Nelle antiche famiglie magiche sono frequenti i matrimoni tra cugini, non è vero?"

"Sì... sì, è così..."

Gellert lasciò ricadere i fogli a terra, orripilato.

Aveva messo a rischio tutto quanto per una supposizione, che adesso si rivelava del tutto errata. Aveva commesso lo sbaglio di chiunque cercasse di accomodare i fatti alle proprie teorie, peccando di superbia ed eccessiva sicurezza. Un errore in cui cadeva spesso quando era agitato, e in cui non sarebbe incappato, se solo Albus fosse stato lì con lui, a prevenirlo...

"Albus... cos'ho fatto?" si prese la testa tra le mani e singhiozzò amaramente.

Da ore era barricato nel suo studio. Era ormai scesa la sera.

"È arrivato il Rilevatore di Essenza che aveva richiesto, padron Grindelwald" disse Nifty, la sua elfa domestica, deponendo lo strumento argenteo sulla sua scrivania.

"Grazie" mormorò lui, distrattamente.

Sospirò e si accinse a interrogare il delicato apparecchio con la punta della bacchetta. Poteva forse andare peggio di così?

Ne emersero due serpenti di fumo, uno rosso e uno verde. I rettili si unirono, si sdoppiarono, poi tornarono a unirsi.

"Ma cosa vuol dire?" gemette Gellert, confuso.

La stanchezza di giorni di ricerche infruttuose e della devastante nottata precedente gli crollò addosso all'improvviso.

I contorni del serpente rosso e di quello verde sfumarono e infine svanirono, gli occhi che ammiccavano scintillanti. Forse Albus avrebbe saputo spiegarglielo... se solo Albus gli avesse detto prima dei suoi sospetti su Salazar, Gellert non avrebbe preso quell'abbaglio!

"Salazar non è un Horcrux" realizzò, a bassa voce. "Voldemort è in lui, eppure lui è un individuo a sé, indipendente dalla volontà del padre... forse non può influenzarlo, forse può scegliere cosa diventare..."

E lui, cosa l'aveva fatto diventare?

Aveva abusato di un ragazzino di sedici anni, il figlio adottivo dei Potter. Quali conseguenze avrebbe avuto su Salazar, ciò che gli aveva fatto?

Un picchiettare alle finestre interruppe i suoi deliri sconnessi.

Guardò l'anonimo gufo bruno, poi la lettera che teneva nel becco, e capì.

Sal aveva ceduto.

Vediamoci domani sera alle undici, alla Stamberga Strillante di Hogsmeade.

Le darò ciò che chiede, ma lo faccia smettere.

Gellert fissò i pochi caratteri, asciutti e vergati di fretta, che gli fecero nascere dentro un senso di colpa schiacciante, una repulsione per le proprie azioni e una commozione che, da solo, non era stato in grado di provare.

Finalmente avrebbe avuto la Bacchetta Invincibile. Eppure, quella vittoria aveva il sapore del fiele.

Non valeva affatto ciò che aveva sacrificato per ottenerla.