Dopo la giornata trascorsa al mare, sembrava aver ritrovato una certa stabilità emotiva: lo stare a stretto contatto con George le aveva impedito di pensare a Yuri e a tutto quello che provava quando le era accanto. George le aveva fatto capire di aver intuito la situazione, di essere a conoscenza dei suoi turbamenti, ma non aveva insistito per parlarne.
Mi fido di te. Aspetterò che tu sia pronta a parlare!
Erano state quelle parole a smuoverla nel profondo, a farle capire che continuare in quel modo avrebbe portato solo a tanta sofferenza per tutti, nessuno escluso. Aveva finalmente capito, che qualunque fosse stata la sua scelta, doveva prenderla al più presto. Doveva comunque ammettere che rivedere i suoi vecchi amici le aveva procurato una certa nostalgia dei tempi passati, quando lei e i suoi amici formavano una famiglia, pronta ad aiutarsi in ogni situazione. L'aver rivisto Ghinta e Arimi, aveva fatto nascere in lei uno strano sentimento. Vederli ancora così uniti e innamorati, l'aveva portata, anche se per un attimo, a chiedersi perché per lei e per lui le cose erano andate in modo diverso. Aveva pensato che se non avessero preso decisioni così drastiche, forse anche loro adesso avrebbero una bellissima famiglia.
Avevano scelto davvero la giornata giusta per andare al mare, il sole non era troppo caldo e la spiaggia non era affollata, seduta al bar, mentre aspettava il suo succo, guardava le poche famiglie che come loro, avevano approfittato per trascorrere una tranquilla giornata al mare.
-Voglio il gelato!-
Spostò l'attenzione su un bambino che era appena arrivato al bancone, trascinandosi con sé quello che doveva essere suo padre. Era un bambino bellissimo con gli occhi azzurri e i capelli castani, sembrava avere poco più di tre anni, anche se parlava già perfettamente.
-La mamma ha detto che posso mangiarlo!- puntualizzò, rivolgendosi all'uomo che lo teneva per mano. Non riusciva a vederlo, era di spalle.
-Ciao!- esclamò il bambino, notando che li stava osservando.
-Ciao- rispose, sorridendo alla genuinità di quel gesto.
-Non infastidire la gente!- lo rimproverò l'uomo, voltandosi per scusarsi.
-Mi scusi ma…-
Restarono entrambi senza parole: l'uomo che teneva per mano quel bambino, altro non era che Ghinta!
Non si vedevano da moltissimi anni, in realtà già prima che lei partisse non si vedevano spesso, perché lui si era trasferito per intraprendere la sua carriera nel mondo del tennis. Carriera che però non era decollata a causa di un infortunio che gli aveva impedito di continuare a giocare.
Era cambiato e anche molto, sembrava più maturo e responsabile. Portava i capelli un po' più corti e, se la sua immaginazione non le stava giocando brutti scherzi, sembrava più muscoloso.
-Miki!- esclamò, facendo un passo in avanti senza però lasciare la mano del suo bambino.
-Non mi riconosci?- chiese a pochi passi da lei.
-Sei così diverso- sussurrò, fissandolo senza riuscire di impedirsi di farlo.
-Spero sia un complimento- rispose in imbarazzo, abbassando lo sguardo verso il bambino, perché era davvero difficile sostenere il suo sguardo.
-Lui è tuo figlio?-
Era strano pronunciare quella domanda proprio a lui che una volta era stato un suo amico, lui che nei suoi pensieri era ancora il ragazzo timido e impulsivo di un tempo.
-Già, lui è il mio marmocchio- esclamò fiero, accarezzandogli i capelli, suscitando una protesta dal piccolo, che si scostò dal padre.
-Voglio il gelato!- ribatté il piccolo ormai sull'orlo di un capriccio bello grosso.
-Ho capito!- rispose, alzando lo sguardo verso il bar –facciamo che tu vai a scegliere quale vuoi mentre io parlo con la mia amica?-
Non molto convinto, il bambino annuì per lanciare uno sguardo a Miki.
-Non mi sembra molto contento- notò quando Ghinta tornò a fissarla.
-Ha un certo caratterino, proprio come la madre- disse, continuando a fissare il bambino con orgoglio.
-Da quando sei tornata?- si voltò per rivolgersi completamente a lei.
-Da quasi un mese-
Era strano, sembrava parlare con una persona che per lei non era stata così importante, come in realtà era.
-Sei qui da sola?- le chiese, indicandole una sedia poco distante da loro ma vicinissima al suo bambino. Si sedettero e iniziarono a parlare.
Ghinta le raccontò del suo lavoro che aveva iniziato dopo l'infortunio al polso, le parlò di come era faticoso insegnare il tennis, specialmente a che non era per niente portato a quello sport, ricordarono quando ai tempi del liceo si allenavano insieme. Poi lei gli raccontò di George, del loro progetto dell'ospedale, dell'inaugurazione e della sua vita, evitando di menzionare i momenti critici che avevano caratterizzato i suoi primi anni lontana da tutti.
-Ora hai intenzione di rimanere?- le chiese, afferrando il gelato che il piccolo gli aveva porso per farselo aprire.
-Penso proprio di sì, anche perché il mio lavoro adesso è qui-
-Hai ragione- afferrò il bambino e lo fece sedere sulla sedia accanto alla sua.
-Quanti anni ha?- chiese, ammirando il comportamento dell'amico.
-Quanti anni hai? Rispondi, forza!-
Il bambino la fissò per un attimo, poi abbassò lo sguardo avvicinandosi al padre: con quella espressione somigliava incredibilmente al padre.
-Ha quasi quattro anni- rispose, accarezzandogli la testa, gesto che questa volta il bambino non rifiutò.
Si soffermò a fissare per qualche attimo l'amico, scoprendosi invidiosa per quel traguardo che lui aveva raggiunto, traguardo che molte volte aveva sognato di raggiungere. Molte volte, quando ancora stava con Yuri, si era soffermata a pensare alla possibilità di avere un bambino, a come sarebbe stato, a che avrebbe somigliato. Poi le cose però cambiarono drasticamente e lei non aveva mai più fantasticato sulla possibilità di avere un bambino. Non ci aveva più pensato, nemmeno quando le cose con George si erano fatte serie: l'idea di aver un bambino con loro non l'aveva mai nemmeno sfiorata.
-Quattro anni quindi vai già a scuola?- chiese, rivolgendosi al piccolo che sembrava non fidarsi ancora di lei.
-Conosci la mia mamma?- le chiese, continuando a leccare il gelato, sfidandola con gli occhi. Era strano ma quel bambino la metteva in imbarazzo e non sapeva spiegarsene il motivo, neanche con il piccolo John era successo così. Si erano subito capiti e subito era nato una certa sintonia tra i due, gli aveva voluto bene da subito.
Alzò lo sguardo per incontrare quello di Ghinta, che sembrava alquanto divertito dalla situazione.
-Credo proprio di conoscerla- affermò, riconoscendo le caratteristiche del carattere di Arimi in ogni movimento del piccolo.
-Arimi sarà felice di rivederti-
Lo sguardo di Ghinta, nel nominare la sua donna, le provocò una fitta d'invidia che nemmeno lei riuscì a spiegarsi.
-Sarà bello ritrovarsi come ai vecchi tempi- affermò, pentendosene subito dopo, quando vide lo sguardo di Ghinta farsi improvvisamente serio e fissarla con insistenza. Un tempo trascorrevano molto tempo insieme, uscendo tutti insieme, lei con Yuri, Ghinta con Arimi e a volte si univa a loro anche Mary con Nick.
-Lo hai rivisto?-
Sorrise al disagio che lesse sul viso dell'amico nell'affrontare quell'argomento. Non era cambiato, in quel momento sembrava ancora il ragazzo timido e riservato che ricordava.
-Era inevitabile. Quando ho deciso di ritornare sapevo benissimo che l'avrei rivisto. Come avrei rivisto anche lei- rispose, cercando di nascondere il turbamento che stava provando in quel momento, perché ripensare a Yuri significava ripensare a tutte le sensazioni che aveva provato nello stare di nuovo a contatto con il suo corpo. E questo non poteva farlo, non voleva farlo, non in quel giorno dove si era ripromessa di pensare solo alla sua storia con George.
-Sei ancora qui?- la voce di George e il tocco della mano, che aveva appoggiato sulla sua spalla, la fece distogliere dai suoi pensieri. Voltò di poco la testa per incontrare lo sguardo dell'altro, sguardo che stava scrutando attentamente Ghinta.
-Ho incontrato un mio amico- rispose, alzandosi e presentandoli.
Era strano vedere George e Ghinta parlare, vedere George far parte del suo passato.
-Dai Miki perché non vieni con me, sono sicuro che Arimi sarà felicissima di rivederti-
-Miki sei proprio tu?-
Arimi era cambiata molto, sia fisicamente sia nel comportamento: ora era una donna matura e una mamma meravigliosa, per non parlare del suo corpo. Aveva subito notato qualcosa di diverso e quando si era avvicinata per abbracciarla non aveva avuto dubbi.
-Ma sei incinta?-
A quella domanda le si illuminarono gli occhi e le sue mani si poggiarono sul ventre, come per accertarsi che fosse vero.
-Già, aspetto una bambina-
La felicità che vide dipinta sul volto di Arimi la riempì di calore, portandola qualche ora dopo a chiedersi se per lei ci sarebbe mai stato quel giorno. Si ritrovò a chiedersi, un attimo prima di addormentarsi, come sarebbe stato portare un bambino nel proprio ventre.
-È in ritardo-
Erano seduti in aeroporto da quindici minuti, uno accanto all'altro, aspettando che tutta la sua famiglia irrompesse nella loro vita, portando altri guai. Quella mattina sembrava essere tutto racchiuso in una magnifica bolla, pronta a scoppiare da un momento all'altro e quella situazione, quella sensazione, la faceva sentire in bilico, agitandola. Avevano trascorso una giornata come se nulla fosse cambiato fra di loro e le era piaciuto tanto, le era piaciuto ritrovarsi al suo fianco e ritrovare quella complicità che sembravano aver perso nell'ultimo periodo. Quella mattina si erano svegliati entrambi con un'agitazione che li aveva portati a chiudersi in se sessi e la situazione era peggiorata, quando George aveva visto Yuri seduto in cucina, intento a fare colazione. Aveva capito che la consapevolezza che qualcosa la turbasse, rendeva George particolarmente insofferente e la cosa non le piaceva, anche perché quei giorni erano davvero importanti per lui e non voleva certo rovinarglieli.
Lo vide controllare l'ora per l'ennesima volta e sbuffare per l'agitazione.
-Sei agitato?- gli chiese, appoggiando la mano sulla sua gamba. Era strano vederlo così, di solito era sempre sicuro e impassibile, sembrava che niente e nessuno potesse scalfirlo, eppure lo aveva visto in situazioni tutt'altro che facili, lui però si era mostrato sempre calmo, anche quando dentro stava morendo dal dolore.
Voltò il capo per guardarla con espressione sorpresa.
-No, mi sento irrequieto, ho la strana sensazione che qualcosa deve accadere e questa cosa non mi piace-
-Andrà tutto bene- cercò di rassicurarlo, accarezzandogli il viso delicatamente.
-Me lo prometti?- le chiese, afferrandole la mano che aveva appoggiato sul volto.
Il cuore iniziò la sua consueta corsa verso l'ignoto, perché con quella domanda aveva capito che la sua inquietudine non era dovuta al lavoro o alla sua famiglia, ma alla loro situazione, all'instabilità che gli stava dando. All'instabilità che lei stessa stava provando. Continuò a fissarlo non sapendo cosa rispondergli. Avrebbe tanto voluto rispondergli che tutto sarebbe ritornato come prima, che aveva capito che per lei Yuri non significava più nulla, ma non riuscì a farlo. Non poteva farlo.
Il volo delle undici è appena atterrato!
La voce metallica dell'altoparlante le diede l'opportunità di non rispondere a quella domanda, le diede l'occasione di scappare dalla realtà.
Lasciò andare la sua mano, alzandosi e sospirando piano, voltandosi e dirigendosi verso la sua famiglia, la stessa famiglia che lei non aveva mai sentito sua e che ora non voleva proprio rivedere. Con una sola domanda era riuscito a spazzare via la sicurezza che aveva acquisito nel fine settimana, era riuscito a metterla in discussione.
-Lui che ci fa qui?-
Il tono alterato di George la riscosse dai suoi pensieri, costringendola ad alzare il viso:
di fronte a lei, aggrappato alla gonna della sua mamma, c'era John, il bambino di George.
-Così accogli tuo figlio?- lo rimproverò la madre, avvicinandosi a lui per salutarlo con due baci sulla guancia – abbiamo parlato con il dottore e ha detto che poteva viaggiare così abbiamo deciso di portarlo con noi- continuò la donna, salutando anche Miki, anche se con freddezza.
-Voleva vederti-
Ed eccola lì, Janine in tutto il suo splendore, che con una frase semplice e banale era riuscita a rinfacciargli la sua assenza, continuando ad apparire innocente. George continuava a ripeterle che per lui quello che diceva Janine non aveva importanza, ma lei aveva sempre creduto che in fondo lui soffrisse per quella situazione, perché lui amava moltissimo il suo bambino e avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui.
-Come ti senti?- come previsto George non rispose a quella provocazione, anche se subito diede tutte le sue attenzioni al piccolo.
-Sto bene, papà-
John era un bambino di appena dieci anni, anche se il suo aspetto ne dimostrava molti anni in meno: era un bambino dolce e desideroso di affetto, totalmente diverso dal padre che tendeva a porsi in modo indifferente con chi non conosceva e completamente diverso dalla madre, che all'apparenza sembrava una ragazza innocua, ma in fondo era molto pericolosa.
Quando aveva conosciuto George, non aveva mai nascosto la presenza di suo figlio, ne aveva sempre parlato con quell'orgoglio che distingue qualsiasi genitore, omettendo completamente la costante presenza di Janine nella sua vita. Quando poi aveva incontrò la sua famiglia, capì subito dello strano legame che univa Janine alla madre di George, legame che di riflesso teneva Janine legata indissolubilmente a George.
-Ciao piccolo, come stai?- voleva bene a quel bambino, forse più del dovuto.
-Bene- rispose, staccandosi dalla madre e avvicinandosi a lei. Aveva negli occhi lo sguardo di chi ha già sofferto troppo per la sua età, forse era proprio per quello che aveva subito provato affetto per quel bambino, che desiderava solo poter vivere sereno la sua infanzia.
-Come vanno le cose?- la voce dolce e profonda del signor Philip le arrivò dritta al cuore: quell'uomo aveva la capacità di trasmetterle calma e sicurezza con la sola voce.
-Siamo ormai pronti per l'inizio- rispose George, rivolgendosi al padre con orgoglio.
-Bene e tu Miki che mi dici? Come sta il padre della tua amica?-
-Meglio grazie- rispose, alzandosi per guardarlo. Non aveva avuto l'occasione di ringraziarlo né tantomeno di dire la cosa a George, che ora li stava fissando spaesato. A dire la verità aveva volutamente evitato di raccontargli del padre di Mary, perché di sicuro quell'argomento avrebbe rimandato a un altro argomento, e non era ancora pronta per farlo.
-Anzi le devo chiedere scusa per non averla ringraziata per il suo aiuto. Sono stata davvero maleducata-
-Non devi ringraziarmi. Sei della famiglia, è normale aiutarci a vicenda-
Sei della famiglia furono quelle parole a scatenarle dentro una marea di emozioni: da un lato era felicissima, perché sapere che lui la considerava della famiglia era splendido; dall'altro lato c'era lui e il suo pensiero che stonavano completamente con quella frase.
-Sarà meglio andare!- esclamò la madre di George, evidentemente infastidita dall'affermazione del marito.
Quella giornata si stava presentando più difficile del previsto, dopo aver trascorso l'intera giornata circondata dalle chiacchiere, sempre poco costruttive, di Janine e la madre di George, dopo aver accompagnato la famigliola felice in albergo, dopo aver rivisto il fratello di George, che non perdeva mai occasioni per fare il cascamorto, ora si ritrovava a casa sua, seduta al tavolo con George al suo fianco e Yuri seduto proprio di fronte a lei. Stavano cenando tutti insieme, cosa abbastanza rara che doveva avverarsi proprio quella sera, con George super teso per l'arrivo della sua famiglia e di suo figlio e con la sua mente in continua lotta con il suo cuore.
-Come vanno i preparativi?-
-Abbiamo tutto sotto controllo, per fortuna. Devo solo andare a ritirare l'abito domani mattina. Ti ricordi, vero?-
-Come scusa?- sembrava essere totalmente in un altro mondo, sicuramente aveva avuto qualche discussione con la sua famiglia.
-Domani dobbiamo andare a ritirare l'abito-
-Può accompagnarti Yuri se ci sono problemi- esclamò Rumi, beccandosi un'occhiataccia dalla figlia.
-Non ho bisogno di un accompagnatore-
Ci mancava solo questo: provarsi l'abito davanti a lui che di sicuro avrebbe osato qualcosa. Percepì il corpo di George irrigidirsi alla proposta di Rumi e il suo sguardo volare a sfidare quello di Yuri, che a differenza sembrava completamente a suo agio. Aveva assunto quella sua espressione strafottente che non aveva più visto dipinto sul suo volto, che tanto la faceva arrabbiare ma che lo rendeva davvero irresistibile. D'istinto allungò la mano per sfiorare la gamba di George. Se lo avesse fatto per rassicurare lui o per i pensieri appena avuto, non sapeva dirlo, sapeva solo che aveva un assoluto bisogno del contatto fisico.
-Domani ho da fare con John- ringhiò, continuando a fissarlo come se volesse avvertirlo di qualcosa.
-Ne parliamo dopo- sentenziò, non volendo affrontare quel discorso che di sicuro si sarebbe trasformato in una litigata. Aveva l'impressione che George non volesse altro da quella mattina, da quando aveva visto Yuri fare colazione in cucina e salutarla con maggiore enfasi.
Da quell'incontro in ospedale, Yuri era cambiato, non sapeva esattamente in cosa, ma sembrava essere ritornato lo stesso ragazzo sicuro di sé che aveva caratterizzato i primi periodi della loro amicizia, quando non perdeva occasione per metterla in difficoltà davanti agli altri, per diventare poi dolce e sensibile in privato. La cosa assurda era che a lei faceva ancora lo stesso effetto e questo la spaventava. Scoprirsi dopo anni, ancora completamente soggiogata da lui e dai suoi modi, era davvero destabilizzante. Lei che era convinta di aver superato la sua attrazione per Yuri, si ritrovava ora a sentirsi ancora più attratta di prima.
-Per me non ci sono problemi, anche perché devo comprarlo anche io un abito-
-Bene allora tutto risolto-
Tutto risolto un corno!
-Cos'hai di tanto urgente da fare con John?- chiese appena entrati in camera. Dopo la brillante idea di sua madre, Miki aveva praticamente perso l'appetito, completamente presa dal suo tentativo di controllarsi e non sbottare davanti a tutti. Non aveva gradito l'intromissione di sua madre, tanto meno aveva gradito la totale indifferenza di George, che non aveva provato nemmeno a fingere che il fatto di lasciarla l'intera giornata con Yuri gli desse fastidio.
-È mio figlio!- si limitò a rispondere, sbottonandosi la camicia.
-Ma davvero?-
Era furiosa e non aveva nessuna intenzione di giustificarlo, non ora, non adesso che la stava praticamente gettando tra le braccia di Yuri. Sì perché lei era ben cosciente che se lui avrebbe provato ancora a baciarla, non lo avrebbe respinto. Non ne aveva le forze.
-Potevi rifiutarti!-
-E come avrei spiegato il mio rifiuto?-
-Ti spaventa così tanto restare sola con lui?-
Rimase letteralmente senza parole di fronte a quella domanda, perché era vero: era spaventata. Lei che aveva tanto sofferto davanti a un tradimento, era terrorizzata alla sola idea di poter commettere lo stesso sbaglio nei confronti di George.
-Quello che mi spaventa è la tua totale indifferenza-
-Io non sono uno stupido, Miki. Che lui abbia ancora un forte ascendente su di te l'ho capito e capisco anche la tua reazione- appoggiò la camicia sullo schienale della sedia, dandole le spalle. Era combattuto e non sapeva esattamente come comportarsi, sapeva che mostrare la sua gelosia non avrebbe comunque migliorato la situazione.
-Tu però non credere che sia indifferenza la mia- restò per qualche secondo in silenzio, come se stesse riflettendo attentamente sulle parole da usare –ti ho promesso che avrei aspettato e lo sto facendo Miki, ti sto aspettando Miki-
Si alzò e si avvicinò a lei –tu ricordati che mi hai promesso di non mentirmi mai-
-Non lo farò, George-
E mentre pronunciava quelle parole, un senso di vuoto e d'angoscia si impossessò di lei, perché sapeva benissimo che in qualunque caso avrebbe sbagliato con lui, come forse stava sbagliando in quel momento, accettando la sua bocca per un bacio caldo e passionale. Sentì la lingua di George esplorarla in cerca della sua, sentì il suo calore avvolgerla tutta, facendo rinascere in lei quel desiderio incontrollabile di perdersi, di sentirlo dentro, di esplodere tra le sue braccia. La passione che la legava a quell'uomo era qualcosa di indescrivibile, qualcosa a cui lei non era in grado di rinunciare. Le cinse la vita con entrambe le braccia, facendola aderire perfettamente al suo corpo, in modo da renderle ben chiaro il desiderio che lo stava devastando.
-Aspetta- mormorò, staccandosi un po', ansimando e cercando di regolare il respiro.
-Non vuoi?-
Aveva la voce roca e il respiro difficile, segni inconfondibili, segni che fecero aumentare la sua eccitazione. Chiuse gli occhi, incapace di spiegargli le sue perplessità: lo desiderava, moriva dalla voglia di sentirsi toccare e riempire da lui, ma le sembrava sbagliato farlo, visto quello che stava provando per un altro.
-Guardami-
Le afferrò il viso con entrambe le mani, costringendola a guardarlo
-Siamo solo io e te, lascia fuori da questa stanza chiunque altro, sgombra la tua mente da qualsiasi pensiero e lascia parlare i tuoi istinti.-
Restò qualche attimo in silenzio
- Io ti voglio, Miki. Voglio fare l'amore con te!-
E di fronte a quell'affermazione ogni dubbio, ogni perplessità, svanì, lasciandosi completamente annientare dal desiderio e dalla passione. Avvertì le mani di George accarezzarle il collo per scendere lungo le sue spalle, portandosi con sé le bretelline della sua maglietta, lasciandola nuda e accarezzandole la pelle che incontrava lungo la sua carezza. Quel tocco caldo e rassicurante le procurò brividi lungo la schiena, portandola a stringersi al caldo del suo corpo. Sospirò sollevato, quando percepì la reazione di Miki alle sue carezze, la strinse forte per poi catturare le sue labbra in un bacio violento e travolgente. Gli ultimi giorni erano stati difficilissimi, saperla interessata al suo ex, lo aveva distrutto. Era ben consapevole che nonostante il corpo di lei, reclamasse a gran voce il suo, il cuore continuava a sentirsi richiamare da un altro, allora non gli restava che aggrapparsi al corpo in attesa del tanto agognato momento della verità. L'aveva persa, lo aveva capito, ma ora voleva possederla ancora una volta, voleva donarle tutto l'amore che provava per lei. Afferrò con decisione il suo seno, massaggiandolo e beandosi dei gemiti che uscivano dalle labbra serrate di lei. Strinse forte gli occhi, appoggiando le braccia sulle spalle di George, quando sentì la lingua calda lambirle i capezzoli. Gli afferrò con decisione i capelli, stringendoli forti, cercando di reprimere quei gemiti che prepotenti spingevano per uscire dalle sue labbra. George aveva un modo tutto suo di toccarla e di farla sua, sapeva sempre quando essere gentile e premuroso e quando poteva osare di più. Si sentì leggermente spingere, per poi sentire le mani di lui che la portavano a sdraiarsi sul letto. Fu in quel frangente che tutti i suoi sensi si concentrarono su un'unica cosa: su quel corpo che con frenesia si sbarazzava degli abiti e la sovrastava, facendola sentire la donna più bella e desiderata del mondo. Avvertì il calore del suo respiro, accarezzarle il collo, i capelli solleticare la sua pelle e la sua bocca baciarla nell'intimità. Inarcò la schiena per approfondire quel contatto, mentre stringeva forte le lenzuola quando tutto il piacere esplose prepotente in lei.
-Sei bellissima- la sua voce era poco più di un sussurro, resa roca dal desiderio che lo stava opprimendo.
Le allargò le gambe per adagiarsi tra di esse, le scostò i capelli che le ricoprivano il volto e sospirò di sollievo quando finalmente fu accolto dal suo calore.
