Nota dell'autrice: Questo capitolo è un flashback del precedente autunno, prima dell'arrivo di Brittany, per spiegare cosa è successo *davvero* con Rachel e con Millie. In origine doveva far parte del capitolo 11, ma è diventato così lungo che ho deciso di dividerlo in un capitolo a parte. Il fatto che Brittany non sia a New York in questo capitolo, non significa che non sarà una delle protagoniste.
Questo capitolo è forse troppo lungo e dettagliato, interrompe lo scorrere della trama principale e, forse, non è nemmeno necessario per la storia: sono al corrente di tutti i motivi per non inserirlo. Eppure eccolo qui, sta a voi decidere se leggerlo o no.
Alle persone che odiano Rachel e pensano che Pezberry stia "rovinando" questa storia, vi rimando al sommario. La tensione fra le nuove relazioni di Santana con Kurt e Rachel e la sua originaria con Brittany è il filone principale della trama. Ho fatto qualche deviazione per raccontare storie parallele, ma ora si ritorna sulla carreggiata principale. Ho già scritto una storia che è solo Brittana e non sono interessata a ripeterla. Questa fic parla di amore E amicizia, una mancanza a cui Glee raramente sopperisce.
Anche questo capitolo non è betato, quindi chiedo scusa in anticipo in caso di eventuali errori/imprecisioni.
Grazie a tutti quelli che dedicano qualche minuto del loro tempo per lasciare recensioni e anche a tutti quelli che leggono in silenzio.
Capitolo 11: Flashback
Settembre - New York City
E' per colpa del taccuino che era iniziato tutto quanto. Quello stupido, maledetto taccuino. Se non fosse stato per quello, se non l'avesse mai visto, forse non sarebbe andata fuori di testa per un po'. Forse la sua mente non avrebbe iniziato a giocarle brutti scherzi. (E okay, volendo essere onesti, non era stata esattamente la sua mente il problema.) Magari non avrebbe nemmeno incontrato Amelia. Tutto sarebbe stato diverso, compreso ciò che successe con Brittany in primavera. Ma, ovviamente, era inutile giocare al gioco dei forse. Aveva davvero visto il taccuino. Aveva davvero iniziato a perdere il contatto con la realtà, a causa di una sfortunata combinazione di paranoia e quella che qualcuno potrebbe con delicatezza definire solitudine fisica. E aveva davvero incontrato Millie, mettendo in moto tutto ciò che conseguì a quello sfortunato flirt.
Il casino era iniziato, in realtà, quando il condizionatore del soggiorno aveva smesso di funzionare durante una delle ultime ondate di caldo settembrino. Anche se l'inverno e un clima più fresco erano senz'altro dietro l'angolo, nell'appartamento al quarto piano si soffocava. E nessuno di loro possedeva l'abilità di adattarsi, o di sopportare in silenzio. Kurt indossava una fascia per il sudore e si portava appresso una bottiglietta spray per spruzzarsi drammaticamente il viso, Rachel perdeva i sensi e si indeboliva come un personaggio di Via col vento, e Santana si lamentava dell'effetto dell'umidità sui suoi capelli con chiunque fosse disposto a starla a sentire. Fecero reclamo al proprietario, il quale non fece altro che dar loro il numero di telefono di una società che, a suo dire, avrebbe sostituito l'unità difettosa. Dato che si stavano ancora abituando a quella strana esperienza di vivere insieme e non sapevano come sedare le dispute, per stabilire chi avrebbe dovuto occuparsene se la giocarono a carta-forbice-sasso e, con sua enorme irritazione, Santana perse.
Così, durante una domenica pomeriggio in cui c'erano almeno un centinaio di cose che avrebbe preferito fare, si ritrovò sola nell'appartamento, sul divano, incazzata e madida di sudore mentre era in attesa al telefono. Quando non era in attesa, veniva trasferita da una persona all'altra, persone che sembravano avere tutte quante un accento indiano, e nessuna delle quali sembrava avere la più pallida idea di come aiutarla.
"Okay, ecco un'idea, centralinista col turbante," suggerì ad uno, una volta finita la pazienza. "Perché non la pianti per un attimo di incantare il tuo serpente, scendi dall'elefante e vai a chiamarmi qualcuno che parli inglese?!" Fece una pausa restando in ascolto. "Pronto?"
Era stata disconnessa. "Bastardo," borbottò rifacendo il numero.
Al secondo tentativo, cercò di trattenere gli insulti, orgogliosa di essere riuscita a riferirsi alle mucche sacre soltanto una volta. Quella volta, fu fatta passare in quello che in apparenza era il secondo girone dell'inferno, dove fu di nuovo messa in attesa. Ad un certo punto, una voce registrata le lasciò un codice di servizio, istruendola di prenderne nota per "un'assistenza più rapida." Dubitò che potesse servire a qualcosa ma, per scrupolo, si guardò intorno alla ricerca di qualcosa su cui scrivere. Per sua fortuna, c'era un taccuino di Rachel, a dire il vero più un blocco di composizioni, sul tavolino. Aveva una copertina con un motivo plaid retrò, come se avesse viaggiato nel 1955 solo per comprarlo.
Dopo averlo afferrato, Santana lo aprì su una pagina vuota e prese la penna rosa con inchiostro aromatizzato alla ciliegia che era agganciata alla copertina per scrivere il codice di servizio. Poi, dato che era ancora in attesa e non aveva niente di meglio da fare, sfogliò pigramente fino all'inizio del taccuino e lo aprì. Sull'interno della copertina c'era un avvertimento in grassetto che diceva "PRIVATO", che ignorò allegramente. Se era così maledettamente privato, perché era stato lasciato in piena vista sul tavolino?
Appoggiò la schiena al divano e mise i piedi sul tavolino, spostando la sua annoiata attenzione alla prima pagina. Lì, in alto, c'era una intestazione multi-color che diceva "GLI OBIETTIVI DELLA VITA DI RACHEL BERRY", conclusa con una faccina sorridente. Santana roteò gli occhi per istinto. Lasciò che i suoi occhi scorressero la lista. In cima, ovviamente scritto qualche tempo addietro, c'erano cose tipo "Diventare la fidanzata di Finn Hudson" e "Vincere un campionato nazionale di canto corale." Queste due voci avevano due stelline d'oro attaccate accanto, presumibilmente per denotare il loro compimento. Verso metà lista, e anche questi con la stellina accanto, c'erano "Diventare amica di Quinn Fabray," "Essere accettata ad un college di arti dello spettacolo di prim'ordine," e "Trasferirmi a New York City con Kurt."
Più in basso nella pagina, c'erano obiettivi che sembravano essere stati aggiunti più di recente. Alcuni erano prevedibili, tipo "Vincere un Tony, un Oscar, un Grammy e un Emmy, possibilmente nello stesso anno," e "Perfezionare i miei accenti inglese, meridionale, portoricano, ed ebreo." Alcuni erano stranamente e quasi comicamente specifici, come "Produrre ed essere la protagonista del primo Lifetime Original Movie Musical, dal quale far derivare il mio network, tipo Oprah, sul quale andranno in onda solamente musical e interviste con me."
Ne passò in rassegna diversi come questo, scuotendo il capo per quanto fossero ridicoli, e stava quasi per voltare pagina per vedere se i contenuti del taccuino si sarebbero fatti più interessanti, quando il suo occhio cadde su un punto verso il basso. Infilato innocentemente fra il numero trentacinque, "Adottare un bambino del terzo mondo, preferibilmente nero, ma anche asiatico andrebbe bene," e il numero trentasette, "Essere invitata alla festa per il settantacinquesimo compleanno di Barbra," ce n'era uno che diceva semplicemente: "#36. Avere un incontro saffico di natura sessuale e/o romantica."
Santana lo fissò, allargando gli occhi per la sorpresa e poi aggrottando la fronte per la confusione. Ma che cazzo? Lo lesse di nuovo, più lentamente, per controllare di non averlo immaginato. Da una parte, forse non avrebbe dovuto essere così scioccante che Rachel potesse programmare una cosa del genere su una demente lista di obiettivi nella vita, perché, sì, era la persona di più larghe vedute e più gay-friendly del pianeta, e sì, era avida di esperienze di vita, e sì, la cultura teatrale era notoriamente disinibita. Ma d'altro canto… Di nuovo, ma che cazzo?
Ora, finalmente, nel peggior momento possibile, una vera voce umana dal vivo giunse in linea chiedendo come potesse aiutarla.
"Già, salve," disse Santana distratta. "Ehm…" Chiuse il taccuino e lo gettò lontano da lei, di nuovo sul tavolino, decisa a dimenticarsi di averlo mai aperto. Avrebbe dovuto dar retta all'avvertimento privato. Alla donna all'altro capo della linea, disse, "D-devo parlare con qualcuno del condizionatore nel mio lesbico. Soggiorno!" Si corresse in fretta. "Nel mio soggiorno."
Sembrò volerci tutto il resto del pomeriggio per stipulare gli accordi di sostituzione della macchina, ma dato che fu aggressiva e gettò in mezzo qualche minaccioso parolone legale, promisero di mandare qualcuno al più presto possibile, entro pochi giorni. Quando ebbe finito, si dedicò subito allo studio, così non ebbe tempo per ponderare la cosa bizzarra che aveva visto sul taccuino. Era meglio non pensare troppo a nessuna delle assurdità di Rachel. Dopo tutto era pazza. Niente di ciò significava nulla.
E forse sarebbe finita lì, se non fosse stato per una serie di sfortunate circostanze nei giorni successivi, cominciando da un messaggio molto speciale di Brittany la mattina seguente mentre andava a lezione. "Indovina?" diceva timidamente. "Ho speso tutta la mia paghetta x qlcs x te."
Intrigata, ma anche preoccupata, le rispose, "Britt! Cos'hai comprato?"
In risposta, ricevette un'immagine.
Fermandosi ad un angolo, in attesa di attraversare la strada, Santana inclinò il telefono per evitare la luce solare e vedere meglio, poi ansimò. Era una foto di Brittany, in posa suggestiva sul letto, con addosso uno dei completi di lingerie nera di pizzo più adulti e sexy che le avesse mai visto indossare. Nella foto guardava dritto nell'obiettivo, con aria di sfida, provocatoria.
"Oh mio Dio," borbottò Santana fra sé e sé, mentre veniva spintonata dalle persone che le passavano accanto per attraversare la strada.
"Ce ne sono ancora molte. Ti piace?" fu la domanda successiva.
Le rispose. "Tu che dici?"
Brittany rispose con una faccina che fa l'occhiolino e Santana si costrinse a mettere via il telefono e concentrarsi nel non essere investita da un'auto, visto anche il colpo di clacson che aveva appena ricevuto.
Ma mentre era in classe quella mattina, non riusciva a togliersela dalla testa, a prescindere da quanto ci provasse. La sua mano continuava ad afferrare il telefono, infilarlo di nascosto sotto il banco per vedere se si era persa un'altra foto. E dato che non si era persa nulla, tanto valeva dare un'altra occhiata all'originale.
Sulla via di casa, quasi come se Brittany conoscesse perfettamente i suoi orari, ricevette una seconda foto. In questa, Britt aveva un trucco marcato ed indossava quello che sembrava un bustino di pelle viola scuro, posando seducente, e in qualche modo dominante, con un piede appoggiato su una sedia. "Porca vacca," ansimò Santana, rallentando per poi fermarsi vicino all'entrata della metro. "Come ha fatto a mettersi quella roba?" Nascose lo schermo da un passante ficcanaso che stava cercando di guardare.
"Stai cercando di uccidermi?" le scrisse prima di entrare in stazione e perdere il segnale.
"Pensavo che ti sarebbe piaciuta un po' di ispirazione," giunse in risposta. Poi, alcuni secondi dopo, l'ammissione, "Tina mi ha detto come si scrive ispirazione."
Non c'era bisogno di dire che l'ispirazione fu un successo, e quando Santana arrivò a casa si sentiva molto più che un po' arrapata. Una volta dentro l'appartamento, dopo aver notato con fastidio che quel maledetto condizionatore non era ancora stato riparato e si continuava a soffocare, rimase in ascolto, sperando che non ci fosse nessuno, e poi si diresse verso la sua camera con un unico obiettivo specifico in testa.
Aprì la porta, togliendosi lo zaino e preparandosi per sfilarsi la maglietta, ma poi quasi saltò per la sorpresa quando si accorse che c'era qualcuno in un angolo che rovistava nel suo portagioie. Il suo primo pensiero terrificante fu che ci fosse un ladro, ma un ladro non avrebbe mai potuto essere così basso. Si trattava di Rachel. In un cavolo di asciugamano.
"Che diavolo ci fai qui?" sbraitò Santana.
"Oh," rispose, spaventata e colpevole. "Non credevo che saresti tornata così presto. Posso prendere in prestito un paio di orecchini? Io e Kurt dobbiamo partecipare ad un buffet elegante stasera, così ho pensato…"
"Va bene," la interruppe, sforzandosi di non guardare. Perché l'asciugamano stava scivolando e lei non sembrava accorgersene. Come fa a non notarlo? "Prenditi tutta la scatola ed esci di qui."
Rachel la guardò in modo strano. "Grazie." Ma quando le passò accanto sembrò non riuscire a resistere dal chiederle, "Va tutto bene?"
Santana fece un respiro profondo e cercò di non farle una filippica. Sforzandosi di mantenere un tono calmo, con sguardo risoluto e fisso verso la parete oltre la sua testa, le chiese, "Puoi metterti qualcosa addosso, per favore?"
Finalmente, abbassò lo sguardo e si sistemò l'asciugamano. "Beh, sì… era più o meno il programma post-doccia." Lanciandole un altro sguardo strano, lasciò la stanza.
Santana chiuse la porta con decisione e ci si appoggiò di spalle. Ora non sapeva cosa fare. Andare avanti coi suoi piani? Ora sembrava sbagliato, in qualche modo. Del tutto inappropriato. Ma d'altro canto non sembrava sbagliato, sembrava più necessario che mai, e forse era questa la parte più sbagliata di tutte. Non poteva, però. Non poteva e basta, non con quella inquietante ultima immagine che aveva in testa e il profumo di shampoo alla vaniglia che ancora persisteva nell'aria. E se la nanerottola fosse tornata per restituire il portagioie? Non c'era una chiave alla porta. Così, invece, irritata e frustrata, si scagliò sullo zainetto sul pavimento ed estrasse il suo libro di storia, decidendo di distrarsi dai propri problemi con i problemi di gente morta da tempo.
E se quella inquietante visita fosse stata l'unica cosa a succedere? Forse sarebbe finita lì. Forse sarebbe rimasta dal lato giusto della sanità mentale. Ma ovviamente non fu così. Perché quando si tratta cose brutte, o in questo caso, di cose folli, non c'è due senza tre. Non è così che dice il detto?
Proprio il giorno successivo, dopo aver ricevuto altre immagini erotiche da Brittany (la quale evidentemente non aveva esagerato affermando di aver speso tutta la paghetta in lingerie), rientrò a casa sentendosi più o meno allo stesso modo del giorno prima. E questa volta fu anche peggio, perché durante la lezione di Inglese, l'argomento era stato, fra tutti i possibili, il ruolo della lussuria nella letteratura americana. Aveva passato tutta la lezione muovendosi a disagio sulla sedia, domandandosi se fosse la sua immaginazione o se la scollatura della professoressa fosse molto più prominente del solito. E nessun altro faceva caso al fatto che si stava parlando di orgasmi a scuola? A quanto pare no.
A casa, si prese qualche secondo per incazzarsi con il condizionatore ancora rotto, ma poi si diresse in camera sua. Questa volta riuscì ad entrare senza intrusioni, ed era sul punto di trovare sul suo computer un video molto speciale che avevano girato lei e Brittany, un file nominato "posizione del dito", nascosto dentro ad una cartella nominata "mani Jazz", a sua volta nascosta in un'altra cartella nominata "Regolamento dell'Associazione di Cheerleading". Sperava di rendere il percorso il più noioso possibile per scoraggiare eventuali ficcanaso.
Ma non fece nemmeno in tempo a premere play che sentì un timido bussare alla porta. "Santana?" la chiamò Rachel. "Posso rubarti per un minuto?"
Chiuse gli occhi e sospirò. Non puoi fare sul serio, pensò in riferimento all'universo in generale. A denti stretti rispose, "Non può aspettare?"
"Non ci vorrà molto, te lo prometto."
Quando riluttante aprì la porta e la seguì nella sua stanza, vi trovò Kurt seduto sul letto. Lo guardò con aria interrogativa ma lui si limitò a sollevare le spalle. Quando si sedette accanto a lui, a braccia conserte e in muta rassegnazione, Rachel si mise in piedi davanti a loro, con indosso un accappatoio rosa peloso.
"Okay, quello che mi serve da voi è… beh, fondamentalmente che fingiate di essere Finn. Pensate di poterlo fare per un minuto?"
"Cos'è questa puzza?" chiese Santana immediatamente, facendo finta di annusarsi l'ascella. "Lo sentite? Mi sono già fatta la mia doccia settimanale. Sono io?"
"Non lo so," rispose Kurt. "Ma non ho davvero tempo per questo Rachel. Devo fare ancora la cacca, il che è strano perché l'ho già fatta quattro volte oggi."
Santana si mise a ridere incapace di restare in personaggio, ma Rachel non ne fu divertita. "Va bene, va bene!" li interruppe. "Va bene. Non siate Finn, siate solo voi stessi."
Poi, senza ulteriori parole di preambolo, fece cadere l'accappatoio. Al di sotto, indossava nient'altro che uno striminzito completo di lingerie rosa.
"Oh Gesù Giuseppe Maria," disse Kurt sollevando la mano e facendo una smorfia come se fosse appena stato accecato da un'eruzione solare. "Che cos'ho appena visto? Vi prego, per favore ditemi quando è finita."
"Cristo, Berry!" disse Santana sconvolta. "Ma che cavolo?" E quello fu il primo indizio che le insinuò in testa il sospetto. Lo sta facendo di proposito. Fa tutto parte di un piano. Come mai sono due giorni di fila in cui la vedo mezza nuda?
"Okay, okay, avete ragione," si affrettò a dire Rachel, "Forse prima avrei dovuto spiegarvi." Si rimise l'accappatoio.
Santana diede un colpetto a Kurt per fargli sapere che ora era sicuro aprire gli occhi. Con cautela, abbassò la mano dal viso.
"Capisco che possa sembrare un po' strano," iniziò Rachel. "Ma quando Kurt mi ha detto delle foto sexy che ti sta mandando Brittany, ho pensato che fosse un'idea magnifica per, diciamo, mantenere l'interesse in una relazione a lunga distanza. Così ho pensato di fare la stessa cosa, per Finn. Solo che le mie foto saranno scattate da un professionista, un uomo molto gentile che ho incontrato in metro," aggiunse come postilla. "E' solo che posso permettermi un unico set, così devo essere certa di scegliere il completo migliore. Quello che lo farà, sapete…" alzò una spalla in quello che doveva apparentemente essere un gesto allusivo. "...Ringalluzzire. Ed è qui che entrate in gioco voi. Ho bisogno di un consiglio."
Santana fece una smorfia. "Okay, hai detto tante di quelle boiate in quel discorso che non so nemmeno da dove iniziare," disse. "Punto primo, tu non leggerai mai più i miei messaggi," disse puntando il dito sul viso colpevole di Kurt. "E punto secondo… Rachel, scherzi? Un tipo in metro? Sai, prima che ve ne andaste da Lima, io e Becky abbiamo scommesso su quanto tempo ci sarebbe voluto perché finissi accoltellata. Io ho detto due mesi, lei cinque. E anche se sembra che sto per vincere una camionata di soldi, mi sento un po' in colpa a saperlo in anticipo. E la terza cosa sbagliata è…" si fermò disorientata. "A dire il vero non riesco a ricordarmi la terza cosa perché sto già avendo dei flashback traumatici, ed è successo solo pochi minuti fa."
Rachel attese impaziente che la ramanzina fosse finita e, quando lo fu, rispose, "Okay, beh, possiamo parlare dei dettagli del servizio fotografico più tardi, ma per ora potreste semplicemente aiutarmi? Kurt?" lo supplicò, stringendo le mani e lanciandogli il migliore dei suoi sguardi da cucciolo bastonato.
Lui sospirò, incapace di resistere. "Va bene, farò del mio meglio. Ma sei in debito con me."
"Grazie," gli sorrise. "Allora, okay, un'altra volta, questa è l'opzione numero uno." Riaprì l'accappatoio, come un esibizionista col suo impermeabile, ed entrambi la guardarono con riluttanza. "Aspettate qui solo un secondo," disse loro precipitandosi fuori dalla stanza. Ritornò meno di un minuto dopo, questa volta senza nemmeno preoccuparsi di indossare l'accappatoio. Ora la lingerie era rossa e, se possibile, questo completo copriva ancor meno pelle di quello rosa. Kurt sembrò nauseato.
Rachel fece una piroetta, come una modella in passerella. "E questa è l'opzione numero due."
"Ti prego dimmi che non c'è un'opzione numero tre," borbottò Kurt.
"No, sono solo questi due," lo rassicurò. "Allora… cosa ne pensate?"
Santana guardò Kurt, attendendo che rispondesse prima lui e anche perché aveva bisogno di guardare da qualche altra parte invece che dritto davanti a lei. Lui fece per parlare, poi si fermò, e poi si alzò con aria di scuse. "Rachel, mi dispiace. Non ce la faccio. Sai che ti voglio bene e che farei di tutto per te. Ti darei anche un rene se ne avessi bisogno. Ma in questo momento, per la prima volta in vita mia, sento di aver bisogno di correre via a guardare una quantità smisurata di porno gay."
Rachel parve delusa, ma non cercò di fermarlo.
"Traditore," disse Santana a denti stretti, sentendosi abbandonata e osservandolo mentre si allontanava.
"Ad essere sincera," disse Rachel in tono confidenziale quando rimasero sole, "La tua opinione è l'unica che mi interessava. L'esperienza di Kurt arriva solo fino ad un certo punto."
Santana distolse lo sguardo, a disagio. E perché faceva ancora così cazzo di caldo in quel buco infernale di un appartamento? Doveva assassinare qualcuno per far riparare quella maledetta aria condizionata? Perché l'avrebbe fatto. Avrebbe sgozzato qualcuno se fosse stato più semplice respirare lì dentro.
Accorgendosi che non si sarebbe liberata finché non avesse detto qualcosa, alla fine optò per, "Con quello rosa sei più tu."
Rachel attese, incerta. "Allora quello rosa?"
Sospirò, atterrita, dando un'altra occhiata fugace a quello che aveva indosso e sentendo la sua faccia avvampare ancor di più prima di distogliere lo sguardo. Dopo una breve esitazione, disse, "No, vai col rosso. Gli piacerà di più il rosso. E non ho intenzione di elaborare, quindi non chiedere," aggiunse stizzita, già sulla soglia della porta.
"Okay," disse Rachel con gratitudine. "Grazie! Se avrai bisogno di un mio consiglio o altr-"
"Non credo," la interruppe Santana. Poi si ritirò nella sua stanza, dove per il secondo giorno di fila dedicò una inusuale e ossessiva quantità di attenzione allo studio.
Ma il sospetto che le si era insinuato durante l'improvvisa e allarmante sfilata di moda non se ne sarebbe andato molto presto. Continuò ad aggrapparsi ai margini dei suoi pensieri, colorando tutto quanto con una tinta di irrequietezza. Fu allora che si ricordò della scoperta del taccuino di qualche giorno prima. Porca vacca, pensò, sollevando lo sguardo dalla sua ricerca. E se l'avesse fatto di proposito? Se glie l'avesse fatto trovare apposta? E se Rachel stesse giocando con la sua testa? O, ancor peggio, e se stesse cercando di raggiungere l'obiettivo numero trentasei della sua lista psicotica? Dopo tutto, lo spilungone era temporaneamente fuori dai giochi. Quale miglior momento per un po' di… sperimentazione? Non poteva ancora adottare il bambino asiatico e il film sulla sua vita avrebbe dovuto aspettare, ma forse aveva visto la possibilità di applicare almeno un'altra stellina d'oro. E questo cosa mi rende? Si domandò Santana con moderato panico. Il ratto da laboratorio?
Ovviamente, anche se questi pensieri le passavano per la testa, sapeva esattamente quanto fossero ridicoli e totalmente fuori dalla realtà. Lo sapeva. Ma, a causa di un altro sventurato pessimo tempismo, aveva fatto un'altra scoperta, questa volta su se stessa. Era infatti giunta alla sua attenzione, durante una di quelle improvvise illuminazioni interiori, che in quel momento lì a New York City era il periodo più lungo della sua vita senza fare sesso fin da quando aveva perso la verginità. E quando ti rendi conto di una cosa del genere, non puoi tornare indietro.
All'inizio pensò di tornare a casa per un fine settimana, o chiedere a Brittany di raggiungerla lì. Ma, con quanta più delicatezza possibile, Brittany aveva cercato di farle capire quanto si stesse impegnando per diplomarsi alla fine del semestre, e perdere un intero week-end avrebbe potuto avere ripercussioni disastrose. Cosa che, ovviamente, Santana capì perfettamente sentendosi in colpa per non averci pensato da sola. E, dopo tutto, se un po' d'astinenza avrebbe potuto significare che Brittany la raggiungesse prima, ne sarebbe valsa la pena. Ma la soddisfazione personale che ottenne da questo nobile sacrificio non rese il desiderio quotidiano più tollerabile da sopportare. A rendere le cose ancora peggiori, i loro tentativi di intimità a lunga distanza non avevano avuto successo. Durante il sesso telefonico, seppure entusiasta e favorevole, Brittany tendeva ad avere un po' troppa immaginazione con i dettagli. Ad esempio, il loro primo tentativo iniziò con lei che sosteneva di aver sentito bussare alla porta.
Ansimò per la falsa sorpresa e poi disse, "Santana, non indovinerai mai chi è." Poi, dopo una pausa, "E' Kim Kardashian! Vuole sapere se può unirsi a noi."
Ridendo, Santana non poté fare a meno che sentirsi toccata dalla proposta. "Britt," le disse gentilmente. "E' molto dolce da parte tua aver pensato di invitarla. Ma credo che per stasera preferirei che ci fossimo solo io e te."
"Sei sicura?" le domandò Brittany con tono tentatore. "E' davvero figa."
"Sono sicura," rispose sorridendo. "Ma grazie comunque."
"Okay, se n'è andata," disse Brittany, e in sottofondo sembrò davvero che avesse sbattuto la porta. "Comunque ha detto che ha altre cose da fare."
Poi, dopo aver scaricato Kim, la logistica delle manovre fisiche si dimostrò essere complicata in modi che Santana non si era aspettata.
"Sto baciando quel punto sotto l'orecchio che ti piace tanto," sospirò al telefono. "E sto usando la lingua, ma solo un pochino."
Brittany ridacchiò. "Adoro quando lo fai, mi fa venire la pelle d'oca."
"Okay, ora tu," la spronò Santana.
"Oh. Okay, ehm… Ho entrambe le mani sotto la tua maglietta e sto cercando di toglierti il reggiseno, ma sto facendo fatica perché è quello strano a pois con i doppi gancetti che mi rallenta sempre."
Santana cercò di ignorare il fatto che si stesse dimostrando più adorabile che sexy. "Va bene, beh, mentre tu ci provi," le disse in un sussurro seducente, "Ti bacio sulle labbra, e ora sto usando più di un pochino di lingua."
"Bene. Anch'io. Parecchia lingua." Santana riuscì a sentire il sorriso nella sua voce. "Oh, e ora con una mano ti abbasso la zip."
"Ah sì?" le domandò mordendosi il labbro con trepidazione, spostando la mano in posizione. "Aspetta, sei riuscita a togliermi il reggiseno?"
"Oh, cavolo, me n'ero dimenticata," disse Brittany. "Okay, fai finta che abbia tre braccia, e due siano ancora sotto la tua maglietta. Anzi no, ce l'ho! Fa' finta che abbia quattro braccia. Così con una posso toccarti il sedere allo stesso tempo."
"Cosa?" le domandò, momentaneamente riportata alla realtà. "No, non voglio farlo."
"Perché no? E' una fantasia, possiamo avere tutte le braccia che vogliamo."
"Perché," insistette. "Non voglio fare sesso con un ragno umano."
Una pausa lunga e pensierosa seguì quell'osservazione.
Infine, con tono rassegnato, Santana chiese, "Britt? Ti stai immaginando quanto potrebbe essere figo fare sesso con un ragno umano, vero?"
"No," giunse la risposta colpevole di Brittany. "Ma… dovremmo scrivere questa roba, sono idee magnifiche. Aspetta un attimo, vado a prendere una penna."
Santana attese, e poi attese ancora un po'. "Brittany?" domandò al silenzio. Facendo un sospiro, estrasse con riluttanza la mano dai pantaloni.
Skype, allo stesso modo, era stato imprevedibile in termini di risultati. Qualche volta aveva funzionato, ma la maggior parte delle volte no. La sorellina di Brittany aveva la pessima abitudine di bussare alla porta nei momenti peggiori, e non c'era niente di peggio della voce di una ragazzina di dieci anni che chiede in prestito un elastico per capelli per azzerarti la libido.
Poi, dopo essersi trasferita con Kurt e Rachel, aveva dovuto lottare per un po' di banda con chiunque fosse online nello stesso momento. Infatti, proprio la notte precedente, quando avevano tentato di video-chattare, l'immagine si era bloccata su Brittany nel preciso istante in cui le sue dita scivolavano sotto l'elastico delle mutandine, ma prima che potesse abbassarle ulteriormente. Frustrata, Santana aveva colpito il retro del laptop strillando, "Mi state prendendo per il culo?"
Quando si rese conto che non avrebbe funzionato, andò alla ricerca del colpevole e, dopo un po' di indagini, scoprì che non era l'unica a usare internet. Kurt era al quaranta percento di un pesantissimo download di quello che lui aveva chiamato "strumenti di addestramento alla moda sofisticata," ma che sembravano a Santana sospettissime bambole di carta. E Rachel stava guardando in streaming una produzione araba di Cats, che sosteneva essere esattamente uguale all'originale, ad eccezione che tutte le gatte femmine indossavano il burka. "Vuoi guardarlo con me?" le propose. La risposta di Santana fu uno sguardo di feroce incredulità e si ritirò nella sua stanza sbattendosi la porta alle spalle. Ecco il risultato del sesso su Skype.
Chiaramente le cose erano già abbastanza frustranti. Ma con la realizzazione di aver battuto il suo record personale di astinenza, diventò tutto quanto ancor più evidente. Infatti, il sesso sembrava essere il suo principale pensiero fisso per buona parte delle sue giornate. E ogni cosa sembrava voler cospirare contro di lei. C'era stata l'ondata di caldo, ovviamente, e il fatto che farsi riparare un condizionatore a Sunset Park, Brooklyn era apparentemente meno probabile di trovare un bagel decente a Lima, Ohio. Poi c'erano le foto erotiche di Brittany, che erano già diventate una galleria e che non davano segno di volersi interrompere. E ora, col peggior tempismo possibile, c'era quella situazione strana con Rachel.
Ora in guardia quando si trovava a casa, Santana tenne sotto controllo eventuali segni di lusinga, e si allarmò nello scoprire snervanti indizi praticamente ovunque spostasse lo sguardo. Perché ora, ovviamente, cose che sarebbero sembrate innocenti o al massimo vagamente fastidiose alcune settimane prima, sembravano calcolate e, se mai quella parola avrebbe potuto applicarsi a Rachel, lascive. Era sempre stata così maledettamente tattile? Incline ad invadere lo spazio personale? Aveva sempre arricciato una ciocca di capelli in quel modo incoscio-seppur-deliberato mentre guardava la TV? Quando aveva iniziato a indossare abiti che le stavano bene? E poi, qual'era lo scopo di cantare sotto la doccia se non avvisare qualcuno del fatto che sei nella doccia e quindi nuda?
Ma perché doveva anche solo pensare a quelle cose? Santana si sgridò inorridita ogni volta che si beccò a farlo. Era osceno e vergognoso e sbagliato. Come prendersi una cotta per tua cugina o trovare sexy la tua sorellastra. Sembrava sporco e taboo e non nel modo allettante del termine. Così, in realtà, c'era solo un'unica spiegazione: cioè di essere stata vittima di un incantesimo, o in qualche modo ipnotizzata. Era una specie di voodoo del sesso, doveva esserlo. Sono io la vittima qui, ricordava a se stessa. Era perseguitata carnalmente. Intrappolata. Preda psicologica sfruttando la sua vulnerabilità. Se ci pensi davvero, si disse, è praticamente una molestatrice sessuale.
Nel frattempo, ovviamente, era perfettamente conscia del fatto di stare completamente perdendo la testa. Ma era il suo stesso corpo a tradirla, a lavorare contro di lei. Dopo aver realizzato tutto il tempo che era passato, oramai ci pensava ogni minuto. Si sentiva soffocata dal desiderio, ricolma di voglie. Era come se avesse dei puri ormoni che scorrevano lungo le sue vene al posto del sangue. A scuola, gli atomi che il professore di scienze disegnava sulla lavagna le ricordavano le tette, complete di capezzoli. Alla lavanderia a gettoni, i colpi sordi dell'asciugatrice suonavano come una testiera del letto che sbatte contro la parete. Tutto il mondo puzzava di sesso. Non poteva nemmeno guardare un lampione senza volerci avvolgere intorno le gambe. I cani randagi che si montavano nei vicoli sembravano guardarla con deliberato scherno mentre passava, e lei si voltava in fretta con esagerata apprensione. E se avessi qualcosa che non va? si domandò. L'estremo arrapamento può essere una malattia?
Arrivò ad un punto in cui desiderò che ci fosse un interruttore da poter premere per spegnere tutto quanto. Quella che una volta era piacevole attesa ed eccitazione, ora era un tormento. E' così che si sentono i single? Si domandò. Perché non cercano di ammazzarsi e farla finita? Ma nel profondo, c'era una vocina a ricordarle che ora era una di loro, no? A conti fatti era single. No, non lo sono, insistette testarda con se stessa, rifiutandosi di pensare troppo a fondo alle implicazioni della sua ultima conversazione avvenuta a Lima con Brittany, o a chiederle dei chiarimenti. Ho una ragazza.
Così persistette nel fare del suo meglio per combattere le voglie che ora stavano infestando ogni momento di veglia, ma cercando di farlo senza esaminarle troppo. Perché pensarci anche solo per un attimo significava guardare sotto la superficie, rivelare la lussuria e mettere in mostra il desiderio e la solitudine al di sotto. Significava scontrarsi col fatto che a prescindere da quanto volesse fare il piedino a Brittany a lezione, non poteva più farlo. Se sentiva il peso degli occhi di qualcuno su di lei, non trovava lo sguardo di Brittany quando sollevava il capo, non avrebbe percepito i propri occhi fermarsi e legarsi ai suoi e la sensazione quasi viscerale di connessione che avvertiva quando succedeva. Non c'era vita a cui cingere attorno il braccio, nessuna spalla su cui appoggiarsi durante un film di paura, nessun tiepido peso di una mano occasionale e possessiva appoggiata sulle reni, a renderla la ragazza di qualcuno. Anche più del sesso, le mancava il semplice tocco della pelle di qualcun altro sulla sua.
E il tatto non era l'unico senso ad essere affamato. Bramava l'odore di Brittany, le note accese di limone del suo shampoo, il suo profumo preferito, del quale Santana aveva colto una folata inaspettata qualche giorno prima in ascensore: ma dopo essersi voltata, col battito già accelerato, aveva scoperto che si trattava solo di un'estranea. Le mancavano quelle fragranze distintive, ma ancor più di queste, aveva nostalgia dei naturali odori del suo corpo. Il sudore dopo l'allenamento per le cheerleader o, ancor meglio, dopo il sesso. Il suo fiato, sì, compreso quello del mattino a causa dell'intimità che implicava. L'odore fra le sue gambe. Oddio, pensò Santana, sforzandosi decisa ad allontanare la mente dal quel sentiero. Perché se si parla di sensi, cosa viene dopo tatto e olfatto? Il gusto. Il gusto viene subito dopo.
Quindi come diavolo poteva il semplice parlare colmare questi vuoti? Ovviamente, potevano farlo e lo facevano al telefono ogni giorno, di solito anche più di una volta. Ma solo ora iniziava a imprimersi il pensiero di quanto fosse misero e insufficiente come sostituto. Tantissimo del loro legame dipendeva da quegli sguardi, da quei tocchi, da quegli odori e sapori. E anche quando riuscivano a portare a termine qualche specie di incontro sessuale a distanza, subito dopo, quando tutto era finito, occorreva un inevitabile e immediato senso di tristezza. Rimanevano entrambe in linea, ad ascoltarsi respirare, senza sapere cosa dire. Perché, dopo tutto, non puoi tenere stretto qualcuno al telefono. Non puoi passarle la mano fra i capelli o strofinarle il naso sotto il mento, o addormentarti avvinghiata al suo corpo.
Desiderava tutte quelle cose con una tale intensità da essere quasi fisicamente dolorosa, ma allo stesso tempo non era solo fisica. Forse, considerò, il suo corpo andato in corto circuito dal desiderio era una specie di distrazione inconscia, un modo per non pensare a tutto il resto. O forse era solo arrapata senza un domani. In ogni caso, la cosa che le pareva più semplice da gestire al momento era la lussuria. La lussuria non ti faceva piangere o sentire come se il tuo cuore si stesse spezzando. Tutto considerato, la lussuria era relativamente semplice e diretta… anche se sembrava essere sempre più e in modo terrificante diretta sull'ultima persona del pianeta su cui avrebbe dovuto esserlo.
Dopo lo spavento della lingerie, cercò di evitare Rachel il più possibile, determinata a sventare i suoi nefandi piani. Non fu un compito facile, dato che vivevano praticamente uno sull'altro, ma fece del suo meglio. Si congratulò con se stessa per essere riuscita a mantenere il sangue freddo, per non dare a vedere che cosa stesse succedendo. Ebbe un momento di panico momentaneo solo una volta, appiattendosi contro la parete dello stretto corridoio per lasciar passare la tentatrice in miniatura, determinata a non far sfiorare i loro gomiti. Rachel si fermò a fissarla preoccupata. "Santana, c'è qualcosa che non va? Hai bisogno di parlare?"
"Oh, ti piacerebbe che rispondessi, vero Lolita?" sbottò con tono di voce a voler significare Bel tentativo. Fece la sua fuga trionfante verso la cucina, lasciando Rachel perplessa. Atteggiamento che era ovviamente solo una messa in scena, non doveva dimenticarsene. Santana ora era passata dal sospetto alla pura paranoia.
Ma non fu fino a venerdì che il terzo tassello chiave della trama entrò in gioco, anche se ovviamente sul momento non se ne accorse, oppure non si sarebbe mai lasciata convincere ad uscire con loro. Aveva già piani per conto suo, di cenare ad un costoso ristorante con uno dei suoi professori più anziani, che sospettava volesse andare a letto con lei. Il suo piano era quello di scroccargli uno o due pasti eleganti, forse anche gioielli se avesse giocato bene le sue carte, e poi dirgli che era gay e che avrebbe dovuto continuare a provarci con le badanti della sua età. Ma era stato lui a disdire all'ultimo minuto affermando che sua moglie era tornata in città. Quindi, apparentemente, persino quel tizio non sarebbe andato in bianco quella sera.
Kurt e Rachel e i loro nuovi documenti falsi avevano un incontro per bere qualcosa ad un bar karaoke gay (Santana rifletté sulla semantica, perché, davvero, non erano già tutti gay i bar karaoke?), e quando l'avevano invitata ad unirsi a loro, il suo primo istinto era stato di dire no. Ma poi si accorse che restando a casa i suoi piani per la serata sarebbero stati probabilmente supplicare Brittany di mandare altre foto, e alla fine avrebbe rubato le batterie del telecomando. Forse sarebbe stato meglio uscire per un po'. Almeno ci sarebbe stato dell'alcol. E se Rachel avesse tentato qualcosa di estremo, ci sarebbero stati testimoni. Testimoni che sarebbero intervenuti a salvarla.
Se non fosse che nessuno era al corrente dei suoi piani, e quindi nessun altro trovò minimamente allarmante o degno di nota quando, dopo solo pochi drink, Rachel e la sua camicetta insolitamente scollata si diressero dritte verso il palco, seguite dai familiari (e, per Santana, angoscianti) accordi di Genie in a Bottle di Christina Aguilera. Immediatamente buttò giù il resto del suo drink e afferrò quello di Kurt, terminando anche quello nonostante le sue proteste. Ma l'alcol non poteva entrare in circolo così in fretta per evitarle di essere rigida e a disagio quando la diva predatrice scese inevitabilmente dal palco, cantando il suggestivo ritornello mentre girava attorno al loro tavolo, giocherellando con gli occhiali di Polly Lin, passando una mano fra i capelli di Kurt (cosa che non apprezzò affatto), e, ovviamente, sedendosi brevemente in grembo a Santana per cantare direttamente a lei e poi spostarsi all'indietro e flirtare col ragazzo uscito con Polly che non parlava una parola di inglese. Santana produsse un sorriso forzato poi, dopo aver osservato Rachel pavoneggiarsi verso il palco, strappò due shot di tequila dal vassoio di un cameriere che passava chiedendogli, "Puoi continuare a farne arrivare?"
Alla fine, aveva assunto abbastanza alcol da rilassarsi un po' e riuscì in qualche modo a godersi il resto della serata, specialmente per via dell'eccessivo e sdolcinato duetto con Kurt di A Whole New World (anche se lui aveva insistito di cantare la parte di Jasmine.) Poi, quando fu costretta a cantare un assolo, cercò la canzone più ridicola e meno sexy che riuscì a trovare, qualcosa che non potesse essere interpretata come risposta a Genie in a Bottle. Dopo una frettolosa scorsa dei brani, decise alla fine per Party in the USA. I tentativi di Rachel di farne un duetto furono respinti, così fu relegata al coro insieme a Polly e al suo confuso amico coreano, al quale era stato detto dalla madre che sarebbe uscito a cena con una giovane donna, e che sembrava non capire chi fossero tutte quelle persone e perché non la smettevano di toccarsi e cantare.
Ma nonostante fosse discretamente alticcia, Santana cercò di non abbassare la guardia. Durante il viaggio in metro verso casa, si assicurò di tenere Kurt fra lei e la Rachel più logorroica e spettacolarmente sbronza di tutti i tempi. E quando Rachel sembrò avere problemi a camminare dritta sul marciapiede che conduceva al loro condominio, mantenne le distanze, sapendo che si trattava di una trappola. Alla fine, ovviamente, fece una sonora caduta sui gradini della porta d'ingresso sbattendo il ginocchio. Santana lasciò che fosse Kurt ad aiutarla, facendo finta di non essersene accorta e poi, una volta dentro, si sorbì una paternale di cinque minuti da Pete (che probabilmente faceva anch'egli parte del piano, ora che ci pensava) sulla tendenza di Greta a ubriacarsi, e di come avrebbe dovuto metterne una pezza bagnata sulla fronte e farle prendere un'aspirina e ascoltare i dischi di Count Basie.
Finalmente riuscirono ad arrivare di sopra, al loro pianerottolo e così vicino alla salvezza. Ma poi, fra tutte le sere in cui poteva succedere, non riuscì a trovare le sue chiavi, cosa che costrinse Kurt a cercare le proprie, cosa che lo obbligò a passarle Rachel, dato che a questo punto (seppur in uno stato di beata ebrezza), sembrava non riuscire a reggersi in piedi.
Mi prendi per il culo, cazzo, pensò Santana. Il suo primo terrificante istinto fu quello di lasciarla andare e farla accasciare sul pavimento, ma non era così spietata. Così si tenne più rigida possibile, cercando di anestetizzare le sue terminazioni nervose, cercando di non pensare al fatto che quello era il principale contatto fisico con un'altra persona, un'altra ragazza, da mesi. Cercò di non notare il caldo peso premuto contro di lei, le braccia aggrappate, il suo respiro contro il collo. Chiudere gli occhi non fu molto d'aiuto. Anzi, se possibile, peggiorò la situazione.
"Santana, come fai ad avere sempre un profumo così buono? Me lo sono sempre chiesta," domandò Rachel con tono allegro e biascicato appena sotto l'orecchio. "Profumi di Spagna."
Concentrò tutta la sua attenzione nel decidere se quell'affermazione fosse un complimento o offensiva, costringendosi a restare immobile. Dopo alcuni secondi sbottò a Kurt, "Porca vacca, è la prima porta che apri, Ispettore Clouseau?"
Dopo quelle che sembrarono approssimativamente tre ore, finalmente le fece entrare, spinse Rachel di nuovo a lui, li oltrepassò decisa, e di diresse dritta verso la doccia, dove mantenne la temperatura più fredda che riuscisse a sopportare.
Ma quando alla fine andò a letto, fu con quella sensazione di soddisfazione per aver sconfitto il nemico. Era come quella merda mitologica che aveva dovuto studiare al primo anno di Inglese. C'erano sempre tre scontri, e se riuscivi a sopravvivere al terzo, arrivavi a casa sano e salvo. A dire il vero era proprio la metafora perfetta, pensò, perché Rachel aveva addirittura l'aspetto di una creatura mitologica. E ora che Santana aveva mantenuto il proprio territorio, aveva dimostrato che non era così disperata, e che non sarebbe mai stata così disperata, era finita. Aveva vinto. Era come il Monte Everest del sesso, e non era roba da dilettanti. Scivolò nel sonno, sentendosi compiaciuta e trionfante.
Poi, nel cuore della notte, si alzò a sedere di soprassalto sul letto, ansimando in preda al panico per il sogno che aveva appena fatto, che era stato anche abbastanza piacevole fino all'ultimo minuto, quando Brittany all'improvviso non era più Brittany. Brittany era Rachel, nel suo nuovo completino intimo rosso, che chiedeva a Santana con voce cinguettante se volesse la colazione a letto. "No," disse a se stessa scuotendo il capo con orrore. "No no no no no no. Che diavolo mi sta succedendo?"
Per penitenza, si trascinò fuori dal letto e passò il resto della nottata seduta sul pavimento, a fissare le foto di Brittany in lingerie.
Sabato mattina, fuggì presto prima che gli altri si fossero alzati e passò la prima metà della giornata a fare shopping e il resto a vagare senza meta in metropolitana, guardando con desiderio estranee a caso e allo stesso tempo con l'impulso di uccidere qualcuno. Quando rientrò a casa verso sera, trovò Kurt in bagno a prepararsi per la sua nottata romantica con Blaine. Aveva completamente dimenticato, nel suo attuale stato ossessivo, che doveva arrivare quella sera per la sua prima visita in città. I due avevano prenotato un hotel per tutto il week-end, cosa che significava che per quasi tutto il tempo Kurt non sarebbe stato a casa. La realizzazione che sarebbe rimasta da sola con Rachel per due giorni la spinse a passare all'azione. Sentiva che sarebbe diventata pazza se non avesse confessato a qualcuno i suoi sospetti. Okay, a dire il vero sembrava che fosse già impazzita, ma almeno Kurt avrebbe potuto darle conferma.
Così, dopo aver fatto un respiro profondo per prepararsi, si fermò sulla soglia della porta, controllando due volte il corridoio per assicurarsi che fossero soli, anche se sapeva che era così. Erano gli unici due in casa.
"Devo parlarti di una cosa," gli disse a voce bassa sentendosi una spia.
"Dimmi tutto," rispose lui intrigato. Non distolse lo sguardo da se stesso nello specchio, però, né smise di sistemarsi i capelli.
"Okay, ascolta, potrebbe sembrarti folle, quindi devi promettermi che non mi lancerai quello sguardo Ti sto giudicando ma sono troppo sofisticato per dirlo."
Lui ci pensò su, sembrando fare comunella con lo specchio, ma poi scosse il capo. "No, non posso promettertelo." E aggiunse, "Ma posso prometterti che ascolterò."
Controllò di nuovo dietro di lei, ansiosa, e poi fece un passo in avanti. Poco più di un sussurro, gli disse, "Credo che Rachel stia cercando di sedurmi."
Lentamente, lui abbassò la mano dai capelli e nello stesso movimento voltò il capo, lanciandole un lunghissimo sguardo scettico.
"E' esattamente lo sguardo di cui parlavo," disse con tono accusatorio. "Va bene, ascolta, so come sembra. Ma qualche giorno fa ho trovato una lista assurda di stronzate che vuole fare prima di morire, e indovina qual'è la numero trentasei? Vuole andare a letto con una donna. E' quasi come se l'avesse lasciata lì perché la vedessi. E da allora continua a comportarsi in modo strano, come non indossare vestiti e, e… annusarmi. E poi, Genie in a Bottle? Stiamo scherzando? E hai visto come diventa schizzata con quella merda di Olive e Greta. Sono tutte queste piccole cose sottili che continua a fare, Kurt."
"Okay, ti fermo qui," disse lui aggiungendo altro gel. "Dato che hai usato la parola sottile, e lasciando fuori tutto il resto di follie che hai appena sbrodolato, posso dirti con assoluta certezza che Rachel non è sottile. Non riuscirebbe ad essere sottile nemmeno se la sua vita dipendesse da quello. Una seduzione alla Rachel Berry sarebbe come Betty Boop sotto metanfetamine. Lo sai bene."
Lei sospirò, ma non poté fare a meno di riconoscere con riluttanza, "Vero." Lo guardò per alcuni secondi mentre lui si spalmava una specie di correttore sotto agli occhi. Distratta, gli domandò, "Ti trucchi?"
Le rivolse un fugace sguardo imbarazzato. "E' da uomo."
Lei cercò di afferrare il flacone per esaminare l'etichetta ma lui glielo strappò via e lo rimise nell'astuccio.
Poi Santana ritornò alla sua confessione. "Okay, già, forse hai ragione, forse non è sottile. Ma sai cosa? Io sono Santana Lopez. Io non ho le allucinazioni. Una volta ho mangiato solo chicchi di caffè per due settimane e l'unica cosa strana che ho visto è stata la Coach Sylvester fare un tè party in sala insegnanti con Monty Python e quattro Spice Girls. E ci sono almeno il 50% di probabilità che fosse reale, perché l'ha visto anche Brittany."
Kurt optò per non commentare. "Va bene, beh, lasciando da parte il tuo passato di acutezza mentale, non credi che questo potrebbe essere un caso di… vedere ciò che vuoi vedere?"
"Perché mai dovrei voler vedere questa roba?" Lo guardò come se fosse pazzo. "E' disgustoso. Hai notato per caso come ha mangiato quel ghiacciolo ieri? Era al limite del pornografico. Oh, e sono anche piuttosto certa che le sue gonne stiano diventando più corte. No, davvero Kurt, ogni giorno sono un po' più corte. Credo che stia alzata tutta la notte per accorciarle. E tu mi vuoi dire che sono tutte coincidenze? Che è tutto nella mia testa? Prendiamo un righello e misuriamo quelle avvolgi sgualdrina e ti garantisco che ho ragione."
Lui si voltò verso di lei e le mise fermamente le mani sulle spalle, guardandola dritta negli occhi. "Okay, Santana? Devi darti una calmata. Credimi quando ti dico che non mi piace usare questo tipo di linguaggio scurrile, perché sono un gentiluomo e ho degli standard. Ma te lo dirò chiaro e tondo. Hai bisogno di scopare." La oltrepassò andando in corridoio, ma lei rimase ferma per un attimo, la sua espressione una maschera di insultato sgomento.
"Oh, parli facile, tu," riuscì finalmente a balbettare, voltandosi per seguirlo nell'ingresso dove stava cercando di scegliere la giacca migliore per il suo abbigliamento. "Quando hai il tuo Ken crociera dei sogni dai capelli di plastica con cui giocare per un intero week-end. Deve essere piacevole guardare dall'alto del tuo bordello noi poveri paesani in astinenza e nella polvere."
"Beh, mi spiace," le disse, e sembrava davvero sincero. "Mi spiace che Blaine possa venire a trovarmi e Brittany no. Ma è così. Il fatto è che non sai nemmeno per certo che la rivedrai."
"Già, ne sono consapevole," gli rispose seccata. "Grazie per avermelo ricordato."
"Non devi vergognarti di sentirti sola. Non ti sto giudicando. E se devo essere sincero su tutta questa cosa di Rachel, nel profondo non credo che tu abbia davvero paura di quello che possa fare. Hai paura di quello che potresti fare tu."
Con sdegno, ma anche con una punta di incertezza, disse, "E' ridicolo."
"Davvero?" Infine trovò la giacca che stava cercando e la indossò. "Forse ti stai solo aggrappando a qualcosa di familiare, perché è tutto quello che hai sempre conosciuto. Rachel sarà anche fastidiosa, ma è familiare. Fa meno paura di uscire e incontrare qualcuno. Che è proprio quello che dovresti fare, e lo sai."
"Grazie, dottor Stranamore," gli disse incrociando le braccia risentita. "Dimenticavo che il tuo unico e solo boyfriend ti rende un guru delle relazioni certificato."
"Sei tu che mi hai chiesto un consiglio, Santana. Prendere o lasciare."
"Non ti ho chiesto un consiglio, volevo solo scaricarmi su di te," borbottò imbronciata. "E' diverso."
Ma prima che potesse riflettere sulle sue parole o decidere se fossero stronzate o ci fosse una qualche specie di saggezza gay-yoda da contemplare, la porta d'ingresso si aprì e comparve Rachel, come se fosse in attesa del suo momento. Ancora zoppicante per la sua caduta della sera precedente, si precipitò verso Kurt con sguardo di pura adorazione. "Ma guardati, Mister Splendore!" si complimentò. "Sei eccitato per il tuo mega week-end romantico?"
"Forse un pochino," rispose lui cingendo le mani. "Okay, parecchio," cinguettò, mentre i due si adulavano e saltellavano con sorrisi smaglianti. La voce di Kurt riusciva a malapena a contenere tutto il suo entusiasmo quando aggiunse, "Mi sento come Cenerentola che deve incontrare il principe, solo che le mie sorellastre non sono brutte e io ho scarpe migliori."
"Sono così felice ed entusiasta per te," disse Rachel con occhi lucidi di lacrime non versate. "Lo sono davvero tanto. E non sono gelosa affatto. Perché te lo meriti."
"Ugh," sbuffò Santana, passando oltre. "Risparmiatemi." Se avesse dovuto sopportarlo per un altro secondo avrebbe vomitato. Era come guardare due cuccioli che si leccano.
"Oh, Santana, non essere triste," disse Rachel, che sembrava aver notato solo ora la sua presenza. Estrasse una busta da sotto braccio. "Dato che Kurt non ci sarà e noi zitelle abbiamo la casa tutta per noi, ho una sorpresa speciale. Una bottiglia di vino, e…" tirò fuori un DVD con gesto plateale. "Pomodori Verdi Fritti!"
Santana lanciò a Kurt uno sguardo significativo che era una mezza via fra Visto? e Ti prego non lasciarmi.
Lui esitò per un secondo mentre fissava la sua tracolla firmata alla spalla, forse rimpiangendo la perdita di potenziale intrattenimento, ma poi la ignorò e si recò alla porta. "E' tempo di darmela a gambe. Passate una piacevole serata, signore. Ruberò qualche accappatoio morbido per voi se riesco a infilarli nella borsa." Poi lanciò a Santana uno sguardo divertito e tagliente. "Comportatevi bene."
"Ciao," disse Rachel salutandolo con la mano. "Divertitevi. Oh, dì a Blaine che siamo molto felici che sia qui e che non vediamo l'ora di vederlo domani, e che è da tantissimo che lo aspettiamo."
"No, io non l'ho detto," Santana scosse il capo per negare. "L'ha detto lei." Aggiunse con tono di avvertimento mentre Kurt chiudeva la porta, "Non dirgli che l'ho detto io!"
Quando se ne fu andato e rimasero ufficialmente in due, Santana lanciò uno sguardo sospettoso di lato. "Ho dei compiti da finire." Senza attendere una risposta, fuggì verso la sua camera. In realtà non aveva compiti da fare, quindi iniziò con quelli del mese successivo. A quel ritmo avrebbe completato tutto il carico di lavoro del semestre entro la fine della settimana successiva.
Ma inevitabilmente, non molto dopo arrivò l'atteso bussare alla porta. "E' arrivata la cena," disse Rachel dando una sbirciatina nella stanza. "Spero non ti dispiaccia, ho ordinato cinese."
"Non mi hai nemmeno chiesto cosa volevo," si lamentò Santana consapevole di essere petulante.
Rachel le rivolse un sorriso innocente prima di tornare in soggiorno. "So cosa ti piace."
Santana rimase ferma per un minuto, il suo viso a tradire quello che a chiunque tranne che a se stessa sarebbe sembrato un livello di disagio e timore quasi comico.
Alla fine si diresse riluttante verso il soggiorno, dove cartoni di cibo e il vino erano già stati posizionati sul tavolino. Con apprensione si avvicinò al divano e si sedette.
"Ecco i nostri bicchieri," disse Rachel tornando dalla cucina e sedendosi accanto a lei. "E anche un pacchetto di fazzoletti così non infradiciamo il divano."
"Cosa?" chiese Santana allarmata.
Rachel la guardò stranita indicando la TV. "E' commovente."
"Oh. Giusto." Datti una cazzo di regolata, Lopez, disse a se stessa.
Rachel mise il DVD e il film cominciò. Mandando già un bicchiere di vino e versandosene un altro, Santana riuscì dopo un po' a mangiare la sua cena, la quale era, in modo quasi irritante, esattamente quello che avrebbe ordinato se le fosse stato chiesto. Gradualmente, si rilassò e iniziò a sentirsi più calma. Poteva farcela. Non era niente di che. Era arrivata fin lì, no? Non c'era nulla di cui aver paura. Solo quando aprì il suo biscotto della fortuna visse un altro focolaio di sospetto. Lo lesse a mente incredula. A volte è meglio cedere alle tentazioni.
"Cosa dice?" chiese Rachel.
"Um… è vuoto," rispose arricciando il bigliettino con la mano.
"Oh no." Rachel pareva preoccupata. "Non significa che stai per morire?"
"Già, beh," rispose sollevando le spalle. "Non si può sempre vincere. E il tuo?"
Rachel ruppe il suo biscotto e lesse il biglietto. "Il mio dice, 'Gli obiettivi più difficili sono quelli che più vale la pena perseguire.'" Sorrise al biglietto e poi sollevò lo sguardo verso Santana. "Sono assolutamente d'accordo."
Decidendo di non commentare, Santana rivolse nervosamente la sua attenzione verso la TV. Si costrinse a fare un respiro profondo, appoggiarsi ai cuscini e cercare di rilassarsi. Trascorsero cinque minuti, e poi dieci, e poi quindici. Vedi, non è poi così male, si disse. Si preoccupava senza motivo. Non si trattava nient'altro che di due coinquiline platoniche che guardavano una velata storia d'amore lesbico. Le ragazze etero lo facevano spesso, giusto? Non che lo avrebbe saputo, ovviamente. La maggior parte dei suoi pigiama party "etero" finivano con lei e Brittany accartocciate in un unico sacco a pelo, facendo cose molto indecenti e non-etero l'una all'altra. Ma questo era diverso. Questa era solo una normale serata film con un'amica che per caso era un'altra ragazza. E' per questo che li chiamano film da donne. Solo divertimento innocente, niente di spaventoso, e ovviamente tutto quello che l'aveva resa paranoica era tutto frutto della sua immaginazione, e oh mio Dio che cazzo è, cos'è che mi sta toccando la gamba?
Irrigidendosi terrorizzata, cercò di guardare in basso senza spostare la testa o attirare l'attenzione. Quello che scoprì fu un piede, un piede scalzo, che premeva leggermente contro la sua coscia. No, non solo un piede, due piedi. Due piedi scalzi appoggiati alla sua coscia in modo casuale, come se avessero ogni diritto di stare lì. Scioccata, lasciò che il suo sguardo seguisse il percorso lungo la gamba a cui appartenevano i piedi, oltre la gonna corta in modo sconcertante, poi su per il torace e le braccia conserte e rilassate appoggiate ad esso, scoprendo che ora Rachel si era messa distesa sul divano, appoggiata al bracciolo e le gambe distese ma con la testa voltata verso la TV. Sembrava ancora parecchio assorbita dal film, col viso che cambiava espressione ogni pochi secondi per riflettere le emozioni procurate dai personaggi.
Non sa nemmeno cosa sta facendo, si disse Santana. E' un riflesso, come i bambini che fanno quei suoni di risucchio nel sonno. Deve per forza toccare qualcuno. Cercò di ignorarlo, di bloccarlo. Ma era impossibile. Perché ora le punte delle dita premute contro di lei sembravano muoversi appena appena, con un movimento quasi impercettibile, e tutti i crescenti sospetti e la frustrazione e il desiderio della scorsa settimana le piombarono addosso tutti in un colpo, rendendole difficile respirare, e c'erano ancora mille gradi del cazzo lì dentro, e tutti quanti al mondo stavano facendo sesso mentre loro guardavano un cavolo di film sfigato degli anni ottanta, e non poteva sopportare quella tortura un secondo di più. Così si voltò e afferrò le piccole caviglie con l'intenzione di spostarle da lei, magari abbastanza bruscamente per scaraventare il troll dal divano e farle capire che quella merda non era okay affatto.
Ma esitò per un secondo di troppo, con le mani intorno alle caviglie, per qualche ragione senza lasciarle andare. Rachel si voltò dalla TV, la sua attenzione distratta, per osservare i suoi piedi e poi Santana e ora, finalmente, era lei quella che sembrava sorpresa. Ma non disse niente: rimase in attesa con aria interrogativa. Il momento sembrò allungarsi e Santana si accorse che Kurt aveva ragione, era di se stessa che aveva paura, e che non stava succedendo niente di strano, aveva immaginato tutto quanto: ma nello stesso preciso istante di epifania, ebbe la stranissima sensazione che se si fosse lanciata sul divano, proprio in quel secondo esatto, non sarebbe stata respinta. E non poteva essere vero, no?
Staccò le mani dalle oltraggiose caviglie come se l'avessero scottata e si alzò all'improvviso: così all'improvviso che il cartone quasi vuoto di riso fritto cadde dal suo grembo sul pavimento.
Senza disturbarsi a raccoglierlo, scavalcò il disastro e si diresse alla porta d'ingresso. "Esco."
"Cosa?" Rachel la guardò come se fosse pazza, mettendo infine i piedi sul pavimento a cui appartenevano. "Da sola? E' già buio."
"Già, beh, domani non si va a scuola, nonna." Evitò contatto visivo mentre afferrava una giacca. Anche se in quel momento avvertiva il sudore scivolarle lungo la schiena e una ondata di calore farle avvampare il viso e quindi non sentiva la necessità di indossare una giacca, aveva bisogno di tenere le mani occupate con qualcosa. "Non aspettarmi alzata."
"Santana." Rachel si alzò e si avvicinò all'ingresso preoccupata. "Potrebbe essere pericoloso, non siamo ancora pratici di questo quartiere e–"
"Starò bene," insistette, ancora senza guardarla. "Ho il telefono e lo spray al pepe. Poi se parlo spagnolo sono più intimidatoria."
Con esitazione, propose, "Posso cambiarmi e venire con te…"
"Oh mio Dio, non riesci proprio a capire, vero?" sputò fuori Santana, finalmente voltandosi a guardarla. "Lascia che te lo spieghi in modo chiaro, allora. Non voglio stare con te. Sei l'ultima persona al mondo con cui voglio stare al momento. Quindi vorresti gentilmente farti da parte?"
"Oh." Rachel rispose ferita e con evidente imbarazzo sul viso. "Ho solo pensato che dato che Kurt era…" Si fermò, riacquistando la propria dignità. "Sai cosa? Va benissimo. Nemmeno tu sei esattamente la mia prima scelta di compagnia. Credimi, ti scambierei con Finn in un secondo… o chiunque altro, ad essere onesti. Quindi se è così che ti senti, la smetto di provare perché non sono del tutto convinta che ne valga la pena."
Santana la guardò tornare in soggiorno, già avvertendo un vago senso di colpa misto alla convinzione di aver fatto un errore madornale… ma fanculo. Era tutto così confuso. Non poteva preoccuparsene adesso. Si sforzò di voltarsi, prendere la borsa, e uscire dall'appartamento.
All'inizio non aveva piani specifici di dove andare: pensò di presentarsi all'hotel in cui stavano Kurt e Blaine, (Sorpresa!), immaginando lo sguardo inorridito sui loro visi e i tentativi di essere educati, ma non fu un'idea che considerò sul serio. Senza giungere davvero ad una decisione definitiva, capì che si stava dirigendo verso il lavoro. Anche se le era stato dato il week-end libero dato che Suresh doveva far installare un impianto audio nuovo e più all'avanguardia, pensò che avrebbe potuto trascorrere là alcune ore. Anche se non sarebbe stata pagata, anche se avesse dovuto cantare a cappella senza amplificazione, almeno avrebbe potuto sfogare un po' di emozioni. Dopo tutto esibirsi era una specie di sesso, giusto?
Ma successe una cosa strana quando raggiunse la ora familiare location e aprì la porta. Il suono della musica colpì le sue orecchie, immediatamente. Non semplice musica. Musica dal vivo. Per una frazione di secondo pensò di essere nel posto sbagliato, di aver svoltato nella via sbagliata oppure essere scesa alla fermata sbagliata della metro. Ma no, era una cosa stupida. Era La Perla, il luogo in cui lavorava… era come una seconda casa. Poteva vedere Keith al bancone a servire drink. E ora, mentre si addentrava nel locale, e quando alcune persone che passavano davanti a lei si spostarono dalla visuale, riuscì a vedere il palco. E vide che c'era qualcuno su di esso. C'era qualcuno sul suo palco.
Fissò sbalordita la strana ragazza dai capelli rossi che cantava davanti al pubblico in ascolto. La canzone era una che Santana conosceva vagamente, un fastidioso classico country, qualcosa sul camminare dopo mezzanotte. I clienti del bar, molti dei quali Santana riconobbe e identificò come i suoi clienti abituali, sembravano catturati da quella strana performance palesemente fuori luogo. Traditori del cazzo. Non riusciva minimamente ad immaginare come mai fossero così assorbiti, ma dopo aver riportato lo sguardo sul palco, anche lei si ritrovò in difficoltà a distoglierlo. Ma alla fine si costrinse a farlo. Perché chi cavolo era quella ragazza? Voleva delle risposte, e le voleva all'istante.
Con un crescente senso di perplessità, si recò alla cassa per affrontare Suresh. Lui la vide arrivare e sembrò provare un breve senso di terrore.
"Che cavolo sta succedendo qui?" domandò secca. "Mi dica che una scoppiata di qualche confraternita è salita sul palco e ha iniziato a cantare, e che ha chiamato la polizia per scortare il suo culo pel di carota fuori da qui."
"Santana, calmati," disse lui con fare rappacificante, continuando a sorridere al cliente al quale stava scansionando la carta di credito. "Non ho visto alcun motivo per dirti che avevo assunto un'altra cantante. Ma dovresti essere molto orgogliosa. Le tue performance si sono rivelate così popolari che la gente ha iniziato a chiedere serate musicali tutti i giorni. E dato che tu non puoi venire tutti i giorni, ho assunto Amelia per darti il cambio. Così ora ogni tanto puoi avere il week-end libero. Vedi? Funziona tutto alla perfezione!"
Lei continuò a fissarlo sconcertata. "Quindi si è inventato tutte quelle stronzate sull'impianto di amplificazione? Come ha potuto non dirmi che stava assumendo qualcun altro?"
"Oh, mi dispiace. Non mi ero reso conto di dover rendere conto ai miei dipendenti part-time delle mie decisioni lavorative."
Comprendendo di non dover insistere, non replicò. Ma la sensazione di tradimento e risentimento rimase mentre si aggirava intorno al bar. Keith le passò un drink senza chiederle se ne volesse uno. Ne bevve metà in un sorso, senza nemmeno preoccuparsi di cosa fosse. Come mai ce l'avevano tutti con lei? Si domandò. Era come se tutto il mondo si fosse coalizzato contro di lei. Quella pessima settimana avrebbe potuto andare peggio?
Dopo alcuni minuti, si rese conto del fatto che la musica era finita e poi, all'improvviso, come a rispondere alla sua domanda, si ritrovò qualcuno accanto a lei. Voltò la testa per rivolgere alla minuta e apparentemente ignara rivale uno sguardo minaccioso.
Ma forse non così ignara, perché la ragazza sembrò sapere chi fosse Santana. "Ciao. Sono Millie." Poi, quando non ci fu altra risposta se non un freddo e sbrigativo sguardo dall'alto in basso, proseguì, "Non mi riconosci, vero?"
Momentaneamente sorpresa, Santana cercò di capire. "Perché dovrei?"
"Per nessun motivo, a dire il vero. Sono stata qui un paio di volte. Venivo solo per sentirti cantare, è quello che mi ha dato l'idea per il lavoro. Sei brava."
Il suo accento mise Santana sul chi va là: era di uno stato montuoso del sud, come il Kentucky o il Tennessee, forse West Virginia. Era cresciuta abbastanza vicina al confine culturale da poterlo riconoscere. Il suono di quell'accento la riportò immediatamente alle sue vecchie insicurezze sull'essere gay, cosa che la fece incazzare ancora di più. Si voltò verso la ragazza e fece un respiro profondo, godendo di quella opportunità per una sbroccata coi fiocchi. Era passato fin troppo tempo.
"Sai che c'è, Laura Ingalls, hai ragione. Io sono brava. Sono così brava che ho trasformato un merdoso lavoro da cameriera in uno spettacolo di punta in un solo giorno. E ora, per qualche strana ragione, sembri avere l'impressione che condivideremo lo spettacolo. Ma mettiamo bene in chiaro una cosa… Io potrei essere Velma Kelly, ma di sicuro tu non sei affatto Roxie Hart. Cioè, innanzitutto sembra che tu abbia imparato a indossare le scarpe l'altro ieri. E suppongo che quando vivevi nel parcheggio per roulotte a Drogaville, Arkansas, o in qualsiasi buco dal quale sei strisciata fuori, tutti quei bifolchi dall'alito puzzolente e fan della Nascar pensavano che fossi la cosa più carina che avessero mai visto. Ma non funzionerà nella Grande Mela. Io ti vedo per quella che sei, e anche tutti gli altri. Potrà esserti sembrato che fossero assorti, vero? Ma sono abbastanza certa che non si stessero godendo il tuo episodio di Hazzard né tanto meno il fatto che tu sembri una bambola rossa della Bratz. Quindi per il tuo bene fossi in te raccoglierei il banjo e la fisarmonica e li riporterei in una terra più amichevole dove la gente possa apprezzare una cantante che sembra Dolly Parton con un cancro di quarto stadio alla gola. Vedi, sarò anche solo una semplice dipendente, ma quel palco è mio e difenderò il mio territorio, anche se significherà rendere la tua patetica vita da mangia granoturco un inferno."
Si fermò, compiaciuta con se stessa, in attesa della reazione. Ma quando infine questa arrivò, non fu affatto quella che si era aspettata. Millie si limitò a sorridere con quello che sembrava apprezzamento artistico. "Mi piaci," disse con aria contemplativa.
Sbalordita, Santana riuscì a riprendersi in fretta. "Già, beh, tu invece no. E non credo che tu mi abbia capita, Half-Pint. Non diventeremo amiche, perché tu non starai qui molto a lungo. In caso non l'avessi notato, questo è un night club urbano e sofisticato. Non abbiamo balli di gruppo country qui. Quindi quando Suresh riacquisterà la ragione e il pubblico si stancherà delle tue performance, tu e i tuoi assurdi capelli da aragosta sarete di nuovo alla vecchia capanna dove mamma e papà hanno appena terminato il raccolto." Trangugiò il resto del drink, sicura di aver colpito nel segno questa volta.
"Quindi aspetta un momento," rispose Millie con ironica introspezione, scivolando più vicina e appoggiandosi al bancone. "Vengo sia da un parcheggio di roulotte che da una fattoria? E dove teniamo il bestiame?"
Santana la fissò allibita, come se non avesse mai incontrato qualcuno con l'audacia di contestare il suo spirito. Ancora peggio, sembrava aver momentaneamente esaurito le sue prese in giro sui rossi di capelli, cosa che lasciava aperta solo una opzione: Lima Heights.
Comprendendo apparentemente che se non avesse fatto qualcosa per alleggerire la tensione, avrebbe dovuto scavalcare il bancone per trattenerla, Keith diede a Santana un colpetto con la mano.
Con evidente impazienza, si costrinse a voltarsi verso di lui. "Che c'è?"
"Ehi, puoi farmi un favore? Abbiamo finito il ghiaccio."
"Prenditelo da solo, sguattero," gli rispose, ancora distratta. "Io non lavoro stasera."
"Non posso lasciare il bar. C'è quel vecchio che si attacca direttamente alla spina per bere la birra."
Pur riconoscendo la sua tattica diversiva, lo assecondò comunque, non mancando di mostrare evidente riluttanza. Sospirando irritata, si spostò dal bar e si recò sul retro, lanciando a Millie un ultimo sguardo ostile mentre le passava accanto.
Nella penombra e nel silenzio dell'area che costituiva il retro del locale, entrò nella cella frigorifera e strappò il secchio dal gancio sulla porta, poi usò una paletta di metallo per iniziare a riempirlo di cubi di ghiaccio stipati nel freezer. Mentre lavorava, si ritrovò a desiderare di essere rimasta a casa. Che idea inutile aveva avuto. Era come se continuasse ad inciampare da una situazione miserabile all'altra. In un certo senso, sarebbe stato meglio se non avesse mai saputo di questa nuova stronza. Magari avrebbero potuto esibirsi in serate diverse e non avrebbe mai saputo nulla.
"Quindi che cosa sei?"
Spaventata ma rifiutandosi di mostrarlo, si voltò appena per vedere la ragazza che aveva davvero avuto la faccia tosta di seguirla e che ora si aggirava dalla porta della cella.
"Scusami?"
"Me lo sto domandando da un pezzo ormai." Millie si avvicinò, facendo finta di esaminare le confezioni di gamberi surgelati nello scaffale accanto. "Nera? Latinoamericana?" Fece scorrere pigramente la mano lungo lo scaffale mentre si addentrava. "Indiana? Del Mid Est? Nativa americana?" infine guardò Santana. "Dimmi quando mi sto avvicinando."
Per qualche secondo fu troppo allibita da formulare una risposta. "Che razza di domanda è?"
L'altra alzò le spalle. "Sono solo curiosa."
"Beh, non esserlo. Perché non sono cazzi tuoi." Sbatté lo sportello del freezer e sollevò il secchio quasi pieno.
"E' solo che forse io e te potremmo conoscerci un po' meglio, considerando che in tre secondi avrai la mano nelle mie mutande."
Santana la guardò sbattendo le palpebre, senza parole. Perché ora era sicura di aver ufficialmente e irrevocabilmente perso la ragione. Era ora che un paio di uomini col camice bianco venissero a prenderla e a portarla via. Proprio così, era il culmine. Non aveva solo immaginato una intera tentata seduzione da parte della sua coinquilina etero che non era mai avvenuta, no, non era abbastanza grave: ora infatti stava sentendo parole, chiare come una campana, che non avrebbero mai potuto essere pronunciate davvero. Porca vacca, che succederà ora? si domandò, perplessa per i luoghi in cui il suo disperato cervello la stava trasportando. Inizierò ad avere allucinazioni di Pete che entra nella doccia con me? Forse un invito ad un'orgia con Rhonda e i suoi furetti?
Si riportò al presente e cercò di concentrarsi. "Ascolta, Pippi Calzelunghe," le disse lentamente, all'improvviso sentendosi esausta. "Ho avuto una giornata davvero pesante… una settimana pesante, a dire il vero. E non ho alcun interesse a salire sul tuo folle treno campagnolo al momento. Quindi perché non prendi il tuo culo rustico e–"
Quelle parole furono interrotte da un bacio: ma non un semplice bacio, più una collisione corporea che la spinse all'indietro contro il freezer di metallo. Il secchio cadde sul pavimento e i cubetti di ghiaccio si sparpagliarono intorno ai suoi piedi, così fu costretta a mettere entrambe le mani indietro per evitare di cadere, non potendo così usarle per spingerla via. E quando poté farlo, Millie si stava già ritirando, un po' a corto di fiato. Fissò Santana, a pochi centimetri di distanza, attendendo che protestasse, forse che la spintonasse all'indietro o che si pulisse la bocca con disgusto o scappasse dalla cella frigo. Santana non fece nessuna di quelle cose. Si limitò a fissarla. Un'espressione compiaciuta e in qualche modo sollevata sfiorò il viso di Millie. "Come immaginavo," mormorò. Poi chiuse la porta.
Dopo quel punto, tutto fu una macchia confusa. Non solo dopo, quando cercò di capire esattamente come fosse successo, ma anche mentre stava succedendo. Accadde in fretta, di questo ne fu consapevole. Fu aggressivo, da entrambe le parti: quasi violento. Il giorno successivo avrebbe scoperto più di un livido su zone del corpo che non avevano mai avuto lividi. Tenne gli occhi chiusi per la maggior parte del tempo, assorbendo le due sensazioni contrastanti di pelle calda contro la sua (finalmente, oddio, finalmente) e il freddo pungente del pavimento e delle pareti del frigo. Con gli occhi chiusi, avrebbe potuto essere chiunque a cui faceva quelle cose. Ma chi avrebbe voluto che fosse? La ragazza che aveva incontrato solo dieci minuti fa e che probabilmente non sarebbe riuscita a riconoscere neanche ora, persino se fosse stata dietro ad un vetro della polizia? Rachel? Brittany? Qualche strana combinazione di tutte e tre? Ma no, non Brittany. Mai Brittany. Non in quel modo. Quando quell'immagine minacciò di invaderle la mente, la spinse via disperatamente. Era come portare qualcosa di sacro in un bordello.
Successe tutto con come in una luce accecante, un'esplosione di pura e genuina liberazione. Nell'arco di dieci minuti venne quattro volte, cosa che sarebbe forse stata imbarazzante se non fosse che anche Millie sembrava tenere il passo e forse persino superarla verso la fine (anche se non ne era certa, dato che a quel punto stava iniziando ad essere dura tenere il conto). Quando fu finita, e quando collassarono sul pavimento una accanto all'altra, prosciugate, svuotate di ogni energia e lussuria, prendendo faticose boccate d'aria fredda, e Santana ebbe l'improvvisa cruda rivelazione di quello che aveva appena fatto, per un secondo fu inorridita e sul punto di piangere. Quindi invece incanalò quell'impulso crescente in un'altra direzione, così si mise a ridere. Ridette così forte che l'aria fredda le bruciava i polmoni, perché, davvero, doveva essere la cazzo di cosa più ridicola che fosse mai successa a qualcuno. E poi anche Millie cominciò a ridere. E poi Keith aprì la porta del frigo scoprendo come mai ci stessero mettendo tanto, scivolò su un cubetto di ghiaccio, si scusò e indietreggiò col viso paonazzo e la promessa di non dirlo a nessuno (mentre si copriva l'erezione), e quando se ne fu andato risero ancor più forte, fino a quando non notarono che le loro labbra stavano iniziando a diventare blu e che ci fosse il rischio di ipotermia.
Alla fine si ripresero e iniziarono a vestirsi, e quando Santana si accorse di non avere il telefono, si guardò intorno e vide che ce l'aveva Millie. "Che stai facendo?" le chiese.
"Ti sto salvando il mio numero."
"Uhm… non fa niente. Non c'è bisogno." Accorgendosi che non sarebbe riuscita a formulare un'argomentazione convincente dato che era ancora in reggiseno, si infilò la maglietta. "E' stato divertente, ma… non può succedere di nuovo."
Sembrando imperturbabile, Mille continuò a fare ciò che stava facendo. "Okay," rispose. "Ma non si sa mai." Sorrise e le passò il telefono.
Quando uscirono dal frigo, scoprirono che Suresh si aggirava nei paraggi. "La pausa è finita," disse a Mille severo.
"Lo so, signore," rispose lei con tono sincero. "Sono entrata per rinfrescarmi un po' e la porta del freezer si è chiusa dietro di me. Avreste dovuto venire a cercarmi, perché se non fosse stato per lei," disse indicando Santana, "Avrei potuto morire là dentro." Si incamminò verso il locale, trasudando innocenza da martire. Suresh la osservò allontanarsi e poi continuò a guardare Santana sospettoso per alcuni secondi. Lei si schiarì la voce e abbassò lo sguardo sul pavimento. Quando lui infine si spostò nel suo ufficio fu in grado di fare la sua uscita sollevata.
Si recò dritta a Brooklyn, a casa, perché i suoi motivi per essere uscita ora sembravano nebulosi e oscuri nella sua memoria, come qualcosa che era successo da mesi invece che solo poche ore prima. Eppure, persino quando ritornò all'appartamento e si chiuse la porta alle spalle, quando si fermò nell'ingresso e vide che Rachel si era addormentata sul divano al pallido bagliore dello screen saver del lettore DVD, non riuscì a ricordare quale fosse la causa di tutto quel trambusto. Perché se n'era andato, grazie a Dio. Qualsiasi stranezza ci fosse stata, qualsiasi cosa avesse influenzato le sue percezioni per tutta la settimana, facendole fare pensieri folli e cose terrificanti, si era completamente dissipato. Quella addormentata sul bracciolo era solo Rachel Berry, la ragazza fastidiosa e avida di affetto del glee club che ora era, che le piacesse o no, una parte permanente della sua vita post-diploma. Solo un'altra ragazza che aveva nostalgia di casa e del fidanzato e che stava facendo più fatica del previsto ad adattarsi alla vita di città. Tutto qui. Non c'era niente di spaventoso, niente di pericoloso. E Santana pregò che qualsiasi cosa l'avesse fatta vedere sotto un'altra luce non sarebbe tornata, mai più.
Si addentrò con cautela nella stanza, ricordando le parole dure di prima e rammaricandosene, cosa che non faceva spesso. Invece di andare dritta a letto, andò a sedersi sul divano. Quando non successe nulla, si alzò e poi si sedette di nuovo, questa volta più bruscamente.
Rachel si mosse e poi si svegliò. In principio disorientata, dopo un secondo si alzò a sedere. Con voce sommessa e impastata di sonno le disse, "Mi fa piacere che sei tornata. Ho sognato che ti avevano rubato gli organi e lasciata a morire in un vicolo." A causa dell'espressione disorientata di Santana, aggiunse per spiegarsi meglio, "I miei sogni tendono a virare verso il melodrammatico."
"Senti." Santana si scosse di dosso l'inquietante immagine e sospirò, osservando lo schermo della TV. Dio, odiava scusarsi. "Volevo solo chiederti scusa per prima. Non era niente di personale, avevo solo bisogno di uscire per un po'."
"Non fa niente. Lo capisco." L'onestà sembrò convincerla ad aggiungere, "Anche se quello che ho detto era vero. Ti scambierei davvero per Finn."
"Fico," rispose Santana. "Io ti scambierei per Brittany."
Si scambiarono uno sguardo, carico di divertita consapevolezza del loro egoismo.
Rachel fece un respiro profondo e poi prese la parola, a bassa voce e guardandosi le mani. "So che non posso sostituirla, per… vari motivi," aggiunse scegliendo di non elaborare. "Ma se me lo permettessi, credo che potrei davvero essere una buona amica." Poi si corresse con, "Sono sicura che potrei esserlo."
Santana rimase in silenzio, sentendosi a disagio.
"Comunque," proseguì Rachel. "Buonanotte." Si alzò e andò verso la porta.
"Già, beh, io non sono stanca," disse Santana con tono noncurante. "Quindi mi sa che mi metterò a vedere quello stupido film, se vuoi restare nei paraggi."
Rachel si voltò esitante. "Sei sicura?"
Santana sollevò le spalle rifiutando di guardarla. "Come ti pare. Fai come vuoi, non mi importa."
Rachel sorrise, prendendola come la cosa più vicina ad un invito che potesse ottenere. "Faccio un po' di popcorn."
E quindi quello era sistemato, almeno. Era un problema che poteva depennare dalla lista, se avesse avuto una lista. Non avrebbe risolto tutto, ma sarebbe stato d'aiuto. E non sarebbe potuto succedere in un momento migliore, perché quando il mattino successivo Kurt tornò a casa, molto prima di quando l'aspettassero, dalla sua espressione e dal modo in cui rimase impalato con sguardo perso nel vuoto come un sonnambulo, fu chiaro che qualcosa fosse andato terribilmente storto. Andarono entrambe da lui, preoccupate, ma fu impossibile carpire molti dettagli. Un punto fu chiaro, però: le cose con Blaine erano finite. Improvvisamente e inaspettatamente finite.
Durante i giorni successivi, lo accudirono un po', cercando di fare il possibile per farlo sentire meglio, come ad esempio guardare il musical di Buffy undici volte e inventare un nuovo gioco chiamato Drag Queen o Donatella Versace? All'inizio lui lo accettò di buon grado, poi lo tollerò e poi disse loro che si sarebbe ripreso e di smetterla di preoccuparsi. In uno strano senso, anche se sapeva fosse terribile approfittarsi del dolore altrui, Santana apprezzò la distrazione. Significava non dover pensare a quello che era successo al lavoro sabato sera, o affrontare i sensi di colpa che la colpivano come pugnalate ogni volta che si avventurava in quella direzione. Aveva continuato a mantenere i contatti con Brittany in modo vago e casuale, per lo più attraverso messaggi. E non era solo quello che aveva fatto che la spingeva ad evitarlo: quello che era accaduto fra Kurt e Blaine era anch'esso una causa di disagio. Dimostrava che nessuno era al sicuro, e che forse nessuno dei loro rapporti sarebbe sopravvissuto intatto alla separazione.
Alla fine, sapeva di dover fare una lunga telefonata che non avrebbe potuto rimandare oltre, così, dopo le lezioni di mercoledì, si chiuse nella sua stanza. Non aveva intenzione di dire immediatamente a Brittany quello che era successo con Millie, perché stava iniziando ad auto convincersi che non fosse successo affatto. Era accaduto così in fretta, così senza significato: doveva senz'altro esserci una regola che se il sesso dura meno di quindici minuti non conta. Anche quello al telefono significava di più. Era determinata a dimostrarlo a se stessa e a Brittany, subito. Ora che erano passati alcuni giorni, iniziava a sentirsi di nuovo un po' sulle spine. Era il momento perfetto per un po' di amore a lunga distanza.
Brittany rispose con un allegro, "Ehi! Come va?"
"Ehi, tu," disse Santana. "Avevo davvero bisogno di sentire la tua voce."
"Vuoi che ti canti qualcosa?" si offrì. "Oggi il mio assolo al glee club è stato tagliato perché il signor Schue ha detto che usare una canzone di Ashlee Simpson per il tema di Misunderstodd Genius era un po' troppo."
"Magari dopo," le disse sorridendo. "Pensavo che potessimo fare due chiacchiere." Aggiungendo un po' di seduzione alla voce, proseguì, "In realtà… se hai voglia, magari potremmo riprovare col sesso telefonico? Credo che stiamo migliorando."
"Oh," disse Brittany. "Ehm… adesso? Aspetta un attimo."
In sottofondo, Santana sentì voci smorzate e confuse, e poi quello che sembrava il rumore di una porta che si chiudeva.
"Scusa," disse Brittany tornando in linea. "Okay, sono sola adesso. Sono andata in bagno."
"Che succede? Sei impegnata?"
Ci fu una breve pausa prima che rispondesse. "C'è qui Mike, mi aiuta con geometria. Ricordi che ti ho detto della sua gamba? Mi lascia mettere lustrini sul gesso e disegnare arcobaleni."
"Oh," disse Santana con tono piatto. Poi si costrinse ad aggiungere, "Carino da parte sua."
"Ma non fa niente, posso fare piano, se vuoi ancora…"
"No," la interruppe sentendosi a disagio. "Non preoccuparti. Era solo un'idea. Geometria è più importante."
"Santana," disse Brittany dolcemente. "Ricordi quello di cui abbiamo parlato, vero? Di come non importa se tu–"
"Sì," la interruppe, ora ancor più a disagio alla luce di quanto successo di recente. "Sì, mi ricordo. Non c'è bisogno di dirlo ancora."
"Okay." Brittany sembrò triste ma determinata. Ci fu una pausa. "Volevo solo esserne sicura. Dato che potrebbe passare un po' prima che possiamo vederci."
Anche se lo sapeva già, era ancora difficile sentire quelle parole. Ma per qualche ragione perversa, sentì il bisogno di spingersi ancora un poco più in là. Come premere su un livido per vedere quanto fa male. "Già, lo so. Comunque forse non dovremmo continuare a fare quelle cose al telefono," disse. "Cioè, visto che non siamo tecnicamente… insieme al momento. Dovremmo essere entrambe libere di provare altri frutti, giusto?"
Attese la risposta praticamente trattenendo il fiato. Cosa esattamente sperava di sentire? Una contraddizione? La richiesta di una definizione più specifica di cosa significasse insieme? La negazione che quella conversazione sulle tribune fosse mai avvenuta?
Ma quando la risposta alla fine giunse, fu solamente un sommesso e quasi deluso, "Oh." E poi, "Già, credo abbia senso. Forse hai ragione." Un'altra pausa. "Non devo più mandarti quelle foto, allora?"
Santana deglutì a fatica e chiuse gli occhi, attendendo che la sua voce ottimista non tremasse prima di rispondere. "Forse no. Almeno per ora."
"Okay," disse Brittany. "Capisco."
Poi ci fu un silenzio durante il quale entrambe sembrarono attendere che l'altra dicesse qualcosa che avrebbe reso la situazione meno dolorosa di quanto non fosse. Ma apparentemente non c'erano parole per quello, o almeno nessuna che riuscissero a trovare.
Infine, Santana costrinse la sua voce a tornare normale. "Comunque. Forse è meglio che ti lasci ai tuoi compiti. Ehm… saluta Mike da parte mia."
"Lo farò. Santana?"
"Sì?"
"Ti amo."
Attese un secondo prima di riuscire a rispondere. "Ti amo anch'io."
Quando riagganciò, rimase seduta per un po'. Poi prese di nuovo il telefono con un senso di risolutezza e scorse la rubrica alla ricerca del numero che era stato aggiunto di recente. Esitò, tenendo il dito sul pulsante, e poi lo premette. Quando la voce ancora non familiare rispose, le disse, "Lavori stasera?"
Venne fuori che la risposta era sì, come si aspettava, dato che lei aveva la serata libera. Quindi fece in modo di arrivare per la pausa, attese nel retro, e poi trascinò Millie nella cella frigorifera. Andò più o meno come sabato, forse con un po' meno violenza, e senza cubetti di ghiaccio sul pavimento.
La sera successiva, quando Santana aveva il turno, ricevette un criptico ma facilmente decifrabile messaggio non appena scese dal palco per la sua pausa. "Fa freddo qui." Esitò, poi si recò nel retro.
Dopodiché, divenne uno schema. Ogni sera, a seconda di chi stava lavorando, l'altra avrebbe atteso vicino al freezer (o all'interno, se qualcuno era nei paraggi). Era un accordo ideale, secondo Santana. Non c'erano romanticherie incasinate, praticamente nessun dialogo, zero tempo per coccole post-coito: e anche se ci fosse stato tempo, la scomodità della location le spingeva ad uscire il prima possibile. Sarebbe stata più che felice di mantenerlo permanentemente. Dopo tutto, non aveva nemmeno il peso della colpa, dato che la sua recente conversazione con Brittany le aveva confermato che non stava facendo niente di male. E piuttosto che mentire a Kurt e Rachel sul motivo per il quale ora lasciava misteriosamente l'appartamento per un'ora esatta nelle serate in cui non lavorava, preferì essere onesta e dir loro cosa stava succedendo. Con sua grande sorpresa, sembrarono entrambi capire e supportare la decisione, e persino espressero il desiderio di conoscere Amelia. (Santana promise a se stessa, privatamente, che quello non sarebbe mai successo.)
Quell'accordo non poteva essere più perfetto, considerando cosa volesse ottenerne. Quindi non fu molto entusiasta quando dopo circa una settimana di efficienti e soddisfacenti incontri nel freezer, mentre si rimetteva i jeans, Mille disse, "Credo che non dovremmo farlo più."
"Oh," rispose Santana cercando di non mostrarsi delusa. "Già, come ti pare. Non c'è problema. Stavo pensando la stessa cosa."
"No," si corresse. "Non intendo questo. Intendo… qui dentro. Credo di iniziare ad avere un principio di congelamento. Perché non ceniamo insieme o facciamo qualcosa domani sera dopo che finisci il turno?"
Santana si voltò, facendo finta di essere occupata coi suoi calzettoni al ginocchio. "Non lo so."
"Andiamo. Pago io," propose.
Prima che potesse rifiutare, Keith bussò alla porta per informarle che la pausa di Millie era finita e che Suresh la stava cercando.
"Merda," disse affrettandosi ad abbottonarsi la camicia. "Quindi abbiamo un appuntamento? Ci vediamo all'ingresso dopo il tuo spettacolo." Scomparve senza attendere una risposta, e Santana ebbe la prima sensazione di aver appena messo in modo qualcosa che alla fine sarebbe andato fuori controllo.
Il giorno successivo, considerò l'idea di mandarle un messaggio per dirle di no. Pensò di darsi malata al lavoro. Una dozzina di potenziali scuse le passarono per la mente. Ma anche se ne avesse usata una, non avrebbe potuto evitarla per sempre. Era meglio farlo di persona e farla finita.
Ma per qualche motivo, quando ebbe finito con il suo spettacolo e vide Mille aggirarsi nei pressi del bar, non rifiutò il drink che l'attendeva. Non resistette quando fu condotta in un ristorante, carino ma niente di sofisticato, proprio lungo la strada. Si ritrovò persino a godersi la cena e, con suo stupore, a godersi le frasi bizzarre e colorite, le storie ridicole e non plausibili, che uscivano dalla bocca della ragazza. Quando ritornò dal bagno si ritrovò ad esaminare Millie dall'altra parte della sala nelle luci soffuse del ristorante, notando quanto fosse carina in realtà, come il suo pesante trucco sugli occhi contrastasse con le lentiggini che non si sforzava di coprire, ma che invece sembrava aiutarla a darle una certa immagine: quando si accorse di cosa stava facendo, Santana ebbe una breve ondata di allarme, e quando si sedette fu determinata che quella cosa non avrebbe potuto andare oltre.
Come previsto, quando il pasto fu finito, Mille allungò la mano sul tavolo e la mise sulla sua. "Vivo solo a pochi minuti da qui, ad Harlem. Lo so, ironico, vero? Scommetto che sono la persona più bianca che tu abbia mai incontrato."
Santana ritirò la mano. "E' stato bello," le disse. "Ma ho un terribile mal di testa e devo alzarmi presto domattina. Quindi devo proprio andare."
"Hai mal di testa?" Millie scavò nella borsa e produsse due sospettose pillole bianche e grandi, ovviamente antidolorifici da ricetta. "Tieni."
Esaminandole, Santana disse, "E' un mal di testa, non un tumore."
Lei sorrise. "Prendile e basta. Non te ne pentirai, giuro."
Esitò, sospirò, e deglutì le pillole. Se non altro, avrebbero reso l'inevitabile disagio più semplice da gestire. Perché quella cosa doveva finire, subito.
Ma quando finirono il dessert e furono fuori sul marciapiede, iniziava già ad avvertire un euforico senso di appagamento, di pace, un senso di Che importanza ha? Nel freezer, o in un letto in un appartamento… che differenza fa? Il sesso era sesso. E non poteva mentire a se stessa. Il sesso ne valeva la pena. Così andò a casa con lei. Quella volta, durò più a lungo di quindici minuti, molto più a lungo. Andò alla deriva, in qualche modo distante dal suo corpo e allo stesso tempo più intimamente connessa che mai. Ma anche con quella serenità indotta dal farmaco, uscì dal letto appena crollarono esauste, a malapena aspettando che gli spasmi dell'orgasmo fossero finiti. C'erano cose che semplicemente non poteva a fare, a prescindere da quanto in pace si sentisse.
Prima che se ne andasse, senza dire una parola Millie le passò altre due delle sue gloriose pillole bianche, sorridendo come se fossero una parcella per la sua performance sessuale. E quando la placida tranquillità che provava ora divenne macchiata con spiacevoli pensieri di rimorso, deglutì anche quelle. Quando arrivò a casa, stava fluttuando: fisicamente saziata, calma e per il momento davvero, sinceramente felice. Non solo felice, euforica, se l'euforia avrebbe potuto accompagnare la confusa realtà rallentata che avvertiva avvolgere le sue calde braccia intorno a lei. Scivolò nell'appartamento, fuori come un balcone, sorridendo e canticchiando fra sé e sé. In cucina, trovò la finestra aperta. Kurt e Rachel erano seduti all'esterno.
"Ehi, gente," li salutò allegra infilando la testa fuori.
Kurt le lanciò immediatamente uno sguardo sospettoso, ma Rachel le rispose con entusiasmo. "Oh, ciao! Hai passato una bella serata?"
"E' stata bellissima. E' stata meravigliosa." La scaletta antincendio era grande abbastanza solo per due persone, ma si infilò comunque fra di loro, sprofondando e appoggiandosi all'indietro sulla ringhiera, di fronte a loro. Notò che avevano in mano delle bottiglie.
"Che roba è?" domandò con fare esagerato come una babysitter fiera dei suoi bambini. "Beviamo birra stasera?"
"Oh… già," rispose Rachel un po' confusa. "Avevamo voglia di qualcosa di diverso."
"E addirittura dalla bottiglia. E' così carino e anticonformista da parte vostra," disse Santana sorridente.
"Ne vuoi una?" domandò Kurt guardandola in modo strano.
"Certo." Lei continuò a sorridergli mentre le passava una bottiglia. Si riappoggiò alla ringhiera e si rilassò. "Adoro quando noi tre passiamo il tempo insieme così, non è vero? E' come se fossimo spose-sorelle, solo senza marito o quegli orribili vestiti da mormone."
"Santana, ti senti bene?" disse Rachel, infine notando la sua stranezza.
"Mi sento incredibile," rispose entusiasta. "No, cancella, mi sento stellare," disse. "Non è una parola figa, stellare? Dovrei usarla più spesso. Dovremmo farlo tutti." Il suo sguardo divenne perso mentre fissava il vuoto contemplando la sua profonda saggezza.
Kurt e Rachel si scambiarono sguardi confusi e vagamente turbati, ma Santana sembrò non notarlo. Un nuovo pensiero la colpì.
"Oh mio Dio, gente, ho appena avuto la più perfetta cazzo di idea che ho mai avuto in vita mia. Dovremmo farci tatuaggi uguali! Tipo adesso, stasera. Non sarebbe figo? Eh?"
Divenne più appassionata man mano che si addentrava nell'argomento, gesticolando con le mani. "No, dico sul serio, aspettate, so persino cosa potremmo farci. Dovremmo tatuarci un piccione, perché punto primo…" sollevò un dito. "Sono tipo il simbolo di New York. E punto secondo…" A quel punto, sollevò con la massima cautela il secondo dito, assicurandosi che fosse il corretto numero di dita. "Si accoppiano per la vita. Non sarebbe adorabile? Avremmo tutti un piccione tatuato che potremmo mostrare la prossima volta che andiamo a casa! Per non parlare," aggiunse, dando un colpetto alla scarpa di Rachel, " del fatto che hanno un significato personale, perché ricordate quella volta che uno mi ha cagato in testa fuori dalla tavola calda e ho iniziato a piangere e voi pensavate che fosse esilarante?" Si sporse in avanti con enfasi. "Oddio, dobbiamo farlo, dobbiamo tatuarci. Forza!" Posando la birra, afferrò le loro braccia e si alzò, facendo un futile sforzo di far alzare anche loro, ancora sorridente. "Andiamo, tardoni, subito. Alzatevi! Andiamo!"
Rimasero entrambi dov'erano, ad osservarla per un lungo momento scioccati e a bocca aperta per lo stupore. Nessuno di loro sembrava in grado di formulare un discorso.
"Va bene, basta così, che sta succedendo?" domandò infine Kurt. "Chi sei tu, e che ne hai fatto di Santana Lopez?"
"Qualcosa non va," concordò Rachel borbottando preoccupata. "Qualcosa non va sul serio. Sembra che ci sia stato uno scambio di corpi."
"Non c'è niente che non va," protestò lei. "Non posso essere entusiasta all'idea di avere sul corpo un simbolo permanente che rappresenti mis dos mejores amigos?"
"E ora sta usando lo spagnolo in un contesto di non-collera," disse Kurt, con aria sempre più preoccupata. "Credo abbia preso qualcosa."
Rachel ansimò alzandosi in piedi. "E' vero! Ha preso qualcosa, guarda le sue pupille, Kurt."
Ora anche lui si alzò. "Santana, cos'hai preso? Dicci cos'hai preso!"
"Calmati, McGruff the Crime Dog, non ho preso niente," disse suadente, picchiettandogli la testa. "Sono solo fatta di vita." Attese qualche secondo, poi aggiunse noncurante, "E di Vicodin. Per lo più Vicodin."
"Lo sapevo!" disse Rachel con aria offesa. "Sapevo che non potresti mai essere così gentile con noi senza l'influenza di qualche sostanza illegale."
"Non è illegale, si vende sotto ricetta," contestò senza perdere il sorriso. "Solo che non è la mia ricetta." Fissò Rachel pensierosa. "Non avevo mai notato che avessi le fossette." Allungò la mano al rallentatore per toccarne una ma Rachel, per nulla divertita, spinse via la mano.
"Santana," la approcciò Kurt, "So che probabilmente non vorrai sentirlo, ma se ti devi drogare per stare con qualcuno, forse non è la persona giusta per te."
"Kurt, Kurt, Kurt," sospirò scuotendo il capo. "Comunque, ho sempre voluto chiedertelo, è l'abbreviazione di qualcosa?" Afferrò di nuovo la birra per berne un sorso, poi lo prese in giro, "Kurtwell? Kurtson? Kurtifer?" Ridacchiò, inclinò la testa all'indietro ripetendo sotto voce, solo per proprio divertimento, "Kurtifer."
Lui guardò Rachel mormorando, "Detesto dirlo, ma questa versione di lei inizia a piacermi." Rachel incrociò le braccia con aria di disapprovazione.
"Sai cosa, è ovvio che Amelia non sia la persona giusta," proseguì Santana imperterrita. "E' un'ananas, non una fragola. Quindi non ha importanza." Cercò di spiegare. "Vedi, prima hai le fragole e poi hai le ananas, e poi c'è… qualche altro frutto… credo. Non so, non ricordo i dettagli. Ma capite quello che dico?"
"No," rispose Kurt. "Non proprio."
"Beh, è perché Brittany è un genio e non tutti riescono a capirla. Il punto è che mi sento fantasticamente, quindi non incasinare la tua pettinatissima testolina per me, okay?" Gli lanciò uno sguardo compiaciuto, poi divenne più indagatore. "A proposito… devo proprio dirlo, Kurt, in questa luce al momento ti trovo stranamente attraente."
Ignorando il suo disagio, proseguì facendo un passo più vicina. "Ti ha mai detto nessuno che in realtà sei carino? Hai la struttura ossea più bella che abbia mai visto, ammazzerei per averla. Per non parlare del fatto che ti stai irrobustendo ultimamente." Allungò la mano per strizzargli il bicipite. "Cioè, è vero, non sono più interessata a salire sul carro degli uomini. Ma sarò sincera, se non avessi già fatto due più due su di me e tu fossi nascosto sotto la mia scrivania? Beh, potrei essere un po' tentata."
"Oh buon Dio," disse lui palesemente disturbato. Si allontanò da lei. "Devo andarmene da qui. Devo andarmene da qui, subito."
"Cosa? Perché?" Domandò Rachel non volendo che se ne andasse.
"Perché," rispose lui, scavalcando la finestra e tornando in cucina. "Quando ritornerà in sé e si accorgerà di quello che ha appena detto, la mia vita sarà in pericolo."
Santana lo guardò andare con sguardo affettuoso. "E' divertentissimo. Non credi che sia divertentissimo?" Fece una pausa, come se si fosse scordata cosa stava dicendo. "Ehi, vuoi fare dei cupcakes?"
Rachel fece un sospiro profondo, palesemente delusa da lei. "Santana, perché l'hai fatto? Non hai bisogno di quella roba, e provoca parecchia assuefazione. Tuo padre è un dottore, lo sai questo." Esitò, poi aggiunse, "Senti, non vorrei essere io a dirlo, ma inizio a pensare che questa Amelia sia un pessimo elemento."
"Come ti pare." Santana roteò gli occhi per mantenere le apparenze, anche se al momento non provava alcun rancore. "Sei solo invidiosa perché mi sento da Dio e tu no."
"Già, beh, ti senti tanto bene ora quanto di merda quando ti sveglierai domattina. Fidati."
"Oh, giusto, avevo dimenticato della lunga esperienza di Rachel Berry con la droga. Sai cosa, se intendi solo rovinarmi la festa, Ih-Oh, allora puoi anche andartene. L'adorabile nuvoletta di pioggia che hai sulla testa sta mi sta facendo bagnare di brutto." Poi, ascoltando le proprie parole, sfociò di nuovo nell'auto umorismo. "Hai sentito cos'ho detto? Waaaaanky."
"Bene," disse Rachel ignorando l'ultima parte. "Vado a letto. Ma solo se vieni dentro anche tu. Non voglio dovermi preoccupare che cerchi di spiccare il volo."
Roteò di nuovo gli occhi con divertita tolleranza, ma si lasciò trascinare dentro la finestra e di nuovo in cucina. Non pensava di essere così fatta da tentare cose assurde, ma forse era meglio stare sul sicuro.
Una volta dentro, ancora ridacchiando per nulla in particolare, scivolò a terra contro la parete, perché le sue gambe ad un tratto sembravano non riuscire a tenerla in piedi. Rachel chiuse la finestra con tutte le mandate per sicurezza, poi si voltò per andarsene, ma Santana la fermò.
"Aspetta."
Si voltò impaziente.
"Prima di andare, devo farti una domanda molto importante."
Rachel sembrò vagamente preoccupata ma attese. "Okay."
Santana fece una pausa, evitando contatto visivo e, con la voce più seria e sobria che riuscisse a produrre, le domandò, "Credi che Quinn sia più figa di me?"
Prima venne la confusione, poi si trasformò in fastidio. Chiudendo gli occhi per un secondo, Rachel scosse il capo per scrollarsi di dosso la domanda. La sua unica risposta mentre si voltava per andarsene fu un secco, "Santana, vai a letto."
La guardò andare in camera sua, ma non riuscì a trattenersi da chiamarla di nuovo pochi secondi dopo, "Lo prenderò come un no!"
Tutta sola, lasciò che i suoi occhi vagassero per la cucina al buio. "Mi manca Mercedes," borbottò fra sé e sé con voce triste. "Scommetto che lei se lo sarebbe fatto un tatuaggio con me. E avrebbe fatto i cupcakes." Tirò fuori il telefono per chiamarla, ma ora il mix di alcol e pillole le stava offuscando la vista, così invece di digitare il numero scivolò di lato e si mise a dormire sul pavimento della cucina.
Il mattino successivo, si svegliò sulle fredde mattonelle, con i muscoli doloranti e il collo intirizzito, per non parlare del mal di testa battente e una bocca che sapeva di veleno. Trascinandosi su, si pulì la saliva secca (o forse era birra?) dal lato della faccia. Con le braccia strette intorno al proprio corpo, arrancò verso la sua camera, sperando di non essere notata. Non c'era niente che odiava di più di Rachel quando aveva ragione ed era in uno dei suoi momenti da predicatrice pignola.
Non ebbe quella fortuna, comunque. Ma almeno fu Kurt quello che incontrò. Era in corridoio, appena uscito dalla sua stanza. Lui si bloccò. Anche lei si fermò guardandolo in modo strano, cercando di ricordare qualcosa che era solo sul punto di ricordare. Qualcosa che lo riguardava, qualcosa della notte precedente… che cos'era? Lui attese con aria preoccupata. Poi l'espressione di lei cambiò quando le cadde addosso la realizzazione. "Oddio," disse inorridita.
"Vedi?" Le puntò il dito contro con enfasi. "E' esattamente quello che temevo!" Oltrepassandola e infilandosi in bagno, sbatté la porta dietro le sue spalle e la chiuse per sicurezza.
Da quel punto in avanti, fu attenta a non prendere troppe pillole e cercò di accertarsi che il peggio degli effetti fossero svaniti prima di arrivare a casa. Perché il fatto era che ora le aspettava, le desiderava, ogni volta che lei e Millie avevano un… beh, appuntamento sembrava una parola troppo elegante per i loro incontri prevalentemente sessuali. Ma suppose che tecnicamente erano tali. Si convinse che le pillole fossero solo un divertente effetto collaterale della… di nuovo, relazione non era il termine adatto. Ma qualunque cosa ci fosse fra loro, era assolutamente meglio con un po' di euforia chimica che aiutasse Santana a tenere la testa e il corpo al momento presente. Era come se la stessa Millie fosse una parte della droga, o la droga una parte di lei. Erano un pacchetto unico: se mischiate insieme con la giusta combinazione, senza overdose dell'una o dell'altra, erano perfettamente complementari.
Ma anche se era cauta nel nascondere gli effetti dalle sue due sorellastre gay, in qualche modo loro sapevano e lei era consapevole che la stessero giudicando. O forse non era giudizio. Forse erano solo preoccupati. Ad ogni modo, non voleva occuparsene, e fu grata che loro avessero raggiunto fra di loro l'accordo di non tornare più sull'argomento. Era abbastanza certa che, a meno che le cose non avessero preso una piega particolarmente brutta, non aveva ragione di temere un intervento da parte loro nell'immediato futuro. E sapeva che non avrebbero nemmeno detto nulla a Brittany, quindi almeno sul quel piano poteva stare tranquilla.
A proposito di Brittany, cercò di mantenersi a metà via fra l'essere totalmente sincera e tenere tutto nascosto. Le aveva detto in modo molto vago che "frequentava" spesso una ragazza del lavoro, una tipa che, per una strana coincidenza, era anche lei gay. Brittany era sembrata felice, genuinamente felice, di sentirlo, e Santana non seppe come interpretarlo esattamente. Sapeva però come interpretare i propri sentimenti sul fatto che anche Brittany, a quanto pareva, "frequentava" Mike abbastanza spesso durante il suo esilio forzato a Lima. Ma dato che era più semplice non pensarci, cercò di tenersi occupata con altre cose.
E per il momento c'erano parecchie cose che la tenevano occupata. L'autunno era arrivato a New York, alla fine. (Il condizionatore era stato finalmente sostituito, lo stesso giorno in cui la temperatura era precipitata e fu necessario usare la giacca.) Senza il caldo soffocante, furono in grado di uscire e vedere un po' la città. Millie, che viveva lì da circa un anno e quindi era una specie di esperta dal punto di vista di Santana, era lieta di mostrarle un po' di cose. Espresse persino il desiderio di conoscere "i coinquilini", di cui sentiva parlare come due misteriosi nerd del teatro ma che non aveva mai visto. Nonostante i suoi dubbi, Santana alla fine aveva accettato con riluttanza, così organizzarono un picnic a Central Park per un bellissimo sabato di metà ottobre.
Era iniziato tutto in modo promettente. Tutti vennero presentati, tutti sembravano piacersi. Ma nel giro di dieci minuti, tutto iniziò a precipitare e Santana sapeva che non c'era nulla che potesse fare per impedirlo. Millie era ritornata al suo abituale atteggiamento derisorio, cercando di coinvolgere Santana nel divertimento, un invito che fece finta di non notare. Praticamente andò tutto malissimo. Quindi Millie insistette, giocando con loro due come un gatto col topo. All'inizio sembrarono non notare che si stesse prendendo gioco di loro. Ma alla fine, persino i loro ego giganteschi non impedirono loro di accorgersene. Kurt capì che non era veramente affascinata dai pro e contro del cashmere contro l'angora in fatto di sciarpe, e Rachel infine giunse alla conclusione che il suo amore viscerale per Il violinista sul tetto non era sincero. Santana si accorse del loro disappunto, e poi del loro disgusto. Si accorse del divertimento di Millie nell'essere scoperta e la sua gioia malata nel sapere che sarebbero stati troppo educati per lamentarsi. Osservando tutto quanto avveniva davanti a lei, Santana era tesa e triste, contava i minuti fino a quando tutti quanti poterono riconoscere il fallimento e dichiarare conclusa la giornata.
Grazie a Dio, un improvviso scroscio di pioggia mise fine all'incontro. "Oh santo cielo, sono orribili," disse Millie dopo averli salutati. "Quelli sono i tuoi amici? Oh, tesoro," disse con compassione. "Devi conoscere gente nuova."
Santana non riuscì a non mettersi sulla difensiva. "Non sono così male," rispose. "Hanno solo bisogno di un po' di tempo per abituarsi." Ci pensò su, poi aggiunse onesta, "Tipo tre o quattro anni."
E quando fu di nuovo a casa a Brooklyn, la reazione degli altri non fu molto più positiva. Comunque fecero uno sforzo. Di questo gliene diede atto.
"E'… molto carina," disse Rachel tentando di vedere il lato positivo. "E mi piace il suo accento."
"Buon senso della moda," aggiunse Kurt con un sorriso tirato. "Sono un grande fan dello stile urban-chic meridionale. E' come una Reese Witherspoon dei tempi moderni." Ci pensò su. "Solo che… beh, Reese Witherspoon è la Reese Witherspoon dei tempi moderni."
"Non vi piace, lo capisco," disse Santana stanca della messinscena. "Non fa niente. Nemmeno a lei piacete. Quindi tutta questa cosa è stata solo una gigantesca perdita di tempo del cazzo."
Si guardarono sentendosi in colpa. Rachel esitò e poi disse, "E' solo che… pensavamo assomigliasse un po' a Brittany."
"Non c'è nessuno come Brittany," disse loro Santana lasciando la stanza.
Ma come scoprì nel corso di quell'autunno, mentre le foglie cambiavano colore e svolazzavano con folate cinematiche intorno ai piedi delle persone sui marciapiedi, non c'era nemmeno nessuno come Millie. O almeno nessuno che avesse incontrato. E gradualmente arrivò alla conclusione che fosse una buona cosa. La ragazza era incasinata forte, sotto tanti punti di vista. Innanzitutto era una fumatrice incallita. Subito le era sembrato sexy, il pericoloso e in qualche modo provocatorio odore di sigaretta che si aggrappava a lei. Era l'odore del divertimento, delle persone anticonformiste, della gente a cui non frega un cazzo e vive ogni giorno come se fosse l'ultimo. Ma dopo un po' divenne meno sexy e divertente e più sordido e triste.
Perché non erano solo le sigarette. Beveva anche parecchio, e a parte il suo preferito mint julep (per "motivi nostalgici", diceva lei), evitava i cocktail in favore di superalcolici direttamente dalla bottiglia. Non le importava nemmeno di che tipo, bastava che facessero almeno quaranta gradi. Anche se era abbastanza divertente vedere una ventenne tracannare bourbon per strada da una bottiglia dentro un sacchetto marrone come un senza tetto, era anche abbastanza inquietante. E ovviamente c'era la questione pillole, nella quale Santana preferì non scavare troppo a fondo, dato che anche lei beneficiava della ricca riserva. Non sapeva esattamente da dove venissero, ma sospettava che ci fosse stato un lungo passa mano dopo aver lasciato la farmacia.
Che fosse per l'influenza delle pillole o dell'alcol, o che fosse semplicemente il suo carattere, c'erano altri aspetti preoccupanti del comportamento di Millie. Come il suo mentire con disinvoltura su cose di poco conto, in apparenza per nessun motivo se non tenersi in allenamento. Quando fu beccata ("Perché mi dici che sei allergica alle noccioline se ti ho vista mangiare uno Snickers la scorsa settimana?" aveva chiesto Santana allibita), lei non fu altro che deliziata, come se avesse fatto uno scherzo divertente e che tutti quanti dovessero apprezzarlo quanto lei. Era anche una ficcanaso cronica, e ben presto Santana scoprì di dover portare meno cose possibili ai loro incontri. Dopo aver fatto l'errore di addormentarsi per la prima volta dopo il sesso, si era svegliata trovando il contenuto della sua borsa sparpagliato sul letto, e Millie che armeggiava col suo iPod.
"Che diavolo stai facendo?" sbottò Santana.
"Lo sapevo," disse lei scorrendo le canzoni. Sembrava divertita da qualcosa. "Miranda Lambert, le Dixie Chicks…" Ora sollevò lo sguardo su Santana con un'espressione compassionevole. "Taylor Swift?"
"Ridammelo," disse Santana strappandole il lettore dalle mani. Con voce imbarazzata borbottò, "Era per ricerca."
Ancor più allarmante del ficcanasare era la versione pericolosa e instabile del concetto di divertimento secondo Millie. Inviava via posta a persone che l'avevano fatta incazzare lettere con dentro del talco in polvere, "solo per tenerli sul chi va là," spiegava lei. Le piaceva andare nelle boutique eleganti, passare ore a provare vestiti e accrescere le aspettative delle venditrici e dei manager e poi andarsene senza, ovviamente, comprare niente. Si loggava su siti medici e dava alle persone consigli orribili in risposta alle loro domande imbarazzate e spaesate, facendo finta di essere un'esperta. "Sì," aveva detto ad una ragazzina di quattordici anni preoccupata che il suo ciclo non fosse ancora iniziato. "Sono un dottore e sembra proprio che ci sia qualcosa che non va. Suppongo che tu possa essere nata ermafrodita e i tuoi genitori ti abbiano mentito per tutti questi anni. Cerca di infilarti una torcia là sotto per vedere se riesci a individuare la cervice. Spero ti sia d'aiuto!"
All'inizio sembrava divertente, una specie di intrattenimento dal vivo gratis. Allo stesso tempo, però, c'era qualcosa di inquietante. Ma Santana si disse che non le fregava più di tanto. Non aveva importanza, dopo tutto. La ragazza poteva anche essere prole di Satana per quanto ne sapeva. Non aveva legami personali con lei, nessun coinvolgimento emotivo. Ci stava per il sesso e solo per il sesso. Tutto il resto era irrilevante. Ed era perfettamente sicura che Millie la pensasse allo stesso modo.
Ma nonostante se stessa, a volte scopriva aspetti della personalità della sua nuova amica davvero duri da sopportare. Come la sua propensione per i complimenti palesemente falsi che le altre persone spesso non riconoscevano come tali. Santana si ritrovò a sforzarsi di non rabbrividire per il disagio mentre la ascoltava straparlare con una vecchia triste sui suoi ridicoli gioielli, mentre le diceva quanto sembrassero autentici. E riuscì a malapena a trattenere il proprio disgusto quando Millie assicurò ad un pazzo predicatore di strada omofobo che la sua filippica le aveva davvero dato molto da pensare e che sarebbe andata dritta a casa a tirare fuori la sua vecchia Bibbia impolverata.
"Perché l'hai fatto?" le chiese dopo. "Perché menti alle persone in questo modo? Se qualcuno mi fa incazzare glielo dico e basta."
"Non posso essere come te, pasticcino," le rispose. "Ho bisogno di piacere alla gente. Devo coltivare questa immagine se voglio farcela. Hai mai sentito parlare di una cantante country stronza e lesbica?"
"Non ho mai sentito parlare di una cantante country lesbica e basta."
"Esatto." Mille la guardò come se avesse dimostrato la sua tesi.
E quello era un altro problema spinoso. Millie non era dichiarata. Almeno non in senso ufficiale, e specialmente non alla sua famiglia. All'inizio Santana non ci aveva riflettuto molto. Anche lei era uscita allo scoperto da poco, quindi non è che non potesse capire. Che differenza faceva? Quella ragazza era gay fin nel midollo e nessun altro lo sapeva meglio di lei. Come si presentava al mondo erano affari suoi. E poi il fatto che non fosse a proprio agio con le effusioni in pubblico giocava a favore di Santana. Anche Santana non era a proprio agio, ma per un motivo totalmente diverso. E il motivo, ovviamente, era un'unica parola, un unico nome, che non si sarebbe mai permessa di pronunciare in presenza di Millie. Brittany.
Tenere i suo sentimenti separati era stato facile, una volta passata oltre i sensi di colpa successivi alla prima volta. Non c'era niente di complicato. Era solo sesso senza significato, semplicemente un modo per passare il tempo fino a quando la sua vita reale sarebbe ripresa il semestre successivo. E la verità era che c'era qualcosa di eccitante, quasi liberatorio, nel sesso senza sentimenti. Non poteva negare che in senso fisico era anche elettrizzante. Millie era due anni più grande, e definirla una buona insegnante era un eufemismo. Poi era molto diversa da Brittany, in tantissimi modi, e quindi rese tutto più facile. Si muoveva diversamente, aveva i propri ritmi, le proprie preferenze. Aveva una forma diversa, una taglia diversa, un odore diverso. Era strano conoscere il corpo di una nuova persona dopo essere stata con una sola ragazza in tutta la propria vita. Strano, e a volte spaventoso. Ma gli onnipresenti antidolorifici le provocavano uno stato di calma che permetteva a Santana di rilassarsi e accettare qualsiasi cosa succedeva senza vergogna, senza imbarazzo eppure, grazie al cielo, senza diminuire l'intensità del piacere.
Tuttavia, c'erano volte in cui il sipario sembrava aprirsi solo per un secondo, e veniva colpita dalla lacerante sensazione che fosse tutto sbagliato, che fosse la persona sbagliata e che si trattava solo di un brutto sogno da cui si sarebbe svegliata presto. Quando succedeva, chiudeva stretti gli occhi e cercava di spegnere i suoi pensieri, riducendosi a nient'altro che un corpo. Anche più pericolosi di quei momenti, però, erano quelli subito dopo il sesso, quando il desiderio era stato temporaneamente placato. Aveva preso l'abitudine di rivestirsi appena il suo battito cardiaco scendeva, appena aveva la forza di mettersi a sedere. Non ci sarebbero state coccole in quegli incontri, niente carezze affezionate, niente tocchi non necessari o chiacchiere fra le lenzuola. A Millie sembrava non importare, o se così non era, non lo fece mai notare. Si limitava ad accendere una sigaretta, osservare Santana dal letto con pigra curiosità mentre si rimetteva frettolosamente i vestiti e le diceva, "Fatti sentire," quando andava alla porta.
Santana riuscì a trattenersi anche in altri modi. Cercò di limitare al minimo i baci. I baci erano difficili da contestualizzare in un reame puramente sessuale. E poi si rifiutava di usare il nome Millie. Aveva optato per il nome intero, Amelia, anche se nessun altro lo usava e Millie diceva che solo i suoi genitori la chiamavano così. Ma per qualche ragione era d'aiuto. Era meno intimo, meno familiare. E si accertò che quando stavano insieme non fosse mai più di un'ora. Durante l'intero mese di Ottobre, riuscì a mantenere le sue visite al loft di Millie (dove andavano sempre dato che le sue coinquiline non erano mai a casa) corte e dritte al sodo. I suoi due mondi – quello con Kurt e Rachel a Brooklyn, al quale a dispetto di quanto si aspettasse iniziava ad essere molto legata, e quello con Millie – raramente si sovrapponevano.
Ma c'era anche un altro mondo… quello che non poteva lasciarsi alle spalle ovunque andasse, quello che era con lei ogni secondo, anche quando faceva del suo meglio per non pensarci. Solo una volta aveva menzionato Brittany, e solo quando Millie fu particolarmente curiosa e le chiese della sua prima ragazza. In normali circostanze non avrebbe risposto, ma stavano buttando giù shot di gelatina rubati da un party del college all'appartamento di sopra, quindi le disse in modo molto vago di essere uscita con la sua migliore amica, lasciando l'impressione che si trattasse di una cosa di poco conto successa molto tempo prima.
A volte, però, quella parte nascosta e protetta della sua vita si rifiutava di stare sotto la superficie e faceva fatica a trattenerla. A volte era una chiamata di Brittany, o uno spettacolo del glee club che guardava online, o semplicemente un ricordo improvviso di qualcosa che Millie aveva inavvertitamente detto o fatto che la coglieva alla sprovvista, e quando succedeva era quasi impossibile mantenere la sua mente (o il suo cuore) al momento presente.
"Stai pensando a qualcun altro, vero?" disse Millie una volta, dopo averla colta a fissare con sguardo perso una fotografia di Millie a cavallo a casa sua, in Tennessee. Non l'aveva mai notata prima (era una delle rare occasioni in cui era in camera sua nelle ore diurne), e per qualche ragione la sua vista le accese un ricordo che aveva quasi dimenticato, di una gita ad un maneggio, avvenuta al secondo anno durante il campo delle cheerleader. Non c'erano abbastanza cavalli per tutte, e anche se era più che felice di starsene seduta per tutta quella cosa dato che non aveva nemmeno voluto andarci, Brittany l'aveva convinta che avrebbero potuto cavalcare insieme e che sarebbe stato divertente. Ora, anni dopo a New York, all'improvviso ebbe un ricordo viscerale di come si era sentita seduta su quella sella con il corpo, caldo e rassicurante, di Brittany premuto dietro di lei, il lasciarsi andare all'indietro verso di lei, sentire le braccia di Brittany strette intorno ai fianchi e il suo respiro contro l'orecchio, e sapere che per nessun motivo l'avrebbe mai lasciata cadere. Erano riuscite a stare in quell'intimità per un'ora intera, in piena vista, e senza nessuno che capisse quanto significò per loro stare così vicina l'una all'altra.
Ora si costrinse a tornare al presente, accorgendosi che Millie l'aveva osservata. "Già," ammise, colpevole e in imbarazzo. "E' vero. Scusa."
"Chi è?" Attese con aperta franchezza, come se non ci fosse motivo di dover fare finta quando si trattava di quelle cose.
Santana fece un respiro, cercando di pensare a come spiegarsi, di come esprimere a parole chi fosse davvero Brittany, cosa significava. Ma non poteva farlo. Non poteva nemmeno dire il suo nome, non lì. Temeva che se l'avesse fatto sarebbe crollata.
Dopo alcuni secondi, mentre Millie era ancora in attesa, si agitò e si fece scappare il primo nome che le venne in mente. "E' Rachel." In retrospettiva, sapeva che era una pessima idea, ma al momento non sembrava così importante.
Millie si portò la mano sul cuore, inorridita e compassionevole. "Oh, dolcezza," disse facendo una smorfia. "Mi dispiace tanto."
Santana alzò le spalle imbarazzata. "Già. Lo so." Poi cambiò argomento. O meglio, si slacciò il reggiseno e lasciò che fossero le sue tette a cambiare argomento.
Quindi, in generale, era difficile ma non impossibile tenere i suoi sentimenti per Brittany separati da qualsiasi cosa fosse il suo rapporto con Millie. Mentre le cose progredivano, però, furono i sentimenti nell'altra direzione che iniziarono a preoccuparla. Perché non dovevano essercene. E non c'erano stati, non all'inizio. Ma ogni tanto, e sempre più spesso col passare del tempo, colse infausti indizi che se non fosse stata cauta e attenta, avrebbero potuto essercene. E quell'idea la spaventava più di qualsiasi altra cosa. Quando si beccò a studiare il colore grigio-verde degli occhi di Millie, o a ridere troppo per qualcosa che diceva, o essere un po' troppo curiosa su cosa esattamente l'aveva resa quella che era, andava nel panico e inventava qualche scusa per andare dritta al sesso o, se quello era già avvenuto, per battere in fretta in ritirata.
Verso la fine di ottobre, accadde qualcosa che le diede il primo vero segno di avvertimento che c'era qualcosa che non andava. Era una giornata grigia e fresca, presagio della stagione fredda che era proprio dietro l'angolo. Dal minuto in cui Santana era arrivata a casa sua, Millie si era comportata in modo teso e distratto, affermando di essere stata sveglia tutta la notte per dipingere. (Oltre al suo talento musicale, si considerava una specie di artista e passava ore a schizzare vernice in schemi incolleriti e caotici su enormi tele posizionate in tutto il suo loft.) Santana era appena riuscita ad attirarla lontano dalle sue creazioni e in camera da letto, sentendosi un po' squallida per la sua ovvia impazienza, ma davvero, non è che avesse tutta la notte, cazzo.
Anche durante il sesso, però, era chiaro che la mente di Millie fosse altrove. E quando il suo telefono squillò proprio mentre Santana stava iniziando a rivestirsi, non lo controllò gettandolo da parte come faceva di solito. "Devo rispondere," disse, affrettandosi ad uscire dal letto e dalla stanza.
Santana aveva cercato di non ascoltare, davvero. Ma l'acustica in quel loft cavernoso era strana, e niente se non infilarsi le dita nelle orecchie le avrebbe impedito di sentire quelle parole che provenivano dalla stanza accanto.
"Ehi, papi. Grazie. Sì, è stata una bella giornata. I miei amici mi hanno portato una torta e festeggeremo più tardi."
Con un accenno di senso di colpa, Santana capì che doveva trattarsi del suo compleanno. Come diavolo avrebbe dovuto sapere una cosa del genere, però? Millie non aveva detto niente. Cercando di affrettarsi in modo da uscire prima che la telefonata fosse finita, si piegò per recuperare gli stivali, maledicendosi per aver deciso di indossare quelli che impiegava una vita ad allacciare.
Millie continuò, ovviamente non sapendo o non curandosi del fatto di essere ascoltata. "Mi mancate anche voi, moltissimo. Cercherò di venire a casa presto, davvero. E' solo che il mio lavoro al museo è così intenso ultimamente, ho a malapena tempo di respirare. Sono come un procione che si insegue la coda."
Santana si fermò facendo un'espressione confusa. Quale lavoro al museo? Stava mentendo ai suoi genitori sul lavoro che faceva? Poi scosse il capo, piegandosi e riprendendo ad allacciare. Non sono affari miei.
Ma le sarebbe servito un carattere molto più freddo del suo per non notare il tono ansioso e vulnerabile della voce di Millie, un tono che Santana era certa di non aver mai sentito, e che ora non si sentiva a proprio agio a sentire. C'era qualcosa di dolorosamente onesto in esso, e non la falsa sincerità a cui era abituata.
"No, papi," disse, ora più a bassa voce. "Te l'ho detto, non ho tempo per un fidanzato adesso. Mi sto solo godendo la vita da single. C'è ancora un sacco di tempo per darti dei nipotini, te lo prometto." Quell'ultima parte fu detta con dolcezza forzata. Era anche doloroso da sentire.
Santana finalmente terminò di allacciarsi gli stivali e recuperò la borsa, preparandosi per fare un'uscita silenziosa. Ma prima che potesse andarsene, sentì la voce di Millie alzarsi in una supplica tirata.
"No, te lo prometto. Mai più." Divenne più insistente, quasi convulsa. "Non lo farò mai più. E' un peccato, lo so. Lo so che è sbagliato. Ti prego dì a mamma di non preoccuparsi. Non vi deluderò di nuovo."
Oddio, pensò Santana, chiudendo gli occhi per un secondo dopo aver capito il significato di quelle parole. Provò un improvviso senso di inquietudine. Una realizzazione che calò su di lei, una realizzazione con cui non voleva avere nulla a che fare. Non è pazza perché è un'artista anticonformista. E' pazza perché è incasinata forte e distrutta. Perché non aveva notato i segni?
Quando uscì con cautela dalla stanza, Millie era alla finestra al buio, conclusa la telefonata, a osservare la strada sottostante con espressione distante e sconvolta. Le braccia erano avvolte alla sua figura quasi scheletrica come se avesse freddo. Santana attese che si voltasse, che ritornasse al suo solito comportamento, ma non lo fece.
"Sto andando," disse infine.
Millie continuò a non voltarsi. "Ciao," disse con voce distante, come se avesse dimenticato che ci fosse qualcuno.
Santana esitò, sapendo che se se fosse stata una persona migliore, non l'avrebbe lasciata in quello stato. Specialmente non nel suo cazzo di compleanno. Ma non era quella persona e quella dopo tutto non era nemmeno una vera relazione. Così se ne andò.
Dopo quell'episodio, le cose tornarono alla normalità per circa una settimana. Fu solo ad Halloween che le la situazione precipitò definitivamente. La serata era iniziata bene, con Millie che era venuta al loro appartamento per fare gli ultimi ritocchi al costume prima di recarsi ad un party in un edificio abbandonato vicino al suo quartiere ad Harlem. Con grande imbarazzo di Santana, si era lasciata convincere a vestirsi da Betty Rubble, mentre Millie da Wilma Flintstone. ("E' evidente che quelle due ci davano dentro di brutto fra loro quando Fred e Barney non c'erano," aveva detto Millie per giustificarsi.) Ovviamente non sarebbe stata la prima scelta di Santana, o nemmeno la seconda o la terza, ma fu sollevata nel vedere che avevano un aspetto davvero sexy una volta sistemati gli ultimi dettagli. Anche Kurt e Rachel stavano preparandosi per uscire per una festa ai dormitori della NYADA. I due avevano optato per un costume di classe e non esagerato, da Audrey Hepburn e James Dean, e Santana fu costretta suo malgrado ad ammettere che stavano benissimo.
Anche Millie lo ammise, ma aggiunse il suo classico velenoso marchio di fabbrica. "Siete così carini, e per niente come una coppia lesbica," disse loro. A Rachel aggiunse, "E zucchero, non ascoltare gli invidiosi, perché se Audrey avesse avuto quel naso scommetto le mie mutande che sarebbe stata una star ancor più grande di quello che è stata. Cavolo, dovrebbero fare un sequel di Colazione da Tiffany. Magari… Pasqua Ebraica da Tiffany. Così non dovrai fare altro che tenere su quel nasone e lasciare che sia il protagonista dello show."
All'inizio sorpresa, Rachel fece per rispondere e poi strinse la mandibola, mordendosi la lingua. Kurt la spinse verso la porta, facendole fretta ad uscire. "Divertitevi alla vostra festa," disse a Santana, e lei riuscì a cogliere un accenno di biasimo nella sua voce. Osservandoli uscire, sperimentò un forte impulso di scaricare Millie e uscire con loro. Aveva il netto presentimento che la serata sarebbe stata una discesa libera da quel punto in avanti, e aveva ragione.
La festa a cui andarono non era terribile, ma era triste come in un certo senso lo sono tutte le feste di Halloween. Un mucchio di persone che cercano disperatamente di rivivere l'infanzia, di essere qualcun altro solo per una sera, con l'assistenza dell'alcol e, in quel particolare party, anche di roba più forte. Santana non sentiva più del Mid West di quando Millie la trascinava in quegli angoli nascosti e anticonformisti della città. Era entusiasmante, in un certo senso, perché non era per questo che era venuta a New York? Ma allo stesso tempo si sentiva sempre un po' sul chi va la, come un'imbrogliona. Era sempre conscia del fatto che, nel profondo, a prescindere da quanto facesse finta del contrario, non avrebbe mai potuto raschiare via Lima dal suo paesaggio mentale.
Dato che era vacanza, Santana aveva deciso di concedere due ore al suo "appuntamento" con Millie, invece che la solita una. Ma anche così, dopo quarantacinque minuti di scavalcamenti di vampiri e tartarughe ninja strafatte sul pavimento, di essere urtata da Marilyn Monroe e Charlie Sheen dagli occhi vitrei, di vedere cose come Marge Simpson palpeggiare Ambramo Lincoln, o Dorothy di Oz limonare con Alice nel paese delle meraviglie (questa la osservò con interesse per alcuni minuti prima di andare avanti), decise che era ora di andare.
Mentre andava a cercare Millie, però, successe una cosa strana. Vide Brittany.
Brittany, vestita da sirena, con uno splendido body rosa brillante e una scintillante gonna affusolata color foglia di tè che terminava con un vaporoso giro di pizzo color acquamarina a cui erano cucite delle capesante per rendere l'effetto delle onde e nascondere i piedi. Ovviamente non era davvero lei. Non poteva esserlo. Quella bionda senza nome, su al secondo piano e appoggiata ad una ringhiera di metallo che parlava con un gruppo di persone, chiaramente doveva essere qualcun altro. Ma Santana si bloccò, allarmata, e osservò la sua schiena, della stessa forma del corpo di Brittany, lo stesso identico modo rilassato e semplice con cui stava in piedi, il modo in cui gesticolava e si faceva appena un po' indietro quando rideva, l'identica tonalità di capelli. Un pirata si spostò davanti a lei bloccandole la visuale, così si spinse impaziente oltre di lui, continuando a osservare la balconata. Fu sorpresa da qualcosa che era un po' nostalgia, o malinconia, ma molto più intenso e doloroso di entrambe le due cose. Deglutì a fatica e strinse le mani a pugno, in attesa, sperando che la donna si voltasse e mostrasse il suo viso, ma allo stesso tempo non volendo che l'incantesimo si spezzasse.
Infine, senza mai voltarsi o guardare giù, la sirena si spostò verso la parte più buia del secondo piano, lontana dalla ringhiera. Santana ebbe il folle impulso di salire le scale, di cercarla, di farla voltare e mostrarsi. Ma appena in tempo capì di essere assurda e che l'ultima cosa di cui aveva bisogno in quel momento era un altro impeto di follia. Costringendosi a stare concentrata sul suo compito attuale, riprese la sua ricerca di Millie. Alla fine la trovò, su uno sporco divano, impegnata in una fitta conversazione con un tipo che non indossava alcun costume, a meno che non impersonasse un rocker grunge di Seattle dei primi anni novanta. Santana la prese per mano e la trascinò via ignorando le sue proteste.
Se ne andarono e si diressero all'appartamento di Millie per concludere la serata, come al solito. Fuori sul marciapiede, Santana fu lieta di poter mettere una giacca sopra al suo sciocco abito azzurro, e si tolse il fiocco dai capelli alla prima occasione. Lungo la strada di pochi isolati che portava al suo loft, dopo aver atteso abbastanza lungo da pensare che Millie se ne fosse dimenticata, Santana si sforzò alla fine di chiedere, "Hai ancora di quelle pillole?"
"Oh, merda… le ho finite," disse con tono di scuse. "Dovrei averne altre la prossima settimana però."
"Oh." Santana cercò di non sembrare delusa quanto si sentiva. "Okay. Non c'è problema." Ma sperimentò un discreto senso di panico all'idea di doverlo fare senza l'influenza calmante delle pillole.
"Ho altra roba però, se ti senti un po'… avventurosa," disse Millie suadente. Estrasse una bustina da una tasca nascosta della borsa. Alla luce dei lampioni, Santana riuscì a distinguere quella che sembrava una siringa ipodermica al suo interno.
"Uhm… no," rispose sorpresa. "Decisamente non così avventurosa." Si guardò intorno nervosamente. "Puoi metterlo via, per favore?"
Con aria divertita, Millie fece quanto richiesto.
"Gesù Cristo," disse Santana quando ripresero a camminare. "Ti fai davvero di quella roba?"
"Certo che no," rispose scrollandosi la domanda di dosso. "E' solo insulina, la mia ex coinquilina era diabetica. Ci caschi sempre come un pollo."
Santana non sapeva se crederle o no. Stava mentendo su cose piccole o grosse questa volta?
Tornate nell'appartamento di Millie, in camera da letto, le cose iniziarono come al solito: bruscamente, senza alcun preliminare. Vestiti vennero strappati, corpi sbattuti contro le pareti, pelle tastata e pizzicata e morsa. Era il modo in cui era sempre stato e Santana non desiderava che fosse altrimenti. Ma quella notte c'era qualcosa di sbagliato. Il loro ritmo era irregolare, tutto sembrava succedere troppo in fretta. Farlo senza le pillole era come risalire da sott'acqua, scioccati dalla rumorosità, dalla brillantezza e dalla vistosità del mondo. Si sentiva tesa e sulle spine e soprattutto provava una persistente inquietudine per quello che pensava di aver visto alla festa, come un sogno che non riesci a scrollarti di dosso la mattina. Indugiava nelle tenebre ai margini dei suoi pensieri, rendendo tutta quella cosa sporca e triste. Non riusciva a far arrendere la mente al corpo come aveva sempre fatto. La sua mente non si spegneva e nemmeno il suo corpo sembrava poi tanto coinvolto. Per la prima volta con una ragazza, finì per fingere l'orgasmo.
Millie non sembrò notarlo però. Perché quella notte, fra tutte le notti, mentre accendeva la sua solita sigaretta e osservava Santana che si rivestiva, disse le peggiori parole che fecero crollare in un istante tutta la facciata così attentamente costruita intorno a loro.
"Ti amo."
Santana si bloccò mentre riapplicava il rossetto davanti allo specchio del comò, pensando di aver sentito male. Poi si voltò lentamente. "Cosa?"
Mille sollevò appena le spalle, non volendo ripeterlo, già a disagio. "Lo so. E' folle. E' passato solo un mese." Fece una pausa. "Ma c'è qualcosa in te. L'ho capito dalla prima volta che ti ho vista."
La mente di Santana prese a correre, principalmente con le parole Oh no, oh merda, oh no no no no. Si disse di cercare di stare calma. Matura. Gestirla come un'adulta sofisticata.
Ma invece di farlo, le chiese bruscamente, "Sei uscita di testa?"
Millie si limitò a guardarla, sorpresa e in silenzio. La sua acconciatura di Wilma si era spostata e alcune ciocche di capelli cadevano intorno al collo, rendendola ancor più patetica.
"Ascolta, questi piccoli raduni fra ragazze sono stati divertenti," proseguì Santana, rabbrividendo dentro di sé per il modo in cui le sue parola suonavano dure e noncuranti, spinte dal panico. "Ma non far finta che sia qualcosa che non è. Pensavo fossimo state abbastanza chiare sul fatto che questa cosa non sarebbe durata."
"Perché pensi che siamo state chiare su questo?" Millie sembrò onestamente allibita. "Non hai mai detto niente in proposito." Si morse il labbro, conscia del fatto che il suo accento fosse più forte quando era turbata.
"Oh, non so, magari il fatto che tutto quello che facciamo è sesso dovrebbe essere stato un indizio. O il fatto che non resto mai più di un'ora, o che non sono nemmeno certa che tu sappia il mio cognome."
"Pensavo che stessimo provando a costruire il resto," disse. "Pensavo che fossi spaventata da qualcosa…" poi si fermò confusa.
Santana si mise a ridere, una risata secca e tagliente. "No. Non stiamo costruendo proprio niente, non sono io quella che ha paura. Cioè, il fatto è," disse alla ricerca di qualche altra giustificazione. "Sei due anni più grande di me e non sei nemmeno dichiarata. Neanche la tua famiglia lo sa. E' un po' patetico." Vide Millie trasalire appena, ma distolse lo sguardo facendo finta di non notarlo.
"Pensavo avessi detto che ti stava bene."
"Già, beh, ci ho pensato molto ultimamente, e non è così." Non era la verità ma sembrava ragionevole. "Ci sono già passata anch'io, non posso riviverlo con te. Forse sarebbe diverso se provassi dei sentimenti per te, ma non è così. Sono innamorata di qualcun altro." Almeno l'ultima parte non era una bugia, pensò. Tuttavia non la fece sentire meno disgustata da se stessa.
"Oh mio Dio," disse Millie sprezzante. "Lei è etero. E poi sono io quella patetica?"
"No," rispose Santana scuotendo il capo, "Non è–" Ma poi si fermò, perché a quel punto non le sembrava più importante chi pensava che fosse, ed era più facile che affrontare la verità. "E' complicato," disse invece.
"Se lo dici tu." Millie rimase in silenzio per un momento, accendendo e spegnendo l'accendino pensierosa. Quando parlò lo fece con voce piatta e senza speranza, come se sapesse già la risposta alla sua domanda. "E adesso?"
Santana si sforzò di suonare più fredda e distaccata possibile, anche se le sudavano le mani. "Credo che non dovremmo farlo più. Niente di tutto questo. Dato che sembra che non siamo sulla stessa pagina." Attese, sperando che Millie avrebbe detto che stava scherzando, che non c'era ragione che non potessero continuare ad avere sesso senza significato.
Invece disse con tono riflessivo, come se stesse parlando a se stessa, "Sai, la gente dice che quelle due paroline possono cambiare tutto quindi è meglio stare attenti ad usarle." Poi fece una risatina amara. "Credevo che fossero solo stronzate."
"Mi dispiace," disse Santana dopo un breve silenzio. Poi, dato che sembrava troppo debole, aggiunse con una punta di sprezzo, "Mi dispiace che ti sia fatta l'idea sbagliata. Ma forse se non fossi così sepolta dentro l'armadio potresti vedere le cose in modo un po' più chiaro."
Millie non la stava nemmeno guardando. "Vattene," disse. Le parole non furono pronunciate con rabbia, solo sfinita sconfitta.
Santana fece per dire qualcos'altro, ma non riuscì a pensare a niente che avrebbe reso le cose meno schifose di quanto già non fossero. Così prese la giacca e la borsa e uscì. E fino a quanto non tornò in uno splendido pomeriggio primaverile in maggio, sconvolta e in cerca di risposte, quella fu l'ultima volta in cui fece visita a Millie nel suo appartamento.
Lungo la via verso Brooklyn, in metropolitana, tenne la testa alta, rifiutandosi di agire come una persona che dovrebbe vergognarsi di quello che ha fatto. Anche nella sua mente cercò di giustificare tutto quanto. Ma a dispetto dei suoi soliti sforzi, non fu in grado di convincersi. La verità era che si sentiva malissimo. Si sentiva una stronza egoista e senza cuore, e non riusciva a capire come le cose fossero andate così male. Dato che non c'era modo di avere risposta a quella domanda senza parlare di nuovo con Millie, qualcosa che era determinata se possibile ad evitare, ragionò che sarebbe stato meglio mettersi tutto alle spalle e dimenticarsene. Ora era finita. Presto sarebbe stata storia vecchia, come se non fosse mai successo.
Quando arrivò a casa, stanca e disincantata, sperava e si aspettava di trovarla vuota. Ma ovviamente non fu così, perché quando mai era successo? Chiudendo la porta dietro di sé, sentì della musica provenire da qualche parte. Seguendo il suono, entrò in soggiorno e poi si fermò all'ingresso, cercando di capire a cosa diavolo stava assistendo. La stanza era quasi buia, l'unica illuminazione proveniva da candele posizionate intorno al tavolino ed altre superfici. Il divano era stato spinto all'indietro per fare più spazio al centro della stanza, e in quel punto si trovava Kurt, a braccia aperte e con gli occhi chiusi, come se stesse danzando con un partner invisibile sulle note lente e malinconiche di Unchained Melody.
Sentendosi un'intrusa in un momento privato (e molto strano), Santana si schiarì la gola per avvisarlo della sua presenza.
Lui si voltò spaventato. "Oh, Santana." Poi fece una risatina imbarazzata. "Io, ehm… non pensavo saresti tornata così presto." Poi si guardò intorno, accorgendosi di dover dare una spiegazione. "Mi sa che mi hai beccato. Mi stavo… Ghostizzando."
"Lo vedo." Gli lanciò uno sguardo scettico e di pietà. "Apprezzo l'organizzazione e l'impegno che ci hai messo. Ma fai sul serio, Kurt? Cioè, c'è il patetico, e poi c'è ascoltare Unchained Melody da solo ad Halloween, e molto più in basso c'è ballare un lento con se stessi."
"Hai ragione." Sospirò riconoscendo la verità. "Non ho scuse." Poi lo sfiorò un pensiero e chiese, "Suppongo che non ti va di unirti a me, vero? Magari aiutarmi a salire almeno alcuni gradini della scala del patetico?"
Il suo istinto stava per dire non esiste al mondo. Quel legare sdolcinato da anima gemella era roba di Rachel, non sua. Aveva già distrutto la percezione di qualcun altro nei suoi confronti quella sera: voleva davvero rischiare di rovinare qualcos'altro? Ma lui aveva un'aria così sincera e speranzosa. E se doveva essere onesta con se stessa, non voleva davvero stare sola in quel momento.
Come se lui potesse percepire il suo dibattito interiore, insistette. "Forza," la spronò. "Quando mai ti capiterà di ballare con James Dean?"
Accennando un sorriso, alla fine cedette. Almeno non c'erano testimoni. Nessuno che l'avrebbe fatta pentire in seguito. Così, con un po' di trepidazione, andò verso di lui e alzò goffamente le braccia. Era passato un bel po' dall'ultima volta in cui l'aveva fatto. Lui prese una delle sue mani con classica posa da ballo, mettendo l'altra sulle sue reni. Lei fece una risatina, incapace di trattenersi, ma a lui sembrò non importare. Iniziarono a ballare, leggeri ed esitanti.
"Rachel ti ucciderà per aver usato tutte le sue candele," disse Santana. "A proposito, dov'è la starlette?"
"E' andata ad un'altra festa, una cosa di teatro," spiegò lui. "Io non ne avevo voglia. Tutte quelle coppie felici e i loro costumi abbinati. Ho visto un altro Kim e Kanye, temevo che non sarei riuscito ad essere responsabile delle mie azioni."
"Beh, quando dai una festa della pietà per te stesso, lo fai certamente con stile, questo te lo concedo," disse lei guardandosi intorno. "Spero solo che non ti aspetti che mi trasformi magicamente in Patrick Swayze o, che Dio me ne scampi, in Blaine."
Lui accennò un sorriso triste, facendola desiderare di non aver scherzato su Blaine. Era ancora troppo presto. "Solo nei film," disse lui sottovoce.
La canzone finì e poi cominciò di nuovo e lei capì con un grugnito interiore che l'aveva messa in loop. Ma con suo grande sollievo, quella cosa non era così spiacevole come pensava. La mente di Kurt sembrava un po' distante, tuttavia. Eppure era piacevole stare vicino a qualcuno, qualcuno di caldo e familiare e confortante, qualcuno sessualmente off-limits in ogni modo concepibile. "Non sei male a ballare," si sentì spinta a dire. "Per essere un maschio."
Ora lui sembrò beffardamente divertito. "Molte grazie. E' sempre piacevole sentire che qualcuno riconosce il fatto che io sia un maschio." All'improvviso le fece fare il casquet, facendola strillare per la sorpresa.
Ma poi tornò seria in fretta, la risata morì mentre si raddrizzava e afferrava la sua giacca di pelle, ricordando come si era sentita a fare la stessa cosa a Brittany e poi baciarla dopo aver vinto le Nazionali, quando era troppo su di giri per preoccuparsi di chi stava guardando, e di come fosse stato difficile riuscire ad arrivare a quel punto. E quello la riportò alle terribili parole che aveva detto a Millie poco prima, ricordando quanto fosse ipocrita.
Kurt studiò l'espressione del suo viso da vicino. "Serata difficile?"
Lei contemplò brevemente l'idea di mentire, ma a che scopo? "E' finita." Diede un'occhiata al suo viso e poi distolse lo sguardo. "Sono stata io," chiarì. Sollevando appena le spalle cercò di sembrare normale. "Doveva succedere prima o poi. Era solo questione di tempo."
Lui sembrò non sapere cosa dire, ma poi alla fine optò per, "Non posso dire di essere devastato. Meriti di meglio."
"Non ne sono così certa. Ma almeno voi sarete felici di non doverla più vedere."
Rimase in silenzio per un momento. Quando infine uscirono le sue parole successive sembrarono sbucare dal nulla, sorprendendola per la loro vulnerabilità. "Mi manca così tanto." Sentì le lacrime pungerle gli occhi e si affrettò ad abbassare lo sguardo cercando di scacciarle.
Kurt capì in un istante che non era Millie quella di cui stava parlando. "Lo so," disse.
La strana intimità della stanza, l'oscurità delle candele tremolanti, così come la loro vicinanza, le fece tenere la voce bassa. Ma c'era comunque un senso di apprensione dietro di esse. "E se non si diplomasse questo semestre, Kurt? E se non ottenesse abbastanza crediti e dovesse restare tutto l'anno? Non so cosa farei."
"Non dirlo," le disse. "Si sta impegnando a fondo e tutti la stanno aiutando. Non la deluderanno di nuovo. Te lo posso assicurare."
Santana rimase in silenzio pensierosa. Come se non riuscisse a farne a meno, gli chiese, "Credi che sarei una persona orribile se cercassi di convincerla a mollare subito quella merda di scuola e venire qui?"
Lui ci pensò su mentre la faceva lentamente ruotare in cerchio, senza volerle mentire, ma chiaramente non volendo nemmeno essere troppo brusco. "Non necessariamente. Ma non credo che lo farai, perché non sarebbe la Santana Lopez che conosco. E' più forte di così."
Fece un respiro profondo e tremante e poi lo lasciò uscire. Dio, quella fottuta canzone. Di tutte le canzoni del mondo, perché proprio quella? Non stava aiutando a rimettere a posto i suoi pensieri. Nonostante la fiducia di Kurt nei suoi confronti, temeva che se non fosse riuscita a controllarsi avrebbe preso il telefono, chiamato Brittany e l'avrebbe pregata, supplicata di mollare tutto e imbarcarsi su un aereo seduta stante.
Poco più di un sussurro, gli confidò, "Non avrei mai pensato che facesse così male."
Kurt fissò l'edificio dall'altra parte della strada, ma come se non lo stesse guardando davvero, anche il suo viso era una maschera di rimorsi e malinconia. "So cosa vuoi dire."
Per una frazione di secondo provò un tale affetto per lui che quasi ne provò vergogna, e pregò che lui non se ne accorgesse. Non per la prima volta, ma privatamente come sempre, ringraziò qualsiasi strano potere dell'universo che l'avesse portata lì, in quell'appartamento con quegli odiosi, assurdi e melodrammatici scherzi della natura, le ultime due persone sulla terra con cui avrebbe mai scelto di vivere. Ma se non fosse stato per loro, dove diavolo sarebbe adesso?
In quel momento appoggiò la testa sulla sua spalla e lui mise le braccia intorno a lei. Scivolando attraverso la finestra socchiusa giunse il suono di una sirena, quello del traffico e dell'immensità della fredda città intorno a loro. Stavano ancora ballando, però, appena appena, senza muoversi molto. Ma la canzone continuò a suonare e le candele a bruciare, e anche se quella cosa era probabilmente parecchio in basso nella scala del patetico, era ovvio che a nessuno dei due importasse più. Tutto ciò che importava era che fossero ancora lì, che non avessero mollato e, soprattutto, che non fossero soli.
