Scusate il ritardo, per motivi a me ignoti ieri ho caricato il capitolo su EFP e mi sono completamente dimenticata di metterlo anche qui! Sono fusa
Vi avviso che, in fondo al capitolo 5, ho inserito il link ad un nuovo disegno inviatomi da una fan ^^ (come sempre vi consiglio di andare su AO3 per vederlo), vi auguro buona lettura!
NON DOBBIAMO ESSERE SOLI – CAPITOLO UNDICESIMO
Se solo si fosse trattato di qualcun altro Pitch avrebbe senza dubbio riso a crepapelle: era oltremodo ridicola la frequenza con cui disgrazie di ogni genere si erano abbattute su di lui, ed enormemente esilarante l'insistenza con cui si ostinava a cacciarsi nei guai, al pari della facilità con cui riusciva a crearsi problemi di ogni sorta. Oh, quanto avrebbe sghignazzato se in quella situazione si fosse ritrovato un patetico essere umano, o meglio ancora Calmoniglio, piegato in due per l'ilarità mentre non riusciva a distogliere lo sguardo dallo spettacolo della sua lenta caduta, atto per atto fino all'epilogo, come in una splendida rappresentazione teatrale... ma per quanto si sforzasse di elaborare una qualsiasi altra appagante fantasia la realtà che gli si parava di fronte non faceva altro che soverchiarla e distruggerlo: lo sfortunato non era un personaggio qualsiasi, ma il suo piccolo fiocco di neve, ogni singola caduta e ferita subita rischiava di essere l'ultima e l'Uomo Nero non riusciva a ridere nemmeno per l'ironia della sorte, piegato in due per il dolore mentre lottava per far tenere al ragazzo gli occhi aperti.
Trattenendo a fatica un singulto inspessì la coperta di oscurità in cui aveva avvolto l'amato, passandosene un lembo sopra la spalla per proteggergli il viso dalle raffiche di vento, quindi si chinò verso di lui e chiese: «Jack, mi senti? So che sei tanto stanco, ma non devi chiudere gli occhi, hai capito? Continua a guardarmi e non chiudere mai gli occhi! Parliamo un poco insieme: sei comodo? Hai freddo? Ti ho coperto il capo per proteggerti, ma se non è abbastanza posso fare di più: ti basta chiedere».
In risposta il ragazzo tremò, le iridi che rischiavano continuamente di rovesciarsi all'indietro, e alla fine girò il volto verso di lui, affondandolo nel suo tricipite.
«No, Jack, no!» esclamò l'uomo, cercando in tutti i modi di non far trasparire il panico che provava per non spaventarlo; «Non devi chiudere gli occhi, ricordi? Non vorrai mica farmi fare tutto il viaggio da solo mentre tu dormi, eh, piccolo? Sei il Guardiano del Divertimento, sono sicuro che non ti farebbe piacere sapere che mi sono annoiato! Hai capito dove stiamo andando?».
Con un gemito Frost sollevò nuovamente le palpebre, aggrappandosi con la forza della disperazione al bavero del compagno per rimanere sveglio, quindi balbettò: «Casa?».
Commosso dagli sforzi dell'altro Pitch mollò le redini e gli passò anche il braccio destro attorno al torace, confidando nell'intelligenza e nella sensibilità di Voluptas per proseguire la cavalcata mentre reggeva il capo all'amante, quindi lo sollevò un poco per risparmiargli dolorosi scossoni e sussurrò: «Mi dispiace, hai sbagliato. Niente casa per adesso: hai bisogno di luce e calore, e nel mio covo non ci sono né l'una, né l'altro. Ti sto portando alle terme di Nord: ti piace l'idea? Il vapore ti aiuterà a respirare meglio, l'acqua calda ti riscalderà e io ti farò tutto quello che desideri: coccole, massaggi, un bel bagno profumato, qualsiasi cosa ti possa venire in mente di chiedermi. Qualsiasi cosa, Jack: basta che tieni gli occhi aperti per me. Siamo quasi arrivati: tieni duro, piccolo».
Accarezzandogli compulsivamente la gota sinistra e i capelli, sia per tranquillizzarlo che per impedirgli di assopirsi, l'Uomo Nero si azzardò ad alzare lo sguardo per un momento, facendolo vagare all'intorno per ambientarsi, e fu con un tuffo al cuore che riconobbe la catena montuosa tra le cui vette si celava il Palazzo di Nord: il Purosangue era stato abile a galoppare, sfruttando le correnti più rapide e tutta la propria potenza per spostarsi a velocità vertiginosa pur non sballottando i propri passeggeri, e ormai mancava poco alla destinazione. Come leggendogli nella mente il cavallo nitrì, deviando leggermente a destra e iniziando a scendere di quota, e l'uomo, che aveva immediatamente notato l'evanescente nube di vapore che allignava ai piedi di un ghiacciaio, esclamò: «Ci siamo, Jack! Pronto per atterrare?».
Nessuna risposta giunse alle sue orecchie, ma egli non ebbe modo di controllare se questa non fosse mai stata pronunciata o se, semplicemente, si fosse persa nel vento: tra il riverbero accecante della neve, la coltre di nebbia e il caos di correnti calde ascendenti accanto ad altre fredde discendenti non era affatto facile orientarsi e mantenere la giusta rotta, ed egli dovette prendere nuovamente in mano le redini, non fosse altro che per reggersi saldamente in sella.
Guidando con destrezza Voluptas tra gli spuntoni rocciosi e i vortici di aria Pitch riuscì a farlo planare e quindi atterrare più o meno morbidamente nella conca, evitando per un soffio l'impatto contro un gruppo di stalagmiti ghiacciate che gli si erano parate di fronte a tradimento; disinteressandosi completamente delle sorti della propria cavalcatura smontò, strappando accidentalmente qualche piccola ciocca di oscurità dalla sua volubile criniera mentre si sforzava in ogni modo di tirar giù Jack senza ferirlo; infine, dopo aver arrancato tra le zolle di muschio fino alla prima pozza disponibile, adagiò il proprio leggerissimo carico a terra e gli prese il viso tra i palmi, dandogli qualche delicatissimo schiaffo alla guancia per risvegliarlo.
«Jack» lo chiamò, con tanta dolcezza quanta urgenza; «Jack, piccolo? Non chiudere gli occhi: siamo arrivati. Dopo tutto il freddo che hai preso avrai sicuramente voglia di fare un bel bagno caldo, non è così? Ti spoglierò io, ma devi darmi una mano: devi sollevare il bacino per aiutarmi a sfilarti i pantaloni, poi metterti seduto per lasciare che ti tolga anche la felpa, ma devi soprattutto restare sveglio, capito? Ora ti slaccio il nastro e la stringa che porti ai polpacci».
Senza aspettare un cenno d'assenso iniziò a slegare l'intreccio dei lacci, sbrogliandoli velocemente e gettandoli da un lato, poi lo spogliò rapidamente, rallentando i propri movimenti giusto mentre gli sfilava contemporaneamente felpa e maglia, per meglio seguire l'ondeggiare irregolare della sua testa ciondolante ed evitare di soffocarlo; dopo aver sommariamente controllato che la sua pelle non avesse subito ferite superficiali e aver verificato, sfortunatamente e per la seconda volta, che la sua pancia s'ostinava a restare gelida come un pezzo di ghiaccio, si decise e insinuò le braccia sotto il suo corpo, facendo scivolare il sinistro attorno alle spalle e il destro dietro le ginocchia.
«Tieni la testa sollevata, Jack» gli raccomandò con tono premuroso.
Senza alcuna esitazione lo sollevò, tenendolo lontano dal proprio torace per qualche secondo per lasciare che le proprie vesti cadessero e si disfacessero in polvere, quindi tornò subito a stringerlo a sé, mormorandogli frasi rassicuranti mentre avanzava con cautela lungo la riva sdrucciolevole. Non avendo trovato alcun accesso agevole alla prima risorgiva Pitch passò subito alla seconda, girandoci attorno nella speranza di riuscire a tuffarcisi, se non facilmente, perlomeno senza rischiare di rompersi l'osso del collo, ma lì le rocce erano ancora più irregolari e affilate di prima; cercando di non farsi scoraggiare passò in sequenza ad una terza e una quarta, maledicendosi per essere atterrato a decine e decine di metri dalla larga piscina in cui era stato accolto da Nord, ma alla fine i suoi sforzi vennero ripagati: una gradinata, ripida e sbreccata, ma ugualmente utile, spuntò tra il vapore esattamente di fronte a lui, digradando in una polla stretta e profonda dall'acqua leggermente rosata.
Affrettandosi prima lungo un serpeggiante sentiero tra il muschio e poi giù per quegli approssimativi gradini l'Uomo Nero si immerse fino alla vita, ma proprio quando fu sul punto di adagiare l'amato in quel liquido benefico una voce gridò: «No, Pitch, fermo! Tutto quel calore improvviso gli farà solo male!».
Trasalendo l'uomo si voltò e, in mezzo alla nebbia fitta che lo circondava, vide apparire Dentolina, le piume e le ali completamente zuppe di rugiada e il volto arrossato mentre volava a fatica verso di lui.
Affatto divertito dall'aspetto arruffato e ridicolmente stravolto della Guardiana Pitch contestò: «Ha la pancia gelida da più di venti minuti, non posso non farlo! Che gli succederà se il bambino morirà? Ha bisogno di scaldarsi!».
«A maggior ragione!» esclamò la fata, atterrando malamente accanto a lui; «Uno shock termico è l'ultima cosa di cui sia Jack che il bambino hanno bisogno! Ho in mente un'altra soluzione, ma prima portamelo qui: voglio controllare una cosa».
Seppur a malincuore e tremando per l'ansia l'Uomo Nero fece dietrofront, chiudendo la destra a coppa sulla sua virilità per mantenere almeno un minimo di decoro e non spogliarlo di ogni dignità, quindi si avvicinò alla Guardiana inginocchiata e lo sollevò leggermente, in modo da portarlo quasi all'altezza del suo grembo. Ella, dal canto suo, non perse tempo e si chinò immediatamente sul giovane, posandogli la sinistra sul ventre gonfio e le labbra al confine tra questo e lo stomaco; rimase in quella posizione a lungo, muovendo la mano libera a tentoni sul collo di Jack per contargli i battiti e sentire la sua temperatura, ma alla fine si rialzò con un sorriso e disse: «Superficialmente la pancia è ancora fredda, ma all'interno sembra essere rimasta ben calda, e globalmente, seppur debole, Jack è in salute. So che in passato è già venuto qui alle terme e che il caldo non gli provoca danni permanenti, ma non sappiamo che effetto può avere sul bambino, quindi meglio evitare. Siediti qui, fallo stendere su di te e inizia a bagnargli le gambe; io, invece, andrò a prendere degli asciugamani, così potremo inumidirli con l'acqua calda e avvolgerglieli attorno».
Non osando contraddire una proposta tanto saggia l'uomo obbedì, sedendosi docilmente nella conca che gli era stata indicata e facendo accomodare l'amato sulle proprie cosce, quindi si prese cura di lui meglio che poté, sistemandoselo contro il torace per non farlo cadere, reggendogli il capo per agevolargli la respirazione, spruzzandogli piccole stille di acqua termale per abituarlo gradualmente al calore e carezzandogli con discrezione la piccola pancia, ormai non più tanto piccola, che gli deformava il bassoventre.
Dopo minuti che gli parvero ore intere vide Dentolina riapparire in mezzo al vapore, ormai tanto zuppa da non riuscire nemmeno a spiccare il volo, e ne seguì i passi lenti e incerti con ansia crescente, sussultando ogni volta che la vedeva mettere un piede in fallo e trattenendo a stento un grido quando la vide scivolare nella pozza. Combattuto tra la necessità di soccorrere una delle poche persone in grado di aiutarlo e il dovere di tenere il proprio compagno al sicuro Pitch tentennò, ma alla fine la fata riuscì a riprendersi da sola: tossendo e scrollando il capo si concesse qualche secondo per orientarsi, quindi recuperò rapidamente i teli che aveva portato, avvolgendoseli attorno ad un braccio e mulinando l'altro per nuotare verso i due amanti.
Accettando più che volentieri la mano che le venne porta si arrampicò sui gradini, inciampando più volte e rischiando quasi di crollare addosso a coloro che voleva aiutare, ma alla fine riuscì ad assestarsi ed esclamare: «Uh, ci sono! Tieni, Pitch: qui in mezzo c'è una salvietta più piccola che puoi avvolgergli attorno ai fianchi; mentre cerchi io inizio a strizzare queste due più grandi, così potremo coprirgli anche le gambe e il torace».
Dandogli le spalle per lasciargli un po' di intimità la Guardiana afferrò un grosso asciugamano e iniziò ad attorcigliarlo su sé stesso, e l'Uomo Nero ne approfittò per scostare gli avambracci che aveva giunto per coprire l'inguine dell'amato e, aiutandosi con un piede, pescare dal mucchio una piccola salvietta; dopo avergliela passata sul petto e sul ventre per riscaldarli ed eliminare l'acqua in eccesso gliela aggiustò attorno ai fianchi e sollecitò Dentolina affinché gli porgesse nuovi asciugamani che prontamente drappeggiò sul resto delle sue membra, rimboccandone i lembi per assicurarsi che nessuno spiffero potesse penetrare e raffreddarlo.
Mentre lui continuava a lavorare alacremente, sfregando i palmi sulla stoffa per riattivare la circolazione nei muscoli sottostanti, la fata si issò fuori dalla polla, scrollò le piume e le gonfiò in un vano tentativo di farle asciugare, quindi lo afferrò per i polsi e, fissandolo con decisione negli occhi, sussurrò: «Pitch! Non avere paura: è tutto a posto ora. Jack non ha subito danni, è al sicuro e presto potremo anche dargli qualche medicina per aiutarlo a riprendersi: non hai nulla di cui temere».
Con voce rotta dalla disperazione l'uomo la interruppe: «Non è vero, non lo puoi sapere! E se il bambino fosse morto? Jack non è una donna, la pancia finirebbe per andargli in cancrena e lui morirebbe dopo poche ore!».
«Fidati di me» insistette la Guardiana; «L'Uomo Nella Luna si è dato tanta pena per far sì che restasse incinto, non gli permetterebbe mai di morire, non per un motivo così sciocco come un principio di congelamento! Sono sicura che ha vegliato su di lui e che lo ha protetto finché tu non lo hai trovato, e che ha fatto lo stesso col bambino: è tutto a posto, me lo sento, e sono certa che, se solo riuscissi a calmarti un poco, lo sentiresti anche tu. Cerca di non farti prendere dal panico: anche se Jack è svenuto percepisce la tua presenza, e rimarrà senza dubbio turbato se ti avvertirà tremare e ansimare come stai facendo ora. Sì, stringilo pure a te: gli farà senza dubbio piacere sapere che gli vuoi tanto bene. Senti, hai avuto una buona idea a massaggiargli i muscoli, ma questi teli sono troppo ruvidi per la sua pelle, e oltretutto è ricoperto di fango da capo a piedi: vado a prendere una saponetta, va bene? Sai dove la posso trovare?».
Dopo aver stretto a sé Jack e aver iniziato a cullarlo dolcemente Pitch prese un profondo respiro e spiegò: «Torna in quella piccola grotta asciutta vicino all'ingresso dove hai preso gli asciugamani, quindi voltati verso ovest: a pochi metri da te troverai una roccia gibbosa che ricorda vagamente uno Yeti, e dietro di essa un bassissimo crinale pieno di licheni penduli. Seguilo finché non curva bruscamente, e a quel punto prosegui dritta per una ventina di passi, fino ad arrivare ad una conca semicircolare piena di cascatelle di acqua pura: di fianco a quella che si dirama in tre troverai una nicchia, e in essa il sapone. Sei mesi fa lo avevo trovato lì, e non penso che Nord lo abbia cambiato di posto. Fai attenzione quando costeggerai la parete rocciosa: lì il sentiero è molto scivoloso».
«Non preoccuparti, starò attenta e tornerò il più in fretta possibile» lo rassicurò Dentolina.
Dopo avergli dato una piccola pacca d'incoraggiamento sulla spalla si mise a correre, grondando stille e piume zuppe in ogni dove mentre tentava di tenere la coda sollevata e ben lontana dalle gambe, e l'Uomo Nero pregò in cuor proprio che non scivolasse: non aveva forze sufficienti per trasportare sia lei che il ragazzo fino al Palazzo, e aveva bisogno di tutto l'aiuto possibile per curare il compagno.
Come se gli avesse letto nel pensiero quest'ultimo si mosse debolmente, mugolando qualcosa di incomprensibile e agitandosi sotto i teli, e l'uomo giunse prontamente in suo ausilio, passandogli il braccio attorno alle spalle per guardarlo nelle iridi e mormorando: «Ben svegliato, Jack! Come ti senti? No, no, non ti affaticare inutilmente: fammi solo un cenno col capo. Tutto bene, sì? Non ti duole nulla? Perfetto. Ora ti farò un bel bagno profumato, così ti toglierò di dosso tutto questo fango e ti massaggerò i muscoli indolenziti: ti piace l'idea? Se non riesci a tenere gli occhi aperti non importa: chiudili pure, e dormi se ne senti il bisogno».
Tranquillizzato dalle sue parole e dal tono controllato con cui erano state pronunciate Frost si rasserenò, piegando gli angoli della bocca in un accenno di sorriso e chiudendo definitivamente le palpebre sopra gli occhi rovesciati all'indietro; intenerito e, al contempo, ferito da quella debole reazione Pitch gli sorrise di rimando e, dopo avergli sistemato il capo contro il proprio tricipite per risparmiargli la fatica di sostenerlo da sé afferrò i due asciugamani più grandi e li mise da parte, lasciandogli solo quello avvolto attorno ai fianchi e iniziando a bagnare la sua pelle per prepararla al bagno e rimuovere i frammenti di fango e foglie più grandi.
Proprio quando terminò di pettinargli i capelli una figura arruffata spuntò alla sua destra ed esclamò: «Trovato! Lascio fare a te, va bene? La vostra stanza è già pronta, ma è meglio che vada ad aggiungere della legna per scaldarla meglio, e soprattutto che prenda tutto il necessario dall'infermeria. Te la senti di gestire la situazione da solo?».
Colpito proprio dove si sentiva più debole l'Uomo Nero sussultò, chinandosi protettivamente sul giovane e indirizzando all'interlocutrice uno sguardo da preda braccata, quindi sussurrò a fatica: «Sì... sì, ce la faccio».
«Non ho alcun dubbio che tu ce la possa fare, Pitch» intervenne Dentolina; «Infatti ti ho posto un'altra domanda, ma la risposta è ormai evidente. I vestiti di Jack sono in uno stato pietoso, quindi lasciali qui: li recupereremo più tardi. Per coprirlo puoi usare uno dei teli avanzati: ne sono rimasti diversi nella grotta vicino al tunnel d'accesso, e non avrai problemi a trovarne uno adatto. Ci vediamo tra poco».
Continuando a tenere Jack ben stretto a sé l'uomo seguì la fata con gli occhi, dando fondo a tutta la propria forza di volontà per non pensare a niente ed evitare quindi di lasciarsi sopraffare dalla situazione, e quando la vide scomparire vi riuscì: un velo opaco calò sulle sue pupille, peggiorandogli notevolmente la vista, ma inibendo qualsiasi riflessione fosse mai nata nella sua mente, e per la prima volta da quasi mezz'ora egli smise con successo di tremare. Confuso dalla visuale annebbiata che gli si era parata di fronte cercò di focalizzarsi su un particolare per volta, procedendo dapprima a rimuovere anche l'ultima salvietta che ancora copriva il corpo del ragazzo, poi ad afferrare la saponetta che era stata lasciata su uno spuntone roccioso: tenendola saldamente tra le dita la sfregò sul corpo dell'amato, insistendo particolarmente su gambe, braccia e petto e azzardandosi solo in un secondo tempo a passarla delicatamente sulla sua pancia, nel timore che una eccessiva pressione potesse infastidirlo, poi, sfruttando la schiuma creata, iniziò a detergergli la chioma ribelle.
Non seppe dirsi quando perse la presa sul pezzo di sapone, se fin da subito o solo poco prima di realizzare di avere la mano vuota, ma quando se ne accorse non ci diede peso: la pelle di Frost era ormai linda e profumata, e non v'era ragione, per lui, di perder tempo a recuperare un oggetto divenuto ormai inutile. Dopo aver sommariamente risciacquato il proprio compagno lo riprese in braccio, sollevandolo con cautela mentre si rimetteva in piedi, quindi si concentrò per dissipare almeno in parte la coltre sfocata che era caduta sulle sue iridi e si incamminò lungo il sentiero; affidandosi più al senso del tatto e al proprio innato orientamento che alla propria vista fallace riuscì a raggiungere la piccola grotta rialzata ai confini della conca, asciugare sé stesso e il giovane e avvolgere quest'ultimo in un grosso telo, quindi si volse verso l'uscita e vi si diresse.
Non riuscì mai a ricordare nulla di quella breve camminata, né la soffocante strettezza del lungo tunnel d'accesso che aveva per forza imboccato, né il gelo e il candore della neve nella quale aveva necessariamente arrancato, e nemmeno l'accogliente penombra dei corridoi del Palazzo di Nord che aveva ovviamente percorso: nulla, nemmeno il più piccolo particolare. Gli sembrò di essere scivolato in un sogno senza forma né volume, senza colori, senza sensazioni: una sorta di trance, inspiegabile e apparentemente impossibile, dalla quale tuttavia, e fortunatamente, si risvegliò incolume, vestito della tunica con gli spacchi che aveva inventato mesi addietro e con Jack morbidamente steso su un letto.
Scrollando debolmente il capo si guardò attorno per ambientarsi e impiegò pochi secondi ad identificare la finestrella tonda rivolta a nord e l'ampio focolare: quella era senza dubbio la stanza che gli era stata generosamente regalata da Babbo Natale. Lieto di essere giunto alla destinazione desiderata nonostante l'inaspettato mancamento avuto Pitch si accomodò sul giaciglio, iniziando a svolgere l'asciugamano per liberare il ragazzo e poterlo dunque sistemare sotto le coperte, ma non appena gli scoprì i piedi inorridì: piaghe di ogni genere li deturpavano, alcune slabbrate, altre nette, alcune ampie e superficiali ed altre tanto profonde da mostrare il bianco dei tendini, e croste e sporcizia le soffocavano, inspessendole e celando chiaramente più di un principio di infezione.
Premendosi una mano sulla bocca per reprimere un singhiozzo l'Uomo Nero si rialzò e si diresse verso la porta: ormai Frost era ufficialmente fuori pericolo e lasciarlo solo per un paio di minuti non era rischioso, dunque era meglio approfittarne per precipitarsi in infermeria, procurarsi disinfettante e bende e rimediare a quello scempio.
Con la mente completamente focalizzata sulla nuova missione raggiunse l'uscio, lo spalancò ed entrò in corridoio, ma non fece nemmeno in tempo a percorrere pochi passi che qualcosa lo colpì: qualcosa di duro, nodoso, forte, qualcosa di crudele, che lo centrò proprio sullo zigomo sinistro e lo mandò a gambe all'aria in un battito di ciglia.
Con una prontezza di riflessi che non pensava di possedere ancora si aggrappò ad un baule che arredava l'andito, evitando per un soffio di impattare contro le borchie appuntite che ne decoravano la zona frontale, ma a causa dello slancio ci ruzzolò sopra, arrivando quasi ad incastrarsi tra il coperchio e la parete retrostante e incrociando finalmente le iridi verdi del proprio aggressore.
«Avevamo un accordo, Pitch» sussurrò minacciosamente Calmoniglio, piegando la zampa per un nuovo attacco; «Ma tu, da verme schifoso qual sei, lo hai dimenticato, e io, come ti avevo promesso, te la farò pagare cara».
Fu sufficiente quell'unica scarna frase a far crollare il castello di carte: ogni muro, ogni blocco, ogni difesa che Pitch era riuscito ad innalzare nella propria mente per arginare i pensieri che avevano rischiato di affogarlo crollò, dando libero sfogo a quel fiume in piena che lo travolse all'improvviso e con tutta la propria potenza. Oh, no, Pitch non si era mai dimenticato dell'accordo che il Pooka gli aveva imposto, né delle intimidazioni che gli aveva rivolto: rimembrava alla perfezione le parole che egli aveva pronunciato nella propria tana prima di riaprire il tunnel e riportarlo da Nord, ricordava le decine di implicazioni in esse celate, vi aveva ripensato migliaia e migliaia di volte negli ultimi mesi, eppure era riuscito ugualmente a fallire. Lo aveva fatto in buona fede, certo di agire per un bene superiore, allontanandosi solo ed unicamente per preservare il proprio piccolo fiocco di neve, ma quelle erano giustificazioni che non reggevano di fronte alla realtà dei fatti: Jack giaceva esanime nell'altra stanza, ferito solo a causa dei suoi errori, indebolito solo a causa della sua fuga, ennesimo e più evidente emblema dei suoi fallimenti. Aveva fallito, fallito, fallito. Aveva fallito, e lo aveva fatto con la cosa cui teneva di più al mondo. Aveva fallito, e non c'era più nulla che potesse fare per rimediare.
Fu per questo motivo che, quando il Coniglio di Pasqua lo appropinquò e lo afferrò per il bavero, non ebbe alcuna reazione: qualsiasi cosa stesse per fargli lui la meritava, tanto quanto Frost aveva meritato un compagno ben migliore di lui, e non aveva alcun diritto di opporsi alla punizione che stava per ricevere. Non alzò un dito quando l'avversario gli tirò una ginocchiata nel bassoventre, facendo forza sulle gambe per non cadere e offrirsi così come bersaglio per la sua ira; non emise alcun lamento quando questi, con un ringhio, lo centrò con un gancio ad un soffio dall'occhio destro, facendolo volare fino in fondo al corridoio; non cercò di scappare quando lo sentì corrergli incontro, scostando gli arti contratti dal proprio stomaco per scoprirlo ai suoi calci furiosi; infine, quando lo percepì alzare una zampa sopra il proprio cranio per sfondarlo, non alzò le braccia per difendersi, limitandosi a pregare che l'amato potesse riprendersi dal dolore delle sue imperdonabili inadempienze e tornare a vivere sereno e felice.
Un secondo prima che l'altro calasse il piede, tuttavia, una voce gridò: «Fermo! Fermati!».
Confusi rumori di lotta rieccheggiarono nell'andito, seguiti da passi pesanti e ordini secchi, e alla fine qualcosa di avventò nuovamente sull'Uomo Nero, afferrandolo per le spalle e costringendolo a mettersi quasi seduto; quando questi, però, lottando contro lo stordimento e la stanchezza, riuscì a riaprire le iridi, non si ritrovò di fronte quelle verdi di Calmoniglio, bensì quelle fucsia di Dentolina.
«Pitch! Come ti senti? Ti ha fatto male? Ti ha ferito in modo serio?» gli chiese con tono ansioso la fata.
«Qualsiasi cosa gli abbia fatto non è niente in confronto a quello che si merita!» urlò il Pooka.
«Sei solo uno sciocco!» lo rimbeccò la Guardiana; «Parli dall'alto di un pulpito su cui non sei degno di stare, e basandoti su supposizioni che non hai le capacità di fare! Solo Jack ha il diritto di giudicarlo per ciò che ha fatto, e tu non sei nessuno per sostituirti a lui! Sii felice del fatto che è tornato e che ha salvato Jack da morte certa, e non aggiungere altro dolore a quello che abbiamo tutti già subito!».
«Tutti tranne lui! Siamo stati dietro a Jack, lo abbiamo accudito, lo abbiamo consolato, ci siamo spaccati la testa per trovare un modo per alleviargli i sintomi della gravidanza, ci siamo fatti in quattro per renderlo felice e disperati quando è scappato, e lui, questa bestia ignobile, che cosa ha fatto? Si è allontanato dal problema, fingendo di starsi impegnando per risolverlo, è tornato giusto per qualche ora, poi ha deciso che la situazione non gli piaceva ed è scappato con la coda tra le gambe, nascondendosi in chissà quale buco del mondo per festeggiare la ritrovata libertà mentre noi perdevamo il sonno per ritrovarlo! La vita è bella, vero, Pitch? La vita è bella quando si pensa solo a sé stessi! Verme! Mi fai schifo, mi fa schifo l'idea che tu sia stato seduto in panciolle nella tua cara oscurità mentre Jack quasi si uccideva pur di correrti dietro!».
In tutta quella sequela di insulti e offese il Coniglio di Pasqua, che era stato prontamente placcato da Nord, riuscì a liberarsi almeno parzialmente, giungendo ad un paio di metri dal viso di Pitch e indirizzandogli uno sguardo grondante disprezzo, ma l'Uomo Nero riuscì a ricambiare solo con una espressione colma di tristezza: quasi nulla di ciò di cui era stato accusato era vero, ma non aveva alcun senso difendersi, poiché il peccato più grave era stato da lui effettivamente commesso, e oscurava di gran lunga tutto il resto.
Premendo una mano sulla nuca dell'uomo per fargli alzare leggermente il capo Dentolina ordinò al proprio interlocutore: «Guardalo, Calmoniglio: guardalo bene negli occhi. Ti sembrano quelli di una persona che si è divertita a fare quello che ha fatto? Ti sfido ad avere il coraggio di dire che non ha mai sofferto».
Deformando il muso in una smorfia disgustata Calmoniglio sbottò: «Le lacrime di coccodrillo le versano anche i malvagi: il dolore, invece, lo provano solo i giusti. Su un punto Dentolina ha ragione: non posso sapere cosa hai fatto mentre eri via. Sei stato rintanato in qualche angolo irraggiungibile del tuo covo? Ti sei rifugiato in qualche base segreta sparsa in giro per il mondo? Sei andato a spaventare i bambini? Toglimi questa curiosità, te ne prego: voglio sentire dalla tua bocca per filo e per segno la descrizione di quanto in basso sei caduto mentre noi altri soffrivamo».
Se solo l'uomo fosse stato più in sé, o meno stanco, ci avrebbe pensato due volte a dire la verità, e avrebbe senza dubbio elaborato in quattro e quattr'otto una bugia tanto orrenda quanto credibile, assicurandosi di non suscitare la benché minima pietà nell'ascoltatore e, anzi, di infuriarlo e farlo sentire ancor più giustificato ad attaccare: non era da lui cercare compassione o conforto, né tentare di alleggerire le proprie colpe svelando ciò che effettivamente stava loro dietro. In quel momento, tuttavia, la sua mente non era sufficientemente lucida per compiere un tale sforzo, quindi egli si limitò a schiudere le labbra spaccate e confessare: «Stavo distruggendo i miei Purosangue. Non potevo ucciderli con le mie mani, non tutti, perlomeno, perché insieme sono troppo forti, quindi li ho accompagnati dai bambini speciali, quelli che non hanno paura, e ho lasciato che fallissero e si dissolvessero. Sono andato avanti per tre giorni, ma alla fine ero troppo stanco e sono dovuto tornare nel mio covo per riposare. Ci sono rimasto per qualche ora, ma gli incubi non mi hanno dato tregua, quindi mi sono svegliato e mi sono preparato a tornare per vegliare Jack da lontano; quando sono arrivato all'uscita, però, l'ho trovato semi svenuto su un mucchio di foglie e con la pancia gelida come un pezzo di ghiaccio, quindi ho deciso di portarlo qui, per riscaldarlo, medicare tutte le sue ferite e tenerlo al sicuro. Il resto lo sapete».
Un'espressione di pura meraviglia di dipinse sul muso del Pooka a quella dichiarazione, gli occhi sgranati per lo stupore e le orecchie basse, come se non fossero in grado di reggere quella verità inaspettata, ed egli domandò: «Tu, tu ti stavi... suicidando? Perché?».
Trattenendo a fatica le lacrime la fata sussurrò: «Ti avevo detto di non aggiungere altro dolore a quello già subito, Calmoniglio. Nord, portalo via: l'ultima cosa di cui Jack ha bisogno è sentirlo gridare. Sandman, per piacere, prendi l'assenzio Himalayano che Nord ha appena raccolto e dallo agli Yeti, così potranno preparare l'infuso: fanne preparare due bicchieri, poi portameli qui».
Senza opporre la benché minima resistenza il Coniglio di Pasqua si lasciò trascinare via, lo sguardo ancora sconvolto dalla rivelazione avuta e l'aria di non saper più né cosa dire, né cosa fare, e un discreto fruscio annunciò che anche Sandy, probabilmente nascosto dietro l'imponente figura di Nord, era pronto ad allontanarsi: in pochi secondi il trio percorse il corridoio, silenzioso come mai era stato in quella tarda mattinata, quindi aprì una porta e si disperse in lontananza, lasciando Pitch e la Guardiana soli.
Abbassando gli occhi lucidi su quelli socchiusi dell'uomo questa gli accarezzò una guancia e disse: «Sciocco, sciocco che non sei altro: sei vissuto per quasi un anno a stretto contatto con Jack senza che gli accadesse nulla di male, come hai potuto credere che i tuoi Purosangue potessero rivoltarglisi contro? Lo conoscono bene, ormai».
Tossendo a fatica l'Uomo Nero replicò: «Mi prendi in giro? Hai visto anche tu il Purosangue che stava per avventarsi su di lui».
«No, Pitch» contestò l'altra; «Quello che io ho visto è stato un padrone troppo stanco e stravolto per riuscire anche solo a percepire i propri servitori accanto a sé. Il tuo umore e le tue condizioni hanno ripercussioni sulle tue creature: sul momento mi sono spaventata a morte, ma col senno di poi devo ammettere che l'espressione di quel Purosangue era più confusa che aggressiva. Non so come funzionano gli Incubi, e probabilmente non lo saprò mai, ma di una cosa sono certa: finché tu non ti lasci prendere dalla paura loro sono sotto il tuo controllo, e non oserebbero mai disobbedirti».
«No, sono bestie malvagie, pronte ad agire di testa propria non appena mi giro, e non posso permettere che vivano: devo eliminare quelle più pericolose» insistette l'uomo.
«E quali sono quelle più pericolose, eh, Pitch?» lo incalzò Dentolina; «Dove sta il confine tra il tollerabile e l'inammissibile in ambito di sicurezza personale? Non ti fermeresti mai: se anche riuscissi ad eliminare tutti i tuoi Purosangue passeresti senza dubbio agli Incubi di media taglia, poi a quelli piccoli, e alla fine non oseresti nemmeno evocare la tua sabbia nera. Calmoniglio ha esagerato dicendo che ti stavi suicidando, ma non di troppo: finiresti col lasciarti appassire, ed è sbagliato sotto qualsiasi punto di vista».
«Probabilmente sarebbe l'unico modo, per me, di non commettere più errori» dichiarò Pitch.
«No, Pitch, sarebbe un ottimo metodo per commetterne uno molto grosso. Non ti devi condannare: errare è umano, e tu sei molto più umano di quanto credi. Non ti arenare sugli sbagli che hai fatto: guarda oltre. Pensa a tutte le cose meravigliose che hai fatto: a tutte le volte che hai fatto sorridere Jack, che lo hai reso felice, che lo hai fatto sentire speciale, a tutte le cavalcate che avete condiviso e a tutte le storie che avete letto insieme, a tutti i posti fantastici che gli hai mostrato. Pensa al fatto che, nonostante tu sia fuggito, ti sei poi deciso a tornare, e non osare nemmeno per un momento contraddirmi dicendo che l'hai fatto troppo tardi o sciocchezze simili: hai cambiato idea molto prima che accadesse qualcosa di irreparabile, e, comunque, ti sei allontanato convinto di star perseguendo il bene di Jack, non per egoismo. Basta distruggerti, Pitch: sei perfetto così come sei per lui» concluse la fata.
Vedendosi stroncare sul nascere le argomentazioni che era pronto a portare per ribadire la propria inadeguatezza e sentendosi avvampare per i complimenti che gli erano stati indirizzati l'Uomo Nero rinunciò a discutere e tentò di deviare la questione, osservando: «I piedi di Jack sono una piaga unica: devo assolutamente andare a recuperare delle bende e del disinfettante e medicarglieli».
«E' stata una delle prime cose che ho notato quando vi ho trovati alle terme ed ho già provveduto a portare tutto l'occorrente in camera, quindi non hai bisogno di andare in infermeria: le bende e il disinfettante sono già sul comodino. No, non ti agitare, non puoi entrare adesso: hai il volto tumefatto e stenti a reggerti in piedi, come credi che reagirebbe Jack? Pazienta ancora qualche minuto: i tagli stanno già guarendo, lo stordimento passerà e il bicchiere di medicina che ti ho fatto preparare ti rimetterà definitivamente in sesto. Riposa un poco e cerca di calmarti, così tra poco sarai di nuovo in forma» lo chetò la Guardiana.
Dopo avergli baciato la fronte per tranquillizzarlo si mise a cullarlo dolcemente, chiaramente impacciata dalla differenza di taglia, ma affatto imbarazzata, e l'uomo, seppur affatto convinto di meritare il perdono e un simile privilegiato trattamento, non ebbe il cuore di sottrarsi a quelle dita leggere come piume: ormai aveva capito bene che fuggire non era la soluzione. Rimembrando le amorevoli cure che aveva da lei ricevuto mesi addietro proprio in quel Palazzo la lasciò fare, permettendole di pettinarlo sommariamente, controllare ogni piccola ferita e persino coccolarlo un poco, e sospirò debolmente, vezzeggiandole distrattamente le lunghe piume della coda per ringraziarla e lottando per tenere a bada i propri sensi di colpa, in modo da evitare di lasciarsi sfuggire altri patetici commenti riguardo sé stesso e il proprio comportamento.
Dopo qualche minuto di attesa colma di tenerezza Sandman ricomparve, sfoggiando un sorriso raggiante e reggendo in mano due coppe di legno, e Pitch accettò di buon grado quella che gli venne porta, raddrizzando quindi la schiena e bevendola tutta d'un fiato; scrollando le spalle per fugare un brivido fece per alzarsi, ma un'improvvisa consapevolezza lo colpì ed egli esclamò: «Non ci posso credere, ho bevuto la medicina: ora collasserò per il freddo e non riuscirò ad aiutare Jack!».
«No, no, non ti preoccupare» s'affrettò a rassicurarlo Dentolina; «In questi mesi Nord e gli Yeti hanno studiato approfonditamente la pianta, e sono riusciti a scoprirne una sottospecie i cui effetti collaterali sono molto più contenuti rispetto alla varietà più comune: probabilmente ti verranno i brividi, ma non rischierai di congelare».
Confortato da quella notizia l'Uomo Nero si passò una mano sul viso, sia per fugare ogni traccia di panico che per controllare che tutte le ferite si fossero rimarginate, quindi si tirò in piedi e, facendo cambio di bicchiere con l'Omino dei Sogni, dichiarò: «Vado a dare la medicina a Jack e a medicargli i piedi. Se volete entrare venite pure: gli è sempre piaciuta la compagnia».
Posandogli una mano sulla spalla la fata sussurrò: «Verremo, ma non subito: abbiamo alcune cose da sistemare e, soprattutto, vogliamo lasciarvi un po' di intimità. Non curargli solo il corpo: non è lì che è più ferito».
Stringendo le labbra per nascondere il dolore che quella conferma gli provocava l'uomo annuì, fissando un nodo del pannello di legno che copriva il muro per non rischiare di farsi sfuggire una lacrima, quindi attese che i Guardiani lo salutassero e sparissero in un passaggio secondario, e solo a quel punto riuscì a riscuotersi e volgere lo sguardo verso l'uscio oltre il quale si trovava Jack. Lo osservò a lungo, seguendo la greca natalizia incisa sugli stipiti avanti e indietro e perdendosi a contare le stelle alpine che la componevano, come nel tentativo di raccogliere il coraggio di affrontare ciò che si trovava oltre quella soglia, ma alla fine, memore delle parole che Dentolina gli aveva rivolto, si decise e si mosse: fossilizzarsi sugli errori compiuti era un gesto infantile e limitante, che lo avrebbe solo portato a sbagliare ancora ed ancora e rimandare la soluzione al problema, e non era più il momento di rimandare, da molto, molto tempo.
Sfoggiando il miglior sorriso che riuscì a mettere insieme entrò nella stanza e affiancò il ragazzo, avvertendo una lieve stretta al cuore nel realizzare che era così stravolto da non riuscire nemmeno a chiudere completamente gli occhi mentre rantolava nel sonno, e preferì lasciarlo riposare un altro poco, approfittando del suo stato di incoscienza per medicargli i piedi e risparmiagli, almeno in parte, il bruciore lancinante che gli avrebbe provocato asportando le croste e ripulendo le ferite.
Dopo aver disposto una salvietta sotto i talloni per evitare di lordare le coperte si mise all'opera di buona lena, usando un ferro arrotondato per rimuovere i grumi di sangue ammorbiditi dalle acque termali, passando garze imbevute di disinfettante sulle piaghe così aperte e rimuovendo quindi ogni traccia di terra e sporcizia; lavorò a lungo, procedendo con estrema calma per non causargli inutili sofferenze e dedicando interi minuti ai tagli più profondi, e quando ebbe concluso ricominciò da capo, dando una seconda passata ad entrambe le piante per assicurarsi di non aver tralasciato nulla; infine, quando fu certo di aver curato ogni traccia di infezione, gli fasciò le estremità lese, badando a non stringere troppo per lasciare il sangue libero di circolare e facilitare la guarigione.
Una volta conclusa l'operazione fece ordine, gettando i pezzi di tessuto ormai irrecuperabili nel fuoco e avvolgendo gli altri nell'asciugamano, quindi, dopo aver riposto il tutto ben lontano da Frost, si sedette al suo fianco e lo scosse leggermente per risvegliarlo.
«Jack? Jack, mi senti? So che sei molto stanco, ma dovresti prendere la medicina: ce la fai a restare sveglio per qualche minuto, così riesco a fartela bere?» lo interrogò con tono gentile.
Agitandosi un poco sotto il telo il giovane mugolò, aprendo a fatica gli occhi e fissandoli immediatamente in quelli di Pitch, e questi commentò con un sorriso orgoglioso: «Bravo, Jack, molto bravo: sapevo che ci saresti riuscito. Vieni, appoggiati pure a me: non voglio che ti affatichi troppo. Ora ti porterò il bicchiere alle labbra e lo inclinerò pian piano, va bene? Tu dovrai solo deglutire, e se non ci riuscirai ti basterà tirarmi la veste e io mi fermerò. Pensi di farcela? Per qualsiasi cosa fammi un cenno».
In risposta Jack continuò a guardarlo, non lasciandosi sfuggire né un lamento, né un gesto, e l'Uomo Nero decise di prenderlo per un assenso: passandogli il braccio sinistro attorno alle spalle lo sollevò, raddrizzandogli la schiena e reggendogli il capo con la mano, quindi afferrò la coppa lignea dal comodino e gliela portò alle labbra. Notando che queste non si erano minimamente contratte fu sul punto di rinunciare e andare in cerca di un cucchiaio per imboccarlo, ma alla fine decise di fare almeno un tentativo, e fu con un'espressione di pura gioia che percepì il suo pomo d'adamo spostarsi per accompagnare il primo sorso deglutito; baciandogli la fronte per premiarlo lo incoraggiò, a proseguire, donandogli una coccola per ogni dito di medicina che riuscì a bere e seguitando a ripetergli quanto fosse fiero di lui e della sua forza, e quando il bicchiere fu completamente vuoto sussurrò: «Perfetto, Jack: hai bevuto tutto quanto. Che ne dici di tornare a dormire? Hai bisogno di qualcosa prima, per caso?».
Gemendo impercettibilmente il ragazzo si inarcò, contorcendosi fino a far cadere il lembo di asciugamano che gli copriva le spalle, e l'uomo, intuito che il tessuto lo infastidiva, s'affrettò ad allentarlo e calarlo per sfilarglielo; non appena gli scoprì il ventre, tuttavia, Frost vi posò sopra i palmi, emettendo un lamento quasi sibilante e rivolgendogli un'espressione interrogativa e, al contempo, preoccupata.
«Senti dolore, Jack?» azzardò Pitch; «Oppure sei preoccupato per il bambino? Non ti preoccupare, dovrebbe essere tutto a posto: non hai né ecchimosi, né ferite, e la pancia è tornata ad essere calda. Se ti fa sentire più tranquillo posso restare a vegliarti mentre riposi e controllare se diventa livida. Non temere, piccolo: mi prenderò cura di te e ti farò stare di nuovo bene».
Gli occhi del giovane si illuminarono di una nuova luce, così colmi di felicità e gratitudine da brillare, e un impercettibile accenno di sorriso comparve sulle sue labbra, piegandone leggermente gli angoli all'insù; intenerito dalla sua reazione l'Uomo Nero si chinò, depositando un delicato bacio sulla sua pancia gonfia per rassicurarlo ulteriormente, e quando avvertì la sua mano posarsi sulla propria nuca continuò, vezzeggiando con la bocca quella pelle tesa per cercare di metterlo il più possibile a proprio agio.
Quando lo sentì perfettamente rilassato e si preparò a raddrizzarsi per carezzargli i capelli e conciliargli il sonno, tuttavia, lo udì iniziare a balbettare: «T-ten... e... ere...».
Confuso da quel borbottio apparentemente senza senso l'uomo aggrottò la fronte e domandò: «Tenere? Hai detto "tenere", Jack?».
Jack tentennò, tremando un poco mentre gli indirizzava uno sguardo derelitto e che sembrava quasi implorare per il perdono, e improvvisamente Pitch realizzò ciò che l'altro aveva tentato di comunicargli.
«Vuoi... vuoi tenere il bambino? E' questo che stai cercando di dirmi?» chiese per sicurezza, le iridi già sgranate per lo stupore, e il ragazzo fece esattamente quello che lui si aspettava: si accoccolò contro di lui, come in cerca di conforto, e, seppur lentamente e in modo esitante, annuì.
Come sempre mi auguro che il capitolo vi sia piaciuto e vi ricordo che, per qualsiasi domanda o commento, io sono sempre disponibile ^^.
Il prossimo capitolo verrà pubblicato entro martedì 12 agosto! Per la cronaca dal 4 all'8 sarò in visita da una mia amica; mi porterò dietro il computer per necessità, quindi, se desiderate contattarmi, fatelo pure: risponderò senza ombra di dubbio, vi chiedo solo di avere pazienza nel caso dovessi impiegare più tempo del consueto ^^.
Piccolo inciso: l'impianto elettrico di casa mia non è isolato, il che significa che in caso di temporale non posso accendere nulla. Se mi vedrete mai tardare con le risposte o con le pubblicazioni in queste due settimane tenete in considerazione questo fattore. Giusto martedì, per esempio, ho perso l'intera giornata a causa di fulmini continui. C'est la vie .-. vi auguro una buona serata!
