11. Carnal Desires.
Hermione continuava a vedere, nella sua mente, le immagini che si sgretolavano davanti ai suoi occhi. Erano giorni e giorni che si esercitava nelle tecniche di Occlumanzia che il Professor Piton le aveva insegnato, ma non riusciva proprio a fare sua questa arte. Avevano deciso di optare per un diverso approccio alla normale tecnica occlumantica, che consisteva nel creare nella propria mente un muro contro le visite indesiderate nella propria testa, e concentrasi invece sulla creazione di diversi, e del tutto nuovi, ricordi. Ovviamente presentarsi al cospetto di Lord Voldemort con le barriere occlumantiche completamente sollevate sarebbe sospettoso perché il Mago Oscuro si chiederebbe immediatamente che cosa la sua vittima desidera nascondergli. Per questo motivo, non solo Hermione doveva esercitarsi sullo sgomberare completamente la sua mente da ricordi, pensieri ed emozioni, ma doveva riuscire a ricrearne dei nuovi che apparissero perfettamente reali.
E il problema era proprio quello. Hermione non ci riusciva.
Aveva capito come creare e personalizzare le nuove immagini, ma nonostante quello non ci riusciva e il film nella sua testa continuava a venir fuori sbiadito o poco realistico. Stava perdendo la pazienza, così come la fiducia, in se stessa, e Piton pure si stava spazientendo. Solo raramente l'uomo le aveva gridato in faccia o l'aveva derisa, e questo fece pensare a Hermione a quanto il clima in quella casa, e tra loro due, fosse differente da quello che si era sempre respirato nei sotterranei di Hogwarts.
"Vediamo." commentò guardandola attentamente dopo essere uscito dalla sua testa. "Conosci l'incantesimo per utilizzare la Legilimanzia?"
"Sì, Signore." rispose insicura riguardo a dove l'uomo volesse andare a parare. Conosceva l'incantesimo, l'aveva letto in un libro anni prima, ma naturalmente non l'aveva mai provato e la Legilimanzia e l'Occlumanzia non erano tra le arti che, sfortunatamente, venivano insegnate agli studenti di Hogwarts.
"Bene." annuì tirando fuori la sua bacchetta di legno scuro che, sino a quel momento, era rimasta agganciata alla parte posteriore della sua cintura. Hermione lo guardò a bocca aperta quando lo vide porgerle gentilmente la bacchetta, ed esitò un poco prima di impugnarla con mani tramanti. Non accadeva quasi mai che un Mago prestasse la propria bacchetta, e il fatto che un uomo così riservato come il suo Professore lo stesse facendo, la fecero rimanere stranita. Per di più erano quasi due settimane, o forse più, che Hermione non compiva una magia, e il potere che si risvegliò in lei non appena impugnò il bastoncino di legno, e la sensazione di oscurità che emanava, lanciarono una scarica di adrenalina che le attraversò tutto il corpo, da capo a piedi. Un secondo dopo la mano grande del suo Professore si trovava sulla sua, molto più piccola, che impugnava la bacchetta, a fermare e controllare i suoi movimenti. "Non pensavi di certo che te la lasciassi usare a tuo piacimento, vero Granger?"
"No, naturalmente no."
"Meglio così, perché se provi a fare qualcosa che non devi, te ne pentirai." la minacciò senza lasciare mai i suoi occhi. Certamente Hermione non aveva nemmeno pensato di provare la fuga o di duellare contro il suo Professore.
Insomma, non sono così stupida da sfidare un Mangiamorte!
"Non si preoccupi, non ne avevo alcuna intenzione." affermò sincera, scrollando le spalle, prima di continuare. "Cosa devo fare?"
"Ora ti mostrerò cosa succede nella mia mente quando qualcuno cerca di entrare. Succederà tutto a rallentatore in modo tale che tu possa afferrare tutti i dati, quindi presta attenzione perché non ho alcuna intenzione di ripetere l'esperienza." disse, e al cenno di assenso di Hermione, con una mano portò la punta della bacchetta alla sua tempia e avvicinò l'altra al capo della ragazza, avvicinandolo in modo tale che i loro visi fossero vicini e i loro sguardi incatenati. "Recita l'incantesimo." la istruì, e un attimo dopo Hermione si ritrovò in un posto sconosciuto.
Un mare di sabbia dorata. Delle dune.
Di fronte ai suoi occhi vi era semplicemente quello: sabbia. Infiniti granelli sottili, quasi impercettibili al tatto, di sabbia bollente. La distesa era immensa e fatta di una serie di piccole e grandi colline, alcune in ombra, altre illuminate dal sole caldo.
Questo dov'essere il suo muro… pensò Hermione osservando il paesaggio incantato davanti a sé.
"Concentrati, Granger!" sentì ringhiare la voce del suo Professore. Tra sé e sé mormoro una serie di scuse prima di tornare alla sua osservazione, ma non succedeva nulla.
Tutto era fermo.
E l'immagine rimase la stessa per lungo tempo. Solo per puro caso Hermione si rese conto, dopo un po' di tempo, che i granelli di sabbia stavano iniziando, pian piano, a volare via, come portati lontano da un leggero vento esotico. Man mano che la distesa di sabbia chiara scompariva da davanti ai suoi occhi, una nuova realtà si era già ricreata dietro la vecchia. Non ci volle molto prima che Hermione riuscisse a focalizzare la sua completa attenzione su di essa.
Di fronte a lei vi era il buio, ma in quella oscurità era possibile distinguere il perimetro di una stanza coperta di ombre a causa di una tenue luce proveniente da una candela appesa al muro. Un muro di pietra che alla giovane strega fece pensare immediatamente ad Hogwarts, ma non poteva essere certa che si trattasse proprio dell'antico castello. Il tutto rimase fermo per interminabili istanti, almeno fino a quando un pesante portone non si spalancò improvvisamente, colpendo la parete alle sue spalle. Quella scena chiaramente le ricordò il Professor Piton e le sue grandi entrate che avevano da sempre caratterizzato l'inizio delle sue lezioni, sia di Pozioni che di Difesa contro le Arti Oscure. Infatti, poco dopo, una imponente sagoma oscura e dal mantello svolazzante mosse due passi all'interno della stanza, ma non fece nemmeno in tempo a sollevare la bacchetta per illuminare la stanza che una grande luce si accese improvvisamente, rivelando la presenza di numerose altre persone. Il Preside Silente, la Professoressa McGranitt insieme al resto del corpo docente, una folla di studenti dalle divise verde-argento e il sesto anno di Grifondoro, compresa Hermione stessa, dondolavano allegri i loro corpi mentre intonavano a squarcia gola "Tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri Severus, tanti auguri a te!"
Per un momento le venne da ridere, vista l'assurdità della scena, ma quando il suo sguardo si posò sul viso sorridente del suo Professore, il cuore quasi le si fermò nel petto. Il Severus Piton della visione occlumantica stava sorridendo, stava sorridendo felice. I suoi occhi neri, più neri delle tenebre stesse, brillavano di emozione di fronte a quella inaspettata manifestazione di affetto da parte di quelle persone che mai gli avevano dimostrato un tale calore. Sicuramente gli studenti almeno, Hermione non aveva idea del rapporto che l'uomo avesse con i suoi colleghi, tolto il Professor Silente che chiaramente aveva a cuore il bene della sua giovane spia. Hermione non aveva la più pallida idea del perché l'uomo le avesse mostrato proprio quella visione ma, sapendo che mai una cosa del genere era o sarebbe capitata, la cosa la caricò di una tristezza immensa che in quel momento non sapeva spiegare. Poteva essere il suo umore così altalenante, gli eventi di quelle settimane, la solitudine che si sentiva addosso, attaccata alla pelle, o qualsiasi altra cosa a cui non riusciva a dare un nome, ma quando uscì dalla mente dell'uomo, lei aveva le lacrime agli occhi.
Lo guardava con le ciglia imperlate mentre un sorriso debole nasceva sulle sue labbra. Si sentiva in imbarazzo per la situazione che era del tutto assurda. Abbassò il capo di fronte alla sua stessa stupidità, cercando di soffocare una risata nervosa che nasceva nelle profondità del suo corpo, mentre il mago seduto accanto a lei la osservava senza sapere cosa dire. Severus Piton era senza parole, e solo poche volte nella sua vita gli era successo. Lentamente, e con esitazione, allungò un dito a sfiorare il mento della ragazza, invitandola a guardarlo negli occhi. Era capitato, nel corso degli anni, di vedere Hermione Granger piangere, così come era capitato di essere la causa stessa di quelle lacrime, ma mai come quella volta era rimasto sorpreso della reazione della ragazza. Non gli era mai importato nulla di lei, né di ciò che provava, ma da quando si era ritrovato ad essere forzato in quella particolare convivenza, tutto era cambiato.
Non gli interessava se la sua anima sarebbe stata dannata, ma Severus Piton si era seriamente affezionato alla piccola Hermione Granger.
"Guardami." mormorò tranquillamente. "Perché stai piangendo?" chiese non appena gli occhi nocciola della ragazza si intrecciarono con i suoi, troppo scuri e sempre apparentemente troppo freddi.
"Io...Mi dispiace, non volevo…" rispose tremante portando nuovamente lo sguardo sul terreno, prima che Severus la invitasse nuovamente a riportarli in alto.
"Perché stai piangendo?" ripeté nuovamente.
"Io…Non lo so sinceramente…"
"Non ti ho mostrato quella precisa visione perché desideravo farti piangere." commentò scuotendo piano la testa e abbozzando un mezzo sorriso che, sfortunatamente, uscì più come un ghigno che come un vero sorriso.
Non era mai stato bravo a sorridere. Non aveva mai avuto l'occasione di esercitarsi come si deve.
"Sì, lo so ma…" disse, prima di interrompersi e prendere la mano che afferrava gentilmente il mento e portarla in mezzo ai loro corpi vicini. La conversazione andò avanti e loro nemmeno si accorsero delle loro mani unite in una leggera ma importante stretta. "Quand'è il suo compleanno, Professor Piton?" chiese al suo Professore con grandi occhi lucidi e carichi di speranza.
Non capitava spesso che i due parlassero di questioni personali ed Hermione desiderava fortemente avere una visione un po' più approfondita dell'uomo misterioso davanti a sé. Aveva raggiunto quel punto in cui non le bastava più stargli vicino, sentiva il bisogno di conoscerlo e capirlo. Voleva capire da dove provenisse quel suo carattere così particolare che terrorizzava non solo gli studenti ma anche gli adulti, ma che inaspettatamente portava un senso di protezione e affetto dritto dentro di lei. Severus Piton non terrorizzava le persone perché era un Mangiamorte, almeno non solo per quello, ma soprattutto per il modo in cui si proponeva nei loro confronti. Non era una persona gentile, né simpatica o paziente, ma con Hermione sembrava quasi una persona diversa.
E di questo entrambi ne erano al corrente.
"Perché lo vuoi sapere?" le domandò osservandola attentamente in cerca di qualche minimo movimento che potesse identificare un secondo fine a quella domanda. Era sempre stato una persona sospettosa e vigile, e proprio grazie a quelle sue caratteristiche si ritrovava a camminare ancora sulla terra dei vivi. Sapeva che non sarebbe riuscito a sopravvivere quella guerra, era stato sin troppo fortunato ad arrivare dov'era, ma aveva un compito da portare a terminare e delle persone da proteggere prima che potesse, finalmente, permettersi di riposare.
Riposare per sempre.
"Non le organizzerò una festa a sorpresa, promesso!" esclamò ridacchiando, improvvisamente sollevata da quella tristezza che si era impadronita di lei solo poco prima, mentre disegnava leggeri disegni, con il pollice, sulla mano dell'uomo.
"Umpff." ghignò ruotando il viso da una lato in segno di sdegno, solo per nascondere il leggero sorriso che si stava facendo strada sulle sue labbra. Non ne conosceva il motivo, ma quella ragazza era riuscita, con la sua luminosità, a risvegliare quella parte di lui che sembrava essersi addormentata molti anni prima. Nemmeno la sua bellissima Lily era mai riuscita a farlo stare bene, e allora era solamente un bambino, con tanti problemi certamente, ma sicuramente con preoccupazioni più leggere di quelle che l'adulto Severus aveva per la testa da quando aveva iniziato a lavorare per Albus Silente. Se il breve periodo in cui era stato amico di Lily era riuscito a smussare un po' gli angoli della sua difficile vita, ciò che seguì la fine della loro amicizia, e la successiva morte della rossa, non fu altro che puro Inferno per lui.
Ora più che mai. Ma alla fine, non è questo che mi merito? si domandò tra sé e sé mentre osservava la giovane strega dai capelli cespugliosi che gli sorrideva apertamente senza alcuna traccia di sdegno o paura, nonostante tutto ciò che le avesse fatto nel corso degli anni, e soprattutto negli ultimi giorni. Il suo comportamento la notte della rappresentazione era stato assolutamente disgustoso, pure lui lo ammetteva, e ancor più il suo piccolo show la mattina dopo quando l'aveva fisicamente aggredita. Sapeva di doverci andare piano con Hermione, alcune volte persino ci riusciva, ma altre volte non riusciva a tenere sotto controllo quella parte di lui che non poteva essere descritta in altro modo se non crudele e sadica.
E lui odiava perdere il controllo.
"Allora, me lo dice? Il mio è vicino, è il 19 Settembre."
"Il 9 Gennaio." rispose alla fine, passandosi la mano libera tra i lisci capelli neri che stavano iniziando a crescere troppo, non che gli importasse veramente quale fosse il suo aspetto, e che presto avrebbero sicuramente avuto bisogno di un taglio. "Ancora però non capisco perché ti interessi…"
"Perché non so nulla di lei…" mormorò abbassando il viso per coprire il leggero rossore che le stava imporporando le guance. Hermione sapeva che era sbagliato pensarci, ma veramente non riusciva a mettere da parte la convinzione che le cose fossero decisamente cambiate tra lei e il suo Professore. C'era sempre quel formicolio, fin troppo fastidioso e fin troppo sospetto, che si impossessava di lei ogni qualvolta si trovava troppo vicino a lui.
Non va bene, Hermione. Non va per niente bene.
"Sai fin troppo di me." mormorò l'uomo voltando il capo da un lato, per niente a suo agio con la situazione che si era creata in quel momento.
Era vero che la ragazza sapeva tanto, e forse fin troppo di lui, ma non era totalmente sicuro che la cosa lo infastidisse. E forse era proprio quello il problema. Aveva vissuto quasi tutta la sua vita relativamente solo con se stesso, con i suoi pensieri e le sue emozioni. Non aveva mai condiviso la sua casa con un essere umano, se non si contavano i suoi genitori, che erano morti da anni e con cui non aveva comunque mai avuto un gran rapporto, e Codaliscia che Severus non considerava nemmeno degno del titolo di 'essere umano'. Nessuno sapeva veramente cosa passasse per la testa di Severus Piton e solo una persona, in quel momento, conosceva davvero bene cosa fosse stata la sua vita. Amava Lily, probabilmente l'amava ancora, per quanto quell'amore fosse difficile, platonico e assurdo, ma le aveva sempre tenuto nascosto tante di quelle cose che neppure lui stesso sapeva più cosa gli avesse detto e cosa no. Era morto anche Albus, ancora una volta per mano sua, che aveva sempre cercato di aiutarlo e lo aveva preso sotto la sua ala protettrice e l'aveva sempre considerato suo figlio. Le era rimasta solo Charlotte, che lo conosceva meglio della sua vagina e che lui amava con tutto se stesso, se non in un modo che riusciva propriamente ad identificare. Ciò che condivideva con Charlotte era qualcosa di profondo e speciale che non sarebbe riuscito a replicare nemmeno ci avesse provato con tutte le sue forze, nemmeno se esistesse uno stampino che potesse ricreare i rapporti umani. Amava Charlotte per quello che le regalava, che era molto più di un bel corpo e di una più che appagante scopata, e per la semplicità del modo con cui riusciva ad aprirsi con lei.
Quella stessa facilità con cui riusciva a mostrare se stesso, per quello che realmente era, a Hermione Granger che era solo una sua studentessa, per di più di soli 17 anni, che aveva sempre detestato e considerato nulla di più di una fastidiosa e insopportabile So-Tutto.
"Bene, mi dica cosa so che non dovrei sapere allora." gli chiese unendo le sue dita con quelle fini e magre dell'uomo seduto accanto a lei che, lo poteva vedere chiaramente, stava cercando nella sua mente un modo per uscire da quella conversazione che lo stava iniziando a rendere nervoso.
"Ritorniamo a parlare di Occlumanzia, è meglio." annunciò il Professore ritornando ad utilizzare quel solito tono di voce duro e distaccato che aveva sempre caratterizzato le sue lezioni, mentre si alzava per mettere un po' di distanza tra lui e la giovane strega.
Entrambi sentirono immediatamente la mancanza del contatto dell'altro.
"E' meglio." commentò Hermione guardandolo con quello sguardo che diceva "Per ora lascio stare, ma il discorso non è chiuso.".
"Ora concentrati." le disse ancora una volta, quella sera, prima di sedersi nuovamente sul divano e rientrare nella sua testa senza alcun avviso. Le immagini fluivano nuovamente nella sua mente e, concentrandosi attentamente e respirando piano, cercò di calmarsi e di rilassarsi.
Cosa praticamente impossibile, ed era colpa sua tanto quanto di Piton.
Si trovava in un buio soggiorno, illuminato solo da qualche luce qua e là, seduta sul divano accanto al Capo dei Serpeverde, Mangiamorte e assassino del Preside Silente, nonché suo stupratore e padrone, ed Hermione si sentiva quasi come a casa sua. Si trovava bene lì, insieme al Professor Piton, e quello era un problema. Il clima era teso tra loro a causa di ciò che era successo al Malfoy Manor durante e dopo la rappresentazione, ma entrambi erano riusciti a comportarsi, bene o male, come se nulla fosse cambiato. Le cose però erano cambiate eccome e Hermione si sentiva stupida, a disagio, infastidita, preoccupata e in colpa, e tutto questo per una serie di motivi diversi. Per generalizzare, Hermione si sentiva strana. Aveva pensato a lungo a ciò che era successo ma ancora non era riuscita a trovare una spiegazione razionale a tutto ciò che le stava passando per la testa, e per il corpo, in quei giorni. Erano passati tre giorni e continuava a pensarci.
Non voleva pensare a cosa sarebbe successo dopo pochi giorni quando sarebbero nuovamente dovuti andare al Manor per un'altra rappresentazione.
La notte era il momento peggiore. Piton si era rifiutato di prepararle ancora la pozione per dormire e lei da una parte lo capiva perché quel preparato davvero creava dipendenza, ma dall'altra non poteva evitare di passare le notti insonne, con gli occhi sbarrati, piegata dalla paura di addormentarsi e rivivere ciò che era successo quella notte. La prima notte senza pozione si era appisolata e risvegliata strillando e contorcendosi tra le lenzuola in un bagno di sudore, prima che il Professore riuscisse a raggiungerla, dal suo giaciglio giù in soggiorno, e a cullarla sino a quando la paura non diminuì. Per quel motivo non poteva fare altro che passare quelle ore a rimuginare sugli ultimi avvenimenti della sua vita e riflettere sulla sua condizione. C'erano delle cose che aveva capito, e capito bene, ma altre ancora non riusciva a spiegarsi.
Le mancava da morire la sua famiglia e aveva scritto loro più di quindici lettere, nell'attesa che il Professore andasse da loro, in qualunque luogo sconosciuto e perduto si trovassero, a consegnargliele. Sapeva che prima dell'arrivo di Codaliscia a Spinner's End, il Professor Piton avrebbe dovuto riportare il suo Grattastinchi dai suoi genitori, quindi si era messa a scrivere e aveva talmente tante cose da dire che una sola lettera non era bastata. Aveva scritto anche a Harry e Ron chiedendo loro scusa per averli dovuti lasciare da soli, ma anche quella lettera rimaneva chiusa nel cassetto del comodino, in attesa che l'uomo andasse a recapitargliela insieme ad un nuovo Horcrux. Sì, il Professor Piton era alla ricerca dei vari pezzi dell'anima del suo Signore, ma non aveva voluto ancora dirle di più ed Hermione, capendo il perché della sua scelta, aveva deciso di non forzarlo. Ciò non toglieva il fatto che aveva il disperato bisogno di sapere dove i due suoi amici si trovassero, e se stavano bene. L'uomo le aveva assicurato che le due "teste di legno", come li aveva chiamati lui, erano sani e salvi e che lei non si sarebbe dovuta preoccupare né per l'uno né per l'altro, a meno che non temesse che il "suo fidanzato" la tradisse con il famoso "ragazzo-soppravvissuto-per-pura-fortuna". Hermione era scoppiata a ridere, ma dentro di sé quel commento le aveva fatto male.
Amava Ron, ma non come avrebbe voluto.
E quel pensiero non poteva far altro che farle venire in mente il Professor Piton. Non era sicura se fosse l'uomo stesso a confonderla, o se fossero semplicemente la sua testa e il suo corpo. Fatto sta che Hermione non riusciva a spiegarsi che cosa le stesse succedendo e cosa fossero quei pensieri e quelle emozioni che l'avevano assalita sin dal giorno della rappresentazione al Manor. Ciò che provava quando pensava al mago, o quando gli stava vicino, era come il leggero sfiorare di una piuma sulla sua pelle. Le faceva il solletico, le dava i brividi, ma allo stesso tempo la rilassava ed era come se un mantello leggero, morbido e setoso, la avvolgesse completamente.
Poteva ancora sentire sulla sua pelle i fremiti che avevano scosso il suo corpo in quei minuti in cui le dita dell'uomo erano state su di lei. Il calore dei loro corpi uno contro l'altro e separati da solo pochi strati di tessuto, il tocco bollente delle due mani leggermente callose, il suo respiro pesante e inframmezzato da sospiri, così come quella voce setosa che le dava i brividi quando pronunciava sottovoce "Granger". Se chiudeva gli occhi vedeva tutto nei minimi particolari, compresa quell'unica gocciolina di sudore che imperlava il suo sopracciglio sinistro mentre la portava all'orgasmo.
Hermione non era stata l'unica ad eccitarsi quella sera, lo sapeva.
Il respiro le si bloccò in gola quando si rese conto che i ricordi di quella serata, così come tutte le emozioni correlate, erano affiorate nella superficie della sua mente mostrandosi in tutta la loro chiarezza non solo a lei, ma anche al suo Professore che, in quel momento, stava utilizzando la Legilimanzia su di lei.
Un secondo dopo Severus Piton era di fronte a lei, gli occhi scuri ma brillanti come l'ossidiana e il respiro caldo e pesante che usciva a tratti dal naso.
Merda! Che vergogna, ha visto tutto! strillò Hermione, con gli occhi sgranati, prima di voltarsi imbarazzata e distogliere lo sguardo. Le sue mani tremanti erano strette in due pugni, si muovevano agitate sul suo grembo mentre la sua mente pensava freneticamente a cosa avrebbe potuto dire a quell'uomo che ancora non aveva proferito parola.
Hermione aveva il terrore di incontrare il suo sguardo.
In passato quegli occhi avevano sempre rivelato odio e derisione nei suoi confronti e l'avevano portata, una infinità di volte, a piangere fino a quando i suoi occhi non fossero diventati dolorosamente aridi. Non voleva rivedere quello sguardo, non in quel momento che aveva capito di tenere in qualche modo a quell'uomo esternamente duro come una roccia e internamente buono e morbido come un pezzo di pane appena sfornato.
Ci teneva a Severus Piton. Ci teneva talmente tanto da aver superato quella paura che l'aveva accompagnata sin da quando era solo una del primo anno, tanto da farla sentire al sicuro e protetta in ogni momento, tanto da riuscire ad addormentarsi tra le sue braccia mentre lui la cullava e scacciava via gli incubi. Tanto da sperare, ogni volta che le stava accanto, in un contatto, anche solo da breve, da parte di quell'uomo che, Hermione lo sapeva, aveva iniziato a tenere un minimo a lei.
"Granger," si decise poi a parlare, la voce un leggero graffio nell'aria. "ciò che è successo è stato assolutamente sbagliato da parte mia quindi è bene che tu-"
"Il problema è che mi è piaciuto. Mi è piaciuto anche troppo." ammise Hermione improvvisamente, sperando che il mago non se la prendesse per essere stato interrotto. Sollevando gli occhi dal suo grembo, dove due pugni stretti continuavano a tremare incontrollati, rimase stupefatta dallo sguardo, fin troppo limpido, del suo Professore.
Desiderio…
Non poteva crederci che quel sentimento riflesso nei suoi occhi era stato generato dalle sue parole. Era sicura che se fosse riuscita a vedere il Professor Piton e Charlotte fare sesso, il desiderio e la passione li avrebbe sicuramente visti lì, ma in quel momento, con lei, era possibile che quegli occhi sempre così vuoti e misteriosi bramassero proprio lei? Era stata gelosa del rapporto tra il suo Professore e la bella prostituta, ci aveva rimuginato sopra per giorni, e poi alla fine lo aveva capito che semplicemente era infastidita dal fatto che le avesse donato piacere per poi andare a cercare il proprio presso un'altra donna, come se lei non fosse abbastanza per lui. Si era sentita tagliata fuori, non accettata, e l'ultima cosa che voleva in quel momento era sentirsi non accettata dall'unico contatto umano che possedeva.
Spinta dallo sguardo acceso del mago e dal suo proprio desiderio, Hermione si sedette sulle ginocchia e si avvicinò a lui, allungando la mano fino a quando le sue dita non riuscirono a attorcigliarsi intorno ai lunghi capelli neri dell'uomo. Con lentezza e delicatezza, cercando in ogni modo di non farlo spaventare vista la sua reazione tutte le altre volte che lo aveva anche solo sfiorato, gli spostò le setose ciocche dal viso magro e spigoloso, rivelando parzialmente il collo pallido e slanciato. Era morbido quel lembo di pelle sotto le sue labbra, attraversato da leggeri tremori che, Hermione sorrise, li stava causando proprio lei stessa. Gli baciò piano il collo dall'aroma al sandalo e cannella, un semplice e leggero sfiorare di pelle contro pelle, mentre le sue piccole dita accarezzavano l'altro lato del suo viso, solo leggermente ruvido dalla ricrescita di quella giornata. Hermione sapeva che non c'era giorno in cui il Professor Piton non si rasasse, ma nonostante quello la peluria continuava a crescere e ricrescere ogni giorno. Le piaceva accarezzare il suo viso, sentire le piccole ossa sotto i polpastrelli così come la ricrescita che le pizzicava la pelle, e in quel momento capì che le piaceva anche baciarlo. Sfiorava quella pelle pallida con le labbra e con la punta del piccolo naso, cercando di portare con sé ogni traccia di quella magnifica essenza. Hermione avrebbe voluto sfiorare e assaporare ogni piccolo anfratto di quel corpo, con l'intera bocca – le labbra, i denti, la lingua.
Severus Piton non era l'unico ad essere scosso dai brividi.
Poco dopo le grandi mani dell'uomo le afferrarono forte i fianchi, spostandola all'indietro fin quando la sua schiena non colpì la seduta del divano. Si sdraiò sopra di lei, insinuando il proprio bacino tra le morbide cosce della ragazza e iniziando anche lui a baciarle il collo magro, mentre Hermione continuava il suo assalto a quello di Severus. Non si era aspettata che l'uomo reagisse in quel modo alle sue avances, aveva pensato che si sarebbe allontanato immediatamente, nonostante quel fuoco che era palese stesse avvampando dentro di lui. Fu sicuramente una piacevole sorpresa, che fece nascere ancora una volta quello strano formicolio caldo dentro di lei, quando Piton iniziò a massaggiare piano, ma esercitando una forte pressione, i suoi fianchi, sollevando man mano la leggera stoffa della sua camicia da notte che non nascondeva altro che un paio di mutandine di cotone celeste. Spostò le sue mani ad accarezzare la schiena coperta dalla camicia bianca mentre il Professore spingeva ripetutamente il proprio bacino contro il suo, facendo incontrare ancora una volta i loro sessi coperti. L'intensità e la passione di quelle spinte lanciavano scariche di energia contro i loro corpi, aumentando la già dolorosa erezione del Professore e indurendo i capezzoli turgidi di Hermione.
Gemettero insieme quando una particolare scarica colpì direttamente i loro nervi più sensibili.
Un attimo dopo Severus Piton era in piedi, le mani tra i capelli e lo sguardo disperato, mentre si guardava intorno spaesato, come per decidere cosa fare.
"No!" esclamò Hermione frustrata non appena l'uomo si allontanò da lei e la mancanza di quel corpo maschile pressato contro il suo si fece sentire immediatamente, in un modo che quasi la spaventò. Sembrò quasi avesse dimenticato tutto ciò che era stato un tempo il loro rapporto, in favore di ciò che provava in quel momento e non riusciva proprio a scacciare via dalla sua mente.
Desiderava Severus Piton. Lo desiderava veramente.
Non appena quel grido strozzato lasciò le sue labbra, il Professore si voltò verso di lei guardandola con uno sguardo carico di orrore e senso di colpa, prima di correre su per le scale facendo i grandini a quattro a quattro. Un attimo dopo una porta sbatté sonoramente nel silenzio di Spinner's End.
Hermione non poté sentire l'ira dell'uomo, nascosto in quella piccola stanza sempre chiusa al primo piano, che colpiva senza sosta il muro con i suoi pugni, fratturandosi le sottili dita e procurandosi ferite sanguinanti e lividi violacei. Non poté sentire le sue grida di disperazione così come le maledizioni verbali che si infliggeva senza preoccuparsi di quali sarebbero state le conseguenze.
Si odiava, si odiava come non succedeva da anni.
Si odiava perché si sentiva uno stupido e imbecille egoista, così come un debole e malato vecchio pervertito, che non sapeva tenere sotto controllo i suoi impulsi bestiali e che non poteva prendersela con nessun altro se non con se stesso per quel turbinio di mille emozioni che sentiva dentro di sé ogni qualvolta si trovava vicino ad Hermione Granger.
Si odiava per quel desiderio carnale che plagiava il suo corpo giorno e notte e che non riusciva a controllare e che lo rendeva, ancora una volta, debole e insoddisfatto per qualcosa che avrebbe potuto avere.
Si odiava per essere, in fondo, solo un insensibile egoista che desiderava passare la notte a divorare con la sua bocca il morbido sesso della ragazza e spingere senza sosta nel suo piccolo e fragile corpo fino a quando le lacrime non avessero sfondato gli argini dei suoi occhi color nocciola e lei non avesse gridato, in preda all'ennesimo distruttivo orgasmo, quanto amasse fare l'amore con lui.
Aveva bisogno di allontanarsi da lei per un po'.
Aveva bisogno di calmarsi altrimenti l'avrebbe finita per soccombere ai suoi impulsi e prenderla, un'altra volta, contro la sua volontà. E quella era l'ultima cosa che Severus voleva in quel momento. Rimettendosi velocemente apposto le mani fratturate con un piccolo incantesimo, afferrò il suo mantello e si diresse verso il piano terra. Cercò di non guardare il viso rigato dalle lacrime della Granger, né il suo corpo che tremava incontrollatamente. Cercò di non ascoltare le sue grida che gli chiedevano supplichevoli di non andarsene, di rimanere lì insieme a lei e di non lasciarla da sola. Quelle stesse grida che le chiedevano di non andare a scoparsi Charlotte mentre lei era lì a piangere.
Ma era proprio da Charlotte che doveva andare. Aveva bisogno di parlare con lei.
Senza guardare indietro, perché se lo avesse fatto non sarebbe più riuscito a muoversi, si smaterializzò velocemente a Nocturne Alley. Non fece in tempo ad appoggiare i piedi sul terreno che un forte dolore si impossessò del suo corpo.
Un attimo dopo tutto diventò nero.
