Capitolo 12
Joan guardò Auggie con affetto. Sapeva cosa stesse provando in quel momento: le emozioni così forti e contrastanti che hai nel cuore, quando sai che la persona che ami è ancora viva, possono sopraffarti. Sì, Joan sapeva, perché aveva provato le stesse paure e lo stesso sollievo quando Arthur era stato preso di mira dagli scagnozzi di Henry Wilcox ed era sopravvissuto. Gli si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla.
"È viva, Joan. Annie è viva." disse Auggie con la voce carica d'emozione.
"Sì, Auggie. Ed è già molto, non credi?"
Egli annuì. In quel momento un pensiero gli attraversò la mente.
"Non ci pensare nemmeno, Auggie." gli disse Joan abbassando il tono di voce, come se avesse potuto leggere quel pensiero.
"Joan…"
"Assolutamente no. So cosa stai pensando. Toglitelo dalla testa, non ti mando in Africa. Soprattutto ora che non abbiamo ancora notizie certe."
"Joan, io DEVO sapere." disse Auggie con la voce rotta.
"So come ti senti, credimi. Ho provato la stessa ansia, la stessa paura e lo stesso sollievo quando Arthur era in pericolo ed è sopravvissuto. Ma non posso permetterti di mettere in pericolo la tua vita."
Joan si voltò verso gli agenti del DPD e della sua Task Force che erano ancora nella sala in attesa di ordini "Questo è tutto per il momento, signori. Ci aggiorniamo domattina."
Uscirono tutti, tranne Barber al quale Joan aveva fatto cenno di aspettare.
"È perché sono cieco, vero?"
"August Anderson, sai benissimo che ho la massima stima di te e piena fiducia nelle tue capacità." disse Joan in tono perentorio, poi abbassò ulteriormente la voce in modo che solo lui potesse sentirla "E sì, la tua cecità nel deserto può esserti fatale. È uno spazio infinito Auggie, non avresti alcun punto di riferimento sonoro che possa aiutarti. In spazi aperti così grandi non troveresti nulla per orientarti. Voglio saperti al sicuro, Auggie, non sopporterei di saperti in pericolo per una mia leggerezza. Non puoi chiedermi di mettere a rischio la vita di altri operativi per un tuo desiderio. E poi ho ordini precisi a riguardo."
Auggie annuì, in fondo capiva la sua preoccupazione.
"E ora, Auggie, se vuoi scusarmi, devo coordinare gli uomini per dare tutto l'aiuto a Calder affinchè riporti a casa Annie sana e salva."
"Joan… non tagliarmi fuori." la implorò
"Sai, conosco un eccellente operativo tecnico che potrebbe aiutarmi tenendo i contatti con la squadra di Calder. Credi che accetterà?" gli chiese. Auggie colse il suo sorriso nella voce e le sorrise a sua volta.
"Sì, credo di sì Joan. Accetterà di sicuro."
"Bene signor Anderson. Mettiamoci al lavoro."
Joan, Auggie ed Eric tornarono nei loro uffici: ora avevano notizie certe sulle quali lavorare.
Era passata poco più di un' ora dall'incontro al DPD quando Hollman girò a Barber una mail ricevuta da Mike Donavan.
Jack Drummond ha avuto alcune notizie sulla donna berbera, oggi pomeriggio.
Sembra accertato che non appartenga alla tribù berbera con la quale viaggia. È stata trovata in fini di vita da una bambina della tribù in una carovana attaccata dai guerriglieri, ma non sappiamo dove. I berberi la chiamano Jedjiga.
Al momento non c'è altro.
M.D.
Quando Eric lesse la mail, il suo sguardo si fermò sul nome della donna. Era qualcosa di familiare, ma non ricordava dove poteva aver già visto quella parola.
Nel frattempo Auggie ricevette via mail da Hollman una nuova trascrizione di un'intercettazione. Aprì il file ma era in Tamazight, la lingua parlata dai Berberi. Chiamò uno degli interpreti dell'Agenzia perché traducesse la trascrizione e aspettò pazientemente con Eric davanti al distributore del caffè.
"Signor Anderson?"
"Sì."
"Buongiorno, sono Maya Foster, l'interprete che ha richiesto."
"Ben arrivata." rispose Auggie "Venga le faccio strada."
Auggie prese il suo caffè e accompagnò la ragazza verso il suo ufficio; passarono davanti alla scrivania di Eric dove sul monitor del suo PC era ancora aperto il testo dell'email.
"Oh, che bel nome." esclamò Maya. La ragazza si accorse che i due uomini, ognuno a modo loro, la stavano osservando e arrossì leggermente.
"Chiedo scusa, involontariamente ho letto il nome scritto in quella mail." disse indicando il monitor del PC di Barber. "Sono talmente abituata a leggere in Tamazight e Tamashek che ne riconosco subito le parole. Il Tamazight è la lingua berbera" spiegò Maya vedendo la sguardo interrogativo di Barber "mentre il Tamashek è la lingua Tuareg. In realtà potremmo quasi definirlo un dialetto del Tamazight"
"Hai detto che è un bel nome, posso chiederti perché?" domandò Barber.
"In lingua berbera Jedjiga significa fiore. È una cosa comune in molte lingue dare il nome dei fiori alle persone."
Un pensiero attraversò la mente di Auggie.
"Barber, mi leggi la mail per favore?"
Eric la lesse.
"A che donna si riferisce?" chiese Auggie
"Penso proprio che parli di Annie. Si riferisce alla donna della foto che ci hanno inviato stamattina."
Nella testa di Auggie cominciarono a prendere forma alcune ipotesi.
"Se Annie si fa chiamare Jedjiga e se jedjiga significa fiore…" Auggie afferrò il braccio dell'amico "Ricordi le intercettazioni? In molte di esse si parla di fiori. Credo che si riferiscano ad un fiore in particolare…"
"Annie." concluse Eric.
"Sì, Annie." Auggie aveva uno strano presentimento. "Venga Maya, ho assolutamente bisogno che mi traduca l'ultima intercettazione che ho ricevuto. Potrebbe contenere informazioni importanti."
Entrarono nell'ufficio di Auggie e la ragazza si sedette al computer, ascoltò un paio di volte il file audio e poi tradusse.
"Il tempo è propizio alle escursioni. Il sole accompagnerà il nostro viaggio. Abbiamo già i bagagli pronti. Il carico è stato spedito. Porteremo un fiore in dono ai nostri ospiti."
"Non c'è altro?" chiese Auggie
"No, è tutto qui." rispose Maya.
"Cosa può voler dire, Auggie?"
"Non lo so. Sicuramente niente di buono, almeno per Annie."
"Potrei sentire le altre intercettazioni?" chiese Maya "A volte una parola può avere più significati e se tradotta nel modo meno appropriato, può cambiare il senso a tutto un discorso."
"Conosci così bene il berbero?" chiese Eric incuriosito.
"Sì, la mia bisnonna materna apparteneva ad una tribù berbera nigeriana. Sposò un americano durante la seconda guerra mondiale e si trasferì qui negli Stati Uniti. Molte tribù berbere sono matriarcali quindi sono le donne a trasmettere oralmente le tradizioni e la cultura della tribù, nonché la lingua. Così la bisnonna la insegnò alla nonna che a sua volta la insegnò a mia madre e a me. Io e la mamma parliamo il Tamashek in casa, soprattutto da quando è morto mio padre."
"Mi spiace." disse Eric. Maya gli sorrise.
"Se è possibile vorrei le intercettazioni in originale." Auggie annuì, aprì i files dall'archivio del suo hard drive e li fece ascoltare alla ragazza.
"Sono parecchi file." osservò Maya "Mi ci vorrà un po' di tempo. Avete una scrivania libera?"
"Puoi usare la mia." offrì Barber.
Auggie si voltò verso l'amico e gli sorrise compiaciuto: evidentemente Maya era una bella ragazza.
"Mentre voi lavorate sulle intercettazioni, io parlerò con Joan. Dobbiamo informarla di quello che abbiamo saputo."
Lasciò i due al lavoro e si diresse all'ufficio di Joan
"Auggie, stavo per venire da te."
"Ci sono novità?"
"Credo di sì. Ma se sei qui, ne hai anche tu."
"Ho chiesto un'interprete per l'ultima intercettazione rilevata. Credo che Annie potrebbe essere usata come merce di scambio per qualcosa."
"Ne sei sicuro?"
"No è solo una sensazione. Maya ha voluto riascoltare tutte le registrazioni; conosce molto bene il berbero e forse potrebbe migliorare le traduzioni che abbiamo."
"Non appena Calder si riunirà ai suoi uomini, si metterà in contatto con noi. Abbiamo ricevuto un Intel dal DGSE, i servizi segreti Francesi, in cui dicono che le loro forze armate si stanno organizzando per condurre un'operazione militare su vasta scala nel Nord del Mali entro la fine del mese." Joan guardò Auggie e vide sul suo volto tutta l'ansia che egli stava provando "Dobbiamo muoverci in fretta ma con cautela, Auggie. Ci sono in gioco cose più grandi di noi. Non possiamo intervenire in un paese straniero senza l'appoggio del governo locale né del nostro."
"Già." aggiunse Auggie "E questa è un'operazione fantasma, vero?"
"Non completamente." confessò Joan
"Cosa intendi?"
"Prima che ti chiamassi in Indonesia, Calder era stato incaricato dai piani alti di indagare sull'attentato al convoglio di McQuaid poiché erano coinvolti dei cittadini americani. Quando ha saputo che la scorta era organizzata da Ryan ha voluto coinvolgermi nell'operazione, bypassando gli ordini ricevuti. I capi di Langley non l'hanno presa bene."
"Immagino." rise Auggie
"Mi hanno affidato il DPD su suggerimento di Calder, purché non mandassi nessuno dei miei uomini sul campo. Però posso sfruttarne le capacità per portare a termine l'operazione con successo."
"Già." Auggie toccò il suo orologio, erano le 6:30 di sera, questo significava che in Mali erano le 10:30.
Anche Joan guardò l'ora "Vai a casa Auggie, riposati. Se non ci sono intoppi Calder raggiungerà i suoi uomini a Taoudenni alle 12 ora locale. Questo significa che prima delle 8 di domani mattina non avremo alcun contatto con lui."
"Dovresti riposare anche tu, hai la voce stanca."
"Sì." confermò Joan "Andrò a casa anch'io. Arthur ha portato McKenzie dai nonni e torneranno per le 8. Andiamo, ti do un passaggio."
Uscirono dall'ufficio e si diressero agli ascensori. Sentivano le voci di Eric e Maya: stavano ancora lavorando alle intercettazioni. Joan guardò i due ragazzi: erano talmente presi dal lavoro che non si accorsero di loro
"Eric." chiamò Joan "Noi andiamo a casa. Se avete bisogno non esitate a chiamarmi."
"A chiamarci." corresse Auggie.
Aggie e Joan si diressero al parcheggio, salirono in auto e lasciarono Langley. Il viaggio fu piuttosto silenzioso. Joan guardò il suo amico: sembrava dimagrito in queste ultime settimane e sul suo volto poteva vedere tutta la tensione accumulata.
"Auggie…"
"Sto bene Joan, smettila di preoccuparti."
"Non posso farne a meno. Sei dimagrito e hai gli occhi lividi, segno che mangi poco e che dormi male."
"Starò bene, tra un po'. Riportiamola a casa e starò bene." egli sospirò e si appoggiò allo schienale del sedile.
"Non sappiamo niente di lei, di questi due anni."
"Sì, ci ho pensato, ma non m'importa ora. Ciò che voglio è saperla a casa, al sicuro. Poi ogni cosa potrà essere sistemata."
Joan fermò l'auto vicino al condominio di Auggie.
"Lei potrebbe non amarti come la ami tu. Lo sai, vero?" disse Joan improvvisamente.
Auggie sospirò profondamente, annuì e scese dall'auto "Grazie del passaggio."
In quel momento i loro cellulari squillarono. Auggie risalì in auto e tornarono a Langley.
