Di rosmarino e cannella…

Il fango proprio non l'aveva mai sopportato e Parigi diventava una specie di acquitrino quando pioveva per giorni e giorni.

Adesso poi lo sopportava ancor meno di prima, ora che gli pareva di essere quasi una libellula che si librava nell'aria, saltellando di qua e di là, per schivare le pozzanghere ricolme di malta grigia ed evitare così di imbrattare quelle scarpe nuove, lucide, calde…

Proprio non ci sarebbe riuscito.

Certo, Mòse si sarebbe aspettato di indossare altro genere di vestiti.

Ma la capacità di mimetizzarsi ormai era proverbiale.

Gli serviva essere così…

Per sopravvivere in quella città così sorprendentemente affascinante e limpida nei giorni di primavera ed avvolgente e calda nei tramonti d'estate eppure al tempo stesso terribilmente crudele quando lo sguardo si volgeva a straducole di cui non si riusciva a scorgere il fondo, colme degli strani odori di chissà quali animali bolliti alla meno peggio insieme ad ossa scorticate fino a che non ne restava nulla…

Quasi mozzavano il respiro.

Per sgusciare lontano dai tranelli che si nascondevano dietro porte pitturate di fresco, anonime si sarebbe detto da un occhio inesperto, ma ben conosciute e dalle quali Mòse si teneva alla larga.

Adesso ancor più di prima.

Adesso che aveva incontrato quella persona così bella e strana e sorprendente, capace di avvolgerlo con uno sguardo silenzioso e di gettarlo nella disperazione più cupa subito dopo, attraverso poche parole, taglienti e forse altrettanto disperate.

Le mani in tasca a girare e rigirare un altro prezioso foglietto che gli era stato detto, proprio da quella persona, di consegnare a quel soldato alto, moro, dallo sguardo furbo e severo al tempo stesso che si era piazzato con i suoi compari, per uno strano gioco del destino, proprio nella stanza che in origine era destinata al loro comandante.

Quello, per intenderci, che stava sempre con quell'altro soldato, anche lui moro, l'unico occhio che emanava una luce smeraldo dolce e dirompente e che l'aveva convinto – ora Mòse gliene era grato – a lavarsi e ad accettare le cure invadenti di quella strana vecchia dallo sguardo incombente ma tutto sommato innoqua.

Neanche sapeva che c'era scritto sul quel foglietto.

Mòse non sapeva né leggere né scrivere.

Ma aveva una buona memoria.

Di quella ne andava fiero.

Perché era solo quella che gli sarebbe servita per tenere a mente lo strano percorso che dovava fare il pezzetto di carta quando gli era stato consegnato da Mademoiselle Jarjayes.

"Corri in Rue de Vaugirard alla casa dei Duchi di Livrer e chiedi di una giovane che si chiama Diane. Domandale se anche questa sera suo fratello dovrà accompagnarla a casa. Se ti dirà di sì allora torna subito all'Entrague. Dovrai consegnare ad Alain, ormai lo conosci, il biglietto. Come l'altra volta. Hai capito? M fai attenzione…nessuno deve saperlo…".

Mòse aveva capito tutto.

Meno il perché di quella strana giravolta che gli aveva fatto quasi perdere la bussola.

Ma avrebbe fatto qualunque cosa per Mademoiselle Jarjayes, quasi fosse diventato il più fedele dei suoi soldati.

Era felice Mòse, in marcia per eseguire quell'incarico.

Talmente felice che non si avvide di essere seguito da qualcuno che aveva intrapreso lo stesso percorso, attendendo pazientemente a debita distanza il momento per incrociare i suoi passi.

Il ragazzotto tarchiato e maledeodorante, vestito con abiti arraffati in qualche mercato delle pulci, accelerava il passo e poi rallentava, mantenendo lo sguardo sul moccioso che già da tempo aveva adocchiato ma che non aveva mai avuto il piacere e l'onore d'incantonare con le dovute maniere in un bel vicolo scuro dei bassifondi.

Quel moccioso era già furbo di suo, ma ultimamente aveva preso a starsene rintanato in quel maledetto hotel e usciva solo per qualche istante per poi tornarsene là dentro, al sicuro.

Claude Silvien non avrebbe mai potuto metterci piede all'Entrague.

Non era posto per uno come lui che al più era tollerato dalle parti della Comedie Italien…

Claude aveva comunque debitamente sparso la voce, in giro, che quel moccioso lo voleva per sé…

E forse era stato proprio per questo motivo che Claude Silvien era stato additato come l'unico che poteva saperne più di tutti di Mòse, anche se ci aveva parlato poche volte e l'altro l'aveva sempre tenuto a debita distanza.

Ed era stato senz'altro per quel motivo che la sera precedente un uomo, anzi un omaccione grosso e rozzo, si era presentato nella bettola di Rue de la Comedie Italien dove Claude se ne stava bellamente a fumacchiare uno strano sigaro e quando lo aveva incrociato gli si era avvicinato con fare sinistro.

Ci aveva provato Claude a far finta di niente, ma l'altro, spazientito per l'atteggiamento di ostinata indifferenza, gli si era parato davanti e poi si era seduto ordinando due bicchieri di vino.

L'oste li aveva serviti e Claude aveva tracannato il liquido senza tanti convenevoli, ma nemmeno quel gesto aveva convinto il giovane a farsi piacere quel tizio dal faccione lucido e grasso e le mani sporche e tozze.

"Esci…vieni con me".

L'ordine dell'altro era arrivato repentino e drasico e l'uomo aveva allargato di poco il pastrano mostrando un coltellaccio scuro che sbucava dalla cintura, tanto per non dar adito a fraintendimenti.

E Claude non si era certo spaventato, alzandosi con calma e prendendosi tutto il tempo per spegnere il sigaro e riporre il mozzicone nel taschino della giacca e poi uscire…

Ne aveva già conosciuti tanti di modi, più o meno bruschi, a cui la clientela affidava le proprie richieste…

Sarebbe bastato accontentarlo, quello lì, anche se si era dato dello stupido perché a prima vista non gli era parso fosse il tipo di persona interessata agli incontri che Claude offriva tanto per sbarcare il lunario.

L'avrebbe detto interessato ad altro genere di presenza, magari una cameriera grassoccia e rubiconda…

Non certo…

"Ehi…vacci piano…che maniere!" – aveva protestato Claude contro l'altro che gli aveva appoggiato con forza la mano sulla spalla sinistra, quasi abbracciandolo e poi spingendolo in un cunicolo buio a lato della bettola.

Certo ne aveva conosciuta di gente spiccia e dalle maniere rozze, ma ad un certo punto quel tizio aveva cominciato a fargli paura…

Una sorta di nebbia incosistente e vaga gli offuscava gli occhi mentre la coscienza si allarmava di fronte alla constatazione che l'altro era un uomo robusto e ben piantato e se avesse oltrepassato il limite per Claude sarebbe stato difficile reagire e di difendersi.

"Sono dieci soldi…quindici…se vuoi che io…".

Claude non si era perso d'animo.

"Ehhh…non m'interessa il tuo tariffario!" – aveva bofonchiato l'altro ricacciandolo con ancora più forza contro il muro – "Devi solo stare zitto!".

Con una mano gli aveva afferrato i polsi.

"Ti consiglio davvero di tenere la bocca chiusa altrimenti ti spezzo il collo in un istante. E vedi di fare il tuo dovere e poi parleremo…".

Claude aveva sentito il cuore correre via veloce all'impazzata e per quanto gli fosse noto quel rituale si era dato di nuovo dell'idiota e dello sprovveduto per non aver avuto la prontezza di sguasciare via dalla presa.

La mano libera dell'uomo si era insinuata infilandosi nel bordo dei calzoni dentro la stoffa e strappandola quasi.

Claude si era immobilizzato…

Era l'unico modo per trattenere la rabbia e non percepire così netto ed implacabile il dolore che si faceva strada dentro di lui assieme al respiro pesante dell'altro che adesso si era fatto contro di lui e lo schiacciava contro il muro.

La pressione contro l'intonaco ruvido e ammuffito della casa, i polsi stretti in una mano mentre l'altra si muoveva scavando ed infierendo sui muscoli, suscitando respiri spezzati, deboli, trattenuti caparbiamente per non cedere altre soddisfazioni all'altro…

Il rituale si era compiuto quasi fosse stato uno scontro, silenzioso, soffocato, tra il sesso dell'uomo che s'era imposto penetrando nella carne attraverso pochi colpi ritmati, infranti contro la muscolatura del giovane…

Sopraffatto dall'affanno doloroso a stento Calude aveva gridato e nelle orecchie il respiro affannato dell'altro a spegnersi in una specie di rantolo seguito dal calore sgorgato tra le gambe, fino a terra a gelare la stoffa dei calzoni…

Claude aveva gridato alla fine, perché l'altro voleva sentirlo gridare, voleva percepire e toccare e avere tra le sue mani quel dolore sordo che stava infliggendo silenziosamente.

Non l'aveva lasciato neppure un istante, neppure alla fine, neppure mentre quello si richiudeva la patta dei pantaloni…

Che diavolo voleva…- si era chiesto allora Claude che aveva compreso che quello era solo l'inizio…

Il disgusto, il respiro affannato e perso, misto al respiro dell'altro sporco di vino e denti marci…

L'altro era rimasto sopra di lui…

"Bene, adesso parliamo…" – aveva esordito in tono mellifluo l'uomo riprendendo a respirargli vicino alla faccia – "Diciamo che questa sera hai avuto un assaggio di quello che ti potrebbe capitare se oserai parlare con qualcuno di quello che è successo. Tu non mi interessi ma io sono un galantuomo e posso dirti che da oggi ho un debito con te. Vedrò di saldarlo non appena avrai fatto quello che ti chiedo".

Claude aveva ascoltato in silenzio, mentre la rabbia gli era salita dentro.

Dannazione lo sapeva che quella era la sua vita…

Pensava di esserci abituato…

La nausea gli era salita allo stomaco…

Forse era stato quel maledetto sigaro.

"Lasciatemi vi prego…" – aveva biascicato – "Mi viene da vomitare…".

L'uomo aveva allentato la presa dei polsi e il ragazzo si era chinato a terra piegandosi su sé stesso e contorcendosi e vomitando la misera cena della sera.

"Non m'incanti giovanotto!" – aveva continuato l'altro afferrandolo per i capelli e sollevandogli il viso – "Ascoltami bene, mi hanno detto che conosci uno che si chiama Mòse…".

Il nome del moccioso rimbombò nella testa.

La nausea si acuì.

Era solo per quello che l'altro aveva fatto i suoi comodi…

"Mòse? Sì…lo conosco" – aveva mormorato Claude ormai senza forze.

"Bene! Allora se sai chi è, saprai che posti che frequenta e come fa a vivere? Qualcuno mi ha detto che ogni tanto si mette in mostra…".

Una risata sinistra era seguita alle parole.

"Sì…ogni tanto quel moccioso si concede i tuoi stessi svaghi, chiamiamoli così!" – aveva proseguito l'uomo ridacchiando.

Claude si era zittito.

Lo sapeva anche lui ed era per questo che aveva pedinato il bambino e avrebbe voluto ritrovarsi con Mòse da solo…

Per vedere com'era farlo con un ragazzino ancora così piccolo.

Ma quello era sempre stato più furbo di una volpe e non si era mai lasciato sorprendere da solo.

"Io voglio che tu lo segua e mi riferisca quali sono i suoi spostamenti".

"Va bene monsieur…farò come volete…".

"Non è tutto. Voglio sapere se quel moccioso si vede con una persona…un ufficiale dei Soldati della Guardia. Un ufficiale! Bada bene. Non un soldataccio qualsiasi…voglio che tu ti faccia dire da Mòse, con le buone o con le cattive, se ci va a letto e se è così…".

"Se è così?" – aveva chiesto Claude incerto.

"Non sono affari tuoi. Tu dovrai riferirmi tutto. Al resto ci penserò io. Sappi solo che se mi verrai a raccontare delle menzogne io me ne accorgerò subito. Ti farò un paio di domande e se…e se sbaglierai le risposte capirò che mi stai solo prendendo in giro. Quando avrai fatto il tuo dovere ti darò il denaro per i tuoi servizi. Compreso quello di questa notte. Intesi?".

Claude si era passato la manica della giacca sulla bocca.

Il disgusto pareva lentamente essere passato mentre un moto di rabbia istantaneo e repentino si era fatto strada nella testa.

Era per colpa di quel moccioso allora, di Mòse, che quella sera aveva dovuto lavorare senza compenso…

Lavorare…

Quel bastardo si era preso le sue belle soddifazioni, e ci era andato giù pesante…

Dannazione…si era preso tutto quello che voleva senza pagare un soldo…

Due colpi di tosse e Claude era stato costretto a sputare a terra.

Il sentore acido della saliva si era mescolato a quello aspro del sangue…

L'impeto dell'uomo lo aveva costretto a mordersi il labbro per non cedere al dolore, ai colpi che perquotevano la schiena e la carne…

"Me la pagherai…" – aveva sbiascicato Claude, mentre l'altro si allontanava dal vicolo.

Si accertò che quello se ne fosse andato davvero e nella testa l'eco delle ultime parole.

"Bada di non sgrarrare altrimenti ti faccio finire a Bicêtre…".

Claude aveva sussultato a quel nome.

Un luogo forse peggiore dell'inferno, anche per chi l'inferno l'avesse già conosciuto.

"Ti ci spedirò all'istante e quelli là dentro non sapranno più se sei un maschio o una femmina e se sei sano di mente o pazzo. In compenso, se farai bene il tuo lavoro, non avrai di che lamentarti. Quel moccioso sarà tuo e potrai farci quello che vuoi!".

Una degna ricompensa per Claude.

Quel moccioso nel bene e nel male era stato la causa di quella disavventura e ne sarebbe stato anche il rimedio, e con un poco di fortuna e di abilità, anche il suo primo investimento.

Claude era stanco di quel lavoro disgustoso.

Altri l'avrebbero fatto per lui e Mòse sarebbe stato il primo di una lunga lista.

In Rue de Vaugirard, Claude dovette fermarsi ed appiattirsi quasi contro il muro dell'edificio di fronte per non farsi notare dal moccioso che adesso se ne stava fermo sulla porta d'ingresso della servitù di una casa nobiliare, da cui era sbucata una cameriera.

Quella gli aveva detto di non essere Diane ma che l'avrebbe cercata e fatta chiamare.

Mòse si dondolava sui talloni, impaziente di comprendere quale sarebbe stato il suo prossimo incarico.

Tornarsene con tutta calma all'Entrague, laddove la giovane non avesse avuto la necessità di avvertire il fratello, oppure correre come il vento per avvertire Monsieur Alain che Mademoiselle Diane aveva la necessità della sua presenza.

E tutto doveva avvenire prima che quell'altro, quel Monsieur Alain, così sapeva chiamarsi, altrettanto veloce come una saetta non sparisse dall'albergo per andarsi a rifugiare tra le braccia di qualche fidanzata in trepida attesa…

Tanto Mòse l'aveva capito che Monsieur Alain di quella "pasta" era fatto…

E poi dove l'avrebbe cercato per riferirgli del messaggio della giovane sorella?

Di tutt'altra pasta era l'amico, Monsieur André, come aveva preso a chiamarlo Mòse.

Gentile e disponibile…

Ecco Mòse ci sperava davvero che Monsieur André e mademoiselle, anche la sua mademoiselle, non l'avessero compreso che cosa faceva lui di tanto in tanto…

Un po' per sbarcare il lunario, un po' perché Madame Velien di fatto glielo suggeriva.

E se tutto filava liscio, e se quelle carezze che ogni tanto Mòse accettava prima sulla testa a scompigliargli i capelli, e poi sulla schiena fino a scendere tra le gambe…

Gli facevano male qualche volta e allora lui doveva stringere i denti e fare finta che andava bene così e il respiro s'innalzava mentre le dita s'insinuavano entrando e spingendosi fin dove lui resisteva…

Mòse si vedeva raddoppiata la porzione di minestra assieme ad una bellissima fetta di pane dorata nell'olio con una generosa spolverata di zucchero sopra.

Ma adesso gli pareva che tutto fosse sbagliato e vergognoso e Mòse non voleva che quel giovane e la sua amica, Mademoiselle Jaryaies, lo sapessero che si era venduto per un tozzo di pane.

"Tu chi sei?".

"Mi chiamo Mòse mademoiselle. Per servirla…".

Il bambino fece un inchino agitando buffamente la manina destra.

Diane sorrise e chiese perché volesse parlarle.

Al nome di Mademoiselle Jarjayes il viso di Diane s'illuminò e quasi l'avrebbe abbracciato quel ragazzino ossuto dalla pelle bianca e sorprendentemente profumata.

"Oh…mademoiselle è stata così gentile quella sera ad accompagnarmi con la sua carrozza. Ci mancherebbe che si disturbasse ancora…ma…certo anche questa sera farò molto tardi e se Alain potesse saperlo ed accompagnarmi a casa…" – aveva confermato Diane.

Ecco finalmente che il bigliettino acquistava tutta la sua magnificente importanza.

"Mademoiselle vi ha accompagnato a casa?" – chiese Mòse incuriosito forse spinto da una soffocata e sottile gelosia.

"Sì…se non fosse stato per lei io…".

Diane si fece il segno della croce come a ringraziare qualcuno che però non era lì.

Mòse fissò l'altra come stranito, come per convincersi che non era l'unico a ricevere le attenzioni di mademoiselle.

"Ho compreso…mademoiselle…sarà fatto" – replicò Mòse a voce bassa, tirando fuori dalla tasca il pezzetto di carta e agitandolo con delicatezza davanti al naso di Diane.

Lei l'afferrò e lo aprì.

Non sapeva leggere nemmeno lei ma ormai i caratteri della grafia le erano noti come pure le parole identiche a quelle scritte nei giorni precedenti.

"Sì…sì…è giusto" – balbettò Diane rasserenata.

"Bene allora sarà mia cura consegnare questo biglietto al più presto a vostro fratello…perché Monsieur Alain è vostro fratello? Vero?" – continuò il bambino sempre più curioso.

"Sì, certo. E' mio fratello. Spero solo che questa storia finisca presto perché Alain già è costretto a fare dei turni di guardia durissimi tutti i giorni e adesso ci mancavo solo io a disturbarlo…".

"Mademoiselle…io vado…voglio rientrare subito all'hotel".

"Ma certo e mi raccomando, stai attento!" – lo pregò Diane prima di veder scomparire il ragazzino tra la moltitudine di carretti e viandanti che animavano a quell'ora Rue de Vaugirard.

Mòse s'infilò in mezzo alla folla ma subito comprese che per quanto fosse piccolo e agile non sarebbe riuscito a sgusciare facilmente tra tutta quella confusione.

Un istante di perplessità e in un baleno decise di abbandonare la strada principale, più larga e per questo affollatissima, per imboccare una stradina più piccola e meno trafficata.

Oltre che di una buona memoria Mòse godeva dell'insolita capacità di orientarsi anche in quartieri che non conosceva alla perfezione.

Era bravo a non perdersi d'animo nemmeno nel dedalo di viuzze sempre più strette e sporche che ingoiavano il viandante, per lasciarlo poi allibito davanti ad un muro scrostato e scuro che sbarrava la strada e che costringeva a tornare indietro, a meno di non osare chiedere la gentilezza di varcare la soglia di un'abitazione ed immergersi nei cunicoli segreti che collegavano i giardini interni dei palazzi per scendere giù verso i tunnel che costeggiavano le fogne di Parigi, e poi riemergere due o tre strade più a nord, verso la Senna, dall'inconfondibile odore che si spandeva più forte e nitido nel sottosuolo, piuttosto che a livello delle strade.

Mòse, al contrario, non aveva ancora sufficiente esperienza delle persone che abitavano Parigi o almeno di quelle che il bambino aveva sempre cercato di evitare per non trovarsi invischiato in incontri per lui troppo pericolosi.

Lui ci stava alla larga…

Ma se erano quelli ad intestardirsi a trovarlo…

Il rischio era di finire in un guaio.

Proprio come quello che in modo repentino e senza scampo gli piombò addosso, inchiodandolo al muro scuro e verdognolo di una casupola fatiscente, immobilizzandolo a mezzo delle mani pesanti e forti di quello che riconobbe essere tale Claude Silvien.

Mòse lo conosceva Claude e aveva sempre tentato di girarci al largo.

Anche se quello che gli aveva chiesto Claude, la prima volta che l'aveva incontrato, gli avrebbe procurato il suono secco e limpido di pochi soldi, gettati a terra con disprezzo, ma pur sempre utili a cavare la fame dallo stomaco.

L'odore fresco e pungente di un enorme rosmarino, abbarbicato nelle crepe del muro, penetrò nelle narici, mentre Mòse, impaurito, le mani strette in quelle dell'altro, aveva tentato di divincolarsi, arrivando giusto a strappare misere fogliette e rametti dell'arbusto che spandevano adesso il loro aroma ancora più intensamente.

Quello che si poteva annusare nelle cucine dell'Entrague, quando Mòse attendeva paziente un pezzetto di carne unta per benino con un ciuffo di rosmarino caldo e profumato.

Pensieri assurdi, immagini calde ed accoglienti, sospinte dall'odore dell'aromatica, accostate assieme forse per impedire alla mente di scivolare dentro l'epilogo doloroso che l'incontro presagiva.

"Finalmente c'incontriamo!" – sibilò Claude trattenendo il bambino per la giacca e puntandogli un ginocchio in mezzo alle gambe per impedirgli di sgaiattolare via.

Il vicolo era uno di quelli chiusi dopo il crollo delle ultime casupole fatiscenti sotto il peso dell'incuria e del tempo, e pareva che adesso lì ci crescesse una foresta, una specie di orto a cielo aperto, ricolmo di erbacce, fiori selvatici e appunto quel gigantesco alberello profumato, arrugginito dal freddo e dalla pioggia, ripiegato tra mattoni, menta e finocchio selvatico…

Mòse si rese conto di essere in trappola.

Si appiattì contro la parete quasi volesse scomparire dentro il muro fradicio ed ammuffito.

Non voleva che Claude lo scoprisse…

Non voleva…

Sarebbe stata la fine.

"Ma guarda un po' che bei vestiti nuovi ti sei fatto! E dimmi…" – proseguì Claude – "Chi te li ha dati? Devi esserti comportato bene per questi! Chissà quanto costano?".

"Non sono nuovi, stupido!" – rispose Mòse arrabbiato – "Sono usati ma sono puliti e sono cuciti bene e sono miei e no…non ho fatto proprio un bel niente per averli. Me li hanno regalati se t'interessa saperlo…".

Claude non si scompose.

Secondo la sua modesta esperienza, la storia sciorinata non stava proprio in piedi, ma almeno era indiretta conferma che Mòse era finito chissà come sotto la protezione o l'interesse che dir si volesse di qualche benestante benefattore.

Se poi ci fosse stata una contropartita, stava a Claude scoprirlo.

Su quella ci avrebbe scommesso la testa da che aveva imparato a camminare e a riconoscere la feccia, anche la più imbellettata e rinomata, di Parigi.

voglio sapere se quel moccioso ha a che fare con una persona…un ufficiale dei Soldati della Guardia. Un ufficiale! Bada bene. Non un soldataccio qualsiasi…voglio che tu ti faccia dire da Mòse, con le buone o con le cattive, se ci va a letto…

"Non me la dai a bere ragazzino!" – continuò Claude sprezzante – "Ma dimmi un po' non sarà per caso che te la fai con qualche militare? Uno di quelli che si sono accampati all'Entrague? Sono Soldati della Guardia…e so che ci sono anche degli ufficiali. Dì la verità, Madame Velien ti fa lavorare sodo eh? Quella strega ti avrà detto di essere carino e quelli bellimbusti non ci avranno visto più. Soprattutto gli ufficiali…li conosco quelli sai…mi capita di vederli di tanto in tanto darsi un sacco di arie in qualche bettola e gonfiarsi fino a che i bottoni dorati dell'uniforme per poco non saltano via. Ma basta passarci sotto il naso una o due volte e quelli non ci vanno mica per il sottile…vogliono tutto…e se tu li accontenti…sono anche generosi. I soldi li hanno e qualcuno non è proprio spilorcio…e poi non te l'ho mai detto ma tu sei proprio bello…e adesso che sei pulito…lo sembri ancora di più!".

"Vai al diavolo, idiota!" – rispose Mòse che adesso faticava a respirare.

Claude cominciava a spazientirsi e spostò la mano dalla stoffa della giacca al collo libero e nudo.

Iniziò a stringere quel tanto che bastava per togliere aria dalla gola del bambino e farlo desidere dall'atteggiamento di sfida ed invogliarlo ad avere paura finalmente e a rivelargli quello che sapeva.

Con le buone o con le cattive…

E Claude non vedeva l'ora di passare alle maniere forti.

Tanto più che lo doveva a quel mostriciattolo se la sera prima quel dannato bastardo gli era entrato dentro, e lo aveva preso e vinto riversandogli addosso quelle spinte frenetiche e diaboliche, senza nemmeno farlo respirare, senza nemmeno ascoltare il tremore del corpo, il gemito ripetuto che chiedeva un momento, solo un momento per riprendere il respiro…

Quell'onda indigena e metallica si era abbattuta su di lui…

Poteva vendicarsi così, riprendendosi adesso quello che gli era stato sottratto la sera precedente.

Senza aspettare la rivelazione di inutili segreti…

"Senti adesso mi hai stancato!".

Claude rivide marchiati a fuoco sulla carne i gesti contro di lui, la sera prima.

Immobile, schiacciato contro il muro, la carne violata e lacerata e trascinata via…

Le dita dell'uomo infilate in bocca per non farlo urlare…

Era stato quello che l'aveva fatto vomitare…

Ecco cos'era stato…

Afferrò Mòse per le spalle e lo voltò velocemente e gli si piantò addosso trattenendolo contro il muro.

Non gli era difficile ripercorrere gli stessi movimenti, animati adesso dalla rabbia e dalla disperazione di vendicarsi sull'altro.

Il viso di Mòse, schiacciato contro il muro finì quasi in mezzo ai rami folti e profumati del rosmarino. Ora l'odore era talmente intenso che quasi faticava a respirare.

L'arbusto era folto e morbido quasi. Lo aveva praticamente avvolto e lui faticava a muoversi, inchiodato lì dal corpo pesante di Claude.

"Stammi a sentire moccioso…o tu mi dici quello che voglio sapere…oppure…".

"Ma cosa diavolo vuoi da me?" – gli gridò Mòse.

"Te l'ho detto. Voglio sapere se questi vestiti te li ha dati quell'ufficiale, e perché e se ti ha chiesto di stare con lui e cosa ti chiede di fare…".

"Sei proprio un idiota Claude!" – balbettò Mòse con un filo di voce.

Non riusciva quasi più a respirare, il torace schiacciato contro il muro, le mani immobilizzate dietro la schiena e il ginocchio di Claude puntato in mezzo alle gambe.

Non poteva più controllare i muscoli, non poteva tentare di divincolarsi…

Le braccia si sarebbero spezzate, anche solo ondeggiando un poco.

Claude era troppo pesante, non poteva nemmeno sbilanciarlo.

"Spiegati!" – bisbiglio l'altro cinicamente.

Mòse trattenne il fiato qualche istante.

Poi la voce prese a correre, insieme alle lacrime, per il dolore e il tradimento che si stava consumando…

"Quella è una donna, stupido! Non è un uomo! E non mi ha mai chiesto di fare niente. Mi ha regalato questi vestiti e basta! Basta! Hai capito adesso?".

Claude si scosse a quella rivelazione.

"E' una donna? Che vai blaterando? Mi stai prendendo in giro? Credi che io sia così stupito?".

"Sì che lo sei brutto animale! Io non sono stupito. Me l'hanno detto i suoi soldati. Quella è una donna dalla testa ai piedi! E se non ci credi…".

Mòse non ce la faceva più.

Si morse il labbro per trattenersi.

Oltre non poteva andare.

Le parole avevano lasciato interdetto Claude e per qualche istante quello aveva allentato la presa stupito se davvero il moccioso avesse tanta forza da continuare a prenderlo in giro oppure…

Con le buone o con le cattive…

"L'hai voluto tu!" – chiosò rabbiosamente Claude dando ad intendere di voler cambiare tattica.

Mòse intuì che l'altro non gli aveva creduto.

Con una mano Claude imprigionò i polsi di Mòse. Erano piccoli e fragili, incapaci di liberarsi da quella presa.

Il ginocchio puntato al muro tra le gambe divaricate…

L'altra mano iniziò a farsi strada infilandosi attraverso l'apertura della giacca per riuscire a sfilare la camicia e arrivare a toccarlo.

Mòse trattenne il fiato ed ebbe un ultimo sussulto tentando questa volta di staccarsi dal muro per far cadere Claude e liberarsi della sua presa.

Ma l'altro era più forte e non c'era niente da fare.

"Avanti sputa…" – righiò Claude.

"Lasciami o mi metto a gridare e tu farai una brutta fine!" – lo minacciò Mòse nel tentativo di liberarsi.

"Non penso proprio moccioso. Se lo farai dirò che mi hai provocato tu. Sai vero che fine fanno i ragazzini come te che vengono scovati a vendersi per strada? Vengono mandati di filato in riformatorio o peggio ancora in prigione e allora voglio proprio vedere se quel tizio che ha deciso di ripulirti dai tuoi pidocchi avrà il coraggio di venirti a salvare…".

Mòse rimase impietrito dalla minaccia cinica ma realistica.

Non voleva perdere mademoiselle… non adesso…

Non la sua generosità, non il suo sguardo sereno…

Non voleva perderla e l'unico modo per non perderla era tradirla.

Forse se avesse detto a Claude ciò che voleva, alla fine, lui l'avrebbe lasciato in pace e…

Mòse raccolse tutto il suo coraggio.

Si schiacciò ancora di più contro il muro.

Doveva impedire a Claude di sapere chi era…

Sarebbe stata la fine.

La mano di Claude oltrepassò la camicia e Mòse percepì il palmo freddo ruvido e disgustoso che si espandeva sulla pelle della pancia.

Il respiro di Claude si fece pesante, segno che anche lui si stava adeguando al rituale e ai gesti che loro malgrado entrambi conoscevano.

"Fammi vedere di cosa sei capace…" – gli mormorò il giovane all'orecchio e Mòse sentì venir meno le forze.

Le gambe non lo avrebbero sorretto a lungo mentre il respiro faticava ad uscire.

Ancora e ancora si aggrappò al tessuto ruvido e polveroso del muro, ficcando le dita tra i pertugi, come a voleri scomparire dentro.

"E'…è una donna stupido…" – ripetè con un filo di voce – "Te l'ho detto. E non gli interessano i ragazzini come me...è una persona per bene…semmai…".

"Semmai?" – gli fece eco Claude che adesso aveva preso a muoversi con più foga, spingendo il sesso sulle natiche, i pantaloni abbassati quel tanto che bastava a confondere il calore dei muscoli e della pelle freddamente accostata a strisciare per invogliare i sensi ed animare la carne, e poi ondeggiando pesantemente, dirigendo le dita a scovare la parte tenera e dolorosamente chiusa…

L'aria fredda acuì il terrore, richiamando alla mente le carezze spinte oltre i miseri stracci che coprivano a mala pena la giovane età di Mòse…

"No…" – piagnucolò – "Fermati…".

"Ennonno!" – lo derise l'altro sempre su di lui, il respiro pesante e la foga dell'assalto che pareva moltiplicare la forza di Claude di tenere l'altro sotto di se, contro la parete, schiacciato fin quasi a farlo soffocare.

Mòse perse il respiro…

Un dolore sordo si fece strada lentamente tra i muscoli contratti ed incapaci di cedere e per quanto l'altro avanzasse lentamente, forse più per godere di quel momento che per evitare d'essere respinto, Mòse cacciò un grido, subito zittito dalla mano che Claude gli mise sulla bocca.

Un attimo di distrazione e Mòse strinse i denti e morse quella mano con tutta la forza che aveva, costringendo Claude a gridare e a mollare la presa, non prima di aver afferrato l'altro per i vestiti per scaraventarlo a terra.

"Maledetto moccioso…adesso ti faccio vedere io!" – gli gridò avventandosi su di lui.

Mòse era disteso adesso…

I vestiti infangati…

I suoi bei vestiti nuovi.

Ci aveva messo tutto l'impegno possibile per tenerli puliti il più a lungo possibile.

Chissà la faccia di quella povera vecchia…e di mademoiselle…

I rami più secchi e fragili del rosmarino si erano piegati per cedere sotto il peso del bambino, ma altri più legnosi ed appuntiti avevano avuto la meglio sulla stoffa, strappandola, e correndo lividi e taglienti sulla pelle scoperta, infreddolita.

"No!" – urlò di nuovo Mòse tentando di rialzarsi e di sgusciare via.

Il fango lo fece scivolare e Claude gli fu addosso di nuovo, con una mano sulla nuca a spingerlo giù, con la faccia nella mota.

"Se mi lasci stare ti proverò che non ho mentito" – gridò quasi senza voce – "Quella è una donna e se tu sarai gentile con lei…vedrai…vedrai…potrai ricavarne qualcosa!".

Le parole uscirono inevitabili e taglienti dalla bocca di Mòse mentre l'altro si era fatto di nuovo su di lui e adesso lo teneva saldamente schiacciato contro il terreno.

"Che diavolo vuoi dire?".

"Quella donna…è vero che è un ufficiale…io non so perché si veste così. Ma è sempre stata gentile con me e non solo con me. Oggi…oggi…mi ha chiesto di parlare con una giovane che abita poco lontano da qui…lavora in Rue de Vaugirard…suo fratello è uno dei soldati che si trovano all' Entrague e devo avvertirlo di andare a prendere la sorella…credo che mademoiselle non voglia che quella giovane giri da sola di notte…".

"Mademoiselle? E chi diavolo è?" – ruggì Claude disorientato.

"Te l'ho detto…quella donna…mademoiselle…io la chiamo così e anche la sua governante la chiama così e anche quel suo amico…André. Nessuno deve sapere di questa storia…mademoiselle aiuta le persone e non vuole che nessuno lo sappia. Ha accompagnato a casa quella giovane…e lei…non penso che abbia voluto niente in cambio. Ti basta questo? Chi farebbe una cosa del genere per una cameriera?" – piagnucolò Mòse mentre le parole gli uscivano a stento.

Non era bene ciò che stava rivelando…

Quel segreto così pulito e prezioso stava scivolando nelle mani viscide e sporche di Claude Silvien…

E non ci sarebbe rimasto a lungo.

"E' vero quello che dici?" – grugnì Claude poco convinto.

"Ma sì, guarda…" – pigolò Mòse estraendo il biglietto dalla tasca e tirando su con il naso – "Questo biglietto l'ha scritto quella donna. Lei è una specie di messaggera tra quella giovane ed il fratello…vedi?".

Claude vide la grafia pulita e distinta sul foglio.

Nemmeno lui sapeva leggere ma a quel punto aveva tra le mani svariate informazioni che avrebbero senz'altro fatto gola al tizio della sera prima.

"Come si chiama quella giovane?" – chiese spazientito.

Non sapeva leggere…

Le informazioni gli servivano tutte.

"Diane…Soisson…sì…" - balbettò Mòse – "Si chiama così…".

"Sta bene…ma se mi hai mentito…".

Il respiro ancora affannato, le membra eccitate e scosse dall'assalto che lui stesso aveva deciso di interrompere per avere modo di prendersi la rivincita in santa pace in un altro momento, in un altro luogo, dove avrebbe avuto quel moccioso tutto per sé per fare cose ben più interessanti di quelle che non era accaduto in quel cunicolo sudicio…

Con Mòse ci avrebbe saldato i conti quando quella storia fosse finita, tanto più che quell'altro gli aveva promesso che il moccioso sarebbe stato suo.

Adesso quello gli serviva tutto intero, per…

Claude si rialzò sprezzante e si riabbotonò i calzoni dando un calcio ad una pietra che si trovava li vicino.

"Voglio vederla!" – chiosò risoluto tornando con lo sguardo verso Mòse.

La nuova richiesta gelò il sangue dell'altro.

"Cosa? No…io non posso…".

Claude si fece di nuovo sopra Mòse e questa volta lo colpì con una sberla talmente forte che il bambino rotolò all'indietro finendo contro il muretto.

Il calore aspro e minerale del sangue scese in gola, macchiando l'anima e la povera camicetta bianca.

"Tu non sei nella posizione di dirmi di no, siamo intesi? Ti ho detto che voglio vederla e così sarà. Lascio a te la scelta. Io ti starò addosso e se proverai ad avvertire qualcuno di quello che è accaduto ti assicuro che sarai tu a fare una brutta fine…".

Claude afferrò Mòse per la giacca e lo sollevò letteralmente da terra. Gli passò le mani con gesti di disprezzo sui vestiti impolverati.

"Rimettiti in sesto moccioso e vedi di fare quello che ti ho detto. Guai se parli. Fammi sapere quando potrò vederla…lascio a te la scelta del luogo e del posto…ma fai in fretta. Non mi piace aspettare…".

Gli ordini si susseguirono repentini e secchi e Claude buttò a terra il foglietto con la richiesta che Mòse doveva portare ad Alain.

Il vociare di una strada più affollata delle altre che Mòse riuscì a raggiungere barcollando sulle gambette lo colpì quasi come un pugno nello stomaco.

Non si sentiva in salvo…

Anzi, adesso avrebbe voluto scomparire da quella maledetta città, perché adesso l'unica cosa bella che gli fosse mai capitata nella vita, lui stava per perderla, e l'unico responsabile di quella disfatta sarebbe stato lui.

Si lavò le mani alla meno peggio in una fontana e poi riprese a passo lento e malfermo la via per arrivare all'Entrague.

Avrebbe voluto piangere Mòse, mentre sollevava lo sguardo e incrociava quello dolce e sereno e caldo di quel soldato, quello moro, quell'altro per intenderci…

Non Monsieur Alain, il fratello di Diane.

"Mi dispiace non c'è" – rispose André quando si sentì chiedere da piccolo dove si trovasse Alain – "E' uscito prima questa sera. Perché volevi vederlo?".

Mòse comprese che aveva fatto tardi e che non sarebbe riuscito ad eseguire fino in fondo le istruzioni di mademoiselle.

"E adesso come faccio?" – balbettò estraendo il foglietto stropicciato dalla tasca.

André lo prese e lo lesse.

Una sensazione strana lo percorse.

Una grafia pulita ed elegante che gli pareva di aver già visto.

Di nuovo…

Magari era la grafia comune a tutti quelli che avevano studiato, le dame di compagnia comprese.

Mòse era sulle spine e fissava André con sguardo disperato.

Lui comprese immediatamente quale fosse la questione.

"Dovevi consegnarlo ad Alain?".

Mòse annuì ma si rammentò che mademoiselle gli aveva raccomandato di non rivelare a nessuno il circolo assolutamente tortuoso che portava all'origine di quel biglietto.

Così si limitò ad ammettere che il biglietto era stato portato poco prima e che lui si era incaricato di consegnarlo ma se n'era dimenticato…

Forse sarebbe bastato a colmare il guaio in cui si era cacciato.

Una spiegazione che non convinse André, che pure si accorse dello stato dell'abbigliamento, impolverato e strappato, così diverso da quello del giorno prima, che deponeva più per una zuffa bella tosta in cui il moccioso doveva essere incappato, suo malgrado o meno non era dato da intenderlo.

"Andrò io, non preoccuparti".

La proposta di André illuminò il viso di Mòse.

"Davvero monsieur? Non vi dispiace?".

"No…" – André tirò un sospiro – "Conosco Alain e conosco la situazione di sua sorella Diane. Le avevo detto che se fosse stato necessario mi sarei offerto di accompagnarla a casa. Quindi puoi stare tranquillo e toglierti quello sguardo triste dalla faccia. A proposito…ti è successo qualcosa?".

"No…monsieur…no…sono scivolato…non ho visto una pozzanghera e ci sono caduto dentro come uno scemo!" – balbettò Mòse ritraendosi nel cono d'ombra del corridoio.

André si ritrovò sempre più perplesso.

Dalla spiegazione di Mòse…

E dalla consatazione che Alain avrebbe potuto intuire dell'arrivo di quel messaggio da parte di Diane, ma quel bellimbusto, invece di aspettare qualche minuto in più, se l'era svignata prima del tempo, come un ladro, sparendo nel nulla.

Non era da lui…

André tornò dentro la stanza e in poco tempo si ritrovò nell'atrio mentre Mòse gli camminava accanto, con passo lento ma espressione rassicurata che la disavventura non fosse stata causa di un altro problema.

Il bambino rimase con lo sguardo fisso verso André finchè non lo vide scomparire nel buio della strada.

Stava per rientrate quando inavvertitamente andò ad urtare una persona che stava a sua volta facendo ingresso nell'hotel.

Era talmente stanco Mòse…

In fondo era solo un bambino e con quello che aveva passato in quelle poche ore…

Un piccolo urto, un piede messo in fallo e Mòse andò giù a terra come un sacco vuoto.

"Ehi? Che ti succede?".

Quella voce la conosceva…

Mòse ci provò a rispondere ma era così stanco e aveva avuto così paura e le parole proprio non ce la facevano ad uscire. Gli pareva di sentire caldo laggiù nella pancia e gli faceva male la gola perché le lacrime gli avevano colmato gli occhi fin quasi ad impedirgli di vedere la strada per tutto il tragitto che aveva fatto a ritroso fino all'hotel e poi erano scese e avevano soffocato il respiro.

E adesso la gola bruciava e anche i graffi ch'era riuscito a lavare alla meno peggio…

Una sensazione di fresco lo scosse e poi gli occhi, quegli occhi che ormai avevano preso ad osservarlo ogni volta che si incontravano…

"Come ti senti?" – chiese Oscar alla vista del bambino che si svegliava.

"Bene…mademoiselle…" – pigolò l'altro.

"Ma cosa è successo? Sei caduto in mezzo alla sala, non ti senti bene?".

"Mi spiace di averti urtato…".

Una voce rieccheggiò alle spalle di mademoiselle.

Mòse intravide la sagoma di un ufficiale che non conosceva.

La divisa molto diversa da quella dei soldati che giravano per l'hotel in quei giorni…

Oscar era accanto a Mòse e lo osservava con sguardo scuro.

Il bambino chiuse gli occhi di nuovo immaginando lo stato dei suoi vestiti e che mademoiselle dovesse essersene già accorta.

Non erano passati che pochi giorni da che li aveva ricevuti e già erano ridotti in pessime condizioni.

Si strinse la giacchetta addosso e fece per alzarsi. Balcollò di nuovo e Oscar tentò di sorreggerlo afferrandolo per un braccio.

Mòse si sentì di nuovo in trappola. Non aveva importanza se quelle erano le braccia di mademoiselle che non gli aveva, ne gli avrebbe mai, fatto del male.

Per quel giorno ne aveva avuto abbastanza, voleva solo andarse via a leccarsi le ferite e rimuginare sul patto assurdo e pericoloso che ormai lo legava a Claude.

Gli pareva che stare vicino a mademoiselle equivalesse a mentirle e così preferì distogliere lo sguardo non prima di aver effettuato uno scarno resoconto della sua missione.

"Ho cercato quel soldato…Monsieur Alain…".

"Gli hai consegnato il biglietto?".

Oscar era in ginocchio accanto al divanetto dove aveva portato Mòse dopo che il bambino era svenuto in mezzo alla sala.

"Non ho potuto…" – balbettò l'altro.

"Come?".

Il tono si alterò impercettibilmente sospinto da un duplice presagio…

Il primo, fin troppo ovvio, che il sistema piuttosto contorto di scambio di comunicazioni avrebbe potuto inavvertitamente incepparsi, con il rischio di mettere Diane in pericolo…

Oscar stava già per rialzarsi e congedare il Maggiore Girodel che le era accanto ed avviarsi verso Rue de Vaugirard quando le parole di Mòse la inchiodarono letteralmente sui suoi passi, sulle sue incertezze, sulle sue assurde e stupide convinzioni che ogni cosa sarebbe andata nella maniera di sempre e nulla in fondo che lei non volesse sarebbe cambiato nella sua vita.

Lei non voleva infatti…

Lei non avrebbe voluto che…

Il secondo inaspettato presagio…

"Ho dato il biglietto a quel soldato…quell'altro…Monsieur André…" – mormorò Mòse ormai privo di forze.

"André?" – ripetè Oscar con un filo di voce.

"Sì…lui mi ha detto che il suo amico era già uscito. Ma anche lui conosce Mademoiselle Diane e sa dove lavora e quindi ci sarebbe andato lui…ad accompagnarla a casa…e ora scusatemi…".

Mòse volò letteralmente via, spinto dalla delusione di essere a tal punto debole e vulnerabile da non essere riuscito a difendere il proprio affetto per mademoiselle.

Scomparve nel corridoio che dava verso le cucine mentre Oscar…

Non si aspettava che il cuore perdesse la sua corsa, il suo battito regolare, per avventurarsi in una specie di rimbombo disarmonico e soffocante, tanto che il respiro dovette accelerare quasi a compensare il senso di smarrimento che l'aveva presa al pensiero che André, André…

Sarebbe stato André a riaccompagnare Diane a casa.

un amico…Alain l'ha portato una volta a casa nostra…mio fratello ha voluto fargli conoscere la nostra famiglia. Si chiama André…è una persona molto gentile e…

L'intenso rumoreggiare dell'atrio dove Oscar era entrata, seguita dal Maggiore Girodel, le parve l'avrebbe fatta impazzire.

Ogni giorno, ogni ora, ogni istante che passava diventava più vulnerabile di fronte a sé stessa, di fronte all'ignoto, di fronte a ciò che in fondo lei stessa aveva voluto e chiesto.

Essere ed esistere come un uomo.

E non appoggiarsi più a nessuno, nemmeno ad André.

"Oscar…state bene?" – chiese Victor tentando di incontrare lo sguardo di lei.

Il consueto e rispettabile voi era tornato a distanziare lo spazio tra loro…

"Sì…" – si affrettò a rispondere lei nonostante lo sguardo tradisse un guizzo disorientato ed incerto, così diverso dalla consueta freddezza e risolutezza.

"Perdonatemi se sono arrivato fin qui…volevo vedervi e scusarmi ancora con voi…".

Oscar lo guardò di nuovo.

La distanza da sempre esistita, quella che li divideva, era stata riproposta per rassicurarla e per consentirle di restare nella sua torre solitaria…

E magari perché fosse finalmente lei ad annullarla quella distanza.

Oscar invece si ritrovò sorprendentemente in trappola.

Una trappola che lei stessa era riuscita a creare, con sue stesse mani.

André adesso stava correndo verso Rue de Vaugirard in attesa che Diane finisse di lavorare, per poi riaccompagnarla a casa…

Diane e André…

Forse André aveva già deciso di fare ciò che lei stessa gli aveva chiesto.

Essere libero e vivere liberamente la propria vita…

Dunque amare era anche questo…

Soffrire, perdersi, dissolversi, mutare pelle e anima e sentimenti e rivelarsi come neppure a se stessi ci si rivela…

Un nodo le chiuse la gola.

Lo sguardo di Oscar si posò di colpo sul biglietto che Girodel le stava porgendo.

"Sono venuto anche per portarvi un messaggio di Sua Maestà la Regina Maria Antonietta".

Lei l'afferrò e lo aprì. Le tremavano le mani.

La regina le chiedeva se le fosse stato possibile raggiungerla al Trianon dove si trovava da qualche giorno insieme al Principe Joseph ormai da tempo ammalato e sempre più di frequente costretto ad una vita ritirata, lontano dalla corte. Joseph chiedeva spesso di Oscar, da quando lei aveva lasciato la Guardia Reale, e Maria Antonietta desiderava solo accontentare forse uno degli ultimi desideri del figlio.

"Sì, me n'ero scordata…" – mormorò massaggiandosi la tempia.

"Una richiesta di Sua Maestà?" – azzardò Girodel che pareva conoscere già il tenore del messaggio.

"Vorrebbe che andassi al Trianon per fare visita al delfino…".

"Lo immaginavo. Il principe chiede sempre della sua amica. Io stesso mi fermo spesso a parlare con lui e gli racconto di ciò che ora fate a Parigi. E' questo lo rende molto felice. Ma avrebbe il desiderio che voi tornaste a trovarlo…".

"Certo…allora domani…ci andrò domani…" – mormorò Oscar chiusa nei suoi dannati pensieri.

"Permettetemi di accompagnarvi…" – esordì Girodel d'istinto – "Vi prego non rifiutate. Sarebbe un onore per me e poi vorrei comunque rimediare al mio increscioso comportamento dell'altra sera…".

Oscar non si stupì della richiesta.

Lo immaginava che Girodel non avrebbe desistito facilmente e che avrebbe fatto di tutto per farsi perdonare o perlomeno riguadagnare la sua fiducia.

C'è andato quel soldato…come si chiama…André…lui mi ha detto che il suo amico era già uscito ma conosce Diane e sa dove quella giovane lavora e quindi andrà lui per accompagnarla a casa…

André e Diane…

Amare era anche questo…

Scusarsi per aver "dimostrato" i propri sentimenti, magari nel modo sbagliato, ma pur sempre istinti del cuore che lei aveva ascoltato dentro di sé solo una volta per poi relegarli immediatamente in fondo all'anima, in fondo alle viscere, senza poterli mostrare o vivere liberamente.

Anche André le aveva chiesto perdono…

Oscar lo ricordava bene, anche se aveva faticato a riconoscere la sua voce, in mezzo alle lacrime.

"E sia…" – mormorò piano Oscar – "Domani andremo al Trianon".

"Oh…vi ringrazio. Il principe sarà felice di rivedervi…".

Forse…

Forse anche tu saresti felice…

Se io ti lasciassi andare…

"Questo è cioccolato!" – esclamò ridendo Diane mentre pochi passi avanti ad André, in Rue du Temple, camminava annusando l'aria di quella inaspettata e piacevole serata autunnale attraverso le vie di Parigi.

La notte si apriva scivolando umida e nebbiosa…

Lui sorrise.

Almeno quella sera non ci sarebbe stato nessuno a contestare i commenti di Diane.

Lei si era rassegnata a tornare a casa da sola non vedendo Alain e la mente si era concentrata a raggiungere le vie poco più affollate del centro, per mescolarsi e mimetizzarsi nel via vai delle ultime ore.

Pochi passi dalla residenza dei Livrer e si era sentita chiamare.

Immediatamente non l'aveva riconosciuto e così si era tirata il cappuccio sulla testa quasi pensando di scomparirci dentro per imboccare Rue de Vaugirad praticamente deserta a quell'ora, ma poi Diane era rimasta lì, incredula ed un poco stralunata, nello scorgere il volto chiaro e sereno e conosciuto di André.

E adesso nemmeno lei poteva credere che quella sera, quel percorso sempre uguale ed insidioso, si sarebbe rivelato all'improvviso un momento speciale, solo suo.

"Credo di sì…e credo anche…" – aveva risposto André.

"Sssshhh" – l'aveva zittito Diane che si era voltata tornando verso di lui, appoggiandogli l'indice sulla bocca - "Aspetta…non dirmi niente…".

André si ammutolì in attesa di conoscere la risposta a quella specie di gioco.

Diane si fermò chiuse gli occhi tentando di comprendere.

Li riaprì scuotendo la testa come a dire non lo so…non so cos'è…

Lei e André si erano fermati accanto ad un locale non eccessivamente illuminato ma all'apparenza meno insidioso di altri.

"E' cannella…" – rispose André respirando piano il sentore dolce ed aspro allo stesso tempo e nella mente l'odore dei libri della biblioteca di casa Jarjayes, polverosi e antichi, che sapevano di viaggi lontani vissuti nelle immagini giallognole di piramidi e torri e dune di sabbia, e poi la voce della nonna che lo chiamava e lui si fiondava ad assaggaiare quella bevanda assolutamente sublime, beandosi fin dal primo sentore che si spandeva calmo e pieno per le stanze, per poi restare con lo sguardo assorto sulle bollicine d'aria imprigionate nella densa e dolce consistenza.

"Cannella?" – obiettò Diane curiosa.

"Sì…si tratta di una spezia. Viene usata per profumare il cioccolato e i dolci…".

"Tu l'hai mai assaggiata?".

"Sì…diverse volte…".

Per Diane quello era uno strano profumo.

André si soffermò sul viso della giovane. Anche lei adesso lo guardava, e se ne stava li, con la brezza che scivolava tra i capelli e…

"Aspetta…solo un momento…".

André si avviò verso il piccolo locale scomparendovi dentro.

Quello era effettivamente un posto poco adatto ai popolani e Diane se ne rimase a guardare le luci fioche ed un poco tremolanti.

Qualche passo su e giù e le mani scaldate con l'alito e Diane vide uscire André, che camminava piano e si avvicinava.

"Siediti là…" – le indicò un muretto poco lontano dal lampione ad olio - "Tieni…è per te…".

André le porse una piccola tazza di porcellana bianca.

Diane sulle prime eseguì gli ordini e si ritrovò le mani a contatto con la tazza tiepida mentre il liquido scuro e denso emanava un aroma dolce e speziato, pungente quai, ma al tempo stesso caldo e tondo, imprigionato nelle volute di vapore fragrante.

"Ma…io…".

Diane non sapeva che dire.

"Assaggiala…un poco per volta però perché molto calda. E' cioccolata alla cannella…sai sono rimasto stupito anch'io di trovare ancora aperto a quest'ora questo posto. Di solito ci venivo con mia nonna quando ero più piccolo. A lei piaceva ogni tanto venire a Parigi per scovare qualche pezzo di stoffa a buon mercato e di buona qualità per i suoi abiti e anche per i miei. E a mezzogiorno mi portava proprio qui. Alle volta capitava che …".

"Che?" – insistette Diane che se ne stava li, ferma, nella penombra, con le mani scaldate e il naso umido solleticato dal sentore quasi piccante.

"No… non importa" – si corresse André – "Dai prova ad assaggiarla…se si fredda poi non ha lo stesso sapore".

Diane girò una due, tre volte il cucchiaino e poi tirò su una piccola quantita di cioccolato caldo.

Ci soffiò sopra e infine prima sulle labbra, poi in bocca, assaporò l'assoluta novità che percepì dapprima espandersi dolcemente e poi raggiungerla in gola colpendola, quasi come una piccola frustata che le schioccava dentro, correndo a catturare tutti gli altri sensi…

Fin giù, fin nella pancia…

Un viaggio breve ma intenso che la costrinse quasi a respirare piano per non disperdere il gusto percepito e impose di assaggiarne un altro cucchiaino e poi un altro ancora.

André rimase lì a guardare Diane, sorprendendosi di quanto bastasse poco alle volte, una inezia come regalare una tazza di cioccolato caldo ad una giovane che forse non l'aveva mai conosciuto, per sentire il cuore sollevarsi, inebriarsi quasi.

Un ricordo lontano s'insinuò nella sua mente…

Un'immagine altrettanto calda e familiare e struggente, generata dal sentore pungente e nitido della cannella che sua nonna aggiungeva, qualche volta, alla cioccolata che preparava per lui e per la sua bambina…

Ecco quello che qualche volta accadeva…

Oscar e André immobili, lo sguardo a fissare il rivolo caldo e scuro che colmava le tazze, mentre l'acquolina stuzzicava i sensi…

E il tempo che quella roba si raffreddasse per evitare di scottarsi non passava mai…

André vide Diane allungare il cucchiaino.

"Assaggiala anche tu! E' buonissima. Non avevo mai mangiato nulla di simile…".

Il sentore lo colpì espandendo quel vago ricordo che si ampliò fino a colmarlo di sensazioni…

André si sentì improvvisamente stanco e rassegnato, incapace di schernirsi e rifiutare l'offerta.

Si lasciò imboccare da Diane due volte e lasciò scorrere nella pancia e nella mente quel sorso di passato, anche se poi riaprì gli occhi e osservò, non potè non farlo, lo sguardo nocciola e chiaro e limpido di Diane.

Era così diversa dalle giovani che aveva conosciuto nella sua vita.

Così ingenua e pulita e solare e…

"Aspetta…".

Diane allungò il dito indice posandolo sulle labbra di André e scorrendo su di esse per raccogliere un piccolo sbaffo di cioccolata.

Quel contatto la fece sussultare e subito ritrasse la mano come per scusarsi dell'invadenza.

Invece André mantenne lo sguardo su di lei come per aggrapparsi ad esso, come a dirle che non c'era nulla di male e che, anzi, era piacevole lasciarsi attraversare dalla spontaneità di un gesto non calcolato, esuberante quasi…

André sentì che non aveva più voglia di accogliere scuse banali dettate dall'etichetta e dalla convenienza.

Mantenne lo sguardo su quello di Diane, sorridendole…

Nessun'altra parola.

L'altra rimase lì, ancora un po'. Le mani scaldate dal tepore della ceramica vuota. Poi si alzò correndo dentro la locanda per riportare la tazza.

Nessuno dei due parlò più per il resto del tragitto.

Camminarono in silenzio, ascoltando i passi sulla strada, attutiti dal fango ormai rappreso, e poco lontano l'impetuoso scorrere della Senna.

"Grazie davvero per questa…per avermi accompagnato!" – esclamò Diane voltandosi verso André.

Lei ora lo sovrastava quasi, ferma alcuni gradini più su mentre lui la osservava e attendeva che entrasse.

"Non preoccuparti. L'ho fatto con piacere. So quanto Alain tenga a te e mi sembrava il minimo per un amico…".

"Oh…".

Diane parve istintivamente delusa dalla risposta.

André l'aveva accompagnata a casa solo perché lei era la sorella di Alain.

Un altro gesto istintivo…

Si sporse verso di lui allargando le braccia e chiudendole su di lui e stringendolo forte.

"Va bene. Grazie…lo stesso…" – rispose lasciandolo subito e rientrando velocemente in casa.

E André se ne rimase lì, con il corpo attraversato da quella stretta, dolce e calda, e la mente attraversata da quella strana risposta…

Grazie lo stesso…

Sulle labbra il sentore di cannella pungente e tonda.

Si voltò per tornare sui suoi passi.

Si accorse che per tutto il tragitto dal Rue de Vaugirard alla casa di Diane lui…

Non aveva rivolto il pensiero a lei…

Ad Oscar…

Si sorprese di quella considerazione.

Era difficile che la mente, in un modo o nell'altro, non fosse attraversata dalla memoria di lei, ci era talmente abituato che ormai la sua testa era perennemente occupata dal pensiero di lei, qualsiasi cosa stesse lei facendo, che le fosse accanto o che lei si trovasse chissà dove.

Persino quando dormiva gli pareva di pensare a lei e…

Sollevò lo sguardo verso le finestre più alte dell'Entrague...

Notre Dame batteva la mezzanotte.

"Buonanotte Oscar…" – mormorò tra sé e sé, nell'ultimo pensiero della giornata.

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