File…00.01.08 – Capitolo 12 – Nebulosa
Anne Baxter riuscì a resistere alla tentazione di abbassare lo sguardo.
Gli occhi rossi di Thundercracker erano puntati nei suoi da almeno un'ora. Anne aveva idea che gli altri nella jeep cominciassero a trovarlo fastidioso. Inquietante.
In uno spazio così ristretto la capacità di mantenere una fissità innaturale non poteva passare inosservata. E Thundercracker non era mai sembrato più robotico di così, o meno umano.
La donna si mosse, a disagio. Le sue ginocchia sfiorarono quelle dell'alieno, non senza coglierne la rigida freddezza.
Non c'era nessun bisogno di guardarla così. Nessun bisogno. Anne non aveva la minima intenzione di causare la morte degli occupanti delle due jeep.
Ogni parola, ogni possibile tentativo di dire la verità era morto sulle sue labbra nello stesso momento in cui Thundercracker era sceso dalla vettura con un movimento fluido.
Si era adattata alla sua storia con una facilità che la sorprendeva.
Le ultime settimane dovevano averle danneggiato davvero il cervello.
Non era giusto, non era giusto!
Anne strinse le dita intorno alla giacca militare che il colonnello Cooper le aveva dato, e si arrischiò a fissare Thundercracker con astio. Gli occhi del Decepticon si socchiusero lentamente, e Anne si concentrò su altro.
Uno degli uomini si schiarì la voce.
- Allora, cosa è successo? – se l'erano chiesto tutti. Anne lo sapeva. Stavano friggendo nell'impazienza di domandarlo. Cooper l'aveva guardata in faccia ed aveva capito qualcosa, impedendo agli uomini di aggredirla con la loro fame di notizie. Ma c'era un limite alla loro capacità di aspettare.
Prigioniera. Sono stata una prigioniera.
Una parte della coscienza di Anne Baxter avrebbe voluto urlarlo, fino a farsi sanguinare la gola.
E, se non avesse avuto modo di rifletterci, forse lo avrebbe detto.
Se Thundercracker non l'avesse bloccata, se Cooper non avesse arginato la loro curiosità…
Però, poi, nel lungo percorso verso la base, sotto lo sguardo di fuoco del robot, aveva capito.
Non si trattava di tacere per Thundercracker. Non lo stava facendo per rispondere ad una minaccia silenziosa.
Lei non poteva dire la verità.
Nessuno di quegli uomini avrebbe dovuto avere la minima idea di quello che era accaduto.
Non avrebbero capito.
Anche se Anne non era mai stata portata sul lettino. Anche se gli esperimenti dei robot non avevano raggiunto lo scopo, anche se era riuscita a sfuggire alle loro attenzioni finali, c'era qualcosa che non avrebbe mai detto ad anima viva.
Le si seccò la gola all'idea.
Non che avesse segreti inenarrabili, solo… come avrebbero fatto ad assimilare la verità?
Anne non si sarebbe mai potuta sedere su una sedia, e raccontare con freddezza del modo in cui i robot giocavano, sperimentavano. Non avrebbe potuto farlo più di quanto chiunque altro non potesse raccontare di aver subito uno stupro usandolo come argomento di conversazione durante una cena.
Nessuno di quegli uomini sapeva cosa significasse essere violati dall'interno. Sentire la presa interiore di qualcun altro sul proprio cervello, nelle proprie vene, negli occhi, lungo i nervi.
Impossibile.
E c'era l'altro aspetto della questione.
Se avessero saputo, si sarebbero domandati fino a che punto i robot l'avessero compromessa.
Anne si passò una mano sulla fronte.
C'era la possibilità che la tirassero fuori dalla jeep e le sparassero un colpo in testa.
Avrebbe dovuto lasciarglielo fare.
Era lei stessa a non sapere quanto, fino a che punto le cose fossero cambiate.
Come poteva aspettarsi che qualcuno le offrisse fiducia, quando era più che probabile che gli scienziati robot sarebbero riusciti a manipolarla, a usarla come una spia, o come una kamikaze, o come qualunque altra orribile cosa al mondo.
L'avevano resa una outsider.
Le sue dita scivolarono giù, si strinsero sul suo stomaco.
Lo sentiva anche adesso. Il risultato di quello che le avevano fatto bere, di quello che le avevano fatto assumere forzatamente.
La sua stessa mente non riusciva a concepire fino in fondo la natura di quella cosa. Eppure, a volte, avvertiva un guizzo metallico dentro di sé. Un nucleo in espansione, come un cancro. Una pulsazione diversa, nascosta dal battito del cuore. Il cambiamento che la rendeva consapevole della presenza di ogni vena sotto la pelle, di ogni organo. Come se all'improvviso un occhio interiore si fosse aperto dentro di lei, rendendola consapevole degli aspetti meccanici della sua stessa vita.
Gesù, stava impazzendo!
Forse quelle erano tutte ossessioni. Pregava che fossero semplicemente il frutto di una psicosi. Di uno shock post traumatico.
- Signorina Baxter? – Anne sollevò lo sguardo, incontrando gli occhi perplessi e preoccupati di diversi esseri umani e quelli gelidi di un robot.
- Mi spiace, io… qual'era la domanda?
- Ci stavamo chiedendo cosa fosse successo. Come ha fatto a… - l'uomo deglutì – In questa zona non abbiamo trovato altro che ossa bruciate.
Anne provò l'impulso di dirgli quanto avrebbe voluto essere lei stessa un mucchio di ossa bruciate, ma lo sguardo dell'alieno la bloccò.
C'era la possibilità che, se avessero saputo la verità, non si limitassero a ucciderla. Ma che la rinchiudessero in un altro laboratorio. Rabbrividì.
- Sono rimasta chiusa in casa. Un muro mi è crollato addosso. Sentivo le esplosioni, le urla, i crolli.
Gli uomini le rivolsero uno sguardo di compatimento.
- Tutto quello che c'è stato nel mezzo è sparito. – Anne si sforzò di mentire. Sparito come era sparita la sua vecchia vita – Alla fine mi sono svegliata e l'inclinazione del palazzo era cambiata. Mi ha liberata dalle macerie. – scosse il capo – Avevo dell'acqua, delle provviste. Sono rimasta lì per diversi giorni, senza osare muovermi. Aspettando che qualcuno arrivasse. Ogni tanto sentivo i robot, pensavo che avrebbero finito per abbattere tutto e che sarei morta. Sono stata solo molto fortunata.
Uno degli uomini allungò una mano e strinse la sua – E' finita.
Anne avrebbe voluto urlare. Saltare fuori dalla jeep e lasciarsi investire. Invece sorrise – Sì.
Thundercracker, alla fine, puntò lo sguardo sul panorama che scorreva oltre i finestrini chiazzati di fango e polvere.
Non… c'era qualcosa che non andava.
Nonostante la propria determinazione, e nonostante Anne Baxter non avesse opposto alcuna resistenza.
C'era qualcosa che non andava.
In lei. In lui.
Nel modo in cui la percepiva.
C'era qualcosa che non andava nel modo in cui l'umano le aveva stretto la mano, come per segnare un dato di fatto, una appartenenza che lo aveva escluso.
I suoi circuiti erano sull'orlo del malfunzionamento, il corpo sintetico non reagiva correttamente. Thundercracker trattenne le imprecazioni e tentò di focalizzarsi sull'obiettivo.
Ma la presenza degli uomini continuava a distrarlo; era un rumore continuo, una distrazione costante. Il loro calore lo infastidiva, le pulsazioni dei loro corpi, l'odore alieno… era un maledetto overload di carne e sangue.
Si concentrò su Anne Baxter, sulla familiarità che gli trasmetteva. Non avrebbe dovuto essere così, lo sapeva. Se fosse stato sano e perfettamente funzionante non avrebbe avuto bisogno di concentrarsi su di lei, perché non l'avrebbe avvertita in modo diverso rispetto agli altri.
I suoi sensori avevano registrato ogni più microscopica differenza tra le creature di carne; aveva scannerizzato e immagazzinato ogni dato. La sua memoria ne avrebbe potuto dare una descrizione perfetta, più accurata di un ritratto fotografico, anche dopo un milione di anni. Eppure quelle cose viventi continuavano a sembrargli confuse, prive di personalità. Animali sullo sfondo. Più o meno nello stesso modo in cui un terrestre doveva essere incapace di distinguere la personalità di una formica da quella di un'altra. Più o meno come un terrestre poteva vedere due insetti dello stesso genere; anche se c'erano delle differenze evidenti restavano due grilli, due api, due mosche. E niente più di questo.
Ma nella massa della carne viva, solo Anne Baxter aveva un colore. Come una nebulosa nello spazio. Un colore suo, irripetibile. Una firma che Thundercracker aveva, suo malgrado, assimilato. E imparato a riconoscere.
Non era più la cosetta con due occhi, un naso e una bocca.
Era Anne Baxter, con i capelli neri tagliati in modo asimmetrico e occhi verdi pieni di dubbi. Con l'espressione decisa e le labbra tirate. Aveva un volto. Era qualcosa, qualcuno. Non un numero.
Thundercracker deglutì.
Questo lo turbava e incuriosiva nella stessa misura; come, quando Anne Baxter era riuscita ad uscire fuori dalla serie della statistica per diventare un'eccezione?
Non poteva fare a meno di monitorarla, pur senza riuscire a collocare nel modo giusto tutte le informazioni che otteneva.
Anne Baxter. Una nebulosa piena di colori e sfumature nel buio.
Stava pensando a come tradirlo?
Avrebbe seguito uno di quegli uomini per consegnare loro la verità?
La sconvolgente, assurda verità: non erano rimasti seduti accanto ad un altro della loro razza, ma accanto ad un robot. Accanto ad uno di quelli che erano arrivati dal cielo facendo fuoco, abbattendo le loro case, distruggendo le loro speranze.
E non solo questo.
Perché Thundercracker era colui che, del tutto involontariamente, stava rischiando di spostare gli equilibri.
Quest'idea lo fece trasalire.
Doveva solo tornare indietro, sistemare le cose. Riattivare il computer e poi aspettare di essere distrutto o punito. Non importava quale sarebbe stato l'esito: doveva tornare indietro.
La verità era che non gli importava di danneggiare i piani di Megatron; quei piani specifici, i piani di quei giorni. Non avrebbe permesso che tutto il suo onore fosse spazzato via, non su quel pianeta.
Era un Decepticon e avrebbe risolto la cosa in modo diverso.
Ma prima di tutto doveva tornare alla base. E smetterla di pensare agli umani.
Anne Baxter a parte.
Registrò vagamente che le jeep si erano fermate. Afferrò una mano di Anne, trattenendola e attirandola in modo che lasciasse scendere prima gli altri.
Poi la lasciò andare e la seguì.
Cooper li stava aspettando.
- La ragazza ha bisogno di un medico.
- No! – diverse teste si girarono. Anne si coprì la bocca con le mani – No, colonnello, per favore. Non ce la faccio a sentirmi così, come una malata, come una persona ferita. Non dopo tutto quello che è successo. – sollevò lo sguardo, sfoderando la sua determinazione per rendere chiaro che non avrebbe cambiato idea. Che non avrebbe permesso a nessun medico di sfiorarla.
- Non è una buona idea. Probabilmente sei disidratata. Ferita, contusa nella migliore delle ipotesi.
- Sto bene così. Ho solo bisogno di normalità.
Cooper imprecò, ma annuì. Il concetto non gli era estraneo.
- Anne ha bisogno di riposare. C'è un posto dove possiamo avere un po' di privacy?
Privacy? Thundercracker si stupì per quanto la sua padronanza dei concetti umani stesse migliorando. Doveva scegliere se esserne soddisfatto o meno.
Cooper rise, una risata amara – Privacy? Ragazzo, qui dormiamo ammassati come in una stalla. Fece un gesto vago verso le scale della stazione della metropolitana, come ad indicare l'universo sotterraneo che era diventato la loro casa.
Thundercracker deglutì, era stato lui a togliere a questi umani quel poco di dignità e orgoglio che li rendeva diversi dai semplici insetti. A spedirli in formicai di fortuna, in formicai che i Decepticon non avevano ancora disinfestato.
Anne, nella sua stretta, iniziò a tremare.
Cooper fece spallucce, imprecando – La ragazza ha bisogno di abiti. – indicò un camion parcheggiato in un vicolo – Lì abbiamo dei rifornimenti. Dateci un'occhiata, prendetevi i vostri cinque minuti di privacy e poi scendete di sotto. Non più di cinque minuti, è chiaro?
Thundercracker annuì, trascinando la donna con sé.
Anne non emise un suono, neanche mentre lui la issava sul camion. Neanche quando lui la seguì, fermandosi in un angolo ad osservarla.
Lei tirò fuori da un pacco le prime cose che vennero fuori. Pantaloni, una canotta nera. Un paio di sneakers. Rese la camicia a Thundercracker e si ripiegò su un braccio la giacca di Cooper, per restituirla.
- Dobbiamo parlare.
- Ogni discorso tra noi è superfluo. – Anne si scompigliò i capelli in un gesto nervoso – A meno che tu non mi dica che sei qui per uccidere questa gente. E' così?
- Non sono quel genere di individuo. – Thundercracker strinse i pugni – Non mi nascondo per creare scompiglio nelle file nemiche, senza dare la possibilità di contrattaccare, di difendersi. Non sono io.
Anne gli rivolse uno sguardo pieno di rabbia – No, non lo sei? Non sei uno di quelli che hanno portato bambini, persino bambini in quel cazzo di laboratorio?
L'alieno ringhiò, furibondo – Non io!
- Eri nel laboratorio! Mi hai tormentata! Eri tu quello, oppure no?
Lui digrignò i denti, congelandosi per un istante nella rabbia.
- Sì, ero io. – ammise – Ma non ho mai usato un umano per un esperimento. E non sono qui per uccidere, non adesso. Sono salito su quella jeep per non uccidere, per non uccidere. Ma devo andarmene adesso, Anne Baxter. Voglio essere solo sicuro che non mi tradirai. Che inventerai un'altra bella storia.
Anne si strinse una mano sullo stomaco – Vattene, allora. Non dirò niente. Non voglio essere responsabile della morte di nessuno.
Sapeva che se ne sarebbe andata anche lei, subito dopo. Perché non poteva più restare tra la gente, perché non poteva rischiare.
Thundercracker annuì.
- Anne…
Lei sollevò il viso, pallida come uno straccio. I loro occhi si allacciarono ancora una volta.
- Mi dispiace. – Thundercracker lo disse pianissimo – La battaglia contro gli umani era tutta sbagliata. Ma nessuno può tornare indietro, neanche io.
Non attese una risposta, probabilmente non voleva una risposta.
Saltò giù dal camion, guardandosi intorno e scegliendo il momento migliore per sparire. Poi i suoi sensori andarono in tilt, registrando qualcosa, un cambiamento, una novità, inchiodandolo lì dove si trovava.
Non riuscì a mettere a fuoco la sensazione, distratto dal gemito di Anne Baxter.
Si voltò, afferrandola prima che cadesse.
- Cosa…
Il tremito era così forte da farle sbattere i denti, rendendole impossibile una risposta.
- Ti porto da Cooper. Serve uno dei vostri medici. – ognuno dei suoi sensori stava andando in tilt, Thundercracker si sforzò di credere che fosse per il nuovo ritardo.
Anne Baxter gli afferrò il colletto della t-shirt con tanta violenza da strapparlo – No. – riuscì ad articolare – Tempo.
Dammi tempo.
- Non è… saggio. – Thundercracker imprecò liberamente nella sua lingua natia, con la sua vera voce. Modulando un suono da macchina, un suono inumano.
Anne sollevò lo sguardo, stringendo le mani e chiudendo gli occhi per concentrarsi.
In qualche modo del tutto misterioso quel suono sembrò aiutarla a focalizzarsi, a mettere da parte il dolore ed il bisogno.
- Mettimi giù. – annaspò.
L'alieno obbedì lentamente, senza smettere di guardarla.
- Ho solo bisogno di mangiare. Forse Cooper sa dove posso prendere qualcosa.
Cibo vero, il cibo che non aveva più avuto da settimane.
- Aiutami ad andare da Cooper e poi vattene.
Thundercracker annuì.
(continua…)
Nota a fine capitolo:
questa piccola nota serve a scusarmi per la lentezza con la quale aggiorno su queste pagine... é_é
Generalmente il posto dove pubblico più in fretta è il mio account su deviantart: alracairam (per i miei link date un'occhiata al mio profilo) Magari potete passare di lì ed aggiungermi ai vostri watch per essere sempre aggiornati in tempo reale. La storia è pubblicata anche su efp, per altro!
Ma, soprattutto... se siete arrivati a leggere sin qui... ricordatevi di lasciare qualche commento, dai! xD
