"Beckett, anche tu qui?".
La voce di Castle non poteva esprimere maggiore sorpresa nell'incrociare, in un soleggiato sabato mattina e del tutto casualmente, la sua partner lavorativa, in una zona di Manhattan fuori mano per entrambi.
La Beckett in questione si voltò verso di lui, rivelando un identico stupore.
"Castle?" obiettò incredula.
Erano all'interno di un piccolo negozio di recente apertura, apparentemente impegnati nel medesimo compito, cioè quello di comprare una bottiglia di vino, che Castle però aveva già scelto. La teneva tra le mani come se si fosse trattato di un prezioso tesoro. Probabilmente lo era, vista l'etichetta.
"Non avevo idea che frequentassi anche tu questo posto", commentò per primo, per portarsi avanti con i convenevoli.
Kate lo analizzò con sospetto.
"Mi hai seguita?", lo apostrofò con l'aria di chi ha capito l'ovvio inganno.
"Certo che no. Io c'ero da prima. Quindi, forse sei tu che hai seguito me". Elementare, Beckett.
"Perché avrei dovuto farlo?", sbottò Kate, quasi con ripugnanza.
"Perché avrei dovuto farlo io?".
Dovevano giocare? Avrebbero giocato.
"Perché sei tu quello strano, di solito".
"Sono strano al punto di fingere di incontrarti per caso, dopo averti pedinato? Non credi che se avessi voglia di vederti, mi basterebbe telefonarti? O venire al distretto?".
Kate non trovò niente di sensato da rispondergli. Valutò la situazione e, anche se Castle capì che il suo istinto le diceva qualcosa d'altro, non trovò nessun appiglio per accusarlo.
Le toccò accettare che fosse andata proprio così.

"Perché fai spese lontano dal loft?". Usò il suo miglior tono da interrogatorio.
"Per lo stesso motivo per cui le fai tu".
"Siamo più vicini al mio quartiere".
Era così.
"Non mi risulta che ci siamo divisi le zone della città come una coppia separata con i propri figli".
Beckett non ribatté, come si era aspettato, che l'ultima cosa al mondo che avrebbe desiderato era quella di essere sposata con lui, anche solo ipoteticamente e in procinto di divorziare. Interessante.
"È che mi sembra molta strada, per una bottiglia di vino".
Le sue resistenze stavano cedendo, riusciva a comprenderlo grazie al tono di voce via via meno battagliero. Perfino lei sapeva che la sua ultima frase non aveva alcun senso. Si trattava pur sempre di lui. Sarebbe andato in capo al mondo per trovare qualcosa che gli piacesse, fosse pure stato solo per capriccio.
"Qui vendono ottime bottiglie di vino. E se è un posto che frequenti anche tu, dovresti saperlo".
"No. È la prima volta che entro. Stavo solo facendo un giro qui intorno. È il mio giorno libero".
Quanti dettagli, per essere una persona generalmente maldisposta verso il prossimo, lui in particolare.
"Posso farti da guida, se vuoi. Io ci vengo spesso". Si voltò verso il proprietario del negozio, facendogli un cenno di saluto, che l'altro ricambiò con entusiasmo.
Visto? Non era colpevole. Occhi da cucciolo innocente avrebbero aiutato. Si predispose a farli.
"Giorno libero nel senso che sei reperibile?".
"No, nel senso che posso spegnere il telefono e dimenticarmelo per qualche ora".
Gli sorrise felice e rilassata.
Era raro che si mostrasse così fiduciosa e aperta nei suoi confronti.
"Dobbiamo festeggiare, allora".
"Festeggiare il fatto che non devo lavorare?". Riecco il tono ironico. Doveva giocare meglio le sue carte.
"Non è un evento che capita così spesso".
"Lo sapresti, se fossi venuto al distretto nell'ultima settimana".
Oh. Era più facile del previsto. Le era pesata la sua voluta assenza? Doppiamente interessante.
"Non mi hai chiamato. Deduco che non ci siano stati omicidi". Anche la sua logica era inoppugnabile, quando ci si metteva.
"C'è sempre il lavoro d'ufficio che ti aspetta, nei tempi morti".
Era un invito a farle compagnia? Perché in quel caso non era camuffato molto bene.
"Hai sempre trovato inquietante il fatto che rimanessi a fissarti mentre ti occupavi delle tue scartoffie".
"È il tuo solito modo per scansare il lavoro noioso?".
"È il tuo solito modo per dirmi che ti sono mancato?".
"Nei tuoi sogni!", lo rimbeccò chiudendo la questione.
Non rispose l'ovvia constatazione che gli salì alle labbra riguardante i suoi sogni perché, ehi, dove si trovavano in quel preciso momento? Eh, il caso...

Si allontanò da lui, un po' offesa. Castle capì di aver fatto centro. Le andò dietro, solo per darle alcuni consigli, o così le suggerì, con l'aria di chi non ha nessun secondo fine.
Rimasero per un po' in silenzio. La Kate di un tempo se ne sarebbe già andata, piantandolo in asso, o avrebbe trovato il modo di cacciarlo dal suolo condiviso.
"E quindi come impiegano il proprio tempo libero i migliori detective della città? Cinema? Teatro?".
Fidanzati?Non poteva porle l'unica domanda che gli interessava davvero. Doveva prenderla più alla larga.
"Non lo so. Niente di programmato. Quello che mi va di fare".
Castle avrebbe voluto tirar fuori una lunga lista di attività ludiche da svolgere insieme, ma si trattenne per evidenti motivi.
"Ho molte cose da fare a casa", continuò lei. Ne approfitterò per mettere un po' d'ordine. Nell'ultimo periodo ci sono stata giusto il tempo di dormire".
"Non sembra divertente", commentò Castle, dubbioso.
"Non deve per forza essere sempre tutto divertente, sai Castle?".
"Nemmeno nel proprio tempo libero? Pensavo fosse un dovere morale per gli esseri umani".
Kate abbassò gli occhi. Castle si accorse di aver colpito un punto vulnerabile, ma senza capire quale. E perché.
"E tu? Progetti per la giornata?". Indicò la bottiglia che teneva ancora in mano. "È per un invito a cena, immagino".
"No, nessun impegno". Nessun invito. Nessun appuntamento.
Kate continuò a evitare il suo sguardo, assorta. Erano arrivati a un punto morto. Mai conversazione era stata tanto difficoltosa, ma necessaria.
"Bene, io devo andare. Grazie per l'aiuto", lo salutò, pronta ad accomiatarsi.
Il cambiamento era stato troppo repentino, perché non si rendesse necessaria qualche interpretazione.
"Ti accompagno".
Raggiunsero insieme la cassa e, dopo qualche minuto, uscirono in strada.

Rimasero in piedi, uno di fronte all'altro, un po' a disagio.
Fu Castle il primo a parlare.
"Deve essere una bella giornata sull'oceano. Temperatura gradevole, brezza leggera. L'ideale". Lo disse guardandosi intorno, un po' distratto, come se non avesse nessun intento particolare, solo constatare l'ovvio.
Kate corrugò la fronte. "Ti sei messo a fare le previsioni del tempo, adesso? O l'agente di viaggi?".
Castle le sorrise, garbato.
"Dicevo solo che gli Hamptons sono fantastici in questa stagione".
La buttò lì, attendendo che facesse effetto. La vide adombrarsi. Aveva giocato sporco. L'aveva indotta a credere che se ne sarebbe andato per qualche giorno.
"Immagino di sì", fu la risposta asciutta che ricevette.
"Potresti... venire a vedere di persona". Socchiuse gli occhi in attesa della scenata, che non arrivò. Era più che altro stupefatta.
"Mi stai invitando negli Hamptons? A casa tua? Sei impazzito?".
"Non è tecnicamente un invito. Pensavo solo che...". Valutò come procedere. Meglio andare dritto al punto.
"Visto che abbiamo la giornata libera, e l'oceano è a solo un paio d'ore...". Il suo silenzio non lo stava aiutando. Non riusciva a capire dove si trovasse il punto di minor resistenza.
"Ok, questo è il piano. Ascoltami fino in fondo, prima di rifiutare. Prendiamo la mia auto – non c'è bisogno che passi da casa – arriviamo giusto in tempo per il pranzo, in qualche locale sulla spiaggia. Mangiamo, facciamo un giro e torniamo, prima di cena. Che cosa te ne sembra?".
Non era riuscito a renderla meno azzardata di così. Si rendeva conto che era un progetto appena meno che folle.
"Non posso mollare tutto e venirmene negli Hamptons con te". Sembrava irritata, ma forse più con se stessa. Castle iniziò a sperare, contro ogni pronostico.
"Perché no?".
"Perché non è così che funziona". Doveva essere a corto di spiegazioni.
"Devo inviarti una raccomandata, la prossima volta?".
"Non è divertente, Castle. Non ci sarà nessuna prossima volta".
"Non andrai mai più in spiaggia?". Lo stava facendo apposta, per esasperarla.
"Non ci andrò con te".
Ah. Ecco il problema.
"Cercherò di non prenderla come un'offesa", ribatté con allegria, per niente offeso.

"Scusa... non intendevo con te in quanto... te. È che non penso sia... opportuno". "Perché? Non è la stessa cosa di quando ci fermiamo a pranzo fuori durante un'indagine? O quando stiamo seduti a chiacchierare prendendo un caffè, al distretto?".
Colpo molto basso, lei non poteva difendersi.
"No, non lo è. In quel caso si tratta di lavoro".
"E in questo invece siamo due colleghi che trascorrono insieme il loro tempo libero".
"Esatto. Ed è questa la differenza. Il lavoro. I colleghi non dovrebbero uscire insieme".
"Lo fai sembrare un appuntamento". Tanto valeva manipolare la situazione a suo vantaggio.
Kate si sforzò di ridere, ma non ebbe successo.
"È ovvio che non lo è". Parve volerlo convincere di non aver mai sentito niente di più ridicolo.
"E quindi non c'è niente di male a fare le stesse cose che facciamo di solito, ma davanti all'oceano, giusto?".
"Certo che non c'è niente di male".
"Ottimo. Andiamo?".
Kate si rese conto troppo tardi di essere stata incastrata.
"Castle, tu pensi che io non capisca cosa stai tentando di fare ma, credimi, lo so benissimo".
"Cioè cosa? A parte voler trascorrere qualche ora insieme? Che, per inciso, è quello che facciamo sempre? Puoi parlarmi di qualche vecchio caso, se ti senti più a tuo agio".
Kate serrò le labbra. Non poteva rivelare apertamente quello che credeva lui stesse architettando, perché avrebbe dovuto esplicitare a parole le correnti sotterranee che, in tutta onestà, non poteva permettersi di affrontare. Dovette abbozzare.
"Ho da fare".
"Hai detto che non avevi impegni". La guardò negli occhi. "O forse Greg non sarebbe d'accordo?".
"Che cosa c'entra Greg, adesso? E perché doverebbe avere qualcosa da dire? È solo un pranzo".
"Ah, sei d'accordo anche tu, allora. Credevo pensassi che ti stessi circuendo in modo ignobile".
Lo fissò. La risposta era sì, era quello che pensava.
"Dai, Beckett. Hai voglia anche tu di andartene dalla città. E poi abbiamo il vino". Indicò le borse che tenevano in mano.
"D'accordo". Accettò con enorme fatica, o forse era l'impressione che voleva dargli. "Ma non mi vedrai in costume".
"Certo che no", finse di scandalizzarsi. "Siamo solo colleghi. I colleghi non si mettono in costume davanti all'altro". Le sorrise, prendendosi gioco di lei.
"Vorrei frantumarti la bottiglia in testa", lo minacciò, ancora con le penne un po' arruffate per essere stata raggirata.
"Lo so. Fa parte del mio fascino".
"Castle, se intendi passare tutto il pomeriggio...".
Pomeriggio? Chi aveva dato dei limiti temporali così precisi? Di certo non lui.

Salirono in auto. Castle aveva così fretta di portarla via che si trattenne a stento dal bloccare la serratura dell'auto, per non farla fuggire. Era certo che sarebbero arrivati presto i primi ripensamenti.
Appoggiò un braccio sul volante, voltandosi nella sua direzione.
"Una condizione, però".
"Non hai nessun diritto di impormi condizioni".
Bentornata, vecchia Beckett.
"I telefoni rimangono spenti".
Gli sembrò che trattenesse il fiato.
"Ok", accettò bisbigliando.
"Ok".
Il loro patto era stato siglato.