Due giorni dopo la discussione con Stear, Candy ancora pensava alle sue parole, a quello che lui le aveva detto di Terence: non riusciva a darsi pace. Si era svegliata presto, aveva di nuovo sognato la loro separazione a New York. Ancora in vestaglia era scesa nel salotto piccolo al secondo piano, sperava di trovare Albert, sperava che lui avesse parole che l'aiutassero a stare meglio. Entrò nel salotto e si accorse che c'era già qualcuno seduto davanti a caminetto spento, qualcuno che stava piangendo.
"Annie!"
"Candy!"
"Che ci fai qui così presto? Perché piangi?"
Lei non rispose e riprese a piangere.
"Annie, dimmi cosa succede..." e si sedette accanto a lei abbracciandola.
"Candy, io…non so se…io…Archie…non so cosa ha Archie…"
"Perché?", chiese Candy facendosi vigile.
"È dal giorno della festa che è strano, è sempre soprapensiero, mi risponde in modo vago, non mi dice dove va…"
"Sarà in pensiero per i preparativi del matrimonio…", provò ad abbozzare Candy, sapeva cos'era che tormentava Archie ma non voleva e non poteva dirlo; il carattere troppo emotivo di Annie avrebbe finito per cedere davanti a Patty.
"No, no, no…se fosse come dici tu mi avrebbe detto qualcosa…no ci deve essere qualcos'altro…perché sparisce così? Tutti i pomeriggi…Candy io, io…credo che abbia un'altra…" ed arrossì violentemente, grosse lacrime le scesero sulle guance già bagnate.
Candy non resistette, scoppiò a ridere.
"Candy, perche' ridi? Perche' mi prendi in giro???!!!"
"Annie, Archie non ha un'altra!", Candy non riusciva a smettere di ridere.
Annie era sempre più contrariata, si alzò di scatto e corse via.
Candy la inseguì nel corridoio: "Annie vuoi fermarti, Annie!"
"Lasciami in pace!"
"Annie! Annie, fermati! Archie non ha un'altra! Annie fermati!"
Avevano raggiunto le scale che scendevano al primo piano, Annie si fermò: "Se non ha un'altra dimmi dove va e cosa fa tutti i pomeriggi!"
Candy guardò con tenerezza Annie, non era cambiata molto, la sua paura di perdere Archie a causa di un'altra ragazza non era cambiata.
"Annie, se ti calmi te lo dico ma devi promettermi di non dire nulla a Patty, di non lasciarti sfuggire nulla, non per il momento."
Annie la guardò con aria interrogativa.
"Cosa c'entra Patty adesso? È con lei che esce a cavallo?!"
"Ma no sciocchina, ascolta, mi prometti di non dirle nulla?"
Annie fece sì con la testa.
"La sera della festa qualcuno è tornato, qualcuno che non avremmo mai pensato di poter rivedere, Archie va da lui tutti i giorni, al casino di caccia, Annie, Archie va da Stear…"
Annie mise le mani sulla bocca ma il grido che Candy udì non l'aveva emesso lei, proveniva dal fondo delle scale.
Candy ed Annie si guardarono "Patty!"
Scesero veloci le scale ma la ragazza era già uscita in giardino.
"Vado a cambiarmi e prendo Sogno, tu cercala nel parco."
"Va bene"
Pochi minuti dopo entrambe si erano cambiate d'abito, la grande villa dormiva ancora.
Nel dormiveglia sia Albert che Archie udirono il galoppo veloce di un cavallo sul selciato e poco dopo la voce di Annie che chiamava Patty.
"Forza bello, dobbiamo trovare Patty, forza!", Candy incitava il cavallo, dovevo essere ormai passate due ore, cominciava a sentire la fame, non aveva quasi toccato cibo la sera precedente, non aveva fatto colazione ed il caldo cominciava a farsi sentire.
Ormai si stava rassegnando a tornare alla villa ad avvertire Albert ed Archie quando vide arrivare quest'ultimo al galoppo.
"Candy, finalmente ti ho trovato! Vieni, è tutto a posto, Annie ha trovato Patty, era vicino all'imbarcadero."
"Grazie al cielo! Come sta?"
"È sconvolta ma vuole vedere Stear a tutti i costi, Albert le ha promesso che l'avrebbe portata da lui."
"Bisogna avvisarlo…", disse girando il cavallo.
"No, Albert dice che è meglio se se la sbrighino da soli!"
"Ma Stear si arrabbierà…"
"Quella testa dura di mio fratello! È uno stupido a fare così…forse ha ragione Albert, passato il primo shock forse le cose andranno a posto. Vieni, torniamo a casa."
Stear passava lunghe ore seduto a guardare fuori, fissando un punto nel vuoto, lo sguardo assente. Martin aveva provato più volte a farlo parlare ma lui si era chiuso in se stesso, una rabbia sorda gli avviluppava il cuore e la mente, rabbia per se stesso, per quello che aveva fatto.
Era partito con le più nobili delle intenzioni, non aveva ascoltato Patty, non aveva ascoltato Archie, ne Albert ne Candy. Era convinto che andare ad arruolarsi fosse la cosa migliore da fare per difendere il proprio paese, per difendere Patty e Candy e tutti coloro che amava, non voleva essere solo il ragazzo ricco capace solo di inventare scherzi.
Sapeva volare, sapeva riparare un aereo, poteva essere utile.
Glielo avevano ripetuto tante volte, ma lui non aveva voluto ascoltare: andare in guerra significa rischiare di essere feriti, rischiare di morire, non gli avevano detto, non ci aveva pensato neppure lui, che andare in guerra significa uccidere, soprattutto uccidere.
Quando Dominique era tornato morente, lui aveva iniziato a capire la vera natura della guerra, aveva sbagliato ad arruolarsi, aveva ragione Albert quando diceva che la vita andava rispettata, chi moriva non era il nemico ma un altro uomo come te, come i tuoi amici, come tuo fratello.
La guerra è quando la vita di un uomo non vale più niente, uccidi per non essere ucciso, diventi solo un numero sul bollettino della giornata.
Non era riuscito ad uccidere il suo nemico ma qualcuno non si era fatto scrupolo di colpirlo.
Il suo aereo era precipitato, una barca di pescatori l'aveva recuperato incosciente, aggrappato ad un pezzo della carlinga. Se non fosse caduto in acqua le fiamme dell'aereo l'avrebbero ucciso: era rimasto comunque ustionato, sul lato destro del viso, sul torace, sulle mani.
L'avevano curato in un piccolo ospedale di provincia, era stato tra la vita e la morte per settimane, le ustioni erano gravi, lui non aveva più voglia di vivere, era stato terribile.
Alla fine l'avevano rimandato a casa, su una nave ospedale, rimpatriato a forza. Non aveva smesso di pensare un attimo a Patty ma era convinto che non potesse offrirle più nulla, si vergognava di essersene andato ed averla lasciata sola, senza una parola, convinto di essere nel giusto. Aveva perso la voglia di scherzare, di inventare, tutto gli sembrava privo di senso.
Aveva visto le lacrime di Candy, di Archie, persino gli occhi lucidi di Albert, erano tutti felici di vederlo, nessuno aveva fatto caso al suo corpo, nessuno, ma lui non riusciva a guardarsi allo specchio, non riusciva a vedersi uguale a prima, vedeva solo un buco nero nella sua vita.
Terence l'aveva convinto a tornare a Chicago, quanta disperazione aveva visto nei suoi occhi per la mancanza di Candy, aveva pensato che per Patty era la stessa cosa, ma ora che era lì non era più convinto di aver fatto la cosa giusta, sarebbe stato meglio se fosse diventato un vagabondo lontano da lì…poteva sempre fuggire…non ne aveva la forza, schiacciato com'era dalla vergogna, dal senso di impotenza che l'attanagliava.
Negli incubi rivedeva la morte di Dominique, il suo aereo in fiamme, Patty che lo chiamava, la lacrime nascoste di Terence, i singhiozzi di Candy e si svegliava sempre più stanco.
Era seduto sugli scalini, il tepore del sole del mattino era piacevole: era tanto che non si lasciava andare, che non si faceva cullare dal vento e dagli uccelli, i soli suoni che aveva sentito nelle orecchie per settimane erano quelli dei motori degli aerei e delle mitragliatrici, le grida e i lamenti dei feriti.
Sentì il rumore lontano di un'auto che stava arrivando; restò ad aspettare, pensava fosse Archie, veniva ogni giorno, di solito nel pomeriggio, a cavallo, magari quel giorno aveva deciso di usare l'auto e venire al mattino.
Lui aprì gli occhi solo quando la vettura si fermò: vide Albert scendere e aprire la portiera del passeggero.
"Patty!"mormorò con gli occhi sbarrati.
La ragazza era scesa e si stava aggrappando al braccio di Albert, non vedeva nulla, aveva le lacrime che le riempivano gli occhi. Era pallida e magra, molto più magra di quando lui se ne era andato.
Era stato lui a ridurla così? Sembrava quasi un fantasma.
Lui si alzò: "Perché l'hai portata qui?"
"L'ha scoperto da sola."
Stear si voltò dall'altra parte, non voleva parlarle, non riusciva a guardarla, schiacciato dalla vergogna.
Si sentì prendere per la camicia, era Albert, aveva un'espressione molto poco amichevole.
"Ascoltami bene, Stear! Patty ti vuole molto bene, ha sofferto le pene dell'inferno, non puoi rifiutarti di parlare con lei, non puoi farla soffrire ancora di più, per cui ora smettila di comportarti da vigliacco, non gettare via l'unica cosa bella della tua vita, l'amore di una ragazza come lei!"
Stear non conosceva quell'aspetto del carattere di Albert, rimase senza parole, non l'aveva mai visto essere così duro.
"Va bene", disse rassegnato, "le parlerò…solo questo, io non…", e abbassò gli occhi a terra.
Albert tornò verso l'auto, disse a Patty che l'avrebbe aspettata e poi andò a cercare Martin.
I due ragazzi restarono soli, si guardarono per un po' da distante poi Patty non resistette più e corse ad abbracciare Stear; lui si sentì invadere lentamente dal calore di quell'abbraccio e, per la prima volta, dopo tanto tempo, sorrise debolmente.
Patty singhiozzava con il viso nella sua camicia, passarono minuti che sembravano eternità, poi, infine, lei lo guardò negli occhi, non riuscivano a parlare, nessuno dei due riusciva a parlare; Patty fece una cosa che lui non si sarebbe mai aspettato: si alzò in punta di piedi e lo baciò sulle labbra, un bacio leggerissimo, un soffio, ma bastò perché Stear, già confuso, iniziasse a piangere come un bambino, si piegò sulle ginocchia, accasciandosi a terra: "Perdonami", fu l'unica cosa che riuscì a dire.
Patty lo abbracciò stretto, la testa contro la sua. "Amore mio", disse con un soffio di voce ma sufficiente affinché lui la sentisse.
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