Upstate New York, 5 Anni Fa III

C'era una linea sottile tra il dimenticare e il lasciarsi tutto alle spalle. Santana imparò questo da Cape Cod. Il "dimenticare" era solo un cerotto, quello di cui lei aveva bisogno erano punti di sutura. Lavorò sodo nella fattoria e per le prime mattine le faceva male tutto il corpo, ma ci era abituata per gli allenamenti delle cheerleader. La vecchia Santana avrebbe esitato davanti al pensiero del lavoro manuale. La nuova Santana lo trovava gratificante. Era la cosa perfetta che le permetteva di togliersi Brittany dalla mente durante la giornata. Di sera pensava un po' a lei prima di andare a dormire e trovò che, con il passare dei giorni, la ferita si stava cicatrizzando un po' di più. Questo non significava che non passò alcune notti a piangere sul cuscino in maniera incontrollata, ma quei momenti accaddero sempre meno con il trascorrere delle settimane.

Bruce e Janice erano felici di avere Santana nei paraggi. Aveva dato l'opportunità a Janice di lavorare come donna delle pulizie al motel e così di aiutare Bruce a pagare le bollette. Santana si prendeva cura di Laney e portava Max fino alla fermata dell'autobus tutte le mattine. Poi ritornava ad aiutare Bruce a far pascolare gli animali nei campi, si prendeva cura di Laney e poi ancora Janice, una volta tornata a casa, aiutava Bruce a portare gli animali indietro. Non era l'ideale, pensava Santana, ma le andava bene. Era davvero più di quanto avesse sperato. Per molto tempo, Santana si sentì contenta. Non era felice, no, non si sentiva così da quando Brittany era morta e sinceramente dubitava che quel sentimento sarebbe tornato, ma questo era il meglio che poteva ottenere per un po'. Janice, Bruce, Max, Laney e persino i cuccioli divennero la sua nuova famiglia. Non si era dimenticata di quella vecchia, Janice si assicurò che chiamasse i suoi genitori ogni settimana per rassicurarli.

Ma come tutte le cose, l'estate finì. Verso fine agosto, Santana capì che gli alberi stavano diventando rossi, gialli e arancioni, segnalando l'arrivo dell'autunno. Il suo cuore diventò più pesante nel petto quando si ricordò che stava per tornare a casa. Ogni giorno diventava un po' più corto e passava più velocemente. Santana era certa di una cosa: non era pronta ad andarsene.

"Quindi, tornerai a casa tra una settimana?" chiese Janice. Santana punzecchiò tristemente il suo polpettone, non particolarmente affamata. Janice diede a Laney un cucchiaio di purè di broccoli che la bambina prontamente sputò.

"Non voglio," disse Santana.

"Tesoro, l'hai promesso ai tuoi genitori. Non posso tenerti lontana da loro." Santana sapeva che Janice aveva ragione. Aveva promesso ai suoi genitori che sarebbe tornata a settembre e quella data arrivava sempre più velocemente. Chiese a sua madre se intendeva i primi di settembre o fine settembre, ben conoscendo la sua risposta. Sua madre rispose con una voce che Santana non mise in discussione.

"Tornerai ai primi di settembre." Odiava quella data. La segnò sul calendario con una grossa, rossa "X".

Santana non era affamata abbastanza da mangiare il cibo di fronte a lei. Si scusò e si allontanò dal tavolo, recandosi in salotto. Max stava guardando la televisione sul pavimento, con i gomiti appoggiati sui cuscini. Sembrava abbastanza comodo dov'era ma quando Santana si sedette sul divano, lui si arrampicò e si distese sul suo grembo.

"E' vero?" le chiese, senza togliere gli occhi dallo schermo. "Mamma ha detto che stai partendo. Non stai partendo, vero Santy?" Santana gli accarezzò i capelli. Capì che era assonnato e che probabilmente non era il momento di turbarlo.

"Devo andare a casa," rispose. Dentro di sé, si chiedeva se poteva ancora chiamarla così. Sarebbe stata felice, un po' di tempo fa…

"Mamma dice che hai una casa qui." Lui iniziò a succhiarsi il pollice. Istintivamente, Santana spostò la sua mano lontano dalla bocca.

"Andiamo, ti porto a letto," suggerì lei.

"No." Max resistette. "Non voglio che tu te ne vada!" iniziò a piangere. "Non voglio che tu te ne vada, San!" Santana provò a calmare il bambino che urlava, ma era inconsolabile. Sua madre fece capolino in salotto per vedere cosa stesse succedendo ma Santana le rivolse un sorriso rassicurante. Lei annuì capendo la situazione e tornò a ripulire la cucina. Santana lasciò che piangesse sul suo grembo, le sue manine stringevano la sua camicia. Non ci volle molto prima che si stancasse ed esaurisse le lacrime. Quando finalmente si addormentò sul suo grembo, Santana lo raccolse tra le braccia e lo portò di sopra. Lo mise a letto dove mormorò qualcosa e si arricciò in una palla, con il pollice di nuovo in bocca. Santana lo spostò gentilmente prima di lasciargli un bacio sulla fronte. Osservò la sua cameretta. Max amava gli aeroplani, aveva promesso di diventare un pilota un giorno e naturalmente la sua stanza era a tema. Aveva la carta da parati con gli aerei, trapunte con gli aerei e giocattoli sparsi intorno alla sua stanza. Appena Santana raccolse le sue cose per metterle a posto, sentì una leggera fitta di rimpianto nel lasciarlo. Era stata una parte così integrante della sua vita: gli faceva il pranzo, lo andava a prendere, lo accompagnava, giocava con lui e tante altre cose. Non poteva fare a meno di sentirsi come se lo stesse abbandonando.

"Come se abbandonassi i tuoi amici?" una voce nella sua mente le chiese con amarezza. Santana scosse la testa provando a dimenticarla. Si ricordò che sua madre aveva menzionato la stessa cosa. "Sono preoccupati, mija. Non possiamo solo dirgli dove ti trovi?"

"Ditegli solo che sono viva," Santana aveva risposto freddamente.

"Perché gli stai facendo questo? Cosa ti hanno fatto?" Santana si morse il labbro. Non le avevano fatto niente, solo che provava imbarazzo a parlargli o semplicemente a vederli. Era scomparsa da un giorno all'altro e si vergognava un po' di avergli fatto passare quello che stavano passando. E non voleva vederli senza prima essere riuscita ad andare avanti.

"Non posso, okay? So che loro verrebbero a cercarmi." Specialmente Puck. Quel ragazzo avrebbe guidato proprio fino a dove si trovava e l'avrebbe trascinata fuori di casa in un sacchetto se fosse stato necessario. L'avrebbe probabilmente riportata a Lima e le avrebbe detto di tornare alla sua vita. Avrebbe avuto ragione, ma Puck era sempre un po' brusco quando si trattava di queste cose. Era l'unico modo che conosceva. A volte era buono, ma Santana non voleva che succedesse. "Se ne faranno una ragione." Questo era quanto.

Santana si avvicinò alla stalla, stringendo Picasso al petto. Uscendo di casa, attirò l'attenzione di Brittana, che iniziò a seguirla. Brittana aveva formato uno stretto legame con Santana molto in fretta. Poco dopo aveva scoperto da Max perché avevano chiamato il cucciolo in quel modo.

"Vedi i suoi occhi?" disse Max, indicandoli. Santana osservò il cucciolo felice. Uno dei suoi occhi era marrone scuro e l'altro era di una sfumatura di blu quasi identica a quelli di Brittany. "Tu hai gli occhi marroni e Brittany ce li ha azzurri!" Aveva… pensò Santana.

A Brittana non piaceva allontanarsi da Santana. L'accompagnava quando portava le pecore a pascolare nei campi e si rannicchiava al suo capezzale (a volte anche accanto a lei) durante la notte. Janice le disse che avrebbe potuto portare Brittana via con lei quando sarebbe partita, altrimenti la poveretta sarebbe morta di crepacuore. Santana promise che appena avrebbe potuto, sarebbe tornata a prenderla.

Ma i cani non riescono a salire le scale e quindi Brittana si sdraiò proprio sotto e, appena Santana scompariva dalla sua vista, piagnucolava. Santana aprì le porte del primo piano e si sedette proprio all'angolo appoggiando l'anatra di pezza vicino a lei esattamente nello stesso punto in cui Brittany si era seduta tanti mesi fa.

"Non sono ancora pronta." Sussurrò. "Dio… è passato quasi un anno, B, e non sono ancora pronta a tornare a Lima." Guardò l'anatra deforme.

"Sei pronta." Santana si spaventò quando sentì la voce di Janice. La donna salì le scale e si sedette dall'altro lato dell'animale di pezza.

"Origliavi?" Chiese Santana, anche se non le importava più di tanto.

"I vecchi come me non se ne vergognano." Ridacchiò.

"Vecchi? E' come se dentro di te ci fossero due bambine!" Scherzò Santana.

"Hah! Vorrà dire che sarai tu ad aiutarmi a partorire!" Rispose Janice, scuotendo la testa. Santana spostò lo sguardo.

"Brittany ha fatto tutto il lavoro," disse.

"Tesoro…ha tremato per tutto il tempo. L'unica ragione per la quale è stata in grado di affrontare tutto quel trambusto era perché c'eri tu lì a tenerle la mano." Santana guardò la donna e le sorrise grata. Le due sedettero lì in silenzio, l'aria fredda autunnale invadeva il fienile.

"Sono contenta che mi si sia rotta la macchina." Santana disse dolcemente.

"Anche io." Janice mise il suo braccio intorno alla ragazza e la attirò a sé, schiacciando l'anatra in mezzo a loro. "Sei pronta." Santana sospirò. Lo sperava davvero.


Successe tre giorni prima della partenza di Santana. Stava impacchettando tutte le sue cose, guardando con dolore la stanza intorno a lei. Le sarebbe sicuramente mancata quella vecchia casa, anche se di notte faceva rumori inquietanti. Non voleva andarsene sul serio e si ritrovò a cercare qualsiasi scusa per rimanere ancora un po'. Fortunatamente, o forse sfortunatamente, un'opportunità sorse proprio appena buttò l'ultimo vestito nella valigia.

"Oh cazzo! SANTANA!" La voce di Janice era stranamente alta e sembrava allarmata. Se c'era qualcosa Santana aveva imparato in fretta, era che Janice manteneva sempre la calma. La nascita di Laney testimoniava che ogni volta che la sua voce accennava al panico, si trattava di qualcosa di grosso. Santana mollò tutto e corse di sotto. Janice aveva il braccio di Bruce lungo la sua spalla. Il grosso viso dell'uomo era contorto dal dolore e si stringeva la gamba. Sembrava che qualcuno gli avesse piegato lo stinco a metà e l'osso usciva dalla pelle. Il sangue colava sul pavimento e l'uomo si lasciò sfuggire un flusso di imprecazioni sotto voce.

"Cosa diavolo è successo?" chiese Santana, avvicinandosi così che Bruce potesse posare l'altro suo braccio intorno alle sue spalle.

"Fottuto… fottuto tetto," disse Bruce a denti stretti. Lo fecero sedere e Janice andò immediatamente a riempirgli la vasca da bagno. Prese asciugamani e li poggiò dove usciva il sangue. Bruce si lasciò sfuggire un'imprecazione forte e fece una smorfia di dolore.

"Cos'è successo sul tetto?" domandò Santana, provando a fargli ignorare il dolore.

"Cazzo… stavo cercando di… di aggiustare un buco sul tetto del fienile." Inspirò l'aria bruscamente quando Janice iniziò a prendersi cura dell'osso. "Cazzo, cazzo, sono scivolato e sono caduto…"

"Sei fortunato che ti sia successo solo questo," disse Janice. La sua voce era piena di preoccupazione.

"Sì… beh, cosa diavolo faremo adesso?" domandò Bruce. "La stagione del raccolto sta arrivando. Ho bisogno di essere in piedi."

"Ci penserà Colby." Janice avvolse la sua gamba con una stecca improvvisata con il tagliere.

"Colby deve andare a scuola!" Rispose Bruce. "Il ragazzo non può aiutarci."

"Mi prenderò più giorni liberi dal motel," sbottò Janice. "Tesoro, non sei nelle condizioni per poter fare qualcosa."

"Resto io," disse Santana senza riflettere. I due si bloccarono a guardarla. "Resto io." La sua voce era ferma questa volta.

"No, no, tu no," rispose Janice, ma Santana si accorse della sua indecisione.

"Resto. Avete bisogno di aiuto."

"I tuoi genitori. Santana tu tornerai a casa. Non possiamo chiederti di restare solo perché Bruce ha la grazia di un bue." Santana osservò Janice con un'espressione che la signora non poté controbattere. "Ma i tuoi genitori…"

"Loro staranno bene," mentì Santana. Sapeva che sua madre e suo padre intendevano quello che le avevano detto quando le dissero che se non fosse tornata a casa non avrebbe più fatto parte della famiglia. "Li chiamo ora." Prese il cellulare e compose il numero di casa sua. Sua madre rispose.

"Ehi, mamma."

"Santana! Come stai? Tornerai tra pochi giorni, vero?" Santana prese un grosso respiro e si assentò cosicché né Bruce né Janice potessero sentire se le cose fossero andate male. Suo padre rispose dall'altro telefono di casa, quello del piano di sopra.

"San?" Chiese.

"Ciao, papà."

"E' bello sentire la tua voce. Stavo pensando che potremmo portarti fuori a cena quando tornerai venerdì," disse lui. Entrambi sembravano entusiasti all'idea di vederla e Santana si sentì un a figlia orribile.

"Mamma, papà… Non tornerò venerdì."

"Come scusa?" La voce di suo padre vacillò.

"Bruce ha avuto un incidente. La sua gamba… si è rotto la gamba e non può lavorare," spiegò Santana. "Devo restare qui e aiutarli, per favore, mamma, papà, per favore cercate di capire."

"Non mi interessa se l'intera fattoria muore, tu tornerai a casa venerdì." Suo padre urlò. Sua madre diventò stranamente silenziosa. Santana doveva essere più insistente.

"Devo aiutarli."

"No, tu vuoi aiutarli. Loro stavano benissimo senza di te prima e lo faranno ancora."

"Io resto," disse Santana con la voce risoluta. Ci fu un pesante silenzio.

"Allora... allora non sei più nostra figlia. Abbiamo passato fin troppo tempo a preoccuparci per te e a te non è importato nemmeno per un secondo di come ci sentiamo noi." La voce di suo padre stava tremando di rabbia.

"Tesoro…" intervenne sua mamma, stava chiaramente piangendo.

"Riattacca il telefono," ordinò il padre di Santana. "Dannazione, fallo! Subito!" Santana sentì un click. "Non ci conosciamo più." E anche l'altra linea si spense. La mano di Santana tremò mentre metteva il telefono in tasca. Era andata bene quanto uno schianto aereo. Si coprì la bocca con la mano, soffocando un urlo.

"Santana?" Sussurrò Janice, avvicinandosi. Santana ingoiò il singhiozzo che le era salito in gola. Prese un respiro profondo e si girò, forzando un sorriso.

"Sono d'accordo," rispose. Janice la guardò scettica, sapendo bene che stava mentendo.

"San…" Janice l'avvertì, avvicinandosi. Santana si allontanò da lei e si sedette accanto a Bruce, ancora cercando di fingere normalità.

"Ti portiamo in ospedale, okay?" propose Santana. Bruce annuì in silenzio, gemendo di dolore quando Santana lo aiutò ad alzarsi sulla sua unica gamba buona. Zoppicarono fuori dalla porta, lo sguardo di Janice li seguì. Sapeva che qualcosa era andato storto nella conversazione. Non era difficile vedere le lacrime traboccanti dagli occhi della ragazza. Ma anche sforzando al massimo la sua immaginazione, non aveva idea di cosa Santana avesse sacrificato per loro.

Santana si getto nel lavoro, non volendo pensare alla prospettiva di avere o meno una casa in cui tornare una volta che Bruce si fosse ristabilito. Aveva contemplato di stare con Janice e Bruce per un tempo più lungo, ma doveva tornare a casa e recuperare quello che restava della sua famiglia. Bruce per lo più restava in casa, a volte zoppicava sulla sua stampella per guardare ciò che Santana stava facendo e grugnire commenti su come doveva far pascolare le pecore o accudire i polli o, in rare occasioni, facendole complimenti. Un altro mese passò e presto Bruce ricominciò a camminare su due gambe. Santana guardò il calendario. Aveva un nuova data cerchiata, il 23 di ottobre. Era il giorno in cui si era ripromessa che sarebbe tornata a Lima. Avrebbe aiutato Bruce durante la stagione del raccolto, ma si era promessa che dopo quella se ne sarebbe andata.


Era il 22 ottobre e Santana era fuori a pascolare il gregge. Il cielo ero scuro e le nuvole erano basse e pesanti di pioggia. Le pecore stavano bene e Brittana, Mounty e DeScala le guardavano con sguardo attento. Santana sospirò, sapendo che domani avrebbe scoperto cosa i suoi genitori intendessero quando le dissero di essere ormai un'estranea. Più importante, aveva bisogno di visitare la tomba di Brittany e vedere se, essendo rimasta lontana per così tanto tempo, il dolore fosse diminuito. Giocava con un filo d'erba e si distese sul prato, guardando il cielo. Divenne incerta. Sarebbe tornata a Lima, non c'erano dubbi su questo. Gli altri membri del Glee sarebbero probabilmente già partiti per il college o qualunque cosa stessero facendo, quindi Santana non era particolarmente preoccupata per loro. Forse lei non avrebbe avuto nessun posto in cui andare, forse non era pronta a combattere i suoi demoni.

Il cielo sopra di lei borbottò e finalmente si aprì. Pioggia cadde su di lei. Si alzò dal prato e cominciò a correre verso il fienile. I cani non sembravano dispiaciuti e nemmeno le pecore, probabilmente sarebbero rimasti nello stesso posto fin quando non avesse smesso di piovere, quindi Santana decise di salvarsi. Mentre raggiungeva l'inizio della collina che si affacciava sul ranch, vide la silhouette di due ragazze precipitarsi nel granaio. Il suo cuore si fermò per un momento mentre realizzava che la pioggia le stava giocando brutti scherzi. Tuttavia, corse verso il fienile e spalancò le porte.

"C'è nessuno?" Urlò. Non rispose nessuno. Si guardò intorno e un'ombra catturò il suo sguardo. Guardò verso il lato destro del fienile e un uccellino volò fuori dal fieno e poi uscì. Santana deglutì e lentamente si fece strada verso la parete. Allungò una mano e toccò il legno, chiudendo gli occhi. Cercò di riportare la sensazione della pelle bagnata di Brittany attaccata alla sua. Riposò la testa sul legno.

"B…" Sussurrò. "Sto tornando a casa." Rimase così per un momento prima di tornare fuori. La pioggia cadeva a catinelle e sentì Janice che le urlava dal portico di tornare dentro. Santana allargò le braccia come per accogliere la pioggia e inclinò la testa all'indietro, aprì la bocca e tirò fuori la lingua, gustando le goccioline. Sapeva come appariva, la bocca spalancata, la lingua fuori come un cane. Poteva anche sentire le lacrime cadere ai lati del suo viso, caldo in contrasto col freddo della pioggia. Ma non le importava quanto stupido potesse essere, o che probabilmente stava per prendersi un raffreddore. Appropriato… pensò. Qualcosa di soffocato e roco uscì dalla sua gola e Santana non riconobbe in un primo momento che suono fosse. Ci volle un secondo momento perché si accorgesse che era una risata. Stava ridendo, oh Dio, stava ridendo di gusto. Rise all'assurdità, alla coincidenza di tutto ciò. Rise di sé stessa, per essere così sciocca. E anche se durò solo pochi secondi, Dio, sembrava così lungo che Santana restò in piedi sotto la pioggia per un po', assaporando la sensazione graffiante che la risata aveva lasciato nella parte posteriore della sua gola.

Quando venne il giorno per Santana di andarsene, si trovò pronta. L'addio questa volta non era solo Santana che saltava in macchina e correva via. Abbracciò propriamente ognuno di loro, anche Laney, che pianse quando Santana si ritrasse. Max saltò nelle braccia di Santana e Bruce dovette staccarglielo di dosso.

"Tornerò," promise Santana. Janice le diede un bacio sulla guancia, i suoi occhi pieni di lacrime.

"Sarà meglio. Altrimenti…"

"Mounty verrà a darmi la caccia," concluse Santana con un sorriso. Le labbra di Janice tremarono e si avvicinò per un altro abbraccio.

"Abbi cura di te," le sussurrò la donna.

"Lo farò." Santana salì in macchina. Abbassò il finestrino e guidò via lentamente, salutandoli con la mano mentre diventavano semplici macchiette sullo specchietto retrovisore. Il suo tempo a New York era passato. Era il momento di tornare a Lima.