Saint Sulpice

"Diane…".

"Oui madame?".

"Mi serve della senape e un mazzetto di maggiorana…in dispensa c'è ne dovrebbe essere ancora…vai a prenderli!".

"In dispensa?" – balbettò Diane mentre i muscoli s'irrigidivano.

"Sì…e sbrigati! Pare che la padrona ti abbia preso in simpatia ma con me non attacca. Se vuoi guadagnarti il tuo salario devi fare quello che ti dico!".

Il tono assolutamente cinico della cuoca s'infranse contro l'ultimo tentativo di Diane di evitare, così come le era stato suggerito, di scendere ancora in quella maledetta dispensa, da sola…

Era già buio e Diane era impaziente di lasciare la casa.

Tentò di sviare l'incarico.

"Io tra poco dovrei tornare a casa…posso…posso mandarci…" – replicò con un filo di voce.

L'altra si alzò e le si parò davanti.

I pugni chiusi sui fianchi grassi e il mestolo che ondeggiava pericolosamente e il viso, già rosso per via di un reticolo di venuzze che parevano i cunicoli delle catacombe di Parigi, si gonfiò inghiottendo gli occhietti scuri della donna.

"Se dico che devi andarci tu…".

Il mestolo si alzò in alto e Diane comprese che era meglio non sfidare ulteriomente la sorte.

"Va bene…va bene madame…vado subito".

Se quell'incombenza non la si poteva evitare, tanto valeva eseguirla più veloce di un fulmine, e Diane iniziò a percorrere le scale di legno unte e scure che portavano giù nella dispensa fresca e odorosa di spezie e piante aromatiche.

Il luogo in sé non evocava pensieri oscuri, tutt'altro, e quando c'era stata mandata la prima volta, Diane si era perduta nella miriade di vasi e vasetti ricolmi di impasti odorosi e profumati, oppure piccanti e speziati.

Ne aveva aperti alcuni e dai contenitori erano sgusciate scie di aromi sconosciuti, mentre gli occhi si erano immersi a riconoscere colori pungenti come quelli rossi delle spezie acri e piccanti o quelli verdi più dolci…

Era una vera disdetta per Diane che quel luogo fosse diventato fonte di tanta angoscia ma lei doveva essere forte e tenere alla larga dai pensieri la sua dannata ingenuità e la paura che l'avevano accompagnata da quando aveva iniziato a mettere il naso fuori della sua casa natale.

Gli occhi di Alain non l'avevano lasciata un istante e lei si era permessa a ragione di andare ovunque e di sfidare la sorte oscura che aleggiava dentro le casupole fatiscenti alla periferie di Rue de Richelieu…

Ma adesso era cresciuta, aveva un lavoro, era sola…

E doveva bastare a sé stessa e doveva essere capace di affrontare qualsiasi pericolo…

E, accidenti!

Il vaso con i semi di senape si trovava in una mensola, lassù, in alto.

Era sempre così!

Quelli che riponevano gl'ingombri pesanti erano alti e stupidi mentre lei era aggraziata e…

Diane appoggiò il moccolo che si era portata per aggirarsi nell'antro buio e umido.

Spinse una piccola panca per raggiungere il contenitore e ci salì sopra avvicinando le dita al barattolo.

E accidenti…

Era veramente pesante.

Provò ad avvicinarlo al bordo piano piano…

Poi trattenendolo lentamente con entrambe le mani lo trascinò verso di se…

Lo fece scivolare giù afferrandolo mentre anche lei scendeva e…

La concentrazione per l'operazione rischiosa assorbì l'attenzione e Diane non si accorse di alcuni rumori alle spalle.

Fruscii leggeri, poi sempre più nitidi e distinti, s'imposero e la colpirono all'improvviso e la fecero sobbalzare e voltare talmente in fretta da farle perdere la presa del contenitore.

Diane tentò di non perdere anche l'equilibrio, ma dovendo scegliere di aggrapparsi alla mensola, intuì che il vaso non avrebbe avuto la meglio.

Chiuse gli occhi attendendo lo schianto…

Nessun rumore s'infranse contro di lei.

Nel silenzio assoluto Diane ascoltò il battito veloce del cuore, nel petto, che pareva rimbombare contro le pareti umide…

Le palpeble si dischiusero piano, un occhio e poi l'altro, per comprendere cosa fosse accaduto, e lo sguardo si abbassò leggermente e l'ondeggiare della fiamma della candela si riverberò nell'azzurro trasparente e sereno che lei si ritrovò addosso.

Il respiro si fece veloce mentre il vetro del vaso, saldamente stretto tra le mani di un giovane praticamente in ginocchio, amplificava la poca luce.

Diane ebbe un sussulto.

"Io…monsieur…".

Diane non mosse un muscolo.

Non riusciva neppure a respirare, alla spasmodica ricerca di un appiglio, uno qualsiasi, sull'identità di quel giovane che non le pareva di aver mai visto prima d'ora nella casa, ma c'era da considerare che, a parte i ricevimenti serali, a lei non era consentito salire ai piani nobili durante il giorno, e quindi poteva benissimo darsi che quello fosse uno degli ospiti dei Duchi de Livrer.

L'altro non si scompose di fronte al mutismo di Diane.

Si rialzò lentamente porgendole la mano per farla scendere.

La voce ed il tono d'esordio, al contrario, colpirono Diane come una frustata.

"Comprendo il vostro stato d'animo e sono dolente perché temo di esserne l'unica causa…".

"Cosa? Voi…" – mormorò Diane.

"Ebbene sì, mademoiselle. Sono io…sono colui che quella sera…".

Diane deglutì a fatica. Strinse i pugni e in un guizzo scese dallo sgabello tentando di guadagnare la porta.

"Vi prego!" – intervenne l'altro altrettanto repentinamente – "Vi prego…non abbiate timore di me…non voglio farvi del male. Ho aspettato di rivedervi da sola per…".

Diane s'immobilizzò. Non aveva il coraggio di guardare l'altro in faccia ma il tono delle parole catturò la sua attenzione.

"Io devo chiedervi umilmente perdono per il mio comportamento dell'altra volta".

"Quindi siete stato voi? Perché?" – chiese Diane che sentiva salire le lacrime agli occhi.

"Perché? Perché ho un pessimo carattere! Sono un arrogante per natura e ho pensato di approfittarmi di voi!".

Le parole miscelarono volutamente cinismo e mestizia…

Diane fece un altro passo appoggiando la mano sulla maniglia della porta.

"Ma…" – si affrettò a continuare l'altro – "Ma credetemi. Sono pentito di ciò che ho fatto. Profondamente. Vi ho osservata in questi giorni…siete una giovane assennata e dolce e…".

Diane a quel punto si voltò.

"Voi mi avete osservata? Io non vi ho mai visto in questa casa…".

Correndo al viso dell'altro scorse lineamenti finissimi, uno sguardo chiaro, seppure sorprendentemente freddo e distante rispetto al tenore delle parole che uscivano lente e suadenti dalla bocca.

"Non vi abito stabilmente….avete ragione…ma adesso sono qui e…".

Diane si zittì in attesa di altre spiegazioni.

Inspiegabilmente si ritrovò ad attenderle come se le spettassero di diritto, almeno per lenire un poco la paura e l'orgoglio ferito ed il rispetto violato.

Era una giovane per bene anche se apparteneva al popolo…

Quelle scuse lei se le meritava.

"Ecco…se permette…volevo solo farvi notare che avrei potuto avvicinarvi senza rivelarvi nulla del mio comportamento. Non mi avete riconosciuto…quindi non sapevate che ero stato io a…si insomma ad esser stato tanto irriguardoso nei vostri confronti. Io sarei stato salvo. Ma come vedete ho preferito essere sincero ed espormi al vostro disprezzo pur di farvi comprendere il mio tormento ed il mio pentimento…".

La spiegazione piuttosto drastica s'insinuò nella mente di Diane che rimase sorpresa dell'estrema risolutezza dell'altro.

Era un perfetto estraneo e tale sarebbe rimasto anche ai suoi occhi…

Non aveva dunque approfittato della sua ingenuità ma aveva fatto ammenda di un comportamento…

Le parole le scivolarono addosso entrandole dentro, assieme ai profumi ora più intensi e penetranti delle spezie che si spandevano nell'aria fredda, appena un poco riscaldata dal respiro degli insoliti ospiti.

"Io non so cosa pensare…" – balbettò Diane incerta se cedere al pentimento del giovane, oppure, come suggeriva l'istinto, non fidarsi affatto e correre via scomparendo nella luce dei piani superiori.

Nel dubbio e tentando di addomesticare la paura, Diane colmò l'incertezza affrettando i gesti dell'incarico assegnatole, afferrando con foga il contenitore di senape dalle mani dell'altro.

Aprì il vaso, versò una parte dei semi in un sacchetto di tela, poi iniziò ad osservare le pareti della dispensa e quando intravide alcuni mazzetti di maggiorana ormai secchi appesi a testa in giù, ne afferrò velocemente uno.

Come se quell'incontro fosse stato il più naturale del mondo e da esso non ci si dovesse aspettare altro che un cordiale arrivederci…

"Lo comprendo…" – proseguì il giovane, insinuandosi nei gesti secchi dell'altra che pure lasciavano presagire un implicito consenso che la sola rabbia verso se stessa per non esser fuggita via non riusciva a contrastare – "Accetto i vostri timori ma già il fatto che voi abbiate solo paura di me mi fa ben sperare che non vogliate alla fine ne vendicarvi, ne evitare la mia compagnia…".

Diane sgranò gli occhi.

"La vostra compagnia?" – chiese sorpresa – "Ma come vi permettete! Io posso anche decidere di dimenticare ciò che è accaduto ma troverei alquanto disdicevole se decidessi di accettare la compagnia di una persona come voi!".

L'altro mantenne lo sguardo su di lei, insistente, come a chiedere una replica alla richiesta velatamente espressa.

Un'insistenza oltremodo oltraggiosa per una giovane perbene come Diane…

Un'insistenza dannatamente affrascinante.

Le parole tradivano la curiosità di un incontro inaspettato ed accattivante…

"No! Mai e poi mai!" – ribattè Diane stizzita.

"Aspettate a parlare così…io vorrei…vorrei solo conoscervi e vorrei che anche voi mi conosceste… avervi incontrata mi ha profondamente cambiato e mi ha fatto comprendere il mio riprovevole comportamento. Certo, se ora voi decideste di non volermi più vedere…sì…ve l'ho detto…lo comprenderei. Ma sarebbe un vero peccato. Io mi sono esposto e l'ho fatto con l'intenzione di dimostrarvi che sono sinceramente pentito e che voglio ottenere la vostra fiducia e la vostra compagnia…".

Diane dovette respirare a fondo.

"Almeno pensateci" – l'incalzò l'altro avvicinandosi – "So che dovete tornare al vostro lavoro e non vi ruberò altro tempo…".

"E sia…" – mormorò Diane seppure controvoglia – "Ma dovrete saper attendere…io non posso dimenticare ciò che avete fatto…e…".

"Certo!" – la voce di espanse – "Resterò nell'ombra ad attendere un vostro cenno. E' l'unica cosa che m'importa. Mi sono comportato indegnamente con voi e capisco il vostro risentimento. Mi sta bene anche quello…però…ecco…ci sarebbe un'altra questione…".

L'incalzare del giovane obbligò Diane a guardarlo.

"Non vorrei mai che il mio gesto venisse travisato dai padroni di questa casa e voi…" – sibilò quello con tono innocente ma severo.

Lo sguardo di Diane s'incupì perché decisamente non comprendeva dove volesse arrivare con quello strano giro di parole.

"Di grazia…" – chiese con una punta d'insofferenza – "Che intendete dire con le vostre parole…io non capisco…".

Il giovane tirò un repiro più fondo.

"Ho certezza che voi non avete parlato con nessuno degli abitanti di questa casa di quanto è accaduto…".

Diane si sorprese. Quella circostanza era assolutamente vera.

L'unica a conoscere del doloroso segreto era mademoiselle.

"E questo da una parte mi ha consentito di essere al riparo da critiche e giudizi malevoli e…oh…ve ne sono davvero grato!" – esclamò il giovane.

Poi fece un passo indietro per non incombere, se non con la voce, su colei che aveva di fronte.

"Il vostro silenzio denota una salda dimestichezza con i fatti della vita e tiene conto dei pregiudizi delle persone nobili nei confronti dei propri servitori…".

Diane restava lì in attesa di comprendere…

"…che avessero la malaugurata sorte, loro malgrado, di restare invischiati in faccende di dubbia valutazione…".

E alla fine comprese.

"Non averne parlato con nessuno è stato un atteggiamento saggio. Così si non si è attirata né su di me, né su di voi alcuna attenzione o peggio ancora nessuna critica o maldicenza che avrebbe potuto pregiudicare il vostro lavoro in questa casa. Non me lo sarei mai perdonato. Tutti hanno di voi un giudizio "santo"…".

"Ah…ecco…" – mormorò Diane perplessa e nuovamente agitata per quella neppure velata lusinga – "Quindi dal vostro discorso devo pensare che mi consigliate di tenere per me ciò che è accaduto e non riferire nulla a nessuno né di voi né del vostro comportamento? In poche parole…tenere la bocca chiusa?".

Lo sguardo adesso s'era aggrottato, come a dire che a lei non la si poteva fare…

Non era così ingenua…

"Mi rendo conto di chiedervi una grande prova di saggezza. Ma s^, è così. Sarebbe opportuno per tutti…soprattutto per voi…".

Il viso dell'altro s'illuminò in un debole sorriso.

Diane intravide nel mutamento dello sguardo un volto decisamente affascinante.

I capelli chiari risplendevano alla luce tenue della candela. La fronte scoperta era liscia e bianca ma la francia la nascondeva a tratti e il viso forse sbarbato e comunque pulito e liscio rendeva l'idea di un uomo non ancora in età matura, eppure sorprendentemente sicuro di sé.

La chiosa era stata d'una chiarezza disarmante.

Tenere la bocca chiusa sarebbe stato oltremodo conveniente a tutti, prima fra tutti la stessa Diane che non avrebbe rischiato di passare per una giovane poco di buono capace di attirare a sè il desiderio di un giovane scapestrato…

La peggio l'avrebbe avuta senz'altro lei, nella mentalità distorta e puritana di quella società bigotta ed intransigente che non l'avrebbe fatta passar liscia ad una giovane per bene ma pur sempre una giovane del popolo…

Le scuse forse le sarebbero state dovute, il posto di lavoro no.

"Permettere ch'io vi saluti come si conviene ad una madamigella?".

"Eh?".

Diane s'immobilizzò di nuovo, irrigidendosi ed aggrappandosi quasi al sacchettino di semi di senape ed al mazzetto di maggiorana che ora spandeva il sentore asciutto ed intenso dell'estate provenzale.

Il giovane allungò la mano e prese delicatamente la destra di Diane chinandosi come per baciarla.

Ma non la sfiorò neppure, lasciandola un istante lì, sospesa, e poi liberandola e tornando ad osservare l'altra che adesso pareva completamente persa in una dimensione sconosciuta.

"A presto" – le sussurrò scostandosi e aprendo la porta per lasciarla uscire.

L'altra non si mosse di un fiato e così fu lui a compiere per primo quel gesto, immaginando non fosse opportuno che entrambi potessero essere sorpresi ad avviarsi vicini alla luce del piano superiore.

Diane fu costretta a darsi un pizzicotto sulla guancia ma poi si rammentò di non aver nemmeno chiesto il nome dell'altro.

Si sporse osservando solo una debole ombra che scompariva sul fondo del corridoio.

"Monsieur…non so il vostro nome…monsieur…" – bisbigliò senza alzare troppo la voce.

Non ricevette alcuna risposta.

O almeno lei non riuscì a comprendere il senso dei suoni che le giunse ormai dal fondo del corridoio.

Rosa…pura…pulchra…but…she is not dangerous…

"Rosa?".

Quella fu l'unica parola familiare di cui Diane riuscì ad afferrare il significato.

"Tornerete presto? Vero?".

Mòse non la smetteva più di girarle intorno.

Dopo averle portato gli stivali, più lucidi che mai, si era preoccupato di raccogliere la biancheria da consegnare a Madame Glacé, ma ogni movimento era accompagnato da una richiesta, ora sommessa quasi timorosa, ora più esplicita magari con un'occhiata sbieca, quasi di supplica, a cui Oscar, non essendo abituata a quel tipo di attenzioni, non sapeva bene come replicare.

Se fosse perché Mòse era quel genere di moccioso che annusa un'opportunità e la segue rincorrendola come la salvezza a tutte le grane di una vita senz'appigli o protezioni, oppure perché il ragazzino si era davvero affezionato in così breve tempo ad un tipo scontroso e burbero e silenzioso come lei, non le era dato comprendere.

Non le pareva ce ne fosse stato il tempo per attaccarsi ad una come lei.

Alla fine si voltò spazientita.

"Tornerò, stai tranquillo!".

Il tono un poco sopra le righe scosse il piccolo che s'immobilizzò di fronte alla risposta per nulla gentile ma evidentemente confacente al carattere della sua nuova conoscenza.

La voce tremò un poco.

"Va bene, allora. Vi aspetterò…".

"Vuoi dirmi che succede?".

Oscar ammorbidì il timbro che pure trasparì spazientito, se non altro perché l'intuito diceva che lo spasmodico attaccamento di Mòse ai suoi abiti, la continua richiesta di conferma al suo ritorno nell'hotel, il volto un poco contratto, ansioso e per nulla sereno, non potevano essere solo il desiderio di servire un cliente generoso dell'hotel.

Ecco, in quell'istante, per alcuni istanti, Mòse pensò di essere salvo.

Sarebbe bastato dire ciò che era accaduto, chiedere aiuto per salvarsi e salvare quella persona così gentile dai luridi propositi di Claude Silvien e di chissà chi altro c'era dietro di lui…

Sarebbe bastato gettarsi ai piedi di quella donna e implorare pietà e compassione e…

E Mòse pensò che lei sarebbe rimasta disgustata nel sapere ciò che era accaduto e nell'apprendere perché lui conosceva Claude Silvien e perché quel dannato s'era permesso di mettergli le mani addosso.

C'era che Mòse si era offerto per primo a quella donna, quando ancora neppure sapeva fosse una donna…

L'avesse compreso avrebbe avuto meno paura.

Si era salvato per un soffio dal giudizio spietato che mademoiselle gli poteva riservare…

Mòse si sentì sporco, piccolo, infimo, volgare, e pensò che proprio così sarebbe stato giudicato…

E avrebbe perso mademoiselle.

Non voleva.

Mòse avrebbe accompagnato Claude, gli avrebbe indicato la strada più rapida perché lui potesse soddisfare la sua becera curiosità.

Magari l'avrebbe fatto mentre lei dormiva.

Quello scemo avrebbe visto quello che voleva vedere e…

Non c'erano altri segreti.

E quello sarebbe bastato e quell'infingardo di Claude non avrebbe trovato altri appigli per ricattare nessuno…

Tutto si sarebbe "aggiustato" senza conseguenze.

"Nulla mademoiselle…non succede nulla…".

"Non mentire Mòse…non ti conosco da molto…qualcuno ti ha…".

La stizza dell'altro si erse come il muro di cinta di una città assediata dai barbari invasori.

"Non succede nulla!" – replicò il bambino arrabbiato.

L'inganno s'ingigantiva sempre di più e colei che gli stava di fronte non era poi così stupida.

Mòse non poteva girare attorno a mademoiselle e come un ladro riversava la sua attesa girando attorno ai vestiti, ai fogli, al calamaio sul tavolo…

Come quando ci si avvicina al fuoco per scaldarsi ma poi ci si brucia e si maledice il calore.

Mòse stava tradendo sé stesso e si sentì disorientato dal suo stesso tradimento.

Mòse aveva paura e la paura lo faceva star male…

Il bambino si fiondò verso la porta.

"Non vi disturberò più!" – chiosò tagliente.

Era arrabbiato Mòse, con sé stesso, e l'unica idea assurda che gli fosse balzata in testa era stata quella di colpire quella donna rivoltandole contro i propri sensi di colpa.

La sua rabbia non era altro che paura di perdere l'unica persona buona che avesse mai incontrato nella sua vita.

"Mòse…".

Oscar si alzò tentando di raggiungerlo ma l'altro scomparve letteralmente infilando una porta che stava in fondo al corridoio, una di quelle che metteva in comunicazione altre mansarde che giravano tutt'intorno al cortile dell'hotel.

Oscar rimase lì, stringendo tra le mani i nuovi turni di guardia e nella testa mille pensieri…

Uno fra tutti, quello che l'aveva tenuta sveglia tutta la notte, facendola girare e rigirare nel letto come ci fossero state davvero le spine o peggio ancora cimici grasse e fameliche.

Non posso pensare che stia accadendo proprio questo…

Dannazione…

Redigere quei maledetti turni di guardia era sempre stato sorprendetemente semplice, quando si trovava in caserma.

L'unica preoccupazione…

Dannazione…

Perché sta accadendo questo…

Perché non riesco più ad essere lucida…

L'unico accorgimento era stato istintivamente, risparmiare, per quanto possibile, ad André i turni notturni.

Il motivo era semplice.

Un soldato che ha il sostegno della vista di un solo occhio sicuramente avrebbe faticato ad aggirarsi per i vicoli scuri di Parigi e avrebbe rischiato troppo e lei non poteva permettersi che gli accadesse qualcosa.

Questo mai.

E fino ad allora la scelta si era snodata entro le ore del giorno o al più le ultime ore dopo il tramonto.

Quella banale considerazione adesso si scontrava prepotente con un'altra del tutto nuova e sorprendente, capace di trafiggere la sua più bieca lucidità e freddezza.

Neppure sapeva se André se ne fosse reso conto, ma in quel modo lui sarebbe stato libero alla sera…

Libero, come stava già accadendo, di accompagnare Diane a casa.

Oscar dovette sedersi incredula e sconvolta.

Dannazione…non è possibile che io sia arrivata a tanto…

Un misto di disgusto e tremore diffuso la costrinsero a respirare piano.

Le uniche parole, sussurrate a mala pena, quasi che a pronunciarle fosse peccato…

Io non voglio…non voglio che accada…

Perché…

Si alzò e in preda ad una frenesia rabbiosa uscì fuori in fretta e furia, nell'aria fredda del mattino, mentre i rintocchi di Notre Dame battevano le sette e le strade attorno all'Entrague iniziavano ad animarsi e le vie a colmarsi dell'odore della legna secca che rimboccava i focolari dei camini e del sentore delle strane zuppe mattutine e degli intrugli che spandevano i propri aromi.

Decise di avviarsi a piedi, tirandosi dietro il cavallo.

Doveva arrivare in Rue de la Chaussèe d'Antin e camminare in fretta, senza sollevare lo sguardo su nessuno e senza lasciarsi distrarre dalla folla varipinta e chiassosa delle ore del mattino e inoltrarsi e perdersi dentro Parigi, per assurdo, per schiarirsi le idee e respirare e calmarsi e calmare quella strana agitazione che adesso si rinnovava e che di nuovo le riportava alla mente le parole di lui…

Ti amo…

Adesso c'era che di quelle parole lei voleva riannodare il filo sottile del suono al timbro della voce ed alla cadenza nel mezzo delle proprie lacrime soffocate e di quelle di lui, altrettanto dolorose…

Adesso c'era che quelle parole avevano preso a seguirla ovunque ad ogni ora del giorno e della notte.

Aveva fatto di tutto per allontanarsi dalla sua vita passata…

Lavoro, abitudini, persone, luoghi…

E adesso…

Ti amo…

Ti ho amato da sempre…

Adesso c'era che il suo passo deciso non bastò a scacciarle dalla testa ed esse l'accompagnarono fino al Palace du Louvre dove si ritrovò per visionare il percorso che avrebbero intrapreso i principi russi durante la loro visita.

E poi, ancora, a Palace de Justice dove fervevano i preparativi per la celebrazione del processo al demone dannato.

Parole fisse, dal significato assoluto…

Costante presenza di una sola immagine, un solo suono, un solo volto…

Tutto era dannatamente chiaro e Oscar faticò a credere che di quell'esistenza, dell'esistenza di André, lei non fosse più parte, mentre se lo immaginava, André, camminare insieme a Diane, nella notte, quella notte per lui fugacemente pericolosa, eppure capace di rendere le persone complici della stessa sorte…

Adesso c'era che di ora in ora una sorta di desiderio pungente che disorientava ed ammansiva e feriva e chiudeva il respiro e subito dopo allargava la mente si stava animando dentro le viscere e non c'era verso di metterlo a tacere e di chiuderlo nei meandri del passato, così come lei aveva pensato di aver fatto fino a quel momento.

Oscar pensò che ad un certo punto sarebbe impazzita…

Un istante di sospensione mentre osservava il fuoco acceso nel camino della mansarda.

Non aveva rivisto Mòse al suo rientro e si stava facendo buio e lei non sarebbe riuscita a stare chiusa lì dentro quella sera.

S'infilò il pastrano scuro, quello chiuso e lungo fino alle caviglie.

I guanti anch'essi scuri, la spada al fianco, sapientemente nascosta sotto la stoffa pesante.

Un tutt'uno con la notte si sarebbe detto se non fosse stato per la sciarpa bianca avvolta attorno al collo e quei dannati capelli chiari che illuminavano il viso.

Il graffio si era rimarginato…

Il dubbio su come se lo fosse procurato no, quello non si rimarginava.

Ed anzi restava lì, nella testa, magari relegato in un angolino, complice l'assurda sequenza d'incarichi a cui tener dietro.

Ma quel graffio era ancora lì…

Le scese di corsa le scale…

Erano quasi le nove di sera…

E…

E quasi si scontrò con André che uscendo dalla stanza illuminata per imboccare il corridoio scuro faticò a riconoscerla.

"André?" – esordì lei un poco sconcertata.

Trovarselo davanti in carne e ossa provocò uno strano rimescolamento di sangue e respiro e quasi non si accorse di aver abbassato lo sguardo, incerta su cosa dire.

Non poteva certo spingersi a chiedergli dove stesse andando.

Perché era quella l'unica dannatissima domanda che avrebbe voluto fargli…

Sapeva di quell'aiuto inaspettato che lui si era offerto di condividere con Alain nell'intento di risparmiare a Diane i lunghi e pericolosi rientri notturni, da Rue de Vaugirard fino a Rue de Richelieu…

C'era che Oscar ne era stata l'involontaria artefice e c'era che il suo contributo doveva passare sotto silenzio.

Quella faccenda prima o poi si sarebbe risolta da sola.

Meno certezze si animavano sulle conseguenze che quella storia avrebbe generato tra i suoi protagonisti…

Forse André si stava recando proprio da Diane?

Che diritto avrebbe avuto di chiederglielo?

Oscar si sentì ridicola…

Non aveva diritto di chiedere nulla, non aveva più nessun "diritto" su André perché era stata lei stessa a respingerlo, ad allontanarlo, a dirgli che era "libero".

E adesso lui si stava comportando esattamente come aveva chiesto lei.

"Oscar…stai uscendo?" – chiese lui con la solita risolutezza.

Era calmo André…

Terribilmente generoso nella sua infinita serenità, nonostante quello che aveva passato con e contro di lei.

Forse era rassegnazione, forse aveva dimenticato l'arroganza di lei nel volerlo fuori dalla sua vita.

Forse la vita di André procedeva spedita verso altri sentieri più favorevoli ed illuminati di quanto avrebbe mai potuto offrirgli lei.

Forse l'aveva davvero dimenticata pur mantenendosi sempre lo stesso André.

Calmo, generoso, intransigente quando si trattava di lei e della sua incolumità…

Forse era davvero giusto così.

"Sì…non ho cenato…e…volevo cercare un posto…".

Lui non la lasciò terminare.

"Perdonami ma intendi uscire…da sola?".

Si morse quasi il labbro André per l'irriverente intromissione in affari che adesso non lo riguardavano più.

Lei aveva deciso di cambiare vita, lavoro, abitudini…

Lei adesso era libera…

Anzi da sempre era stato così e adesso più di prima…

Ma l'istinto è difficile da addomesticare e l'abitudine granitica da demolire.

Gli parve allora che Oscar si stesse spingendo oltre il limite consentito, per sfidare la sorte…

Incosciente più di quanto non lo fosse mai stata nella sua vita.

Quasi davvero stesse fuggendo da qualcosa che però adesso aveva il sapore distinto ed amaro di un destino imposto da altri e da cui lei non sarebbe potuta sfuggire.

André voleva sapere…

Dannazione…

Anche se non doveva più occuparsi di lei, anche se adesso aveva accettato di aprire un angolo della vita alla vita di altri che non fossero lei…

Non aveva alcuna ragione per chiedere ad Oscar dove fosse diretta…

Nessuno…

Ma glielo chiese, perché non poteva fare altrimenti.

L'aveva ascoltata in quei giorni e abbracciata, fosse o meno per un pericolo grave ed immediato, o più semplcemente per consentirle di reggere meglio una sbronza…

Dannazione era lei, era lì e…

Così, dannatamente caparbia ed intransigente…

"Scusa…" – si affrettò perciò a correggersi André – "Intendevo dire che potrebbe essere pericoloso…".

"Certo…" – rispose lei accodiscendendo alla spiegazione.

Ne rimase stupita come fosse naturale e inevitabile che tra loro le cose stessero così. Come un tempo e come sempre…

C'era che nessuno dei due aveva diritti sull'altro…

Ciascuno adesso era libero.

E liberamente si snodarono le parole di lei, quasi sussurrate, a denti stretti, quasi fosse peccato esibirle apertamente, non appena André si voltò per superarla ed uscire.

"Allora…io vado…".

André prese a scendere gli ultimi scalini.

Le parole uscirono piano ma tese dato che esse si animavano per una ragione incoscia ma precisa, soffocante ma sacrosanta, terribilmente assurda a cozzare contro l'esistenza che lei si era imposta fino a quel momento…

Sapere se André stesse andando davvero da Diane.

"André…hai qualche impegno?" – balbettò Oscar incerta.

Lui si bloccò al terzo scalino.

"Questa sera intendo?" – continuò tentando di correggersi, adesso che si sentiva invasa da uno strano calore e le pareva che le guance stessero andando a fuoco e…

E André se ne sarebbe accorto per come lui la conosceva.

Dannazione… - si disse a denti stretti abbassando lo sguardo.

Oscar rimase lì, ferma, in attesa chissà di cosa.

André si voltò.

"No…volevo solo uscire a prendere un po' d'aria…per questa sera…sono…libero…".

L'ultima parola morì in gola, soffocata.

Il respiro riprese lento…

"Allora…allora ti andrebbe di accompagnarmi?".

Le parole uscirono altrettanto soffocate…

Fu il respiro di André allora ad annullarsi.

Accompagnarti…– pensò d'istinto – Perché?

Quasi in preda ad un'allucinazione si diede dello stupido…

C'era che forse l'intemperanza e l'incoscienza di lei non fossero a tal punto smisurate da impedirle di comprendere che poteva essere effettivamente pericoloso aggirarsi da sola di sera per le viuzze di Parigi.

Ne avevano già avuto adeguati riscontri per essere finiti diverse volte in mezzo a cruenti risse, scoppiate magari per un bicchiere di vino di troppo o per un lembo di pelle ed una caviglia sottile esibite con malcelata sfacciataggine a più pretendenti che, animati dal sacro ardore di farsi per primi una bella scopata, non esitavano a sfidarsi in duelli rusticani a suon di forchettoni per l'arrosto o coltelli per lisciare il cuoio…

E c'era voluto del bello e del buono e le braccia di cinque, sei Soldati della Guardia per riportare le teste calde a più miti consigli…

Non c'erano molte bettole o locande, di quei tempi, – quelle in cui anche a lei capitava di finire – in cui non si rischiasse d'imbattersi in una discussione accesa sul prezzo del pane che sfociava nella proposta – ormai non più tanto astrusa – di farsi giustizia da sé, magari appendendo al cappio nobili e mugnai, panettieri e macellai, commercianti ed accaparratori, quelli per intenderci che nascondevano la merce buona nei magazzini e quando scarseggiava per incanto essa compariva a prezzi esorbinati sui banchi del mercato…

"Va bene…d'accordo" - rispose André tutto d'un fiato immaginandosi che di quei tempi ci fosse di stare allerta a girare per Parigi – "In effetti conosco un paio di posti che potrebbero fare al caso tuo!"

Un cenno di sorpresa, rappresentato dalle sopracciglia un poco aggrottate, fu la risposta di Oscar.

Il respiro riprese a scorrere lieve…

"Vieni…ti racconterò per strada…".

La nebbia impalpabile e fittissima li accolse, così densa e fredda che pareva inghiottire non solo le figure rarefatte ed eteree che percorrevano le strade e le vie più illuminate, ma persino i passi e i rumori, asciugati ed ovattati, quasi muti, immersi nell'alone lattiginoso.

"Che intendevi dire?" – esordì Oscar dopo aver camminato in silenzio rendendosi conto di aver incoscientemente osato troppo, di aver rimescolato le carte in tavola dopo che lei stessa, non meno di svariati mesi prima, aveva deciso di alzarsi e abbandonare quel gioco di cui non conosceva le regole e che per questo l'aveva spaventata e irritata a morte.

Quelle regole non facevano per lei e lei aveva avuto paura di perdere…

Adesso invece, sorprendentemente, a poco a poco, quelle stesse regole parevano manifestarsi nella sua testa, attraverso sensazioni, le più disparate possibili, che le giungevano da ogni parte della coscienza e del corpo persino e immancabilmente la lasciavano perplessa, stupita, incredula, quasi senza fiato alle volte.

Voleva insensatamente, istintivamente e disperatamente tornare nella vita di André.

Voleva riprendere quel gioco, accettando le regole e magari studiare meglio l'avversario e carpire – per lei sarebbe stata la prima volta – accenni e silenzi, occhiate e sussurri, gesti e movimenti che le avrebbero permesso di…

Tutto qui.

Il perché non lo poteva spiegare di certo a lui, dato che nemmeno lei lo aveva ben chiaro.

"Vedi…come anche tu saprai alla mensa della caserma si mangia malissimo e ogni tanto mi concedo di uscire e trovare qualche posto che serva pietanze semplici e fresche…".

"Oh…ho capito".

"La cucina di nanny, involontariamente, mi ha viziato e credo che per te valga lo stesso…giusto?".

André si voltò per osservare Oscar e lo sguardo si posò su di lei e lei volle ricambiarlo come un tempo, come fosse la cosa più naturale del mondo.

Come un tempo, quando lei ancora non sapeva.

Imboccarono Rue des Fossoreus…

Alla loro destra correva il muro che chiudeva la corte interna di Saint Sulpice, i giardini e gli orti, anch'essi avvolti nella nebbia proprio dietro l'edificio.

Il muro s'interrompeva ad un certo punto per lasciare posto ad una cancellata arrugginita, dall'aspetto piuttosto precario, che pareva reggersi grazie ai rampicanti che strabordavano dalle inferriate più che per la robustezza del metallo.

Oscar riconobbe la sagoma della chiesa, le torri della facciata quasi invisibili, se non fosse stato per i deboli lampioncini sulla piazzetta anteriore che riflettevano aloni giallognoli sui muri inizialmente grigiastri per la zozzuria della strada e poi via via di un colorito bianco sporco verso l'alto.

I passi si persero a sinistra verso Rue de Canivets, immersi in un silenzio quasi irreale.

Il percorso li condusse non troppo distanti da Saint Sulpice, a Croix Rouge, un incrocio tanto caotico di giorno quanto tranquillo di sera.

"Siamo arrivati!" – sentenziò André trionfante, quasi avesse rivelato un segreto che non vedeva l'ora di rivelare.

Il sorriso aperto e lusingato della padrona del locale diede ad Oscar la prova che André fosse ormai di casa in quel posto.

Ma la sua sorpresa non riuscì a superare quella dell'altra, la donna rubiconda e serena che li accolse, alla visione di André in compagnia di un altro ospite, evidentemente amico del soldato, decisamente diverso e molto più distinto di quelli che fino a quel momento, seppure in rare occasioni, si erano presentati insieme al giovane, commilitoni cagnaresti e alquanto zotici.

Quella aveva preso ad osservarla e poi sorrideva all'altro e non la smetteva più di sproloquiare che finalmente s'era presentato qualcuno degno del buon nome della sua locanda, dato che ultimamente il luogo era stato preso d'assalto da gentaglia poco raffinata, piombata in città al seguito delle truppe e drappelli di poliziotti più o meno regolari, più o meno invischiati nelle faccende della famiglia imperiare russa e in quella altrettanto curiosa del processo al "demone"…

Incomprensibilmente la calma s'impadronì dei muscoli, il vino sortì anche in quell'occasione l'effetto desiderato, sollecitando finalmente una sobria euforia che permise ai due commensali di non pensare ad altro che alle pietanze servite, al raffronto con quelle preparate da nanny e alle vecchie scorribande che tutti e due da piccoli si permettevano nella grande cucina dove padrona incontrastata era e sarebbe sempre stata la nonna di Andrè.

Il rumore dell'andirivieni dei piatti dalle cucine, i rimproveri allegri tra le cameriere, i moccoli di candele accesi a riverberare sulle pareti, sulle caraffe, sui visi dei commensali, tiepidi aloni rossastri, facendo a gara con i vapori delle pietanze che giungevano fumanti…

La sensazione netta era che in quel posto André ci venisse per lo più da solo, quasi fosse un luogo solo suo, dove nessun altro doveva entrare per non disturbare la cena, i pensieri i ricordi, sollecitati dai profumi che si spandevano e che parevano sorprendentemente simili a quelli della grande cucina di casa Jarjayes…

Oscar si sorprese a pensare che a lei stava accadendo la stessa cosa…

Pareva che in quel posto lei fosse di casa…

Non proprio quello in verità, ma il richiamo corse a tutti quelli dove in passato si era ritrovata con André, luoghi che si affacciavano in rapidi sprazzi di memoria tanto eterei quanto il vino che scaldava lo stomaco e annebbiava appunto la testa.

"Nemmeno tuo padre poteva permettersi di contestare nulla di quel posto!" – proseguì André ridendo dopo che la padrona aveva servito ai due commesali un delizioso sformato al cioccolato guarnito con frutta candita e un ottimo vino passito, dolce ed ambrato.

"Già…guai se qualcuno osava contraddire nanny!".

Oscar, decisamente euforica, convenne che le cucine di casa Jarjayes erano il regno incontrastato di nanny…

André allora si perse ad osservarla.

La mano si aprì lasciando sul tavolo il denaro della cena…

Era tempo di andarsene ma la bottiglia di vino non era completamente vuota…

Lei aveva appoggiato la testa sulla mano, tirando un respiro più fondo, il gomito puntato al tavolo.

Inconsapevolmente e diversamente da allora Oscar sollevò lo sguardo e si mise ad osservare André immersa nella dolce sonnolenza che il vino stava iniziando a diffondere nei muscoli e nella testa perché per quanto fosse abituata a bere non era mai stata capace di reggere l'alcool a lungo…

C'era che la sera prima si era lasciata andare, come si conveniva ad un buon soldato, quasi ad avvisare il suo pretendente che lei non avrebbe modificato le sue abitudini per lui…

Adesso, invece…

C'era che adesso sapeva…

André…

André e Diane…

Una singolare tela s'infittiva davanti agli occhi, lei, quasi novella Penepole, a tessere di giorno e a disfare di notte una trama impossibile da accettare, e nella quale s'intravedevano nuovi protagonisti, pericolosi, che sarebbero entrati presto in scena, o forse era già accaduto, a corrompere gl'innumerevoli fili colorati di cui riconosceva ora l'ordito, ricordi distinti, sensazioni, emozioni, gesti e pensieri a cui lei non aveva fatto caso con la stessa prepotente incombenza con cui adesso essi si dipanavano.

Non sapeva che pensare di sè…

L'unica certezza, non voleva restare fuori da quella trama.

Voleva recuperarli quei fili, ad uno ad uno…

"E' molto distante questo posto dalla caserma…" – esordì ad un certo punto non riuscendo più a mantenersi distaccata…

La nuova vita di André…

Lei non ne faceva più parte…

"Si…ma stranamente mi sono accorto che i miei turni di guardia sono quasi sempre di giorno…".

Lui sollevò lo sguardo come per imprimere maggior forza alla considerazione…

La stoccata la colse impreparata.

Oscar s'irrigidì, eppure avrebbe dovuto immaginarlo che André non era poi così sprovveduto come poteva lasciar trasparire la sua calma.

Il perché era evidente a tutti e due e André lo sapeva bene.

"Così, quando ho un po' di tempo, alla sera vado a passeggiare per Parigi. Alla fine a forza di camminare mi sono ritrovato qui. E' un posto distante è vero ma almeno si mangia discretamente ed è tranquillo. Almeno fino a poco tempo fa!".

"Perché?" – chiese Oscar sempre più incuriosita.

Ed allo stesso tempo infastidita dalla stessa voce di André che manteneva il suo dannatissimo timbro capace di cullarla, ammansirla, addomesticarla, mentre lei avrebbe voluto squadrarlo e pretendere spiegazioni e particolari e…

E dannazione nulla le spettava, non era da lei.

"Da quando ci siamo trasferiti all'Entrague anche alcuni miei compagni hanno preso a girovagare per queste strade e così ho faticato non poco a tenerli lontano da qui. Loro sono diciamo…".

"Chiassosi e piuttosto irruenti?" – chiosò Oscar tanto per restare in argomento.

Ma non era quella la spiegazione che s'immaginava…

Dannazione che André se ne andasse a bere con quegli avanzi di galera dei suoi commilitoni…

André rise.

"Sì…ormai l'avrai capito. Comunque non sempre me li ritrovo alle calcagna. Pare che la maggior parte di loro preferiscano altro genere di…".

André si bloccò all'istante.

"Di?" – l'incalzò lei incuriosita.

Assolutamente estranea era al carattere di lei, alle abitudini chiuse e silenziose e distanti di lei, quell'incedere in profondità insinuandosi per conoscere di particolari irrilevanti che non la riguardavano…

André tentò sulle prime di non scomporsi…

"Altro genere di luoghi…" – s'affrettò a precisare tirando un respiro più fondo.

Lei socchiuse gli occhi.

Il gesto inconscio di versarsi altro vino e mandarlo giù, mentre André aveva preso ad osservarla, intensamente adesso sorpreso per l'insolito spettacolo.

"Oscar che ti prende?".

Lei sollevò l'indice roteandolo per aria.

Che André se ne andasse a bere con quegli avanzi di galera dei suoi commilitoni…

Non poteva essere solo quello.

Dannazione era da una vita che aveva a che fare con soldati di ogni genere, rango ed estrazione e non è che quelli che comandava alla Guardia Metropolitana fossero poi così diversi da tutti gli altri.

Anzi forse erano anche peggio.

E André era pur sempre un soldato.

"Postriboli vorresti dire!" – continuò lei puntualizzando la corretta declinazione di quei posti.

André sgranò gli occhi.

Dove diavolo voleva arrivare con quello sfoggio di sapienza sulle abitudini dei suoi soldati?

"Vuoi dirmi che cosa sta accadendo?" – replicò lui lasciando cadere nel vuoto la considerazione e girandoci intorno, per comprendere pittosto da dove diavolo spuntasse fuori.

"Come che mi prende? Vorresti dire che tu non conosci posti simili? E che non ci sei mai stato?".

Lo sguardo si fissò su di lui, insolente, diretto, sospinto dal desiderio sollecitato dall'alcool…

"Ma…dove vuoi arrivare con questo?" – s'impuntò André.

L'interrogatorio velato, ebbro e tagliente, proseguì un po' a tentoni.

"Non mi dirai che passi tutte le tue serate sempre solo?" – affondò lei sfidando la sorte.

Irriconoscibile…

Assurda, incosciente…

Chi diavolo era quella che si trovava davanti?

"Oscar smettila adesso! Non mi pare sia un argomento…" – chiosò André spazientito dall'insolita piega che stava prendendo il discorso.

Il tentativo frenetico di cambiare rotta s'infranse contro l'occhiataccia che lei gli lanciò.

"Avanti… anche tu immagino ci sarai finito in quei…? O non sei il tipo?"– biascicò lei ormai in preda al delirio della sete di vino e di sapere…

L'insistenza era quasi ridicola…

Certo che ci era stato in quei posti…

E l'ultima volta avrebbe voluto davvero andare fino in fondo.

Dannazione farsi una bella scopata con una puttana…

Quanto aveva dannatamente ragione Alain…

Oscar voleva essere un soldato?

Voleva parlare e bere e sapere tutto come quelli?

Voleva davvero sapere come fanno i soldati a spassarsela?

"Tu pensi che lo sia?" – mormorò André serio ed insolente.

La risposta giunse subdola e dolorosamente chiara, sotto forma di domanda che sottintendeva una risposta a sua volta o un'altra domanda o nulla di tutto ciò.

Rivelarle quella vita, sbattergliela in faccia, così, dannazione, come si fa tra soldati che se la spassano e non ci vanno tanto per il sottile…

E poi se la ridono raccontandosi quante volte l'hanno fatto e quante volte hanno goduto e quante volte pensano d'averle fatte venire quelle puttane così brave a fartelo credere…

Dannazione!

Ecco che avrebbe dovuto fare André…

Ma che accidenti ti sta prendendo adesso? – si chiese tornando ad osservare Oscar – Magari potrei anche dirtelo come fanno i soldati a spassarsela…e tu vuoi essere uno di loro…chissà…

André si passò una mano sul viso come a scacciare certi pensieri idioti che sorprendentemente avevano la voce ed il timbro di quell'avanzo di galera di Alain.

André ce l'aveva la risposta…

Dannazione…

Era lì, davanti a sé.

Perchè tanto non c'era verso di dimenticarla, di dimenticare quel dannatissimo corpo che incombeva adesso, ebbro, molle, disperso, infuriato e che forse, se solo André avesse osato, avrebbe colto e raccolto lì, memore degli insensati cedimenti che aveva percepito nei giorni addietro…

Chissà davvero potremmo… "spassarcela"…tu e io…

Oscar, d'altra parte, s'era ammutolita.

André lo stava chiedendo a lei se davvero pensava che lui fosse come tutti gli altri…

E se davvero pensava che non potesse esserlo e che per qualche assurda e strana ragione lui non potesse spassarsela come tutti gli altri.

Si versò altro vino, giù tutto d'un sorso.

Incredula adesso, sì incredula lo era lei, che s'accorse di essersi spinta oltre e di essere caduta nel consueto pensiero di André.

André non ci girava attorno, no. Non ne aveva bisogno, perché lui era dannatamente capace d'arrivarci da solo e cogliere l'istante per colpire nel segno e lasciare l'avversario - perché era lei adesso ad essere il suo avversario - scoperto e incapace di difendersi.

André le aveva lasciato la libertà di scegliere…

Oscar si morse il labbro. Era libero dannazione…

Doveva capirlo da sé.

Un altro bicchiere…

"Basta adesso!" – la rimproverò lui intestardendosi smaccatamente a non raccogliere ulteriormente la provocazione neppure tanto velata che traspariva dall'accanimento verso la bottiglia – "Non ti sembra di esagerare? Non mi sembra dignitoso trascorrere le serate ad ubriacarti!".

La provocazione aveva sotito l'effetto desiderato…

Disorientare Oscar era già una bella impresa. Non era necessario accanirsi oltre.

"Finiscila! Questa sera ho voglia di bere…".

"Questa sera? E ieri?" – contestò lui che adesso si dannava per sapere che stesse accadendo.

Le parole della sera precedente…

Le pressioni perché lei lasciasse l'uniforme erano dunque arrivate ad un limite talmente intollerabile?

"E' per quello che mi hai detto ieri? Per questo dannatissimo incarico che qualcuno vuole farti abbandonare?" – tentò d'argomentare lui.

"Non intrometterti! Non ti riguarda!" – gridò di rimando Oscar.

"No…mi riguarda invece!" – sbottò lui afferrandole la mano e il bicchiere mezzo vuoto cadde sul tavolo e il vino si spanse.

Non mollò la presa, segno che la collera e il vino s'abbracciavano perfettamente a scansare i sensi di colpa e le remore del passato.

"Non dire idiozie…" – lo rimproverò lei senza tanti convenevoli.

"Maledizione!" – sibilò André – "Ti conosco abbastanza bene Oscar…".

Si lanciarono un'occhiataccia quasi annusandosi come ai vecchi tempi, come due cani che s'incontrano e già si conoscono e conoscono a menadito ogni singolo punto debole dell'altro…

Neppure lei distolse lo sguardo da quella che era in tutto e per tutto una vera e propria provocazione.

Era lei che stava provocando André…

Era lei che voleva sapere ribaltando i ruoli, rovesciando addosso a lui la responsabilità di volersi infiltrare di nuovo nella sua vita…

Perché all'improvviso sapere di non essere più parte della vita di André aveva sollevato quell'onda di rabbia che non si poteva confessare ma che nemmeno si poteva arginare?

Perché addentrarsi a lambire argomenti così assurdi come le serate che lui trascorreva "altrove"?

Il vociare degli avventori sovrastò per alcuni istanti la reciproca concentrazione mentre entrambi i contendenti della diatriba verbale si erano ritrovati di nuovo l'uno di fronte all'altra…

Un improvviso tramestio all'ingresso della locanda attirò l'attenzione distogliendoli dal proseguire.

"Dobbiamo chiamare i gendarmi!".

Una voce femminile s'innalzò impaurita e piegata…

"Non può essere sparita così nel nulla!".

Le voci si fecero più concitate seguite da un grido soffocato, trattenuto, mentre la padrona della locanda si precipitò al loro tavolo.

Il viso contratto e bianco, la voce tremava e le mani erano strette l'una all'altra…

"Monsieur…voi siete un Soldato della Guardia vero?".

André annuì.

Lo aveva detto lui stesso alla padrona della locanda da quando si era consolidata una confidenza più stretta con la donna.

"Allora dovete aiutarci…vi prego…" – piagnucolava l'altra.

"Ma cosa è successo?".

"Mia figlia…mia figlia non trova più la sua bambina…Marilene. Era andata a casa di una zia…qua vicino…è tardi…e non vedendola tornare mia figlia è andata a prenderla. Gesù…aiutaci…le hanno detto che la bambina era uscita già da un quarto d'ora e…" – la donna si portò le mani al viso – "E non ci vogliono che pochi minuti per tornare a casa. Ecco…non la troviamo più…da nessuna parte…vi prego fate qualcosa…chiamate i vostri compagni…dovete aiutarci a cercarla…".

La donna scoppiò in un pianto a dirotto.

"E' sparita?".

"Non sappiamo dove sia…è piccola…non può essersene andata da sola…ho paura che…".

André si voltò verso Oscar e tutti e due si alzarono. "Andremo noi…nel frattempo mandate a chiamare i gendarmi e qualcuno vada all'Hotel Entrague…ditegli di cercare i soldati che alloggiano lì e di farli venire subito. Il messaggio è da parte di André…".

Oscar si era infilata il pastrano ed era corsa fuori con una strana sensazione nel cuore e nelle gambe.

Non era il vino – si disse – O almeno non era solo quello…era altro…

Maledizione…che sta succedendo…in questa città?

Nel silenzio lattiginoso si rincorrevano le voci continue che chiamavano il nome della piccola.

Il quartiere si era risvegliato dal torpore della notte fredda e nebbiosa e fiaccole opache danzavano su e giù, in un andirivieni frenetico e disarmonico, ad animare quasi a giorno i vicoli e i portoni scuri.

André si accostò ad Oscar.

"Andiamo da quella parte…" – indicò lei puntando dritto verso un viottolo che li conduceva nel tragitto a ritroso per arrivare alla locanda.

Le strade attorno alla casa della bambina erano più che affollate e se nessuno l'aveva ancora trovata era segno che lì non c'era.

Era necessario allargare il percorso che pure pareva d'una evanescenza imperscrutabile, capace d'inghiottire chiunque si avventurasse in quelle strade.

Una sensazione terribile si animò dentro la mente.

I passi veloci s'imposero sel buio…

Un gruppetto di giovani donne se ne stava sotto un lampione ad olio, ridacchiando e muovendo qualche passo per combattere il freddo della notte.

Oscar si avvicinò come una furia scrutandole.

"Ehi giovanotto, cerchi compagnia?" – si sentì apostrofare da una di quelle.

"Avete visto una bambina passare di qua?".

Una delle giovani fece una smorfia.

"Perché noi non siamo abbastanza giovani per te? Io ne ho solo diciassette di anni e mi sembra che non dovresti fare tanto il difficile!".

Anche André si avvicinò osservando le giovani.

"Ehi…questi sono uno meglio dell'altro!" – sentenziò una delle altre avvicinandosi ad André – "Voi…poi…monsieur…se desiderate…".

André tirò un respiro più fondo, irrigidendosi.

Dannazione…

Paris non si smentiva proprio mai…

E poi dopo quello che gli era sfuggito dalla bocca, solo qualche istante prima…

"Maledizione!" – imprecò Oscar furiosa.

La visione di André che non era più solo suo…

André lì sotto gli occhi di quelle…

"L'avete vista o no?" – gridò.

"Una bambina dite?".

Oscar tirò un respiro fondo per non imprecare di nuovo.

"Sì…" – intervenne una delle ragazze – "Almeno sembrava una bambina quella che è passata poco fa. Ma non era sola…c'era una persona con quella…e mi sono detta che fortuna…".

"Dove si sono diretti?" – chiese Oscar a bruciapelo.

Il dito puntato indicò Sulpice…

André si staccò e prese a camminare nella direzione indicata.

Una mano a scostare i capelli umidi appiccicati al viso e forse altro…

Dalla testa…

Oscar lo raggiunse.

Rue de Colombier e poi Rue de Cannettes…

Un percorso seguito senz'appigli, quasi annusato più che ragionato, mentre il respiro si mescolava alla nebbia che colpiva il viso pungendo la pelle e bagnando le labbra…

Lo spazio più ampio della piazzetta davanti all'ingresso principale di Saint Sulpice pareva galleggiare muovendosi sospinto dal chiarore di tre lampincini che si riflettevano sulla facciata e sulle torri lugubri, a poco a poco inghiottite dal buio.

Nel silenzio, Oscar tentò d'intravedere un movimento, uno qualsiasi, che suggerisse la direzione da seguire dentro quella specie di muro lattiginoso ed insidioso dove tutto pareva invece immobile e fisso e senza voce.

S'impose a sua volta di non fare rumore per evitare che chiunque ci fosse oltre quella coltre spessa non decidesse di prendere chissà quale straducola e sparire nel nulla.

Un mugolio sommesso colpì i sensi…

Pochi passi.

André era dietro di lei…

Un'ombra scura…

Se la vide arrivare contro e la mano si spostò veloce all'elsa della spada che non fece in tempo a sguainare perché l'ombra con uno scatto repentino si spostò lateralmente.

Era talmente veloce…

Il tentativo di seguirla almeno con gli occhi s'infranse contro un altro mugolio e Oscar tornò al selciato bagnato e lucido.

Si chinò e si ritrovò tra le braccia il viso terrorizzato di una bambina.

"Sei Marilene?" – chiese stringendole le spalle.

Non poteva che essere lei…

Gli occhi sgranati ed il respiro un poco affannato, l'altra annuì solo con la testa.

Oscar si'inginocchiò.

"Stai bene? Che ti è successo?".

L'altra pigolò incerta.

Il viso era serio, quasi oscuro, come a riportare un peso che un bambino non sarebbe capace di sopportare.

"André resta con lei…" – disse Oscar rialzandosi e tornando a scrutare la direzione in cui era svanita l'ombra.

"Oscar aspetta…non puoi andare da sola!" - gridò lui.

"Resterò qui intorno…".

La voce s'impose un istante e poi svanì inghiottita dalla nebbia e - c'era da giurarlo - dai sensi allertati, tutti, a tacere e riconoscere e percepire un passo, un movimento, un respiro che indicasse la strada…

Giunse infine quel rumore, una sorta di cigolio sinistro che richiamò l'attenzione verso la navata di destra della chiesa chiusa dalla lunga cancellata in ferro, fradicia di nebbia, soffocata dai rampicanti, a racchiudere il cortile interno, buio e cieco…

Saint Sulpice s'innalzava silenziosa e gelida ma quell'alito si espanse riportando una presenza.

Nel folto dei rampicanti le mani si aprirono un varco, fino a riconoscere la ragione del cigolio, un piccolo cancello arrugginito che bastò sospingere per aprire.

Senza pensarci due volte Oscar l'imboccò seguendo quel sentiero evanescente e buio, fino a ritrovarsi nel cortile sul lato della chiesa mentre gli occhi osservavano il perimetro altrettanto scuro ed impenetrabile del muro…

Un altro suono, secco e basso, la convinse della presenza di qualcuno…

I passi conducevano verso la chiesa, dalla porta laterale…

Era assurdo trovare un luogo sacro ancora aperto a quell'ora ma Saint Sulpice non era dissimile dagli altri luoghi di preghiera e di raccoglimento e di misericordia che accoglievano affamati, disgraziati, infreddoliti e dimenticati…

E quindi anche reietti e disperati della peggior specie.

Oscar si ritrovò dentro l'edificio scuro, appena rischiarato da enormi candelabri a bracci che reggevano ciascuno almeno una trentina di moccoli, ancora accesi e grondanti cera sul pavimento.

Il fumo delle piccole fiamme di levava diritto spandendo il sentore caldo e liquido e sciolto…

Il respiro si fece veloce, quasi lo sentiva il proprio respiro, ma dovette fermarsi perché era troppo buio nella chiesa e la poca luce la infastidiva e lei doveva avere il tempo di abituarsi al debole chiarore dei moccoli consumati.

Iniziò a camminare piano, i passi cadenzati dal cuore che batteva in petto e la mano sull'elsa e attorno a lei solo le pareti scure della chiesa appena rischiarate dalla fila di candelabri nelle navate di destra e di sinistra, mentre quella centrale occupata dalle panche era buia, nascosta dall'ombra delle colonne.

Alla sommità due ceri più intensi indicavano l'altare e più su ancora il crocefisso.

I passi si moltiplicavano accompagnati dalla eco…

L'aria era poco più tiepida dell'esterno, scaldata dalle fiammelle immobili, appena sollecitate dagli spifferi insinuati da chissà quali pertugi.

Non potevano esistere al mondo luoghi più disparati e distanti di quelli che stava attraversando in quei giorni eppure tutti riportavano indistinte e lugubri sensazioni di assenza e di vuoto e di nulla e di calmo.

Per assurdo nel silenzio esse spingevano ad innalzare la guardia…

"Maledizione…" – imprecò tra sè e sè.

La coda dell'occhio intercettò l'ondeggiare intenso tra le fiammelle del primo candelabro nella navata di destra.

Una direzione precisa ad attrarre passi e sguardo e sensi…

La mano all'elsa, stretta e gli occhi fissi ad un'immagine assurda, via via a dir poco terrificante.

Il dubbio che il vino fosse lì a distorcere distanze e calore.

Il candelabro, seppur pesantissimo, ondeggiò di poco.

Ai due passi in avanti ne seguì uno istintivamente all'indietro…

Un'oscillazione più intensa delle altre e il portacandele si rovesciò a terra, schiantandosi mentre i moccoli caldi schizzavano allargandosi e rotolando via, disegnando scie di cera lucide e bollenti.

Il chiarore delle fiammelle si spense di lì a poco come il suono terribile, ripiombando la chiesa nel silenzio.

Solo pochi istanti…

Oscar fu costretta ad indietreggiare ancora e ancora…

Il secondo candelabro, poco distante dal primo, come sospinto verso di lei ondeggiò cadendo anch'esso più velocemente del primo, vicinissimo...

Alcune candele volarono addosso al pastrano concedendo a mala pena il tempo di scacciare con la mano la cera calda.

Un altro chiarore, un altro candelabro, il terzo, Oscar se lo vide arrivare contro e questa volta percepì nettamente il colpo inferto dai piccoli bracci di metallo e sulla pelle delle mani e sui capelli le punture degli schizzi di cera bollente che colava addosso.

I muscoli riscaldati e rilassati dal vino, il pavimento insidioso e viscido come il pantano di certi acquitrini nei dintorni di Parigi, minarono l'equilibrio…

Un passo indietro, un altro ancora, le dita annasparono nel vuoto per aggrapparsi alle colonne.

Erano troppo lontane…

L'istintivo movimento di proteggersi dall'urto contro il pavimento e l'altrettanto repentino gesto, a terra, di portare il braccio davanti al viso perché il quarto candelabro le piombò addosso colpendola in pieno.

Il grido soffocato si perse nell'eco della chiesa vuota, a spezzare la quiete ormai corrotta dalla serie di schianti che si erano susseguiti ininterrotti per un tempo che parve interminabile.

Oscar tentò di spostarsi e di rialzarsi…

Le braccia pesanti, riaprì gli occhi fissando il buio…

Davvero in quel momento percepì la presenza di qualcuno che a poca distanza da lei si stava avvicinando…

La luce dei due candelabri ancora in piedi era scarsissima.

Continuò a riprendere il ritmo del respiro per raccogliere le forze e muoversi e voltarsi e puntare almeno un ginocchio a terra e rialzarsi.

Non ci riuscì perché qualcosa o qualcuno la spinse a terra mentre le mani annasparono trafitte dalle stille di cera calda sparsa dappertutto. Neppure i capelli riuscì a scostare senza correre il rischio di bruciarsi il viso…

Eppure doveva vedere…

Doveva capire…

Una mano…

Percepì una mano che glieli scostava i capelli.

Decise di riaprire gli occhi…

Il buio non consentiva di vedere…

Ma suoni distinti e suadenti riportarono parole nette seppure dal significato ambiguo e sconosciuto…

Rosa…pura…pulchra…but…you are dangerous…

You are dangerous…

La voce calma si spense in una risata sommessa, lieve e chiara…

Gli occhi puntarono ai suoni e riportarno un volto occultato sotto un cappuccio e solo una ciocca di capelli, forse altrettanto chiari, che s'intravedeva da sotto la stoffa…

La voce si animò di nuovo articolandosi livida e bassa, quasi sussurrata…

Dio mio, Dio mio perché m'abbandonasti?

Non pensi al mio soccorso, al gemer mio?

Grossi tori mi stringono dattorno, m'hanno accerchiato i robusti di Basan…

Contro di me spalancano la bocca come un leone che sbrana e che rugge…

E io come l'acqua mi vado sciogliendo e tutte son disgiunte le mie ossa…

Il mio cuore s'è fatto come di cera e dentro al petto mi si va struggendo…

Il mio cuore se fatto di cera…

E il vostro mademoiselle…

E il vostro cuore…anche il vostro cuore s'è fatto di cera?

Solo il proprio respiro percepiva Oscar, intervallato dalla strana nenia e dalla domanda, evidentemente rivolta a lei.

Lei…

Mademoiselle…

Chiunque fosse…

A dispetto dell'abito e delle movenze veloci poco consone ad una donna quello sapeva che lei era una donna…

La conosceva già dunque.

Non poteva essere uno sbandato incrociato per caso, uno di quei disperati che anelano solo ad un angolo riscaldato e scuro dove lenire la fame e il freddo…

Salmi della Bibbia…

La voce era calma, ritmata, leggera e lenta…

Si sentì afferrare le mani.

Se le ritrovò strette da altre mani, fredde, le dita lunghe ed affusolate…

Sentì il proprio corpo schiacciato da un peso che non pareva opprimente ma scivolava su di lei, con lentezza, come a consentirle, seppure in pochi istanti, di abituarsi al contatto ed alla presenza.

Sentì il respiro, il respiro dell'altro sul proprio, e la bocca, la bocca dell'altro, avvicinarsi e poi sfiorare delicatamente le labbra…

Era un respiro freddo, asciutto, senz'anima.

La lingua umida sfiorò le labbra in un istantaneo ed impercettibile tocco…

Il respiro divenne veloce e caldo a mescolarsi con l'altro che restava lì, su di lei…

L'istinto impose di reagire e ribellarsi e i muscoli si contrassero per divincolarsi con più forza…

Oscar tentò una prima volta di sgusciare via e poi gridò per disturbare e allontanare da sé quella presenza incombente.

Il peso dell'altro la trattenne a terra…

"Il vostro cuore s'è fatto di cera?" – mormorò di nuovo quello stringendo i polsi ed avvicinandosi al viso.

Non pareva così dannatamente forte…

Non pareva così dannatamente pesante…

Le mani puntarono allora sulle spalle e le gambe libere si mossero per colpire ed allontanare l'uomo…

Un calcio assestato allo stomaco e quello si ritrovò scaraventato a lato, quel tanto che bastò a lei per scorrere indietro sul pavimento e portarsi a distanza adeguata ad estrarre la spada.

Non riusciva a rialzarsi perché il pavimento era scivoloso e si ritrovò con le spalle all'altare di sinistra.

Un tragitto assurdo che aveva compiuto senza neppure aver compreso come…

Il respiro affannato e la ricerca spasmodica di quell'ombra e dei suoi movimenti e…

Un suono secco e metallico la fece sussultare costringendola a sollevare lo sguardo verso l'alto dove la vista si perdeva nel buio del soffitto.

Il cigolare ritmato di una catena aumentò inesorabilmente e Oscar intravide, appena illuminato dalle candele dell'altare, un enorme incensatoio, appeso al soffitto, ondeggiare paurosamente.

L'insensato tentativo di comprendere che stesse accadendo e la sorpresa l'inchiodarono lì…

Tanto sarebbe stato bastato ad impedirle di scansarsi dalla traiettoria del pesante contenitore che aumentava le oscillazioni spandendo nell'aria l'odore acre e pungente dell'incenso a spezzare il respiro.

Chiuse gli occhi...

Li chiuse alla fine arrivando solo a portare d'istinto un braccio al viso mentre le pareva che tutt'intorno la chiesa avesse preso a muoversi scossa da una forza misteriosa, invisibile e potente che avrebbe trascinato via tutto.

In realtà fu lei a sentirsi trascinata via, lontano, mentre l'incensatorio, dopo l'inevitabile corsa a terra, si schiantò sul pavimento e il tonfo assordante e devastante rieccheggiò lungo le pareti della chiesa a far tremare i rosoni istoriati.

Non respirava quasi…

Oscar riaprì gli occhi e si sentì chiusa, stretta, abbracciata dalle braccia di André a terra con lei che la osservava stravolto e le parlava e lei non riusciva a capire una parola di quello che diceva.

Non riusciva a sentire nulla e neppure a parlare anche se tentava di farlo per dire ad André che stava bene e che non le era accaduto nulla….

Si sentì afferrata per un braccio e si alzò come un burattino guidato dal burattinaio che decide di lasciar calare il sipario e di terminare li quell'assurda rappresentazione.

Qualche suono le giunse allora alle orecchie…

Grida…passi…esclamazioni di terrore…

Luci che via via si facevano più intense restituendo alla chiesa contorni meno sinistri…

"Oscar dobbiamo andarcene! Stanno arrivando i monaci e…non è il caso che ci trovino qui dentro…." – le gridò lui infilandosi verso l'oscurità della navata sinistra e guadagnando il transetto laterale vuoto e buio.

Lei annuì.

Aveva compreso e seppure ancora frastornata e quasi incapace di muovere un passo si lasciò guidare da Andrè…

Si appiattirono entrambi contro il muro e tutti e due si ritrovarono nascosti alla vista dei monaci che stupefatti si aggiravano sconvolti nello spazio travolto da quella specie di tempesta.

La luce a poco a poco riprese a guadagnare terreno sull'oscurità e le voci dei religiosi, sebbene colme di stupore e di panico e i passi concitati e le esclamazioni di angoscia, sovrastarono il respiro affannato.

La navata di sinistra era in ordine e fu ispezionata velocemente per spegnere tutte le candele e lasciare accese solo quelle dell'altare.

Il buio avvolse il respiro e l'istinto di mantenersi immobili quel tanto che sarebbe bastato a cogliere il momento giusto per uscire…

"Stai bene?" – chiese André sottovoce.

Oscar non rispose.

Faticava a respirare e le gambe tremavano e la mente era annebbiata…

André non riuscì a restarle lontano e l'abbracciò quasi a sorreggerla, passandole le braccia lungo i fianchi e chiudendole dietro la schiena.

"Ti prego…Oscar…come stai? Sei ferita?".

Ascoltava Oscar quella voce ed ascoltava quel battito finalmente solo su di se.

Il viso appoggiato al petto di André e quell'abbraccio e lei sentì che avrebbe voluto restarci dentro ancora un po' per assaggiarlo e portarlo con se, come una ladra...

"Sto bene" – mormorò piano con uno sforzo enorme.

Di questo André si preoccupava e una volta saputo l'avrebbe lasciata…

Non accaddde…

Di nuovo non fu così.

André allungò la mano affondando le dita nei capelli e stringendola a sé quasi a calmare sé stesso e a dirsi che adesso Oscar era lì e non le era accaduto nulla.

Nessuna parola, nessun rimprovero, nulla, se non che adesso erano insieme e a lui nulla sarebbe importato se lei l'avesse allontanato e l'avesse spinto via.

Non accadde nulla di tutto questo.

Per la seconda volta non accadde nulla…

Istanti interminabili, colmi di passi affrettati ed esortazioni a scansare le scie di cera rapprese ed insidiose e a raddrizzare prima possibile i candelabri e a controllare che non fosse stato rubato nulla…

Istanti interminabili in cui Oscar ascoltò la mano di André, le dita ferme tra i capelli, stretti, e poi il cuore che batteva forte, e poi il respiro a lambirle appena il viso.

Istanti interminabili e Oscar volle sollevarlo il viso e lo sguardo per vedere il viso di André, poco più alto di lei, e poi la sua bocca, socchiusa a chiedere aria, e il profilo netto, e la pelle bianca, e quella cicatrice e la luce cupa…

"Oscar" – disse lui piano a sua volta osservandola –"Scusami…".

L'abbraccio di André si sciolse immediatamente e le braccia ricaddero rigidamente ai fianchi.

Oscar si sentì quasi mancare la terra sotto i piedi e d'istinto le mani cercarono quelle di André afferrandole una volta trovate e stringendole tanto da suscitare in lui uno sguardo sorpreso, ma che lei intuì assolutamente non convinto.

Poteva apparire evidente cosa stesse accadendo.

Ma forse non lo era abbastanza per crederci…

E nemmeno per comprendere quale fosse la ragione…

E' questa la libertà che mi hai concesso? – si chiese André confuso e disorientato e…

André si staccò dalla debole presa.

"Dobbiamo uscire da qui prima che ci trovino!" – esordì risoluto, quasi dimenticandosi di ciò che era appena accaduto – "Tra poco le porte verranno chiuse e noi rischiamo di rimanere chiusi dentro…".

Poteva apparire evidente cosa stesse accadendo.

O forse non lo era…

Oscar un tempo aveva rifiutato le regole di quel gioco…

Se n'era andata.

Non era da lei tornare sui suoi passi e André si sentiva dannatamente stanco…

Non aveva senso quanto stava accadendo, le provocazioni alla locanda…

Deglutì a fatica.

Si mosse ma fu costretto ad afferrare la mano di Oscar perché lei sembrava incapace di fare un passo.

L'accortezza dei movimenti consentì loro di guadagnare l'oscurità di una cappella dopo l'altra fino al transetto di destra e poi giù ancora più giù fino alle torri…

E lei seguì i passi di lui e nella testa le parole che si erano espanse sopra di lei e sulle labbra quel contatto assurdo e la mano stretta nella mano di André…

All'aperto, l'aria fredda li colpì in viso.

La piazza era immersa nella nebbia e André camminò ancora per allontanarsi dalla chiesa, dirigendosi oltre, verso un vicolo più buio dove rimase a fissare Oscar che se ne stava ad occhi chiusi appoggiata al muro.

La voce di Alain lo colpì e André riemerse dal buio per richiamare l'amico.

"Che diavolo è successo?" – chiese l'altro riconoscendo André.

Quest'ultimo decise di mantenersi sulle sue e di non elargire alcun genere di spiegazione.

Ne chiese però una soltanto all'amico.

Uno scambio di parole rapido che Oscar si ritrovò ad ascoltare, come una ladra, di nuovo, per carpirne il senso ed il significato…

Il respiro tremò un poco.

André stava chiedendo di Diane e se era a casa e Alain lo tranquillizzava.

C'era andato lui quella sera a prenderla, messaggio o non messaggio…

Oscar rimase lì, il respiro asciutto e la nausea che adesso saliva allo stomaco.

Una pacca sulla spalla e André che volgeva i passi allontanandosi non prima di aver affidato all'amico il comandante perché lui e gli altri la scortassero fino all'Entrague.

André sarebbe tornato alla locanda per accertarsi se la bambina stava bene.

Il solito André…

Nulla era cambiato e tutto lo era in realtà…

La piazzetta avanti Saint Sulpice era ormai vuota.

Tutto era tornato a posto dopo l'assurda e folle parentesi.

O meglio, nulla era tornato a posto, nulla era più come un tempo e lei non sarebbe mai più riuscita a rimettere le cose a posto e quella tela, la tela della sua vita, forse, si era ormai dissolta per sempre.

"Quella donna non la smetterà mai di cacciarsi nei guai!" – fu il poco edificante commento di Voltaire accorso anche lui e rimasto poco distante a scrutare il poco edificante spettacolo del proprio comandante che aveva preso a tossire per colpa dell'incenso e faticava a reggersi in piedi per colpa del vino.

"Ahhh…" – si voltò poi disgustato dandosi una manata sulla fronte e pestando i piedi.

Adesso le veniva davvero da vomitare e il vicolo pareva essere il luogo più adatto…

L'ultimo commento le giuse ovattato, stretto tra i conati e il freddo…

"Quella non è una donna!" – fece eco Romanov – "E dimmi tu se una donna si concerebbe in quel modo!".

Pensi che lo sia?

La provocazione di André rieccheggiò nella mente.

André era diverso…

Dannatamente diverso…

André se n'era andato.

Si era staccato da lei…

Era libero…

Come lei stessa gli aveva chiesto.

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