Udirono il trillo soffocato della suoneria di un telefono in lontananza. Kate si staccò di colpo, allontanandosi. Castle fu molto stupito di vedere un cellulare fare la sua comparsa dai meandri di un abito che, secondo le sue precedenti valutazioni disinteressate, non aveva spazio per nasconderlo.
"Beckett", rispose con un tono di voce molto più autorevole da quello che era abituato a sentire.

Gli dava le spalle. Castle non riuscì a recepire quasi niente della conversazione in atto. Non sapendo di preciso in che rapporti fossero secondo gli ultimi sondaggi, rimase quieto al suo posto senza osare muoversi, con lo sguardo volto altrove per discrezione.
Beckett riattaccò, prima di tornare da lui, tenendosi a qualche passo di distanza.
"È poco cortese chiederti dove lo tenevi?".
Kate lo guardò confusa, lui le indicò il telefono che aveva in mano e con cui giocherellava in modo distratto.
"Sono reperibile. Devo averlo sempre con me".
A Castle vennero in mente immagini non riferibili - non ora che avevano stabilito una tregua precaria. Aveva la sensazione che sarebbe bastata una parola sbagliata per spingerla a liberarsi di lui ed era un'esperienza che aveva già provato e di cui non avrebbe gradito il riproporsi.
Kate si mordicchiò un labbro con fare distratto. Sembrava titubante su quale fosse il loro prossimo passo.
"Era Lanie. Devo andare con lei. C'è stato un omicidio", gli spiegò asciutta e assente, già concentrata su quello che l'aspettava.

Lo sorprendeva sempre la sua trasformazione da ragazza normale a temibile tutore della legge. Era un aspetto di lei che desiderava conoscere meglio, se le cose fossero andate come aveva iniziato a programmare.
"Pensavo che i medici legali arrivassero per primi sulla scena del delitto. E che i detective venissero chiamati dopo".
Kate lo guardò interrogativa, ma senza dire niente.
Castle continuò a dare sfoggio delle sue conoscenze legali.
"Come fai a essere sicura che sia stata un'azione criminale? Potrebbe essere suicidio. Arresto cardiocircolatorio. Potrebbe perfino essere morto di spavento, per quel che ne sai. Non devi precipitarti".
Kate sorrise compiaciuta. "Qualcuno ha fatto i compiti negli ultimi cinque minuti?", gli chiese sarcastica.
Castle avrebbe voluto mordersi la lingua. Come sempre aveva parlato troppo, solo per farsi bello davanti a lei. Doveva rivedere il suo comportamento, se voleva avere qualche chance di godere della sua compagnia un po' più a lungo.
"Sai, Rick, non credo che tu abbia bisogno della mia consulenza per i tuoi libri. Ne sai già abbastanza".
Castle represse un gesto di disappunto, indirizzandosi parole impietose per essersi tradito così malamente. Mantenne però una facciata di pacato buonumore, che sperò la convincesse.

Kate non si fece impressionare, infatti continuò ad affondare la lama, divertendosi a prendersi gioco di lui.
"Anzi, perché non ci offri il tuo grande ingegno, aiutandoci a risolvere il caso? La città di New York te ne sarebbe grata in eterno".
Castle la guardò dubbioso, cercando sul suo viso un indizio del fatto che stesse scherzando, ma la sua espressione innocente non rivelò nulla di più che genuino interesse.
Castle si raddrizzò, ormai convinto che lei fosse intenzionata davvero a portarselo sulla scena del crimine.
Si frenò in tempo, preferendo non mostrare troppo apertamente il suo entusiasmo.
"Non mi sarei mai proposto, ma se la polizia di New York, nelle vesti di uno dei suoi migliori detective, me lo chiede con tanta insistenza, come posso rifiutare il mio aiuto?".
Sarebbe stato fantastico. La miglior serata della sua vita. Ripensò alla limousine. Forse solo una delle migliori serate.
Kate incrociò le braccia, godendosi lo spettacolo di un uomo che si stava visibilmente trattenendo dal saltellarle intorno per pregarla di farsi accompagnare.
Preferì non tirarla troppo per le lunghe.
"Mi dispiace. Per questa volta dovremo fare a meno della tua consulenza".
"Sicura? Perché io ho una mente molto creativa...".
"Sicura". Kate chiuse il discorso, senza dargli la possibilità di andare oltre con le sue insistenze. Castle capiva sempre quando veniva messo al suo posto.

"Devo proprio andare. Ed è un omicidio. Gli hanno sparato", aggiunse, ponendo fine alle loro scaramucce verbali.
Castle si portò un pugno alla bocca per trattenersi dal dire qualcosa. Un omicidio vero, con un movente reale. Si sarebbe incatenato davanti alla sua auto, se fosse servito a qualcosa.
Invece avrebbe dovuto terminare la cena, e poi la serata, senza di lei. E l'alternativa era così... eccitante. Insieme a combattere il crimine, non sarebbe stato splendido? Avrebbero conversato fino a tarda notte per risolvere il mistero bevendo brandy davanti al caminetto e l'avrebbe affascinata con un miscuglio ben assortito di buonsenso, acume e analisi psicologiche.
Come faceva a non vederlo? Era perfetto per lei!
Stava forse correndo troppo?

Kate perse tutta la sua sicurezza nel momento del commiato. Come ci si congedava da una situazione così strana come quella in cui erano finiti e che non sarebbe stata in grado di definire a parole?
Optò per qualcosa di gentile, ma non troppo impegnativo.
"Io... vado", disse sentendosi subito un'idiota. Io vado?Dadove le venivano certe frasi? Di certo non era il modo migliore di impressionare uno scrittore. Non aveva però idea di come allontanarsi. Né ne aveva voglia. Forse era quello a renderla poco brillante.

Castle non insistette nel pregarla di farle compagnia. Capiva che per lei era un momento delicato, viste le precedenti uscite di scena drammatiche in cui aveva saltato tutti i convenevoli.
O scappava, o rifiutava i suoi approcci, mettendo fine alle sue speranze.
Meglio optare per una linea morbida di attesa e ascolto e lasciarle tutto lo spazio di manovra. Contenendola, però, nel caso avesse ricominciato a sconfinare verso territori che non prevedevano la sua presenza.
"Buon lavoro", le augurò imprimendo nella voce più gaiezza di quella che provava. "Fammi sapere se è un delitto d'onore. O la mafia. O le spie russe".
Voleva rasserenare il morale di entrambi. Lei si era spenta a poco a poco davanti a lui. Non c'era motivo di mostrarsi così abbattuti, non stavano partendo per la guerra.
La cosa poteva ravvivare il suo orgoglio, ma non faceva bene all'umore generale.
"D'accordo", mormorò Kate, sorridendogli e allontanandosi, salutandolo con un cenno delle mano.
L'aveva piantato in asso senza mostrare il cenno di un rimpianto. Era un colpo un po' duro da sopportare, pensò Castle, con l'orgoglio a picco.

Kate si fermò di nuovo. Si voltò verso di lui, facendo risorgere le sue speranze.
"Non posso raccontarti niente. C'è il segreto professionale".
Lui avrebbe avuto qualcosa da obiettare al riguardo, ma preferì il silenzio. Era evidente che lei era spiaciuta all'idea di andarsene. E lui non sapeva come fare ad aiutarla. Di fatto, che cosa gli era consentito?
La situazione avrebbe giovato di un suo gesto plateale? Non ne era convinto.

Rimase a fare radici inchiodato al tavolo su cui era appoggiato da quelle che gli sembravano ore. Non sentiva più il suo fondo schiena.
Si accorse che lei era ancora sulla porta, una mano appoggiata sullo stomaco, in cerca di qualcosa da dire.
Capiva il suo voler proseguire nel loro rapporto (esistenza già qualcosa del genere?) in modo più ordinato - il contrario di come si erano mossi fin lì, in preda al furore della loro attrazione, avvicinandosi troppo e, per reazione contraria, allontanandosi del triplo della distanza.
Ma non poteva tormentarlo in quel modo, altrimenti avrebbe di nuovo preso lui l'iniziativa e quella notte lei non avrebbe visto nessun cadavere.
Forse la frase non era stata formulata in modo del tutto innocente, si rese conto con una punta di divertimento.

"Lascerei perdere i conigli. E il bucato", rilanciò Kate esitante, faticando a esporsi e spiando il suo viso in cerca di una reazione incoraggiante. "Ma mi piacciono le cene. Allo stesso tavolo".
"Senza altri partecipanti, spero", le rispose Castle, sorridendole radioso. Lui non aveva problemi a manifestare i suoi sentimenti.
Lei ridacchiò.
"Senza bagni. O vicoli mafiosi".
"Senza scappare". Disse Castle, abbassando la voce.

"Senza scappare". Annuì Kate, timida e felice.