Capitolo 14
Quando Calder chiuse la comunicazione, nell'ufficio di Joan calò il silenzio. Annie era viva e stava bene, ma poteva essere muta. Forse era una conseguenza dell'agguato subìto dal convoglio con il quale viaggiava. Oppure era semplicemente una copertura? Joan era talmente assorta dai suoi pensieri che non sentì bussare.
"Joan, stai bene?" La voce di Auggie la riportò al presente.
"Auggie. Sì, tutto bene. Ho appena parlato con Calder. La sua task force si è riunita solo qualche ora fa. Gli operativi che erano già a Taoudenni lo hanno aggiornato riguardo le intel che abbiamo passato loro stamattina. Stanno organizzando per domani mattina un incontro col capo della tribù berbera a cui appartengono i due giovani attivisti"
"Joan…" la interruppe Auggie
"Sì, Calder ha visto Annie ma non le ha potuto parlare. Lei sta bene."
Auggie annuì sorridendo, di un sorriso talmente caldo e vivo che a Joan si scaldò il cuore. Uscì dall'ufficio di Joan, si diresse alla sua scrivania e prese le sue cose. Barber lo guardò e, per la prima volta da quando Auggie era tornato a Washington, lo vide sereno.
"Tutto bene, amico?"
"Sì Eric. È tutto a posto. Ho bisogno di uscire e di camminare un po'. Credo che me ne andrò a casa."
"Ci vediamo domani."
Camminando nel parco attorno a Langley, ad Auggie sembrava di respirare meglio. L'autunno stava spogliando gli alberi, cadeva una leggera pioviggine e l'aria era carica di umidità. Era piuttosto freddo poiché ormai ottobre volgeva al termine. Ma Auggie non faceva caso al freddo e alla pioggia. Sentiva il cuore carico di emozioni ma allo stesso tempo leggero. Annie stava bene e presto, in un modo o nell'altro, sarebbe tornata a Washington. E questo pensiero lo accompagnò fino a casa, scaldandogli l'animo. Non era molto, ma al momento gli bastava.
Calder organizzò l'incontro col capo tribù pianificando tutto nel migliore dei modi perché nulla andasse storto. Non conosceva l'uomo, né sapeva se era o meno coinvolto nei traffici dei sui figli, doveva perciò tenersi pronto ad ogni possibilità. Ethan si era già diretto all'accampamento berbero per chiedere di parlare con Abu-Mokhammed; fu fatto entrare in una stanza all'interno di una bassa costruzione di mattoni intonacati. Il pavimento era coperto di tappeti, sui quali erano sistemati cuscini e bassi sgabelli. Subito dopo Ethan, entrarono nella stanza il capo tribù e alcuni uomini.
"Was-salam'alaykum" disse Ethan, rivolgendosi ad Abu-Mokhammed
"Wa Alykum As-slam" rispose Abu-Mokhammed "Hai chiesto di parlarmi. Come posso esserti utile?"
"Qualche giorno fa hai parlato con un mio compagno di viaggio."
"Sì, il giornalista americano."
"C'è un altro mio compagno di viaggio che vorrebbe parlarti, se lo concedi."
"Eravate solo in tre fino a ieri. Questa sera ho visto che eravate di più."
"Sì, Abu-Mokhammed. Le altre persone con cui ci hai visto sono dei colleghi che ci hanno raggiunto oggi." Ethan notò che il capo berbero non usava troppi giri di parole e decise di fare lo stesso. Se voleva ottenere informazioni doveva essere sincero.
"Quindi siete tutti giornalisti americani?"
"Non tutti, in realtà."
"Si tratta di politica?"
"Non esattamente. Uno degli uomini che ci ha raggiunto è il nostro capo." Ethan si guardò attorno. Abu-Mokhammed fece un cenno agli uomini che lo accompagnavano ed essi uscirono.
"Ora puoi parlare liberamente, americano." disse il berbero
"Siamo giornalisti che lavorano per un'Agenzia governativa statunitense. Abbiamo bisogno di darti e chiederti informazioni sull'attentato di Timbuctu di due mesi fa."
"Agenzia governativa?"chiese il capo berbero.
"Sì. Nell'attentato sono morti degli americani. Il nostro governo ci ha mandato ad indagare."
"Ora capisco tutte le vostre domande e il vostro modo di agire. Ho anch'io i miei informatori." Abu-Mokhammed sorrise a Ethan "Riceverò il tuo comandante."
Ethan annuì, uscì dalla stanza e andò a chiamare Calder.
"Was-salam'alaykum" disse Calder, entrando nel salottino di Abu-Mokhammed
"Wa Alykum As-slam" rispose il capo berbero.
"Grazie per avermi ricevuto con così poco preavviso."
"La mia dimora è la tua. Come posso aiutarti?"
"Due mesi fa un convoglio americano è stato attaccato dai guerriglieri jiadisti a Timbuctu. Era un convoglio di aiuti umanitari."
"Non è quello che mi risulta, amico mio. Alcune nostre fonti ci hanno detto che il vostro convoglio trasportava armi."
Anche Calder notò che il capo berbero era diretto e parlava senza tanti giri di parole. "Bene" pensò "sarà più facile se potrò fare domande dirette"
In quel momento entrarono Dassin e Khennuj che portavano del tè e dei semplici dolci per gli ospiti.
"Posso parlare apertamente e sinceramente, Abu-Mokhammed?" chiese Calder.
"Te ne prego. Puoi chiedere direttamente ciò che vuoi sapere e, se posso, ti dirò tutto quello che so."
"Dunque sai che il convoglio trasportava armi. Sai anche per chi?"
"I miei uomini mi hanno detto che erano armi dirette alle milizie francesi."
"Che fine hanno fatto quelle armi?"
"Questo non lo so. Quando la mia tribù è arrivata sul luogo dell'attentato, non c'erano armi tra i rottami del convoglio. Le persone sopravvissute le abbiamo portate al centro ospedaliero di Medici Senza Frontiere d'istanza a Timbuctu."
"Sì, lo abbiamo saputo e ti ringrazio. Sono sopravvissuti solo due dei sei feriti che avete portato all'ospedale da campo. Uno di loro è americano. Tornerà negli Stati Uniti domani."
"Mi spiace per gli altri." disse il berbero. La sua voce era davvero dispiaciuta.
"C'erano altri sopravvissuti?"
"Perché lo chiedi?" intervenne Dassin.
"So che avete con voi una donna occidentale." le disse Calder gentilmente "Potrebbe essere americana. Il nostro governo ci ha mandato a recuperare tutti i nostri connazionali." Dassin e Khennuj si scambiarono un'occhiata e uscirono. Gli uomini, rimasti soli, presero il tè poi ripresero a parlare.
"Abbiamo ricevuto delle informazioni riguardo un uomo che traffica armi." disse Ethan al capo berbero "È un ex agente del KGB. Si fa chiamare Samuel Garrett, ma il suo vero nome è Dimitri Diachkov."
"Le nostre fonti ci hanno mandato delle foto mentre tratta con uomini berberi, forse appartenenti alla tua tribù." Aggiunse Calder.
"Non ne sono a conoscenza" disse Abu-Mokhammed "Voi sapete chi sono? Posso vedere queste fotografie?"
Ethan gli porse una busta. Abu-Mokhammed ne estrasse le foto e fu molto sorpreso di vedere che ritraevano i suoi figli.
"Non sono fotomontaggi, vero?" chiese rivolto a Calder con voce preoccupata.
"No. So che conosci questi due ragazzi."
"Sì. Sono i miei figli."
"Mi spiace che tu sia venuto a sapere in modo così diretto del loro coinvolgimento in questa guerriglia."
"Quindi voi siete qui per conto del governo americano." disse il capo berbero. Calder e Ethan annuirono. "FBI? CIA? Qualche altra agenzia governativa?"
"CIA" confermò Calder
"E la donna della quale mi avete chiesto?"
"Cosa mi puoi dire di lei?" Chiese Calder
"Rispondi ad una domanda con un'altra domanda, americano" osservò il capo tribù "Non posso dirti molto, in verità. È stata trovata dalla figlia di Khennuj e Ghumer, una coppia di brave persone. Era in fin di vita e non ha memoria del suo passato. Khennuj si è presa cura di lei e, con mia moglie Dassin, l'hanno aiutata a sembrare una donna berbera. Tra alcune tribù della nostra gente ci sono ancora forme di schiavitù e una donna occidentale è merce rara da queste parti." concluse Abu-Mokhammed, lasciando intendere quale sorte sarebbe toccata alla donna se fosse stata rapita.
"Mi hanno detto che è muta." disse Ethan
"Così può sembrare. In realtà parla diverse lingue." disse sorridendo il berbero "Ora, volete dirmi perché chiedete di lei?"
"Dobbiamo riportarla negli Stati Uniti." disse Calder
"Eludi ancora la mia domanda. Io sono stato sincero con te…"
"Il fatto è che non siamo sicuri del perché sia qui in Africa. È stata per alcuni anni un'agente della CIA, ora sappiamo che lavora per un'Agenzia che forniva servizi di protezione e scorte armate internazionali. Il suo capo è l'americano che è sopravvissuto tra quelli che hai portato all'ospedale di MSF."
In quel momento entrarono nuovamente Dassin e Khennuj seguite da una terza donna: era Jedjiga. Cominciarono a raccogliere i vassoi con le tazze vuote quando Jedjiga si trovò di fronte a Calder Michaels.
La donna restò pietrificata e il vassoio le cadde dalle mani. Era lui, l'uomo del suo sogno, colui che le aveva sparato in quell'ascensore. Quindi era reale. Non era solo un sogno, frutto della sua fantasia. Quell'uomo esisteva veramente. Un urlo strozzato le uscì dalla gola, prima di svenire.
