Eccomi qua! Finalmente sono riuscita a tirar fuori dalla mia testa bacata, questo cavolo di capitolo! ? Non ne voleva proprio sapere! ?Mi scuso con tutti coloro che seguono la storia.
Buona lettura. ?
CAPITOLO 14
Buio! In qualunque direzione orientasse lo sguardo, le tenebre l'avvolgevano completamente e, benché si trovasse in quell'ambiente da parecchio, la vista non si abituava.
Si sentiva stanca ed oppressa: un dolore acuto alla mano destra le dava sentore di una profonda ferita non ancora rimarginata, terribili fitte ai piedi e ai muscoli delle gambe non le permettevano di muoversi e, per finire, un mal di testa atroce non la faceva ragionare con lucidità.
Chiuse gli occhi un attimo per riposare la vista.
"Kimiko..." Una voce, quasi un sibilo.
Subito li riaprì e vide in lontananza una piccola luce.
Con sua grande sorpresa, quel piccolo bagliore cominciò ad espandersi in bande luminose di forme e colori rapidamente mutevoli nel tempo e nello spazio: passavano dal rosso, al verde, all'azzurro, al bianco, illuminando tutto l'ambiente circostante e mostrando un paesaggio incantevole: un massiccio montuoso, solcato da valli profonde e gole mozzafiato, si innalzava su di un monte sottostante ancora coperto da boschi e querce. La cima, innevata ed avvolta dalla nebbia, sembrava confondersi con le nuvole e scomparire nel cielo.
Era uno straordinario spettacolo della natura che ricordava vagamente il monte Olimpo, la sede degli dei.
"Kimiko..."
Si voltò verso chi la chiamava e vide difronte a se un personaggio dalla vaga forma umana: indossava un mantello di colore nero, munito di cappuccio che copriva completamente il volto, in mano brandiva una falce fissata perpendicolarmente ad un manico lungo circa 160 cm.
"Kimiko..."
La ragazza continuava a fissare quella bizzarra figura che rivolgendosi a lei la chiamava con un nome che non era il suo: chi era questa 'Kimiko'?
"Sei sorpresa? - le chiese lo strano essere - Pensi forse che ci sia stato uno scambio di persona?"
"Il mio nome è Michiru, Michiru Kaiou e non Kimiko! Perché continui a chiamarmi così?"
"Colei che non conosce il proprio passato, diventa facile preda degli eventi presenti e non può affrontare il futuro!"
La frase enigmatica, pronunciata da quell'eccentrico personaggio, le fece venire in mente quello che aveva appreso da Haruka: "Makoto è tua sorella! Siete entrambe figlie di Hotaru Tomoe."
"Chi sei?" Chiese la violinista.
"Io sono Saturno, signore della morte e della rinascita e sono qui per metterti in guardia."
Puntò la falce alla sinistra della propria figura e mostrò a Michiru una battaglia che stava avvenendo a poca distanza da loro: due uomini, uno a cavallo di un grosso uccello rapace e l'altro a cavallo di un mostruoso cane a tre teste, lottavano aspramente contro un terzo uomo che montava un cavallo marino delle pinne grigie.
Ogni cavaliere era avvolto da un'aura diversa che rappresentava uno dei tre elementi alchemici, aria, terra e acqua. Era come se la materia fosse in conflitto con se stessa.
L'individuo che governava l'acqua, cercava di sopperire alla sua inferiorità numerica lottando con tutte le proprie forze ma non ci riusciva. Fu colpito alla spalla destra da un fulmine lanciato dall'uomo che cavalcava il grosso uccello rapace e cadde a terra ferito. Stava per soccombere, sbranato dal mostruoso cane a tre teste, quando una freccia infuocata, scoccata da un punto imprecisato del cielo, colpì uno degli occhi del tricefalo che subito si allontanò dalla sua preda.
Lo sguardo di tutti i presenti, fu catturato da colui che aveva compiuto il gesto eroico: era un ragazzo di una bellezza devastante, inumana, divina. Alto circa un metro e ottantasette, la sua pelle era chiara, il suo fisico muscoloso, ma non troppo, un viso dai lineamenti regolari incorniciato da capelli corti e ribelli del colore del grano illuminato dai raggi del sole. I suoi occhi, di colore verde smeraldo, incantavano. Indossava il chitoniskos, una tunica lunga sino alle ginocchia, cucita su un lato e fermata sulle spalle da un grosso bottone dorato e stretta in vita da una cintura sulla quale era legata una spada dalle sembianze di una sciabola con la lama luminescente rossa.
Guidava un carro tirato da quattro cavalli che gettavano fuoco dalle narici e brandiva un arco incandescente.
Michiru, nell'ammirare così tanta bellezza, rimase attonita e benché non ne capisse in motivo, il suo cuore cominciò una corsa furiosa tanto da indurla a portare le mani al petto come per impedirgli di uscire.
"Chi sei? Perché ti metti in mezzo ad una battaglia che non ti riguarda?" Tuonò l'uomo che aveva lanciato il fulmine, visibilmente contrariato.
Il ragazzo sorrise: "Chi ti dice che non mi riguarda? Io sono Urano, personificazione del cielo, governo la vastità dello spazio infinito. Quell'uomo che cercate di uccidere, mi appartiene, lasciatelo andare!"
"Urano? Tu vaneggi! Urano è morto per mano di mio padre Saturno."
"La personificazione del cielo non può morire perché egli è il cielo stesso! Fatti da parte Giove, altrimenti morirai!"
L'uomo guardò il giovane con aria di sufficienza: "non ti sembra di essere un po' presuntuoso? Forse non conosci chi hai davanti e questo potrebbe costarti la vita!"
Istantaneamente, brandì un fulmine e lo lanciò in direzione del ragazzo che prontamente rispose scoccando una freccia infuocata che andò a colpire la folgore dividendola longitudinalmente e neutralizzandone l'effetto.
L'espressione sicura che aveva caratterizzato il viso di Giove fino a quel momento, lasciò il posto ad una smorfia di sbigottimento: "una potenza tale da mettere in difficoltà il padre degli dei in un ragazzo così giovane... Chi è davvero costui?" Pensò fra se e se Zeus.
Poi si voltò verso l'altro uomo, quello che cavalcava il cane a tre teste, e gli fece cenno di ritirarsi.
"Non finisce qui sbarbatello! Nettuno merita di morire e presto o tardi torneremo a completare quello che abbiamo cominciato! Qualunque sia il rapporto che vi lega, preparati alla sua scomparsa!"
Urano, fissandolo intensamente negli occhi gli rispose: "Giove, - il suo tono era solenne - io ti dico che non vivrai abbastanza per compiere tale gesto!"
Il padre degli dei, rimase sconvolto da una tale autorevolezza e si allontanò, con l'altro uomo, definitivamente.
Intanto, Nettuno, che aveva assistito a tutta la scena, continuava a fissare quel ragazzo senza sapere chi fosse e quando egli si avvicinò a lui e gli porse la mano per aiutarlo a rialzarsi, una rabbia incontrollabile lo portò, mentre si sollevava, a rubargli la spada ed a colpirlo mortalmente: "Non intrometterti mai più fra me e i miei fratelli!"
Montò sul cavallo marino e si allontanò dalla scena lasciando il giovane a terra morente.
Michiru, senza riflettere, corse subito da lui. Per qualche motivo sconosciuto, quel ragazzo l'attraeva.
Nel passare accanto alla figura incappucciata la vide scoprirsi il volto e sorridere: aveva i capelli neri con riflessi violacei tagliati a caschetto, occhi viola molto profondi e pelle diafana.
Subito Michiru la riconobbe: era sua madre! Colei che l'aveva amata incondizionatamente nonostante fosse frutto di una gravidanza indesiderata.
In quella frazione di secondo, la violinista riportò alla memoria tutto ciò che riguardava il primo periodo della sua vita, quello che aveva vissuto, compresa la perdita di sua madre, l'infanzia in orfanotrofio, fino all'adozione avvenuta ad opera dei coniugi Kaiou.
A quel punto, Hotaru Tomoe, scomparve dalla sua vista.
Arrivata dal ragazzo, vide che aveva una brutta ferita al torace. Si inginocchiò davanti a lui, gli prese la testa e la poggiò sulle sue gambe. Poi, strappò un lembo della gonna e cercò di tamponare il brutto taglio che sanguina copiosamente.
Il giovane la fissava: "Chi sei?" Le chiese.
Lei non rispose ma guardandolo intensamente negli occhi si avvicinò a lui e lo baciò, con tutto l'amore di cui era capace.
Subito l'aspetto di Michiru cambiò: il suo viso divenne luminoso ed indossava una tunica lunga fino alla caviglia con spacco laterale. Il seno era sorretto da una larga fascia. Un diadema metallico con al centro una pietra verde acqua le cingeva la fronte.
Nel vederla Urano la riconobbe: "Neptune, sei proprio tu! Finalmente ti ho ritrovata. Da adesso in poi nessuno più ci separerà!"
Un forte spasmo costrinse il ragazzo a tossire sangue. Ebbe la forza di allungare la mano ed accarezzare la guancia della ragazza: "ti amo Neptune... Per sempre!" Poi chiuse gli occhi e morì.
"Nooooo!" Gridò disperata chinandosi su di lui.
Quando riaprì gli occhi e si rialzò, tutto attorno a lei era cambiato ed il ragazzo era scomparso: la circondava di nuovo il buio.
"Svegliati brutta troia!"
Una forte sberla la riportò nel mondo reale: era legata al soffitto per i polsi e portava catene alle caviglie. Gambe e braccia coperte da ferite e lividi. Indossava una camicia ormai logora.
Alzò lo sguardo verso chi l'aveva schiaffeggiata e sgranò gli occhi nel vedere chi aveva davanti.
La strada antistante al dipartimento di polizia si era svuotata completamente.
Tutta la gente che, fino a qualche minuto prima, affollava la via che costeggiava l'edificio, si era come volatilizzata.
Regnava uno strano silenzio.
Haruka rimase qualche secondo, ferma sulla porta d'ingresso guardandosi intorno, poi, quando vide l'auto di Toshio, gli andò incontro.
I due si guardarono: erano entrambi consapevoli del fatto che quel colloquio avrebbe portato ad una svolta importante per le indagini.
Il commissario si chinò per vedere la persona accomodata sul sedile posteriore dell'auto: era una donna esile di corporatura, capelli scuri raccolti a chignon, occhi cerulei come il cristallo e pelle diafana. Sembrava una bambola di porcellana.
Aveva un'eleganza innata che mostrava anche nel gesto più semplice come il saluto appena accennato che le rivolse.
Haruka aprì la portiera della macchina e si sedette nel sedile affianco al guidatore, poi si voltò verso la donna presentandosi e porgendole la mano: "Signora Mitchell, sono il commissario Tenou, piacere di conoscerla. La ringrazio infinitamente per aver accettato di incontrarmi. La sua testimonianza ci tornerà utile per l'indagine che stiamo svolgendo."
La donna fissò la bionda con uno sguardo indecifrabile, poi pronunciò una frase che parve, ad entrambi i suoi interlocutori, criptica: "L'ho fatto soprattutto per me stessa, commissario! Mi porto questo fardello da diciotto anni. Sapevo che un giorno sarebbe arrivata la resa dei conti!"
Elisabeth Mitchell era una donna onesta, sensibile e molto intelligente. Amava i bambini più di ogni altra cosa al mondo e, proprio per questa sua passione, che l'aveva sempre accompagnata, aveva studiato al Norland College, una prestigiosa scuola inglese che istruiva ragazze per l'assistenza all'infanzia.
Era la migliore del suo corso e, ancor prima che terminasse gli studi, venne contattata dai reali inglesi che le proposero un contratto a tempo indeterminato come bambinaia per i piccoli William e Henry.
Ella ne fu ben felice e prestò servizio a Buckingham Palace per cinque anni.
Durante una visita in India, alla quale partecipò con i principi del Galles, entrò in contatto con una realtà che le cambiò la vita: conobbe l'estrema povertà dei bambini che vivono in strada e la confrontò con lo sfarzo che caratterizza i ricchi. Questo le aprì gli occhi e la portò a prendere un'importante decisione: da quel momento in poi avrebbe speso la sua vita per servire i bimbi poveri. Avrebbe aperto un orfanotrofio proprio in India ed avrebbe accolto tutti quei bambini che vivevano per strada.
Proprio in quel periodo, però, conobbe Suzuka Inoue, una psicologa infantile giapponese, che le parlò della nascita, a Maebashi, di una struttura, atta ad accogliere tutti quei bambini che avevano alle spalle una brutta situazione.
Le disse inoltre che, nonostante avesse cercato in lungo e in largo una persona che dirigesse il centro, aveva fallito miseramente perché nessuno aveva le competenze che cercava.
Così Elisabeth, decise di candidarsi: avrebbe svolto la sua missione in Giappone.
"Elisabeth, le piace il caffè italiano?"
"Si commissario, mi piace molto!"
"D'accordo, allora andiamo al 'Segafredo'."
Il 'Segafredo', era un tipico bar italiano presente nel quartiere di Shibuya.
I tre si accomodarono in un tavolino abbastanza appartato ed ordinarono altrettanti espressi.
Dopo aver bevuto un sorso di caffè, Haruka si rivolse alla donna seduta difronte a se e le disse: "Allora Elisabeth, mi dica tutto ciò che sa!"
La signora Mitchell sospirò profondamente e mentre giocava con la tazzina, prese a parlare: "Prestavo servizio in quell'orfanotrofio da circa due anni. Il lavoro che svolgevo, mi riempiva di soddisfazione anche perché vedevo quei bambini rinati dopo aver subito ogni sorta di violenza sia fisica che psicologica. Li vedevo con una luce nuova negli occhi, pieni di speranza per il futuro. Erano vivaci, avevano voglia di giocare, di ridere, di lasciarsi finalmente alle spalle tutte le sofferenze che mai e poi mai un bimbo dovrebbe avere a quell'età.
Avevo studiato, con i miei collaboratori, un modo per far sì che nessun piccolo si potesse sentire escluso o isolato. Tutti facevano parte di quello che era stato definito 'Universo' cioè l'insieme di tutti i bambini presenti nell'orfanotrofio. Ogni gruppetto di bambini, poi, era diviso in un 'Sistema Planetario' che aveva come 'Stella' un educatore il quale aveva come compito fondamentale quello di gestire i piccoli che ne facevano parte, osservarli, conoscerli meglio, vedere le loro necessità.
Ovviamente non mancavano i momenti in cui i vari 'Sistemi' collaboravano fra di loro. In questo modo si creava un ambiente sano ed accogliente, ma soprattutto tranquillo e collaborativo - Il volto di Elisabeth, cambiò improvvisamente espressione, divenne malinconico, triste - Mi creda, commissario, di bambini traumatizzati io ne ho visti tanti e di tutti i tipi! Capisci che un bimbo ha dei problemi dai suoi occhi, ma gli occhi di quella ragazzina esprimevano tutto fuorché disagio! Erano occhi iniqui, maligni... Il filosofo tedesco Kant, sosteneva che l'uomo possiede un'inclinazione ed una tendenza congenita al male cioè qualcosa che non può essere né distrutto, né estirpato ma che è radicato nella stessa esistenza dell'uomo e che fa parte della sua stessa natura. Questa propensione al male si contrappone alla predisposizione al bene costitutiva della volontà buona: se il male è radicale, la bontà è più forte e più profonda, eppure, in certi soggetti, non riesce a prevalere. Arisu Tomoe era uno di questi. - Chiuse gli occhi, come se ricordare le provocasse un dolore fisico, poi li riaprì: "Ricordo come fosse accaduto ieri... Era il 23 Gennaio 1998. Faceva molto freddo. I bambini appartenenti ai Sistemi: Solare, PSR 1257+12 e PSR B1620-26 avevano impiegato tutta la mattina a raccogliere legna per riscaldare la struttura.
Dallo studio, in cui mi trovavo, potevo sentire il vociare dei piccoli, intenti a trasportare il materiale con impegno ed entusiasmo... Un'automobile a sirene spiegate interruppe quell'atmosfera gioviale e tranquilla che si era instaurata. L'angoscia si impossessò di me! Non so spiegarmelo: era come se avessi intuito che qualcosa di brutto stava per accadere. Smisi di fare ciò che stavo facendo, incrociai le mani, le poggiai sulla scrivania e rimasi in attesa.
Dopo qualche minuto, sentì bussare alla porta ed ebbi un tuffo al cuore quando si spalancò: un mio collaboratore aveva fra le braccia un neonato che piangeva disperato mentre il poliziotto che lo seguiva teneva per mano una bimba di circa 7 anni, che sembrava sotto shock. Entrambe avevano il corpo coperto da bruciature e cenere. Chiesi subito spiegazioni all'agente che li aveva condotti lì e lui mi raccontò che erano scampate ad un incendio per colpa del quale avevano perso la madre."
Haruka e Toshio, che seguivano attentamente ogni parola, all'unisono chiesero: "E la terza bambina?"
"Si pensava fosse morta insieme alla madre anche se non si erano travati i corpi. Dopo circa un mese, però, la bimba comparve magicamente! Cosa avesse fatto in questo lasso di tempo lo scoprì dopo, quasi per caso.
Era ridotta in condizioni pietose: sporca, coperta di ferite e piaghe, i vestiti logori. Ma ciò che lasciava esterrefatti, era il suo atteggiamento. Non era rimasta scioccata da quell'avvenimento terribile che aveva distrutto la sua famiglia, come la sorellina minore, anzi... Sembrava quasi indifferente, come se non le importasse nulla. Questo ci portò a pensare che fosse lei la responsabile dell'incendio."
"Elisabeth, fu davvero lei?" La interruppe Haruka guardandola negli occhi.
La signora Mitchell, esitò un attimo: "No, fu un tragico incidente! Un incidente dalle conseguenze disastrose!"
Michiru era sbigottita e non riusciva a credere ai suoi occhi.
Prima, però, che potesse proferire parola, un altro schiaffo in pieno volto la stordì facendole sanguinare il labbro.
"Svegliati puttana! - disse la persona davanti a lei prendendola per i capelli allo scopo di alzarle il viso - finalmente siamo alla resa dei conti!"
"T-tu... Sei tu..."
La violinista non riusciva a formulare la frase: lo shock legato a quella scoperta l'aveva paralizzata.
"Si, sono io! Sei sorpresa? - l'individuo aveva stampato in viso un ghigno perfido che lo rendeva terrificante - dietro tutto questo ci sono io!"
"P-perché, perché lo hai fatto?"
"Perché? Perché ti odio, ti odio con tutte le mie forze! È colpa tua se la mamma è morta, solo tua! Ho giurato che l'avresti pagata cara ed il momento è arrivato! Ho passato tutta la vita ad architettare il piano che ti avrebbe distrutto, annientato... Sognavo di farti morire fra atroci sofferenze ma adesso... - si fermò a riflettere e subito un sorriso perfido deformò il suo volto - ho trovato un modo più divertente per dilaniarti."
Michiru sgranò gli occhi per il terrore: "No! Ti prego... Se vuoi, uccidimi ma lascia Haruka fuori da questa storia! Ti supplico... Sei mia sorella!"
"NOOOOOOOO! - le gridò con astio - NON SONO TUA SORELLA! TU SEI STATA SOLO UN ERRORE! NON SARESTI DOVUTA NASCERE!"
Andava nervosamente avanti e indietro per la stanza ma poi, l'espressione che lesse sul volto di Michiru la fece calmare.
"Ho organizzato per quella bastarda di Tenou uno spettacolino che non dimenticherà tanto facilmente e... sai chi mi aiuterà a realizzarlo? Guarda lì..."
La violinista alzò lo sguardo e vide Seiya: era legato mani e piedi e giaceva all'interno di una gabbia privo di sensi.
Michiru intuì subito le intenzioni del suo carnefice e si rivolse a lei implorandola: "ti prego, non farmi questo... Ti prego..."
"Sei molto perspicace e me ne compiaccio! Adesso scusami, vado ad invitare formalmente la nostra ospite. Goditi questo momento perché dopo averla straziata psicologicamente, la ucciderò e poi, sarà finalmente il tuo turno!" Ed uscì dalla stanza ridendo di gusto.
Lo sconforto investì la ragazza dai capelli color acqua marina che cominciò a piangere disperata. In un attimo realizzò che il sogno fatto poco prima aveva un significato preciso: l'odio ed il rancore che sua sorella provava nei suoi confronti, avrebbero portato ad un tragico epilogo contro il quale lei si sarebbe opposta fino al suo ultimo respiro. Non avrebbe permesso a nessuno di fare del male ad Haruka anche a costo di sacrificare la vita per lei.
"Tragico incidente? Si spieghi meglio!"
"Aspetti commissario, è opportuno che conosca tutto quanto!
Era passato circa un mese da quel tragico giorno ed una notte fui svegliata da dei rumori provenienti dalla camera dove alloggiavano i bambini appartenenti al 'Sistema Solare'. Endymion, uno dei nostri ospiti, stava facendo a botte con un altro bambino, penetrato dall'esterno per rapire la bimba di 7 anni che era scampata all'incendio che tutti, ormai chiamavano Plutone. Quel bambino, che in realtà era una bambina di circa 12 anni, fu identificato subito come Giove, proprio per questo suo tentativo di 'salvare' la sorella... - si fermò un attimo, prese fiato poi visibilmente commossa continuò - Commissario, se io avessi dato ascolto alla sensazione che provai quando incrociai per la prima volta il suo sguardo, non sarebbe successo tutto quello che è successo! Avrei dovuto mandare la bambina in un istituto psichiatrico non appena mi resi conto della gravità delle sue condizioni psicologiche! Invece non l'ho fatto... Mi dispiace..."
La signora Mitchell non riuscì a trattenere le lacrime dovute al senso di colpa che l'opprimeva.
"Prenda un po' d'acqua." Il tono di Haruka era dolce. Provava una gran pena per quella donna, costretta a portare sulle spalle un fardello così grande.
Elisabeth bevve due sorsi e si asciugò le lacrime, poi continuò: "Nei giorni successivi al suo arrivo, facemmo su di lei ogni tipo di test ed analisi. I risultati furono scioccanti: i problemi della bambina erano tutti riconducibili ad un imperfetto superamento del 'complesso di Edipo' e quindi del rifiuto del proprio ruolo femminile; da qui la sua conseguente omosessualità!"
"Che cosaaaaa?" Sta forse dicendo che Giove è lesbica?" Gridò Toshio senza rendersi conto che si trovavano in un luogo pubblico.
Arrossì tremendamente quando si accorse che tutti i presenti in sala si erano voltati a guardarlo, spaventati dall'urlo terrificante che aveva lanciato.
Haruka invece non si scompose. La storia confermava le sue ipotesi: "Ti ho in pugno! Hai le ore contate maledetta! - Pensò fra se e se, poi ammonì il suo collega - Datti una calmata Toshio! Continui, la prego."
"Si... Spiego meglio quello che volevo dire: la maturazione emotiva, sociale e sessuale del soggetto fu bloccata dal fortissimo legame affettivo che aveva con la madre e la sua tendenza ad amare persone dello stesso sesso dipende dalla sua incapacità di liberarsi di questo legame. Quindi le donne rimangono l'unico modo per poter continuare ad amare la madre."
Sentendo queste parole, Toshio, involontariamente, si voltò a fissare il commissario: non gli sembrava proprio il tipo che sbavava per la madre.
"Bah! - pensò fra se - eppure è così bella..."
"Vorrei sottolineare un altro concetto importante: nel 'complesso di Edipo', 'complesso di Elettra' nelle femmine, in genere, la bambina soffre della frustrazione legata al fatto di non avere il pene. Tra le varie reazioni che può avere in conseguenza di ciò, vi è quella di scegliere il padre come obiettivo sessuale al fine di appropriarsi del pene che le manca. Questo però non esclude la pulsione sessuale naturale verso la propria madre, anche se durante la fase acuta del complesso, quest'ultima, viene vista sia come rivale per il possesso del pene paterno, sia come responsabile per averla creata senza pene. Il comportamento anomalo di Giove si traduce nel voler possedere, solo ed esclusivamente, la madre! È la madre l'oggetto del suo desiderio, il padre non viene minimamente considerato!"
"Però la bambina soffriva del 'disturbo di genere!" Incalzò Haruka.
"Come fa a saperlo?" Disse visibilmente sorpresa.
"Durante un sopralluogo a Maebashi, nell'edificio ormai in disuso che un tempo era adibito per ospitare gli orfani, i miei collaboratori trovarono un fascicolo con su scritto: 'Arisu Tomoe' (Giove), dentro al quale c'erano, oltre la storia personale ed informazioni di vario tipo, diverse perizie psichiatriche tutte riguardanti un unico argomento: 'Disforia e disturbo di genere'."
La signora Mitchell si portò le mani alla bocca e sgranò gli occhi: "mio Dio, è il fascicolo che hanno rubato da casa mia qualche tempo fa! È entrata in casa mia..."
"Ecco perché non abbiamo fatto nessuna fatica a trovarlo! È stata lei a sistemarlo perché lo trovassimo. - Affermò Haruka rivolgendosi a Toshio - ora il problema è capire perché ha voluto darci solo questa informazione e non le altre... Elisabeth, il fascicolo completo di Arisu Tomoe, cosa conteneva oltre quello che ci ha appena confidato?"
"Dunque, mi lasci pensare... Conteneva innanzitutto i risultati delle analisi genetiche riguardanti i legami parentali fra Giove e le altre due bambine, e poi..."
"Aspetti, mi faccia capire bene: a che tipo di analisi furono sottoposte?"
"L'analisi dei polimorfismi del cromosoma X e il test del DNA mitocondriale."
"DNA mitocondriale?"
"Si! Vede, il risultato dell'analisi dei polimorfismi del cromosoma X, mise in evidenza che Arisu e Plutone avevano un cromosoma X compatibile, quindi il padre, con una probabilità superiore al 99%, era lo stesso. La neonata, Kimico, o Nettuno come era stata soprannominata da noi, era figlia di un altro uomo perché non presentava questa compatibilità. Fu, poi, il test del DNA mitocondriale, che serve a determinare la parentela di due o più persone attraverso la linea materna, a farci capire che la madre invece era la stessa."
"Bingo! - Pensò Haruka fra se. Adesso mancava un'ultima cosa per confermare appieno la sua teoria - che altro c'era in quel fascicolo?"
Lo sguardo della direttrice si incupì: "Appunti su di una conversazione che per caso mi trovai ad ascoltare."
"Fra chi?"
"Fra Giove e Plutone!"
"Bene, ci siamo! Ecco la svolta che ci serviva per chiudere il cerchio." Nel pensare questo, la bionda si voltò verso il suo collega il quale ricambiò lo sguardo con un gesto di intensa.
"Coraggio Elisabeth, sono sicura che si sentirà meglio dopo essersi liberata da questo fardello."
La signora Mitchell, la guardò con aria preoccupata, poi inspirò e riprese il suo racconto: "Nonostante avessimo cercato in tutti i modi di farla integrare con gli altri bambini del 'Sistema Solare', lei non ne voleva sapere: non si lasciava avvicinare da nessuno, voleva solo sua sorella e soprattutto detestava con tutte le sue forze la neonata. Il che non destò in noi una particolare preoccupazione perché il suo profilo psicologico ed il suo comportamento coincidevano perfettamente con alcune delle fasi che attraversa una persona prima di arrivare alla piena accettazione e consapevolezza della propria omosessualità. In realtà fummo tutti messi nel sacco da una ragazzina di 12 anni che ebbe la capacità di nascondere la sua vera natura. Le piacque farci credere di avere difficoltà nel capire ed affermare i propri sentimenti, di avere difficoltà nel percepirsi donna ed infine di voler salvare il mondo insieme ai suoi amici. È stata talmente abile da arrivare a minacciare i bambini del sistema che venivano adottati per rendere più credibile il suo personaggio. In realtà stava organizzando un piano ben preciso per farla pagare a Nettuno che considerava l'unica responsabile della morte dell'amata madre. Purtroppo lo capì troppo tardi!"
"Cosa vuol dire 'troppo tardi'? Arrivi al nocciolo della questione per favore!" Haruka era ormai impaziente di sapere la verità.
"Alla vigilia della partenza di Plutone, quando ormai tutti i bambini appartenenti al 'sistema solare' erano stati adottati tranne Giove, decisi di preparare un dolce per la bimba che ci lasciava. Quando arrivai in cucina sentì degli strani rumori e mi accostai allo scaffale per vedere cosa stesse succedendo. Fu allora che le vidi: Plutone era seduta sul tavolo e Giove aveva la testa fra le sue gambe: erano nel bel mezzo di un rapporto sessuale.
Quando ebbero finito, si sedettero sul pavimento e cominciarono a parlare":
"Arisu?" Plutone era triste, stava quasi per piangere. Doversi separare dalla sorella era per lei straziante.
"Dimmi." Fu la risposta secca di Giove. Sembrava impassibile.
"Perché non l'hai lasciata morire in quell'incendio, perché hai deciso di potarla con noi? Che senso ha tutto questo? Lei sarebbe morta e tu ti saresti liberata!"
La guardò diritta negli occhi e per un attimo Plutone ebbe paura di lei: "Troppo facile ed indolore! Deve soffrire! La voglio umiliare, dilaniare... Da adulti si prende coscienza di tante cose, ci si innamora e si diventa vulnerabili. Io so aspettare e al momento giusto compirò la mia vendetta!"
"Mi spaventi, calmati ti prego." Provò ad accarezzarle il viso.
"Non toccarmi! - le gridò spingendola lontana da se - tu sei come tutti gli altri! È colpa tua se la mamma è morta, tua e di quella bastarda: se tu non avessi insistito a voler fare l'amore quel maledetto pomeriggio, Kimico non avrebbe cominciato a piangere e la mamma non ci avrebbe sorpreso."
"Non dare la colpa a me! Sei tu che l'hai raggiunta e ci hai discusso! Per quello che ne so, puoi anche averla spinta tu da quella scala ed appiccato l'incendio con quella lampada!"
"Non ti azzardare a dirmi queste cose!" L'afferrò per il collo e la stava per soffocare quando, inspiegabilmente la lasciò andare.
"Tu sei pazza!" - le disse mentre tossiva cercando di respirare.
"Vattene Hana e non farti mai più vedere! Ti proibisco di andare alla grotta per vedere la mamma. Se ti trovo li, ti uccido!" Voltò le spalle e se ne andò via. Nessuno seppe più niente di lei.
"Adesso è tutto chiaro! - Esclamò Haruka dopo aver ascoltato attentamente il racconto - la madre sorprende le sorelle a letto insieme e scappa via. Giove la raggiunge cercando di spiegarle la situazione, magari dicendo che Hana è stato solo un ripiego, che in realtà è ancora innamorata di lei... Hanno una colluttazione, la donna è disgustata dal comportamento delle figlie e non vuole essere toccata; indietreggia davanti a quella pervertita e non si rende conto che dietro di se c'è la scalinata che porta al piano di sotto; perde l'equilibrio e cade; urta una lampada che si trova su di un tavolino posto lì vicino; la lampada cade e divampa l'incendio. Arisu rimane atterrita: l'adorata madre giace morta sui gradini mentre intorno le fiamme cominciano a divorare la casa. Non c'è tempo per pensare: va in camera ed avverte Hana, lancia un'occhiata alla bambina che piange disperata e in quel momento decide tutto: l'afferra e la porta in salvo, dà istruzioni alla sorella e la manda via poi, decide di tornare dentro, prende il cadavere carbonizzato della madre e lo porta al sicuro da qualche parte ed ecco spiegato il mese d'assenza."
"Una ricostruzione perfetta commissario, i miei complimenti!"
"Devo farle un'ultima domanda: ha mai visto questo simbolo?" Haruka cominciò a disegnare l'emblema che aveva in mente: due croci, una superiore ed una inferiore, distanziate l'una dall'altra, unite da una mezza luna che somigliava al numero arabo '2'. La mezza luna partiva da metà del tronco verticale della croce superiore e si univa al tronco orizzontale della croce inferiore.
La direttrice lo guardò un attimo e subito rispose: "Rappresenta l'unione di Giove e Saturno, due pianeti che simboleggiano, tra l'altro, la sostituzione del vecchio con il nuovo; Giove uccise Saturno e salvò i suoi fratelli ed insieme a loro creò qualcosa di nuovo... È il simbolismo del 'vecchio padre' e del 'nuovo padre', così come vecchie abitudini e metodi, vengono sostituiti da nuovi sistemi."
Il commissario ascoltò attentamente quella spiegazione, poi disse: "È stato l'incendio con le sue conseguenze a portare 'qualcosa di nuovo', proprio come l'Araba Fenice che rinasce dalle sue ceneri..."
Elisabeth sorrise, un sorriso amaro: "È così... La fermi commissario!"
Le due donne si guardarono intensamente, e prima che Haruka potesse dire o fare qualcosa, squillò il suo telefono.
Diede una rapida occhiata al display, prima di rispondere, e notò che il numero era anonimo: "Scusatemi, torno subito."
Si allontanò di qualche passo e schiacciò il tasto verde: "Ti aspettavo, dové Michiru?"
"Commissario, lei non smette mai di stupirmi, è una continua sorpresa! La sua bella è qui con me... Non si preoccupi, la sto trattando come una principessa. Sto anche organizzando una piccola festa in suo onore."
"Sto venendo a riprenderla! Il tuo tempo è finito!"
"Non vedo l'ora!... Oh, dimenticavo di dirti che ci sarà anche Seiya. Non poteva mancare al gran finale. Ci divertiremo vedrai."
La bionda non ebbe il tempo di controbattere, il suo interlocutore aveva terminato la chiamata.
"Seiya? Che diavolo c'entra quell'imbecille?" Pensò mentre l'inquietudine si impossessava di lei.
Quando tornò al tavolo, si rivolse alla signora Mitchell e porgendole la mano, le disse: "Grazie! È stata davvero preziosa. Le prometto che scriverò la parola 'fine' su tutta questa brutta faccenda!"
Elisabeth nell'incrociare il suo sguardo per rispondere, ebbe un bruttissimo presentimento, come la sensazione che non l'avrebbe mai più rivista.
Bibliografia
it. wiki/Abbigliamento_nell%27antica_Grecia
it. wiki/Male
it. wiki/Sistema_planetario
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it. wiki/Complesso_di_Elettra
/simboli-astrologia/saturno
