I giorni ed i mesi che seguirono la mia liberazione furono terribili. Fuggii di luogo in luogo, con la paura di essere riconosciuta e nuovamente chiusa in un lager, ma trovai anche tanta gente buona, disposta ad aiutarmi, dandomi rifugio e qualcosa da mangiare. Trascorsi così tre mesi della mia vita fino al giorno in cui le truppe russe entrarono finalmente a Cracovia. Ricordo con emozione quel giorno: la fine di un grande incubo. Cominciai la disperata ricerca della piccola Emilia, ma i forni di Birkenau non mi restituirono le sue ceneri. Tornai in Italia solo a guerra finita, con il cuore a pezzi, consolata dall'affetto degli scampati allo sterminio, ma con loro sentivo di non avere niente in comune. Io ero viva grazie alla libidine di un aguzzino. Non ero degna della loro stima e del loro affetto.

Com'era cambiata l'Italia, sventrata dalle bombe e invasa dalle truppe straniere. Mi aggirai tra gli sfollati, in cerca di un volto caro, ma ormai non c'era più nessuno. Anche il babbo e la mamma erano stati deportati in Germania e mi resi ben presto conto di essere rimasta sola al mondo. In quei giorni invocai la morte. Ero l'unica scampata all'immane massacro, perché avrei dovuto continuare a vivere senza alcuno scopo? Per cinque mesi, in quella Trieste caotica, attesi il ritorno dei miei cari, poi mi rassegnai. Non avevo neppure vent'anni, eppure mi sentivo già vecchia. Avevo visto cose per cui una vita non basta a dimenticare e provato, sulla mia pelle, orrori ai quali nessuno avrebbe mai creduto.

Lasciai la mia città per sempre.

Troppi ricordi di un'infanzia felice riaprivano le mie ferite. In quell'Italia disperata del dopoguerra, i crediti di mio padre in Svizzera mi rendevano abbastanza ricca. Avrei ricominciato.

Mi trasferii a Roma, tentando di annegare la solitudine e la tristezza nel clamore della capitale, gettandomi a capofitto nell'allegrezza della popolazione rinata, tentando di dimenticare quello che è impossibile cancellare. Ripresi la musica, l'unica cosa che sapevo fare. Mi specializzai a Santa Cecilia e cercai di ricrearmi una vita.

Con gli uomini fu tutto un fallimento. Ero diventata frigida. Ogni qualvolta qualcuno mi baciava o sfiorava la mia pelle, l'immagine nitida di Herman mi appariva dinnanzi. Forse il desiderio di lui o la consapevolezza del ribrezzo di quell'amore mi facevano irrigidire e rifiutare qualsiasi rapporto con l'altro sesso. Fui così condannata a vivere sola, circondata dai miei ricordi dolorosi e tentando, nel buio della notte, di scacciare gli incubi che mi assalivano rendendo più amara la mia solitudine.

Ma la musica, unica amica di sempre, mi ha aiutato a vivere, e mi ha portata oggi qui, dove sono.

Non sono modesta. So quanto valgo. Sono un'artista vera, con la musica nell'anima, una musica grandiosamente perfetta come la voleva lui. Quella che sono ora, è stata creata da lui, in quel lager, e nulla potrà mai togliergli quella conquista.

Salisburgo è il sogno di ogni concertista. Alle prime luci dell'alba tutto appare avvolto in un colore violetto e le cupole delle chiese sembrano stagliarsi sul fondo come mobili fantasmi. Sarebbe dovuto essere il giorno più felice della mia vita e invece il dolore, a lungo celato sotto una barriera di emozioni, è tornato a irrompere nella mia vita.

È grande e sobriamente bella la sala dei concerti del Mozarteum, e il maestro Paumgartner è stato così gentile con me. Tutti in silenzio, ad ascoltare la mia Fantasia K 475 di Mozart, straordinariamente bella e tragica e, come scherzo del destino, apportatrice di sventura.

Fu il primo brano che lui ascoltò al campo e anche quello del mio addio. E ora, a Salisburgo, questa musica sublime ha riaperto le nostre ferite. Non sapevo che Herman fosse lì, anzi! Non avevo più saputo niente di lui, né avevo tentato di sapere. Credevo fosse morto, o lo speravo, oppure, che fosse stato incarcerato come criminale di guerra, ma mai avrei pensato di incontrarlo proprio lì. A Salisburgo.

Una valanga di applausi entusiasti accolse la fine della mia esecuzione e, per la prima volta in tanti anni, il mio cuore si riaprì alla gioia. Grandi musicisti mi fecero i loro omaggi, poi arrivò lui. Si presentò in sala, al fianco del maestro Paumgartner. La mia emozione mi aveva impedito di effettuare una panoramica sul pubblico. Quando fummo l'uno di fronte all'altra, gli antichi ricordi, gli orrori del passato e i sentimenti, che credevo morti, esplosero dentro di me. Credo che anche lui fosse sorpreso di trovarmi lì a Salisburgo, e non è strano che non mi abbia riconosciuta da lontano.

Non mi chiamavo più Elena Ferrara.

Elena Ferrara era sepolta ad Auschwitz. Ora mi facevo chiamare Emilia Modigliani, il cognome di mia madre, e lui non mi aveva mai vista vestita in quel modo e truccata da donna. Fuggii fra lo stupore generale, lasciando cadere a terra i fiori che quell'uomo mi aveva dato, maledicendo me stessa e la mia sorte.

Attraversai correndo, le strette stradine innevate, senza avvertire il freddo pungente sulle spalle. Non potevo credere che lui fosse vivo. Tutti gli orrori che la mia mente aveva cercato in ogni modo di dimenticare, riemersero dal passato. Herman mi aveva seguita e raggiunta su di un ponte sopra la Salzach. Gli ho urlato tutto il mio dolore e sputato in faccia tutto il mio disprezzo, per poi crollare a terra in preda ad una cieca disperazione. Il tempo non lo ha cambiato: dieci anni gli hanno regalato qualche capello bianco, ed una granata gli ha deturpato il lato sinistro del viso, ma quei suoi meravigliosi occhi freddi sono rimasti gli stessi di allora; bello come un dio e crudele come un demonio. Le mie orecchie si sono rifiutate di ascoltare le sue parole, infatti non me le ricordo. L'ho solo implorato di lasciarmi andare e l'ho seguito con lo sguardo allontanarsi lungo il ponte, tentando disperatamente di sfuggire ai ricordi, mentre morivo dentro.

Sono fuggita da Salisburgo mandando all'aria un concerto che forse mi avrebbe spalancato le porte del successo, ma ormai non m'importava più. Dovevo allontanarmi dall'Austria e da lui, che da più di dieci anni possedeva la mia anima. E sarei fuggita anche da Roma purché non mi trovasse.

Le valigie erano già pronte per la partenza, ma Herman ha fermato il tempo. Eccolo qui, alla mia porta, ad infrangere le mie barriere e ad annegarmi fra le sue braccia. Non so perché sia venuto e cosa provi per me; io so solo che lontana da lui non sono mai stata una donna; che fra le sue braccia mi sono sentita viva; che, per dieci anni, rinchiuso in una prigione, il mio cuore ha urlato il suo nome e che ora, fra le sue braccia, tutto il resto non esiste.

La luna alta nel cielo illumina la stanza, avverto la fragranza della sua pelle e sento ancora il tepore dei suoi baci su di me. Stringo forte la sua pistola, brucia la mia carne; basta la lieve pressione di un dito sul grilletto per farla finita. Eppure, Herman, non riesco ad odiarti! Il mio cuore trabocca amore. Hai ucciso la mia coscienza. Mi hai resa schiava di una passione che trascende la mia volontà, e che mi legherà per sempre a te, nella vita, come nella morte. Io non posso vivere senza di te. Non posso vivere senza i tuoi baci e il tuo calore. Ho bisogno di te come un'assetata; ho bisogno del tuo profumo. Se tu sapessi!

Chiudo gli occhi. Emilia mi guarda. Le sue piccole mani morte mi sfiorano facendomi rabbrividire. Tu l'hai uccisa, bastardo! Odo le voci dei miei cari, e una musica folle nella testa. Ti amo, Herman, ma devo! Brucerò all'inferno con te, non ti lascerò solo nella morte, ma è mia sorella che preme il grilletto. Non posso fermarla, amore!