Nella speranza ormai tardiva per contenere ancora l'insisto augurio che abbiate trascorso un bel ferragosto ecco qui un nuovo capitolo di Lacrime di Stelle. Con un po' di malinconia vi informo che la storia sta volgendo al termine, i capitoli saranno 23 o 24 (per ora ho completato il 22, ma ci sono ancora un sacco di questioni in sospeso che non credo di voler estinguere in un capitolo solo!).

Euston, se le sorprese non arrivano senza preavviso che diavolo di sorprese sarebbero? ;P tempe, coraggio, resisti ancora un po', prometto che tutto verrà chiarito, a costo di dover scrivere un compendio zeppo di Latino e serpentese! ;P marty, cara, chissà, magari è solo Brittany a sapere come finirà! Em Ti, tu sì che sei una vera appassionata di misteri! ;) Tritolino, anche se non ho letto Tenca spero la chiacchierata tu voglia farla lo stesso! ;P

E adesso torniamo al nostro mistero! Aspetto tante tante review!

oldie


Capitolo 20

2019

Nel week-end che seguì a quella cena a Santana sembrò di vivere in una specie di limbo. Non le era mai successo di fallire così miseramente, quantomeno dai tempi di quella C+ nel compito di algebra in prima superiore, e quindi non sapeva come comportarsi. Non sapeva nemmeno come reagire, a dirla tutta. Avrebbe dovuto deprimersi? Arrabbiarsi? Piangere affogandosi nel gelato alla vaniglia di fronte a qualche vecchia serie tv? Magari era meglio del gelato al cioccolato. O al pistacchio. Cristo, non sapeva nemmeno quale fosse il gusto più appropriato alla sua situazione!

Sabato mattina si era svegliata tardi. Non si ricordava davvero l'ultima volta che alle 8 di mattina non era aveva ancora fatto colazione. Ad essere onesti si era svegliata alle 7 e non era più riuscita a prendere sonno, ma ignorare la sveglia e limitarsi a voltare la schiena al suo comodino le era parso il comportamento più adatto da tenere. In fondo non aveva più un lavoro. Non aveva motivo di alzarsi dal letto. Era così che faceva la gente disoccupata, no? Beh, probabilmente anche nel mondo della gente occupata non era considerato così bizzarro rimanere a letto un po' di più il sabato. Avrebbe dovuto farlo più spesso, anche quando si sarebbe trovata un altro lavoro. Uffa. Non voleva doversi trovare un nuovo lavoro. Le piaceva così tanto il suo. Maledizione. Maledizione.

Sabato pomeriggio aveva deciso di fare una passeggiata per il centro di Seattle. Era incredibile come ci vivesse ormai da quasi un anno e non l'avesse mai attraversata se non di corsa con l'intento di andare in qualche luogo preciso. Non ci aveva mai passeggiato senza una meta. A pensarci bene erano anni che non… Come diceva la gente di solito? Fare quattro passi? O forse erano cinque. Beh, il concetto non cambiava un granché. Era davvero rilassante. Bello forse. Per qualche ora riuscì persino a dimenticarsi di essere una fallita. C'era il sole, Cristo, e un gentile venticello rassicurante, tra una vetrina e l'altra aveva notato una gelateria che sembrava piuttosto invitante e così aveva deciso di finire la sua passeggiata con un bel cono artigianale. Era sempre così ossessionata dalla linea che non ricordava nemmeno l'ultima volta che aveva mangiato qualcosa senza sentirsi in colpa. Ah, no. Se la ricordava. Era stata quella sera al Drive-In. Fanculo.

Prima di cena aveva preso un aereo per San Diego, avrebbe passato la domenica assieme a Quinn, era quasi un anno che non si vedevano e le mancava. Prima di andare a dormire in albergo aveva chiamato Puck e gli aveva chiesto se gli andava di bere un caffè. Era tardi, ne era consapevole, ma lui aveva accettato, seppure un po' perplesso. La prima mezz'ora era stata strana, ma poi erano quasi riusciti a divertirsi, lui le aveva raccontato che aveva conosciuto una donna fantastica e nonostante all'inizio fossero entrambi riluttanti perché lei aveva un figlio, le cose stavano andando a gonfie vele; lei gli aveva raccontato di come aveva mandato la sua carriera a puttane, di come non era mai riuscita a sentirsi più libera e di come si era innamorata della sua segretaria. Dopo quasi tre ore di chiacchiere ininterrotte si erano augurati buona vita, visto che l'ultima volta che si erano visti erano entrambi in compagnia dei rispettivi avvocati e non avevano nessuna voglia di farlo. Salendo sul taxi Santana si era ripromessa di tenersi in contatto e Puck aveva sorriso.

Il giorno dopo aveva raccontato di nuovo la verità a Quinn, che all'inizio si era risentita per essere stata tenuta all'oscuro di tutto fino a quel momento, ma poi aveva capito. In fondo poteva perfettamente immaginare quanto inusuale e difficoltosa fosse la sua situazione e, Cristo, le voleva bene, non riusciva a rimanere arrabbiata con lei per più di qualche minuto. Nel tardo pomeriggio Santana era salita di nuovo sul suo aeroplano diretto a Seattle e per l'intera durata del viaggio aveva ripensato alle parole di Quinn che le aveva fatto promettere di fare qualsiasi cosa per riavere il suo lavoro. In un primo momento Santana l'aveva guardata come se fosse pazza, cosa diavolo avrebbe potuto mai fare? Poi, però, la cristallina sicurezza con cui Quinn dava per scontato che le sue doti le avrebbero senza ombra di dubbio permesso di recuperare il disastro che aveva fatto, avevano cominciato a farle venire il dubbio che forse, se Quinn poteva credere così tanto in lei, sarebbe davvero potuta riuscirci.

La mattina seguente si era svegliata con atteggiamento estremamente combattivo. Che diavolo, era Santana Lopez, la più giovane vice-direttrice d'azienda di tutta la costa Ovest! Aveva rovinato tutto? Beh, se quella stronza di sua nonna le aveva insegnato qualcosa era a non darsi per vinta e Dio solo sapeva quanto gli schiaffi che aveva preso rifiutandosi di darle ragione quando non l'aveva, l'avessero forgiata a diventare testarda quanto bastava. Alle 8.30 precise aveva parcheggiato il suo Range Rover nel suo posto macchina, era entrata in ascensore e per la prima volta non aveva nemmeno avuto paura. Arrivata in ufficio aveva camminato decisa sui suoi tacchi fino alla porta dell'ufficio di Will e senza bussare aveva fatto irruzione nella stanza.

Will si era voltato di colpo ruotando sulla poltrona con aria spaventata per il brusco ingresso.

"Will, ti devo parlare."

Lui era al telefono, le aveva fatto un cenno con l'indice che Santana non aveva assoluta idea di cosa stesse a significare, poi aveva mugugnato qualcosa in una lingua che Santana non conosceva, dalla cadenza aspra poteva sembrare Russo o qualcosa di simile. Poco dopo aveva riattaccato.

Santana aprì bocca per cominciare il discorso che nella sua testa aveva provato ormai già almeno una ventina di volte dal viaggio in aereo della sera prima, ma lui la anticipò:

"È tutto sistemato, cara." quindi sorrise con la sua aria erroneamente sorniona lasciandola di stucco per una manciata di secondi.

"Sistemato? Ma…" balbettò lei incerta, "L'altra sera avevi detto che…" gesticolò nell'aria fresca della stanza con la fronte corrugata tentando di capire se volesse fregarla, "Io… Non…"

"So perfettamente quello che ho detto." sollevò le sopracciglia, con espressione lievemente accigliata, "Ma Brittany mi ha spiegato tutto." spiegò quindi, unendo le dita di una mano con quelle dell'altra con gesto preciso e guardandola con aria neutra.

"Tutto?" domandò Santana rimbalzando di attimo in attimo fra perplessità e terrore provando con tutte le forze a non lasciar trasparire la minima emozione, come cercava di fare sempre.

"Sì, tesoro, mi ha raccontato dell'incidente del magazzino dei toner, mi ha spiegato come si sia dimenticata di avvisarti del consiglio direttivo," cominciò a spiegare svolazzando con la sua stilografica, Santana avrebbe voluto morire o scappare o scavare a mani nude nel pavimento fino a crearsi una voragine in cui sparire per sempre, "E di come l'altra sera ti abbia trattenuto nella toilette per prestarle assistenza quando si era sentita male per via di qualche drink di troppo." concluse. Santana lo fissò basita per quasi un minuto.

"E… Quindi…" fu soltanto in grado di biascicare alla fine.

"E quindi, come ti ho detto, è tutto sistemato." sorrise di nuovo, quindi distolse l'attenzione da lei e afferrò di nuovo la cornetta. Santana si voltò sui suoi passi, ancora non riusciva a capacitarsi di quello che stava succedendo. Non appena afferrò la maniglia della porta quella maledetta sensazione che non sentiva ormai da venerdì tornò di colpo. Quasi illuminata d'improvviso si voltò di nuovo.

"Ma Brittany dov'è?" chiese a Will che ancora non aveva iniziato a parlare.

"L'ho licenziata, che domande!" esclamò lui allargando le braccia e scoppiando a ridere.

Licenziata. Cazzo.

"Ma come l'hai-" ruggì Santana, ma Will ricominciò a biascicare in Russo e la zittì con la mano.

Merda. Merda, merda, merda! si ripeté Santana nella sua testa sbattendosi con gesto irritato la porta dell'ufficio di Will alle spalle. Senza perdere altro tempo selezionò il nome di Brittany dalla rubrica del suo iPhone e avviandosi a passi decisi verso il suo ufficio la chiamò al cellulare. Doveva parlarle, non poteva permettere che si addossasse delle colpe che non erano neppure sue, Santana poteva sistemare tutto, sistemava sempre tutto, l'avrebbe fatto anche stavolta. La segreteria telefonica la informò che Brittany non era disponibile in quel momento. Cazzo. Non aveva mai il cellulare spento. Senza perdersi d'animo provò a telefonare a casa, ma il telefono suonò a vuoto. Riprovò al cellulare per almeno quattro volte senza alcun risultato. Era così strano. Maledizione. Maledizione. Dopo mezz'ora di ripensamenti si alzò in piedi, afferrò in fretta il soprabito e col suo solito passo deciso uscì dal suo ufficio.

Meno di dieci minuti dopo parcheggiò sotto quell'orribile malsana palazzina grigia. Nemmeno la luce del mattino riusciva a renderla meno sciatta e inquietante. Era così strana. Non c'era un solo appartamento che avesse una terrazza e c'erano pochissime finestre. Santana non sapeva davvero a che epoca potesse risalire. Non era stato costruito secondo un stile particolare, era soltanto anacronisticamente ributtante. Non che avesse qualcosa in particolare, ma le trasmetteva delle vibrazioni estremamente sgradevoli. Per quasi un minuto se ne rimase in piedi sul marciapiede con le braccia conserte a fissarlo. Era come se ci fosse qualcosa che doveva ricordare, ma non ne fosse capace.

Chiuse gli occhi provando a concentrarsi. Odiava quando capitava. Inspirò forte. La strada accanto a lei si fece silenziosa. Si concentrò sul proprio respiro. Sui propri ricordi. D'improvviso cominciò a piovere, ma non sulla sua pelle. Sentì freddo. Doveva correre. Era in ritardo. Quanto detestava passare lì davanti. La metteva in imbarazzo. Era una brava donna lei. E le brave donne non dovevano passare lì davanti. Di colpo fra le gocce di pioggia sentì un gemito, più camminava più si faceva forte. Era un pianto. Un pianto a dirotto. Era un pianto discreto e disperato. Cristo. Doveva assicurarsi che stesse bene. O forse doveva soltanto tirare dritto e andarsene via considerando che era anche già in ritardo. Dio. Il pianto si fece più forte. Doveva andare là. Doveva andare da lei!

Santana aprì gli occhi di colpo per andare a vedere chi stava piangendo, ma la luce di quell'insolito sole mattutino la risvegliò dal suo ricordo. Non stava piovendo. Non faceva freddo. E non c'era nessuno che piangeva. Cristo. Stava dando di matto. Stava davvero dando di matto. Eppure era sana di mente secondo il dottore. Probabilmente era soltanto stress. Già. Probabilmente. Santana si avviò al portoncino d'ingresso, pigiò il campanello con scritto Pierce e attese. Pigiò ancora un paio di volte, ma niente da fare. Fanculo. Fanculo.

Non appena fece per girare sui propri tacchi uno dei condomini uscì dal portoncino. Santana sorrise con espressione educata, ricevendo una sorta di grugnito di apprezzamento. Poi, non appena l'uomo fu abbastanza lontano, infilò il piede fra la porta e lo stipite bloccandola prima che si richiudesse del tutto ed entrò nella palazzina. Facendo gli scalini a due a due raggiunse il pianerottolo dell'appartamento di Brittany, prima di arrivare alla porta cercò di riprendere fiato poggiando le mani sulle ginocchia. Non aveva più vent'anni. Una trentina di secondi più tardi si ricompose e camminò verso la porta. Prima ancora di suonare il campanello notò un post-it giallo incollato all'altezza dei suoi occhi.

"Guarda sotto lo zerbino."

Senza chiedersi se l'invito fosse diretto a lei si piegò sulle ginocchia e sollevò lo zerbino. C'era una busta. "Per Santana" recitava il retro. Con urgenza la prese in mano e ne estrasse un foglio bianco piegato in tre, poggiò la sua borsa per terra e senza alzarsi in piedi lo aprì.

"Cara Santana,

probabilmente è un po' egoista da parte mia sperare che tu legga questa lettera perché significherebbe che sei venuta a cercarmi. Ma magari sarà il karma a portartela; il destino funziona in modo strano, credo di averlo imparato, sai? Come sai la decisione di trasferirmi a Seattle è stata guidata soltanto dall'istinto, ero davvero convinta che sarebbe stata la cosa giusta, ma da quando sono entrata nella tua vita non ho fatto che rovinare tutto e mandare a rotoli ogni cosa. Così stavolta ho deciso di dar retta alla ragione e fare la cosa migliore per tutti, Dio solo sa quanto di rado io l'abbia fatto in passato. Prima di andarmene, però, volevo solo che sapessi che conoscerti è stata la scelta più meravigliosa della mia vita e che non ti dimenticherò mai.

Brittany

P.S. giù in cantina (la porta è la numero 7, spingila semplicemente, è aperta) ti ho lasciato quelle vecchie lettere di cui ti ho parlato nel magazzino dei toner. Ho la strana sensazione che a te possano dire qualcosa di più che a me."

Santana lesse e rilesse le sue parole finché quella sua grafia semplice dai tratti eleganti non le si impresse letteralmente sulle retine. Non era possibile. Non poteva essersene andata sul serio. Non poteva essersene uscita dalla sua vita così. Per sempre. Senza salutarla nemmeno. Non era affatto la cosa migliore per tutti. O almeno non per lei. Senza lasciar andare la lettera frugò nella borsa in cerca del suo iPhone, le telefonò ancora una volta senza alcun risultato, le lasciò un messaggio in segreteria chiedendole di chiamarla, perché le voleva parlare, perché non era la cosa migliore, perché non voleva perderla, perché avrebbe sistemato ogni cosa. Quando chiuse la chiamata i suoi occhi lucidi le fornirono la conferma che neppure il suo cuore sperava davvero che quel messaggio l'avrebbe mai ascoltato.