Palais de Justice

I passi sulla ghiaia risuonavano lenti e ritmati.

Gli arbusti di rose recisi quasi alla base, le erbacce sradicate, le siepi più cagionevoli ben riparate da ammassi di fieno avvolto ai tronchi…

Le pietre porose della fontana ricoperte da uno spesso manto di muschio ghiacciato…

E poco più in fondo le grandi porte delle scuderie e le querce spoglie più indietro ancora e poi i filari di viti nodose e scarlatte…

Tutto ordinatamente perfetto ed immutato.

Tutto immobile, imprigionato dal freddo pungente ed asciutto mentre il respiro si scioglieva sul viso e sulle mani.

Lo sguardo si perse nei profumi tenui e sfuggenti dell'inverno, nelle immagini conosciute, negli odori che provenivano dalla grande cucina dove nanny era felicemente intenta a preparare gustosi manicaretti per i suoi bambini.

Neanche fossero rientrati dal "fronte"!

Ma questo doveva aver pensato l'anziana donna dopo che se li era visti comparire davanti, la notte precedente, coperti di lividi e sangue e l'inconfondibile sentore del marcio che aleggiava nei bassifondi di Parigi…

Tutto appariva diverso e distante adesso e con più calma era possibile ridiscendere nell'abisso infernale che l'aveva travolta e trascinata giù, mentre le braccia indolenzite riassaggiavano l'istinto che l'aveva guidata ad abbracciare André, dentro la carrozza, per timore che un destino avverso, uno qualsiasi, glielo portasse via.

Tutto riempiva i sensi e tra tutto quella sorprendente e meccanica forza che s'era beffata degli odiosi sensi di colpa che l'avevano tenuta lontano da lui.

Oscar passeggiava ficcata dentro il cappotto scuro lungo i viali del giardino di casa Jarjayes.

Camminava perdendosi nel paesaggio come si sarebbe voluta perdere di nuovo nel calore gelido dell'abitacolo della carrozza e poi nell'istintiva decisione di non andarsene dritta a letto ma di tornare a lui, ad André, nella sua stanza, e di rifugiarsi nel calore del corpo addormentato e dolente, solo per accertarsi che lui era vivo, sissignore, che era vivo e che era suo…

Camminava da sola…

E André dalla finestra la osservava, il suo passo lento, le spalle un po' curve, la figura tutta, piegata da chissà quali pensieri, da chissà quali dubbi.

Nella mano fasciata percepì la stretta della mano di lei e la mente corse alla notte precedente, al proprio corpo trascinato via, come un animale, legato e portato in trionfo dalla folla di parigini inferociti…

Quella notte…

Dannazione…

In un istante i loro destini si erano davvero separati.

Non l'aveva più vista…

Non era più riuscito a vedere Oscar.

E pensava di averla persa, e che non l'avrebbe rivista mai più.

Ricordava poco, dannazione.

Il bagliore delle torce, il riflesso di una spranga che l'aveva inchiodato lì, trafitto faccia terra ed il respiro piegato, risucchiato dalle costole percosse…

Le grida infernali, le risa di scherno, gli sputi, gl'incitamenti a tirarlo su quel maledetto cappio, che non si permettesse di scappare quel soldato che viaggiava sulla carrozza di nobili…

Il terrore rovesciato addosso e…

Dio, anche Oscar, anche Oscar era là in mezzo…

Un istante, e confuso tra le grida e gli spari e i colpi ed il dolore dei muscoli, ad André parve di avvertire un boato elevato e spietato.

Come d'un gigante inanimato improvvisamente risvegliato dal letargo secolare…

L'ultima immagine…

Oscar, i suoi occhi che lo fissavano, lei inginocchiata e lui che la fissava e non aveva nemmeno il respiro per parlare…

André si aggiustò la camicia, lentamente, le dita fasciate con cura si muovevano con difficoltà.

Non ricordava bene…

No…

Non ciò che era accaduto a Parigi…

Non era quel pensiero che lo tormentava adesso.

Ma quello che era successo dopo.

A casa.

Oscar…

Come quando erano bambini…

E lei era solita sgusciare fuori dalla camera e correre da lui.

Allora in realtà André non dormiva ma questo non gliel'aveva mai detto ad Oscar e lei probabilmente non l'aveva mai scoperto.

Se ne stava zitto zitto ad ascoltare i bisbiglii dell'amica che contava: un dito per ogni scherzo, un borbottio per quelli malriusciti e una risatina di compiacimento per quelli andati in porto.

Alla fine quella specie di nenia lo cullava fino a farlo addormentare.

Lei era lì, accanto a lui, e non era necessario parlarsi o scambiarsi opinioni o battute. Lei era lì e questo era tutto ciò che bastava ad Andrè.

E poi c'erano quei benedetti temporali…

Ad Oscar non glielo aveva mai detto, ma anche lui certi tuoni proprio non li sopportava e allora quasi tratteneva il respiro e si tappava le orecchie e se ne stava lì, con lei appiccicata addosso e…

Nemmeno se lo ricordava più che accadeva così.

E la notte precedente…

Lui l'aveva sentita entrare quella notte, nella stanza.

Aveva fatto finta di dormire, anche se ogni muscolo doleva.

Difficilmente si sarebbe potuto muovere e così era rimasto fermo, voltato sul fianco destro come era solito.

L'aveva sentita mentre camminava e poi girava intorno al letto e poi…

Solo ad un certo punto, il dolore s'era fatto sentire accanendosi rabbioso e sfilandogli dalle labbra un lamento più intenso che aveva tentato di soffocare.

Per continuare ad ascoltare il respiro di lei…

Perché non voleva che lei si accorgesse che l'aveva sentita entrare e poi infilarsi sotto le coperte.

Per un istante André aveva anche pensato di aprire gli occhi e di voltarsi e…

Il desiderio di essere scoperto, non il timore di esserlo.

Ma non sapeva perché lei fosse lì.

Per timore, per paura, per rabbia, per compassione…

Poi la pioggia era ripresa intensa fuori, quasi una gara tra i ticchettii continui delle grosse gocce che colpivano i vetri e i battiti del cuore di lei forse più intensi e potenti.

Lui l'amava e lei lo sapeva…

Ma quei sentimenti sembravano sepolti…

Aveva sentito Oscar scivolare ancora più giù, sotto le coperte.

Per lui andava bene così.

Perché adesso lui voleva ritrovare solo Oscar, quella che amava e che conosceva da sempre.

La stessa Oscar di sempre…

Voleva amare, disperatamente, anche così…

Lui la voleva lì, tutta, il corpo dolce e leggero e caldo e mansueto, il respiro sereno e morbido.

Voleva averla in silenzio, senza parole, senza spiegazioni, senza neppure "silenzi".

I silenzi di coloro che non sanno cosa dirsi sono cosa ben diversa e ben più dolorosa di quelli che scivolano tra coloro che non sanno neppure di potersi parlare…

Nessun fraintendimento, costrizione, recriminazione…

Nulla.

Solo l'egoismo di un istante strappato al sonno che non c'era, alla distanza minima che però si espandeva dentro di lui, all'inganno che aveva saputo architettare così bene da bambino e che mai avrebbe immaginato di ritrovare a distanza di tanti anni.

Non avrebbe rivelato nulla ad Oscar.

L'avrebbe tenuta vicino a sé, così, come a lei piaceva…

La mano stretta nella mano…

"Se le forze non me lo avessero impedito…sarei venuta io a salvarti…" – aveva susurrato lei piano.

Anche quella frase aveva sentito.

E si era chiesto da dove venisse…

Quella frase era lì adesso, dentro di lui, mentre osservava Oscar dalla finestra.

La vide voltarsi e osservare a sua volta verso la sua finestra.

Una mano un poco alzata ed un saluto, segno che l'aveva intravisto.

Poi un altro gesto - vieni giù – sembrava dicesse.

André rimase altri istanti alla finestra.

La continua contaminazione di sguardi e di gesti e di vicinanza si stava rivelando ossessivamente malsana, come a rimettere in discussione ciò che per lui era dannatamente sepolto negli smisurati sensi di colpa e nell'inferno in cui era scivolato per dimenticare il proprio gesto contro di lei e per dimenticare lei o almeno dimenticare quella parte di sé che avrebbe ambito averla per sé, tutta, nell'anima e nel corpo, nel respiro e nel sonno…

Pensava di esserci riuscito.

Ma ora pareva fosse proprio lei a rimettere tutto in gioco.

André s'infilò gli stivali e il cappotto.

Fuori faceva un freddo terribile.

Gli parve come se il tempo non fosse mai trascorso.

Come se l'immagine di Oscar che vide sorridente, anche se un po' stanca di fronte a sé mentre la raggiungeva, fosse quella di sempre, quella di un tempo, quella incontaminata dal proprio amore per lei…

Dio se tutto fosse tornato come prima…

No…

Che cosa volevi dire con quelle parole?

Nulla sarebbe tornato come un tempo…

L'effimero sollievo d'essere scampati alla forca…

Dannazione, forse l'unico appiglio con il passato stava tutto lì.

"Come stai?" – chiese lei lasciando lo sguardo un istante su di lui e poi distogliendolo, come se lui, osservandola, l'avrebbe compreso che diavolo s'era permessa di fare la notte precedente.

"Abbastanza bene. Credo che dopodomani tornerò a Parigi…" – rispose lui evitando di fissarla.

Oscar riprese a camminare, in silenzio.

Minuscoli fiocchi di neve scendevano in piccoli cerchi intorno a loro.

Il silenzio perso nel cielo grigio incombente spinse entrambi ad osservare l'orizzonte, a est.

Non si poteva vedere, ma laggiù c'era Parigi.

"Mi spiace per quello che è accaduto" – riprese Oscar piano – "Non era necessario che qualcuno venisse con me, ma io…".

"Per fortuna che me l'hai chiesto invece. Non me lo sarei mai perdonato se…beh se fossi stata sola…piuttosto spiace a me di non essere riuscito a far molto…".

Nessuno dei due disse altro.

Neppure la figura ingombrante di Fersen osò fare ingresso in quella conversazione, seppure per opposti motivi.

Eppure Oscar adesso aveva compreso.

André sapeva di lei e di Fersen…non poteva essere altrimenti…

Le parole che le aveva detto, la sera prima…

Fersen molto probabilmente era tornato sano e salvo.

Quelle parole erano per lei, perché lei sapesse che nulla era accaduto all'uomo che aveva amato.

Che André la credesse ancora innamorata dell'altro o che fosse soltanto il segno del rispetto che nutriva per i suoi sentimenti, poco importava…

Oscar si chiese come avesse fatto André a sopportare in silenzio l'amore di lei per il Conte di Fersen…

E non invece, per assurdo, il rifiuto di lei per il Conte di Fersen, quel rifiuto amaro che l'aveva costretta a decidere di lasciare tutto, persino lui, persino André.

Ed era stato alla fine proprio quel rifiuto a risvegliare dentro di lui quell'amore, nascosto ed ingoiato come fiele per vent'anni, e che l'aveva spinto contro di lei, per piegare la sua volontà.

Oscar si fermò.

La mente vuota intenta solamente a governare il dolore dei muscoli indolenziti, la sensazione via via più netta di averla scampata, il dubbio, tagliente e fermo che entrambi sarebbero potuti non tornare più.

Di colpo i suoi occhi avevano osservato un destino repentino che si era fatto beffa di tutta la sua arguzia e di tutta la sua preparazione e di tutto il suo sangue freddo.

Di colpo quel destino si sarebbe abbattuto su di lei…

E lei si sarebbe ritrovata lì, accanto al corpo di André, proprio come quella volta, sotto la quercia mentre lo guardava e pensava fosse morto.

Raggiunsero la grande quercia sul limitare del giardino, oltre il quale si aprivano campi coltivati, vigneti, distese di erba medica raggrinzita dal gelo.

Lo sghignazzo beffardo di André che godeva d'avergliela fatta, quel pomeriggio lontano d'estate, fingendosi morto, e lei che aveva perso il respiro, travolta dal corpo, il suo stesso corpo, ingovernabile ed impazzito, come una navicella in preda alla tempesta, visto che s'era rifiutato di ribellarsi e punire lo stupido scherzo dell'amico…

Com'era difficile per Oscar parlare, parlarsi, temendo l'abbaglio, temendo di avere ancora a che fare con un nemico, laddove non necessariamente nemico è colui che prova avversione, ma può esserlo anche chi semplicemente prova sentimenti non corrispondenti ai propri e non corrisposti….

Temendo la sconfitta di parlare a qualcuno di cui non si conosce più nulla.

Com'era inafferrabile quel tempo che adesso André sentiva di aver tradito, perchè André non glielo aveva concesso quel tempo, a lei, per trovare le parole e i gesti dispersi nel loro passato…

E quel tempo se n'era andato ed era stato lui a spezzarlo per sempre, il loro tempo…

"André…io volevo…ecco…io…" – esordì lei tentando di comporre un discorso sensato.

"Ma non è che ti sei presa una botta in testa più forte delle mie?" – la prevenne lui in tono scherzoso.

Ecco ciò che stava accadendo.

André l'aveva sentita Oscar. Aveva percepito il suo odore, il suo sangue, le sue lacrime, là, dentro la carrozza, e poi nel letto, distesa, accanto a sé.

Aveva percepito la paura di lei di perderlo e di perdersi…

Non la voleva quella paura, non l'accettava…

Non voleva che lei gli rivelasse un bene nato all'ombra di un barbaro pestaggio da parte di parigini inferociti ed affamati.

No, non poteva essere amore.

André adesso temeva le parole di Oscar.

Non le voleva sentire, non gli interessavano.

Non avrebbe avuto la forza in quel momento di ricevere una spiegazione che avesse il sapore devastante di un ringraziamento, magari abbellito dalla voce di lei, forzatamente dolciastra e comprensiva, o il gusto amaro e tagliente di un bene che sgorga come quel sangue che aveva sentito correre nella gola, la sera prima.

Oscar non era mai stata debole o incerta o indecisa…

Aveva balbettato poche volte nella sua vita e quando era accaduto era stato perché la sua indole non aveva sopportato il peso di un dolore assurdo o il disagio di un discorso che lei s'imponeva forzatamente.

André non l'avrebbe permesso.

"Non ho preso nessuna botta in testa André. Lasciami parlare…" – rispose lei infastidita dal cambio repentino di tono e di discorso.

"Tse! Per quel che mi riguarda almeno io me la sono vista brutta…".

"Sì André…è per questo che io…".

Lui le si avvicinò di colpo appoggiandole la mano sulla fronte.

"Non mi sembra tu abbia la febbre!" – continuò ma il tono era quasi canzonatorio.

Ad Oscar parve improvvisamente di avere a che fare con un moccioso di dieci anni.

Forse era Andrè ad aver preso una botta in testa bella forte, si disse, alla fine rassegnata.

Pareva fuori di sé.

Oscar scostò via la mano con rabbia.

"Vuoi ascoltarmi?!".

La voce imperiosa tradiva le lacrime e André nonostante la sua commediola buffa l'aveva compreso.

Vedeva l'incertezza di Oscar, la sua natura distrutta dall'incapacità di non sapere chi fosse, chi essere, vedeva la donna che aveva tentato di essere una donna e che aveva tentato di amare e vedeva ancora la donna rifiutata con dignità e rispetto, ma pur sempre rifiutata.

E vedeva la donna inerme, fragile, impotente che lui stesso era riuscito a calpestare più di qualsiasi altro uomo che le aveva opposto un rifiuto, o che adesso avrebbe voluto sposarla e piegare la sua indole ad un'esistenza ingabbiata nella potestà di un marito…

Non vedeva altre Oscar.

Non voleva che lei indugiasse oltre sul ciglio di quel baratro scuro.

La voleva lontano da lì.

André non voleva che lei si piegasse ad un amore incerto, il suo, apparso dalle macerie di un'aggressione che sarebbe potuta finire male.

Loro potevano anche essere morti e André sapeva che anche Oscar aveva percepito quella stessa paura dentro di sé, proprio come era accaduto a lui.

Era stata solo quella paura a sollevare dentro la donna che aveva di fronte a sé l'incertezza delle parole e lo sguardo perso verso l'orizzonte e quella visita notturna dal sapore di un amore ancestrale e profondo che li legava da sempre.

Ma non era quell'amore che André chiedeva per sé…

André non riuscì a resistere.

Era difficile convincere Oscar…

Dannatamente difficile.

L'afferrò per un braccio e la portò verso di sé e lei come un burattino si lasciò prendere e chiudere in un abbraccio teso e potente e…

"Ti prego…fallo per me Oscar…ti chiedo di non dire nulla. Mi basta solo sapere che stai bene e che non ti è accaduto nulla. Se devi dirmi altro io…io… ti prego di non dirmelo. Fallo per me, almeno per questa volta…".

Poche parole chiuse, sussurrate, basse…

André si accostò al viso di lei quasi volesse farle entrare nel cuore più che nella testa.

Perché la testa avrebbe reagito imponendo un subitaneo distacco ed imponendo alla bocca di proseguire nell'arringa logica che Oscar si era imposta.

Il cuore invece era morbido, accondiscendente…

Esso venne colpito e lacerato da quelle stesse parole, finendo per acquietarsi e acquietare così il corpo stesso teso verso quella rivelazione che nemmeno Oscar sapeva dove l'avrebbe condotta.

L'intento di André fu abbastanza esplicito.

Lui chiedeva solo il silenzio, le chiedeva di non parlare, anche se nemmeno sapeva cosa lei avrebbe voluto dire.

Forse André aveva capito che nemmeno lei sapeva bene cosa dire…

Forse André aveva capito che era stata solo la paura a fermare il cuore, lì, quella notte, come un tempo, quando, bambini, si chiamavano per nome e sapevano bene chi erano loro due e si nutrivano di quella paura vera e profonda ma ben conosciuta…

Adesso quella paura non era più la stessa…

Lui l'amava e Oscar lo sapeva…

Forse adesso era questa paura che la induceva a parlare…

Forse loro non erano fatti per cambiare…

A lui invece bastava essere come quelli di un tempo.

L'intento di André fu quello…

L'effetto fu altro.

La corteccia ruvida e calda accolse il corpo di lei indietreggiato, sospinto, chiuso nell'abbraccio di quella giornata fredda e bruciante.

La neve cadeva ora più fitta e le mani di André restarono chiuse abbracciate alla schiena di lei appoggiata alla quercia.

Il respiro lento, l'accorata richiesta di restare in silenzio…

Come la neve silenziosa che scivolava sulle loro esistenze calpestate da boati, esplosioni, pianti, grida, imprecazioni, ordini, richieste…

Per lasciarli in pace, da soli, cullati e sospinti l'uno verso l'altra.

Non potè André chiederle altro.

Non volle chiederle altro.

Non sapeva André che Oscar adesso avrebbe voluto che lui le chiedesse altro, quell'altro di cui lei non aveva certezza ma che sentiva incombere dentro di sé, come all'Hotel Entrague quando se l'era trovato davanti quella sera, come alla Basse Gêole, come a Saint Sulpice, come a Saint Antoine e come in chissà quali e quanti altri ricordi rimossi della sua vita…

Nemmeno Oscar poteva chiedere altro ad André.

Oltre a quel bene puro e mai disperso che lei gli aveva sempre sentito addosso, anche quando quella notte lui l'aveva baciata e le aveva detto che l'amava…

E lei adesso non aveva più paura di quelle parole.

Fu lei ad afferrare le mani di André, le strinse forte, si appoggiò al torace e lui fu sopra di lei, appiattendosi contro di lei.

André sentiva il cuore battere, il respiro correre, il disegno morbido del petto, la linea leggera dei fianchi, il tocco incerto delle gambe che ora si chiudevano su di lui…

No, questa non sei tu Oscar…

Stai parlando con il tuo corpo perché ti ho chiesto di non farlo con le parole.

Non voglio costringerti ad amarmi solo perché hai avuto paura di perdermi…

E' da una vita che io temo di perdere te.

Questo non basterebbe a nessuno dei due…

Non basterebbe a me e neppure a te…

Le dita si slacciarono dalle mani di Oscar e corsero su intrecciandosi ai capelli e chiudendoli in una stretta leggera.

La ragione gli diceva di andarsene…

La ragione stava perdendo quella specie di battaglia…

Il suo intento, quello di impedire a lei di parlare, s'infranse miseramente contro i leggeri fiocchi di neve, ampi adesso, umidi e freddi, che si posavano sul viso di Oscar e che lui voleva scacciare via…

Le dita si sporsero calde ad asciugare le guance, mentre poteva osservare le lacrime scivolare e mescolarsi alla neve.

E così decise di asciugare anche quelle.

"Non parlare ti prego…" – disse piano accostandosi al viso di lei.

André ricordò…

Il viso di Oscar appoggiato al suo, dentro la carrozza che li riportava a casa Jarjayes, dopo che avevano quasi rischiato di perdere la vita a Parigi, a Fabourg Saint Antoine, e poi il calore di lei e le mani aperte su di sé dentro quella carrozza.

Le labbra di lei dischiuse, immobili, che si appoggivano e la lingua incerta ad ascoltare il sentore della pelle, della paura, del sudore di una lotta impari e del sangue amaro e tagliente come il perdono che entrambi non si erano mai concessi…

André appoggiò le labbra sulla guancia di Oscar e leccò piano quella lacrima amara, come il sangue amaro e tagliente, curando quella sorta di richiesta inappellabile che lui le aveva imposto.

Nessuna parola…

Le labbra indugiarono ancora un poco…

I corpi si scaldavano adesso a vicenda mentre la neve scendeva fitta oscurando la vista e l'orizzonte.

Il tempo passò mentre i respiri s'intrecciavano come le mani e i muscoli e i battiti sovrapposti ed indistiguibili.

Il tempo passò e André si sollevò un poco da lei senza guardarla…

Corse con lo sguardo a est e tentò d'intravedere il cardine delle loro esistenze.

Paris…

"Devo andare adesso…" – mormorò piano.

Un altro giorno…

La vita che scorreva veloce tra le strade di Paris…

Diane era stata abile a nascondersi al mondo.

Come le aveva suggerito monsieur…

Il mondo di Diane era Alain. E lei non s'era fatta più trovare, nemmeno quando a casa Livrer le avevano detto che un soldato l'attendeva e lei aveva gentimente chiesto di riferirgli che aveva troppo da fare.

Se Alain l'avesse guardata in viso glielo avrebbe letto in faccia che qualcosa era cambiato.

L'indice scivolava leggero sul mento, percorrendone il profilo, insistendo poi sulle labbra che morbide volevano catturalo e prenderlo…

Gesti divenuti in pochissimi giorni rituale quasi consueto, ogni volta ch'era possibile, ogni volta che "monsieur" si affacciava nella vita di Diane e nemmeno lei sapeva come ci riuscisse "monsieur" a sgusciare così tra la gente, senza che nessuno lo notasse o lo riconoscesse.

E lei alla fine lo seguiva e tutti e due si ritrovavano in quel piccolo appartamento lassù, all'ultimo piano di un edificio in Rue Mountmaitre, poco distante dalla casa di Diane.

Nessun'altra luce, nessun altro rumore o suono se non quello degli amanti che scioglievano i respiri e conducevano le dita a percorrere l'uno il corpo dell'altra.

Anche lei, la piccola Diane, aveva chiesto di poterlo fare, di toccare il suo amante e lui l'aveva accontentata, ma le restava sempre lontano, lasciando che le carezze e i baci e le dita e la lingua e la pelle e i muscoli morbidamente trattenuti ed istigati si muovessero per condurre lei all'istante di smarrimento e di oblio che tendeva i muscoli mentre lui la tratteneva stretta a sé, per compiacersi silenziosamente del continuo progredire.

Il respiro veloce di lei si perdeva in quello calmo dell'altro e non appena esso si acquietava "monsieur" la stringeva a sé come a consolarla del fuggevole oblio che lasciava il corpo come orfano, abbandonato a sé stesso, incapace di riaversi.

Ogni istante ed ogni gesto erano accolti e cullati dallo sguardo fedele e compiaciuto che lui le riservava.

"Siete gentile e siete bello e io non so quanto potrò tenere questo segreto ancora solo per me. Mio fratello mi ha chiesto se ho incontrato qualcuno…".

"E' giusto!" – disse l'altro con voce bassa e complice – "Un fratello deve sempre proteggere la sorella più piccola e voi non fate eccezione. Siete fortunata…".

Era abile "monsieur" a trovare sempre la versione lecita e corretta dei fatti della vita mantenendosi equamente distante dalle passioni e dalle preoccupazioni che scorrevano nell'esistenza di Diane.

Come diavolo faceva "monsieur"…

Ma altrettanto efficaci si erano rivelati i suoi suggerimenti.

"Monsieur" l'aveva persuasa a continuare la sua vita, a coltivare la piacevole compagnia degli altri, ma le aveva tolto il sonno, il respiro, la coscienza e Diane si era ritrovata prigioniera del pensiero fisso ed intenso verso di lui.

E lui si era insinuato, cogliendo al volo ogni occasione, ogni respiro, ogni pertugio lasciato vuoto da coloro che colmavano la vita di Diane.

Saggiare il terreno, per colpire più a fondo…

"Devi voler bene a quel giovane…" – continuò Dorian guardando dritto negli occhi la sua giovane amante.

Le diable…

"Io…sì…vi riferite ad André…sì, certo gli voglio bene…ma non voglio che questo vi rattristi".

"No…no…mia piccola Diane…tuttaltro…anzi…direi che si è comportato molto correttamente…e credo che anche tu abbia per lui sentimenti più che leciti".

Diane si sentì colpita e la gola quasi si chiuse alle parole dell'altro. Esse apparivano considerazioni ovvie se fosse stato un fratello o un padre a pronunciarle, ma non…

Non colui che Diane aveva imparato a conoscere ed amare.

Lei amava sì…

"Dunque…mademoiselle…".

Gli occhi di Dorian Vassiliev si piantarono su quelli di Diane. Lui corse al mento con le dita e sollevò di più il viso improvvisamente vicinissimo al proprio.

"Non è così?" – chiese di nuovo questa volta in tono quasi confermativo.

"Sì…ve l'ho detto…gli voglio bene…ma io…".

Diane si ritrovò gli occhi di Dorian Vassiliev addosso e l'indice del giovane che scorreva sulle labbra quasi ad assaggiarne la consistenza.

"Bene…cosa ti turba allora?".

"Io…ecco…veramente…io pensavo che ora che sono stata con voi…ecco…io e voi…".

L'altro sorrise all'incedere balbettante di Diane.

Le diable…

Saggiare il terreno e convincere l'intelletto colpendolo senza consentirgli di comprendere ed opporsi…

Ammansirlo attraverso la suadente forza della logica…

Vassiliev si staccò e mantenne lo sguardo su di lei.

"L'hai baciato giusto?".

"Sì".

"Perché?".

"Io…".

Diane tentò di sottrarsi alle domande.

Istintivamente, sebbene la pelle del viso subisse solo la lieve oscillazione del viso dell'altro, accanto a sé, e i muscoli mordessero per mantenersi immobili…

"Perché?" – ripetè Dorian.

"Perché volevo farlo!" – gridò quasi Diane.

Con rabbia perché si era sentita scoperta e messa a nudo e…

"Perché volevi farlo!" – replicò Dorian con voce calma – "Perché questo volevi e l'hai fatto. Io ho semplicemente concesso alla tua mente di andare oltre e di imparare ad osare di più per ciò che vuoi…".

"Ma… voi mi avevate chiesto di avere una speranza…io pensavo…" – balbettò Diane.

"Io…avrei voluto…davvero…che accadesse questo…" – proseguì Vassiliev in tono compassionevole.

Diane prese coraggio: "Questo cosa?" – obiettò in tono freddo.

"Questo…esattamente questo. Io desideravo solo aiutarti ad essere te stessa…".

Diane si ammutolì a quelle parole stringendosi addosso il lenzuolo.

"Ma io…io non capsco!".

"Non c'è nulla da capire…sei una ragazza come ce ne sono poche Diane Soisson…tutti se ne sono accorti…sei tu che hai desiderato baciare quel giovane…io ho solo fatto in modo che tu comprendessi cos'altro può aspettarti se seguirai il tuo istinto e la tua volontà".

Le diable…

Diane ascoltava e la mente pareva divenire ogni istante più bianca, vuota, annullata…

Sì, glielo aveva detto a Dorian che lei voleva bene ad André.

Voleva bene ad André…

"Quel giovane sarebbe perfetto per una fanciulla come te…sai mi è capitato d'incontrarlo…un paio di volte…".

"Voi avete visto André?".

"Oh…non ho avuto il piacere di parlargli…ma ho avuto l'impressione che soffrisse per chissà quale malessere dell'animo…te ne sarai accorta anche tu immagino?".

"Io…sì…ma non ho mai avuto il coraggio di chiedergli nulla. E' una persona molto riservata…".

"E questo gli fa onore. Di certo non ha voluto tediarti con chissà quale storia triste…segno che tiene davvero a te…".

"Voi dite?".

"Ma certo…e non solo lui…anche qualcun altro…".

"Qualcun altro?" – balbettò Diane incerta – "Mio fratello?".

"Oltre a lui s'intende".

Il giovane si mise davanti a Diane, avvicinandosi al viso e sussurrando strane parole.

"E' una persona che ha fatto molto per te. Ti ha aiutato quando eri in difficoltà. Per causa mia s'intende…".

"Oh…mademoiselle!" – rispose Diane – "Certo…io…io le sono grata per ciò che ha fatto…".

Diane sentì incombente il corpo del giovane su di sé. Dorian le prese le mani e gliele strinse talmente che lei percepì una specie di fitta e fu costretta a deglutire per contenere un grido soffocato.

Il tenore delle parole del giovane contraddiceva quella sorta d'impeto delle mani.

"Anche la vostra mademoiselle deve tenere molto a te…e immagino che tu abbia compreso…".

"Ma voi…voi la conoscete monsieur?".

"Certamente…io conosco tutti coloro che tu conosci. Senza eccezioni…e…".

Diane rimase in ascolto di quelle parole.

"Non temerei d'essere smentito se ti dicessi che anche mademoiselle ti vuole bene…".

"Certo…" – proseguì sicura Diane.

"Come te ne voglio io…".

L'espressione di Diane s'incupì.

L'altro colse lo sguardo incerto.

"Hai compreso ciò che voglio dire?".

No…

Diane non era certa d'aver compreso.

"Sarebbe ingiusto non cogliere il bene che chiunque ci riserva…" – il respiro più fondo – "Credo che la tua grazia e la tua innocenza abbiano suscitato il bene che lei ha deciso di concederti e penso sarebbe giusto da parte tua riservarle…".

Diane trattene il respiro. Non era certa d'aver compreso ma…

Improvvisamente lo sguardo celeste che aveva intravisto nella carrozza buia, il calore della mano che lei molto sinceramente ed ingenuamente aveva afferrato in segno di riconoscenza…

Il corpo bello ma esile dell'altra…

Mademoiselle…

S'imposero e si espansero e…

"Riconoscenza…".

Le diable…

Il giovane amante tornò al viso di Diane avvicinandosi di nuovo e lambendo la pelle con le labbra e scorrendo su di essa, mordendola e indugiando, costringendo la giovane ad abbandonarsi di nuovo all'incedere intenso e ritmato del nuovo assalto…

Le mani tornarono a trattenere i fianchi e la bocca s'insinuò dapprima nella bocca come ad imprimere il sentore del contatto, come a rammentare a Diane la vertigine dell'assenza che di lì a breve l'avrebbe colmata di nuovo.

Le mani si mossero con foga questa volta scostando gli ultimi lembi di stoffa…

Diane aprì gli occhi solo un istante per osservare quelli azzurri e limpidi su di lei…

Il giovane le sorrise e proseguì scivolando con il corpo su di lei e lambendo con le labbra il collo, e poi la spalla destra e scivolando giù ancora, accarezzando il seno con la lingua, indugiando fino a strappare un gemito soffocato.

Le dita di Diane ebbero solo il tempo di chiudersi tra i capelli dell'altro, aggrappandosi e stringendo le ciocche dorate che scomparvero alla vista.

Diane si ritrovò con gli occhi fissi al soffitto scuro e fu costretta a chiuderli mentre languida e tiepida la lingua l'accarezzava e la spogliava del residuo pudore, insinuandosi nella carne umida e scorrendo riverberandosi a ritroso attraverso la schiena fino a costringerla a mordersi il labbro per non fiatare e trattenere il respiro inchiodato lì a quel ritmico pulsare che avanzava ogni istante più a fondo, sempre più a fondo, fino a che i muscoli si scossero e vibrarono e si colmarono della consistenza minerale e disfatta dell'orgasmo…

Il respiro si perse…

La vista ondeggiò un poco fino a chiudersi, mentre languido s'impose il torpore del piacere.

Dorian si sollevò da lei e le si pose accanto.

"Mademoiselle" – esordì serio – "A questo punto credo di dover essere io a farvi una domanda e se immagino la risposta, la stessa domanda dovrò rivolgerla a vostro fratello…".

Diane s'impensierì di fronte a quell'esordio.

Poi il suo viso s'illuminò avendo intuito dove il giovane voleva arrivare.

L'altro sorrise.

"Oltre che bella siete anche molto perspicace. Dunque…vorreste…vorreste voi Mademoiselle Diane Soisson sposare il qui presente Dorian Vassiliev?".

Lo sguardo di Diane si spalancò.

Il corpo molle e un poco stanco, abbandonato tra le braccia dell'altro.

Dorian Vassiliev…

Dorian Vassiviev…

Conosceva fialmente il nome ed il cognome del suo amante.

"Voi vi chiamate così?" – mormorò.

"Per servirvi mademoiselle…" – rise piano il giovane afferrando la mano dell'altra – "Sono il vostro umile servitore!".

Il giovane le sorrise…

Era calmo e silenziosamente attendeva la risposta di Diane, non mostrando stupore al mutismo dell'altra, ingenua e forse inconsapevole di ricevere quella proposta.

Diane, per parte sua, era rimasta colpita e troppo presa da tutto quanto le stava accadendo per accorgersi di tale inconsueta sfumatura.

Si sollevò e poi gli gettò le braccia al collo e disse che si, si, si, l'avrebbe sposato anche subito…

"Brava bambina…" – concluse Dorian ricambiando quell'abbraccio.

"Sì…" – ripetè di nuovo.

"Brava…vedo che hai compreso…e io saprò insegnarti ad essere riconoscente anche verso colei che ti ha aiutato…tu lo vorresti?".

Diane si scosse…

Un brivido di freddo le corse addosso sulla pelle accaldata e tiepida.

Chiuse gli occhi.

Dentro di sé ascoltò l'incedere di quel desiderio ancestrale, nascosto, proibito…

Una ricoscenza che scorreva sulla pelle, imprigionata tra le dita, sussurrata dalle labbra che avrebbero ambito ad adagiarsi lì, sulla pelle, sulla bocca…

Come a sollevare lo sguardo dolente dal suo dolore e liberarlo…

"Io non ne sarei capace…" – mormorò Diane senza nemmeno comprendere ciò di cui stava parlando.

Lo comprese il giovane che però non ritenne d'insistere.

"Io…Dorian Vassiliev…credo di sì" – si limitò a concludere - "Ti avevo detto che non sarei tornato per alcuni giorni ma il mio impegno è stato rimandato. Non appena mi sarò liberato tornerò da te e dovrai farmi conoscere tuo fratello…siamo intesi?".

"Sì…" – disse Diane – "Va bene…io saprò aspettarvi…".

Il giovane condusse le mani di Diane su di sé…

Le mani si aprirono d'istinto, assaggiando i muscoli asciutti e un poco accaldati anch'essi.

Diane osservò l'altro ed altrettanto istintivamente appoggiò le labbra sul petto del giovane socchiudendo la bocca come ad imprimere il sentore dell'altro, il suo sapore, fino a quando non l'avesse incontrato di nuovo.

L'altro proseguì…

"Però…sai dai tuoi racconti ho compreso che tuo fratello non approverebbe questi nostri incontri. E allora saranno il nostro segreto. E lo saranno per sempre. Quando sarai sposata non avrai più bisogno di nascondere nulla ma io non voglio che tu venga giudicata male…converrebbe quindi che tu continuasse a fare vita di sempre…".

Je suis le diable.

Diane pareva non ascoltarlo.

Le labbra si muovevano ora istintivamente…

Il desiderio si faceva strada…

Il respiro più fondo del giovane le diede conferma che nemmeno lui era poi così distante dal lasciarsi catturare…

"Pensi che quel giovane…pensi che lui sarebbe disposto ad aiutarti?".

"Come?" – chiese lei senza sollevare lo sguardo.

"Basterebbe che tu continuassi a vederlo…tuo fratello si fida di lui…e il nostro segreto sarà al sicuro…".

"André…dovrei continuare a vedere André?" – balbettò Diane incerta.

La proposta stranamente strideva con quella di matrimonio appena ricevuta.

"Ma certo…quel giovane sarà il nostro…".

Dorian Vassiliev sollevò lo sguardo in cerca del paragone adatto alla giovane ed ingenua mentalità di Diane.

Che lei non avesse la più pallida idea di chi potesse essere Cupido…

Ben poteva invece raffigurarsi quegli angeli sereni e forti che impersonavano la grazia e la potenza del cielo, e che Diane doveva aver scorto chissà quante volte durante le messe del vespro oppure alla domenica.

"Ecco…un angelo che…proteggerà il nostro amore!" – aveva concluso il giovane tornando a Diane – " E se ti vuole bene anche lui come dici e se finora ti ha dimostrato rispetto…non credo che correrai pericoli con lui!".

Rise Dorian Vassiliev.

"Altrimenti dovrà vedersela con me!" – sentenziò con voce burbera tentando di stemperare la tensione che era corsa sul viso di Diane.

La baciò di nuovo per fugare i labili dubbi…

E Diane lasciò scorrere il proprio istinto dalla mente alle dita…

Un respiro più fondo scivolò dalla gola e il giovane chiuse gli occhi.

Je suis le diable.

Si tu veux faire un pacte avec moi, tu seras le plus adroit des serruriers, et tu pourras entreprendre tous les ouvrages que tu voudras…

Sulla pelle c'era lui…

Sulle labbra c'era lui…

Dannato soldato moro…

Laure tentò di scacciare dalla mente l'aroma dell'altro, il suo incedere lento, le mani che la racchiudevano, stringendola piano…

Rinnovava il sentore dell'altro in ogni istante mentre si affacendava a servire i soliti clienti arroganti della locanda, quelli che fino ad ora era riuscita a tenere a bada, con disinvolta rabbia.

Alain non era più tornato…

Non poteva essere per i soldi, anche se sempre dannatamente pochi.

Alain aveva deciso di tornare più, Laure se lo sentiva che prima o poi sarebbe accaduto.

Si sentiva come un cavallo selvaggio che, suo magrado, era stato sapientemente domato. Poi il domatore se n'era andato lasciandola lì, con il suo carico di carezze nascoste e sussurri della mente, a presagire l'orgasmo di cedere ad essi, per finire conquistata e conquistare a sua volta con la sola forza delle dita e del respiro.

"Tu oggi non lavorerai!".

La voce grassa e stonata di Madame La Nuit ridestò Laure dai pensieri.

"Prego…madame…perché?" – chiese Laure impaurita.

"Tu ed Helena…tornate nelle vostre stanze. Per oggi vi riposerete…".

L'improvvisa benevolenza della ruffiana non poteva esser fine a sé stessa.

"Perché?" – insistette Laure appoggiando di colpo i piatti sul tavolo.

"Il perché non ti riguarda…lo saprai a tempo debito. Lascia stare quei piatti e vattene di sopra".

L'ordine fu ripetuto più perentorio del primo.

L'indecisione della giovane fece sobbalzare il tono della megera: "Filate via tutte e due…se proprio lo vuoi sapere sono attese parecchie persone in questi giorni a Parigi per via di quel processo. Domani vi darete da fare…ve ne andrete in giro per la città. Non era questo che avreste sempre voluto? E porterete gente al locale…".

Lo scopo del forzato riposo si rilevò in tutta la sua cruda e dannata essenza.

Madame La Nuit le voleva in forma le sue puttane, perché avessero sorrisi e forze sufficienti a soddisfare la clientela giunta in città dalle provincie. Chi poteva permettersi di arrivare fino a Parigi non doveva avere di certo le tasche vuote come la maggior parte dei parigini e c'era da scommetterci che molti avrebbero desiderato godere non solo di un tetto sulla testa ed un pasto caldo…

Laure deglutì ed il sapore amaro della sconfitta si espanse nelle viscere suscitando un moto di soffocata ribellione. Quella era la vita che aveva scelto lei, quello era ciò che l'aspettava…

Alain non era stato che una parentesi di ribellione…

Paris…

Palais de Justice era gremito più della settimana precedente seppure l'attesa forzata sembrava aver placato l'irruenza della folla, quasi che tutti si fossero segretamente e inconsciamente acquietati per non fornire ulteriori scuse per rimandare ad altra data quell'avvenimento così importante.

Le fila di tutti quelli che volevano assistervi parevano essersi ingrossate ancora di più.

La lista dei testimoni era tanto lunga quanto incosistenti sarebbero state le prove utili per condannare colui che era stato soprannominato il demone di Avignone.

Prove certe in realtà non ce n'erano perché nessuno aveva mai visto nulla delle gesta dell'uomo e delle giovani scomparse nessuna era mai tornata per accusarlo o riconoscerlo.

Tutte le sale del palazzo erano presidiate da guardie, gendarmi e soldati, che controllavano l'afflusso del pubblico.

Il processo era aperto a tutti e la folla aveva iniziato ad accalcarsi già dalle prime ore dell'alba.

Ci vollero parecchie ore perché tutto fosse pronto per il formale inizio della discussione pubblica.

I parenti delle giovani scomparse erano stati fatti accomodare in diversi scranni a lato della corte, mentre dall'altro lato troneggiava un tavolo lungo, coperto da un tessuto nero che accoglieva in una macabra esposizione tutto quanto era stato trovato nella grotta ad Avignone dove era stato trovato e catturato l'uomo considerato l'autore delle sparizioni…

Vestiti a brandelli, sciarpe, tessuti lacerati o bruciati, busti, manicotti, nastri, scarpette, calze e persino una bambola di pezza, dal vestito anch'esso stracciato…

C'era da immaginarselo che fine avessero fatto tutte coloro che avevano indossato quei poveri resti divenuti oramai una serie indefinita di abiti ed accessori di foggia indubitabilmente femminile, esibiia allo sguardo atterrito del pubblico e dei testimoni che avrebbero dovuto dichiarare, ad uno ad uno, nei pochi minuti a disposizione, a chi appartenessero quegli oggetti.

Persone che non c'erano più.

Persone che se n'erano andate, sparite nel nulla, perché nessuna di esse era stata portata via con la forza o si era opposta…

Il silenzio incombente aveva accompagnato ciascuna di quelle scomparse e il mistero più fitto era proprio quello che riguardava i motivi che avevano spinto le giovani a seguire qualcuno mai conosciuto senza ribellarisi…

"Il vostro nome!".

La voce del presidente della corte tuonò imperiosa.

Il silenzio scese sulla sala.

Oscar, sulla gradinata più alta delle sedute riservate al pubblico, si era appoggiata alla vetrata, in attesa di assistere a quello spettacolo quasi farsesco che avrebbe dovuto, negli intenti del Re Luigi XVI fautore del processo, incutere nella popolazione il rispetto per l'autorità che lui e la sua corte ed i suoi tribunali rappresentavano ed al tempo stesso il timore che gli stessi altrettanto dovevano indurre in chiuque si fosse macchiato di simili crimini.

Pareva, al contrario, che nessun timore attraversasse l'uomo che se ne stava dritto di fronte alla corte, le mani lungo i fianchi, avvolto in un mantello scuro ed il cappuccio calato sulla testa.

Nessuno, stranamente, glielo aveva fatto togliere, e adesso il presidente della corte, accorgendosi dell'assoluta irregolarità e mancanza di rispetto, stava rincarando gli ordini e la sua voce cruda sferzava il silenzio della sala, abbattendosi sul pubblico dal quale si sollevava un mormorio cupo di stupore e curiosità per l'arroganza dimostrata dall'imputato che pareva intento a sfidare tutto e tutti con la sua immobilità.

"Il vostro nome! Dovete dire il vostro nome! E dovete togliere il cappuccio…noi dobbiamo vedere il vostro volto…".

Il martelletto del presidente vibrò a ripetizione suscitando un sobbalzo collettivo e l'istintiva irritazione di Oscar che già si prefigurava l'estrema inutilità di tutte quelle assurde procedure: quell'uomo sarebbe stato condannato a morte, comunque fossero andate le cose.

Questa alla fine era la giustizia del Re.

Si sollevò un poco per tentare di uscire dalla sala adeguatamente controllata dai suoi soldati.

Era tornata a Parigi la sera precedente…

Era salita mestamente nella mansarda dell'Entrague che avrebbe accolto ancora per qualche giorno la sua esistenza.

A breve tutto sarebbe tornato come prima, come se quel periodo della sua vita lei non lo avesse mai vissuto.

Chiuse gli occhi e di nuovo il sorriso dolce di Mòse le corse addosso e lei dovette stringere i pugni per non correre via…

Non l'aveva più visto.

Nessuno aveva più visto la piccola Mimose…

E nelle orecchie il suo grido disperato e quella piccola mano che sgusciava via e lei che avrebbe voluto seguirla se qualcuno – André – non l'avesse tenuta lì, accanto a sé…

I pensieri vennero disturbati nuovamente dal fastidioso ordine del giudice imparruccato ed irritato che si ostinava ad imporre la sua autorità…

Il brusio attraversò la sala, facendosi più intenso, quasi a sottolineare e dar manforte alla caparbia ostentazione dell'imputato, immobile e freddo, e tale la suscitare l'inaspettata solidarietà nel pubblico.

Molti erano colpiti dalla volontà dell'imputato di sfidare la corte…

"Togliete il cappuccio dalla testa dell'imputato!".

L'ordine perentorio del giudice determinò l'avanzare di un commesso che in pochi passi fu accanto all'altro e con un gesto deciso afferrò la stoffa del cappuccio tirandola all'indietro e poi andando a slacciare le corde che chiudevano il mantello.

L'indumento scivolò piano lasciando intravedere la figura dell'uomo.

Il commesso raccolse in fretta il mantello e si allontanò altrettanto velocemente.

Gli occhi delle persone nella sala si fissarono tutte sull'imputato.

La sala era luminosa, attraversata dai raggi intensi riflessi ed amplificati dalle vetrate.

L'ambiente era grande e tirato a lucido…

Oscar s'impietrì mentre anche i suoi occhi si posarono sull'uomo in piedi in mezzo alla sala di Palace de Justice.

Tentò di respirare perché il respiro parve fermarsi…

La figura si poneva di spalle.

Su di esse ricadevano capelli biondi un poco mossi che emanavano riflessi d'oro alla luce limpida che penetrava dai finestroni della sala.

Le gambe parvero quasi cedere ma Oscar si sforzò di fare almeno alcuni passi: quei pochi che le avrebbero consentito di portarsi in posizione laterale e scorgere così il viso dell'uomo, almeno il suo profilo.

La stessa angolazione che le aveva premesso d'intuire i tratti di colui che si era ritrovato vicino, lassù, sul tetto dell'Entrague, solo poche sere prima…

Quel grido continuava a rimbombare nella testa…

Eppure le sembrava lo stesso profilo.

Eppure era tutto semplicemente assurdo perché quell'uomo era stato rinchiuso alla Basse – Gêole da quando aveva messo piede a Parigi. Le guardie avevano ricevuto l'ordine di non avere contatti con lui…

Il grido di Mimose nelle orecchie e quello sguardo azzurro e gelido…

"Stiamo aspettando! Il vostro nome!" – gridò di nuovo il presidente della Corte – "Siete conosciuto come il demone di Avignone ma questa corte deve sapere il vostro vero nome. Parlate dunque!"

Il silenzio scese nuovamente…

La voce s'impose, calma e rilassata.

"Dorian Vassiliev…".

Il timbro asciutto dal sapore straniero al dialetto parigino come pure a quello francese si staccò duro dal centro della sala.

"E' dunque questo il vostro nome?" – chiese nuovamente il presidente.

L'altro fece un cenno della testa, senza ripeterlo.

Non pronunciò altre parole, né in quel momento, né in seguito.

Oscar restò ammutolita, mentre il processo procedeva con le prime dichiarazioni delle accuse e la presentazione di coloro che avevano perso una figlia, una sorella, una moglie, chiamati a testimoniare della loro terribile esperienza.

Oscar si ammutolì incapace di ascoltare una parola di più di quella procedura lenta e terribile…

Gli occhi pietrificati sull'imputato, immobile, silenzioso, lo sguardo basso e lei alla ricerca di un particolare, un gesto, un respiro che gli desse contezza dei suoi dubbi…

Tentò di osservare le mani bianche, le dita lunghe ed affusolate e poi il viso parzialmente nascosto dalle ciocche di capelli biondi e scompigliati che incorniciavano il volto.

Nessuno lo aveva mai visto fino a quel momento.

Nemmeno lei.

Gli ordini ricevuti erano stati che cibo e acqua e quanto necessario al prigioniero fossero fatti passare nella cella in cui lui era rinchiuso attraverso le sbarre.

Nessuna lama o rasoio o coltello sarebbero potuti entrare e solo una persona, un vecchio reduce di guerra della regione di Avignone dove era stato catturato l'uomo, si era offerto, nonostante il pericolo, di accudire il prigioniero e aveva avuto il permesso di varcare la soglia.

Quel vecchio adesso se ne stava in un angolo, in disparte, quasi addormentato dalla noia di quel rituale ormai arrivato alla decima deposizione, sostanzialmente uguale alle precedenti.

Il testimone si alzava, riconosceva il lembo di stoffa o l'indumento ritrovato nel luogo dove era stato arrestato il demone, pronunciava il nome di colei a cui apparteneva e poi veniva fatto accomodare.

Non c'era altro.

Pochi istanti dedicati a ciascuno dei parenti delle vittime, poche domande e la folla muta assisteva a quello strano processo, altrettanto silenzioso ed anomalo mentre gli sguardi tutti parevano calamitati dalla dissonante calma dell'imputato.

Nessun movimento, nessun gesto, pareva che quello non respirasse nemmeno…

Nulla che consentisse di scrutare meglio il viso oppure che rivelasse un qualsiasi indizio che dicesse chi era realmente quella persona…

Oscar rimase lì, inchiodata a quella figura, ad ammirarne la posa immobile, mentre la mente correva a quella notte, e alla notte ancora precedente, a Saint Sulspice…

"Che cosa sono?" – chiese André vedendosi sventolare sotto il naso alcuni foglietti stretti nella mano di Alain.

Il soldato gli si era avvicinato, in un momento di relativa calma, fuori, nella piazza del Palace de Justice.

Il sole ora debole e freddo lambiva a mala pena i tetti dei palazzi mentre nelle stradine intorno, strette nella morsa del ghiaccio ed immerse nell'ombra gelata degli edifici, i cumuli di neve emanavano il sentore del fango freddo e sporco.

"Li riconosci? Sono alcuni dei biglietti che mi ha fatto avere Diane…li ho conservati. Volevo sapere se riconosci la scrittura…" – chiese Alain.

Il tono era greve, Alain pareva quasi un'altra persona, quasi non avesse di fronte a sé André, ma un nemico, catturato durante un'incursione, sottoposto all'interrogatorio per estorcergli chissà quale diabolico piano…

André li afferrò, altrettanto serio.

Non ci mise molto a riconoscere la grafia, la stessa apposta su altri due piccoli fogli che lui stesso aveva conservato, quelli che aveva ricevuto da Mòse quando il bambino non era riuscito a consegnarli in tempo ad Alain e che l'avevano indotto poi a recarsi alla residenza dei Duchi di Livrer per accompagnare Diane a casa.

Davanti a lui, tutti insieme, rivelavano un elemento comune, quello della grafia di una persona altrettanto conosciuta, da sempre, da quando lei stessa gli aveva insegnato come tenere la penna in mano e poi a scivere le prime lettere, quando il precettore terminava le lezioni.

Così il Generale Jarjayes avea deciso quando André era arrivato nella sua casa e così André aveva imparato a leggere e a scrivere assieme ad Oscar.

Ed era stata lei stessa ad aiutarlo a recuperare gli anni perduti, quando il precettore se ne andava.

Conosceva la sua grafia, dapprima infantile e poi sempre più adulta e tesa…

Quei biglietti li aveva scritti senz'altro lei.

Tutti…

Perché?

"No…mi dispiace…non credo di aver mai visto questa grafia…" – disse André restituendo i foglietti ad Alain e distogliendo lo sguardo per tornare ad osservare la piazza.

La scarsa chiarezza di quella faccenda gl'imponeva cautela. Doveva chiederlo ad Oscar il perché…

Anche se sarebbe stato difficile mentire ad Alain che non era stupido e che ci sarebbe arrivato da solo, prima o poi, a comprendere che quella era la grafia del loro comandante…

Alain se lo ripeteva nella testa che non poteva che essere di quella donna, visto che Diane era salita sulla carrozza della famiglia Jarjayes e poi sempre Diane se n'era uscita con quella storia dei biglietti scritti da una fantomatica dama di compagnia dei Livrer e…

Una specie di grugnito di disapprovazione si perse nel vociare frenetico della gente che trascinava via i pensieri ed il respiro vitreo…

Per il momento tutto s'impantanava in una sordida ed evanescente deduzione, forse storpiata fino all'inverosimile dal fatto che c'era di mezzo Diane in tutta quella storia e Alain semplicemente smetteva di ragionare quando c'era di mezzo Diane, schiacciato dalla paura terribile che le accadesse qualcosa.

Ma Diane non era il tipo da nascondergli nulla e lei non gli avrebbe mai taciuto che un personaggio come il loro comandante si fosse interessata a lei…

Dio…perché…

André era l'unico in grado di riconoscere quella scrittura…

André se ne stava zitto.

Che ci fosse anche lui dietro tutta quella storia?

Che Alain si fosse davvero lasciato prendere dalla foga di vedere sua sorella sistemata con un buon partito al punto da restare abbagliato dal marcio che poteva celarsi dietro i modi compiti e gentili di…

Quello è sempre stato il tirapiedi del comandante…non ti consiglierei di lasciarlo girare attorno alla tua Diane. Quello farebbe qualsiasi cosa per il suo comandante…

Alain tirò un respiro più fondo.

La stonata litania del rozzo Sabin non lo mollava un istante…

Si risolse a squadrare André con lo stesso sguardo torvo d'un tempo, quando si erano appena conosciuti e Andrè gli aveva detto di essere il figlio di un falegname e che desiderava entrare nei Soldati della Guardia, tacendo di aver lavorato per oltre vent'anni al servizio di una famiglia nobile e di conoscere già il nuovo comandante.

Lavorare per i nobili non deponeva per coscienza popolana e sanguigna, tanto che allora molti dei soldati avevano persino pensato che André fosse una spia.

Alain si era semplicemente fatto gli affari suoi ma quei particolari nascosti gli avevano fatto dubitare della sincerità dell'amico…

I motivi non gli interessavano.

Adesso sì, invece.

Adesso Alain voleva esser certo che André non gli stesse nascondendo nulla. Adesso c'era di mezzo Diane e nessuno, nemmeno André, poteva permettersi di mentirgli o tacergli qualche particolare, anche insignificante, che riguardasse la sorella.

Se quel dannato legame con quella donna avesse finito in un modo, un qualsiasi modo, per interferire sulla sincerità dell'altro…

Alain sollevò lo sguardo verso André.

In silenzio gli fece comprendere che quella risposta non gli piaceva, per quanto non avesse elementi per contestarla. Non gli piaceva e sarebbe andato fino in fondo per scoprire la verità.

La verità in effetti cominciava ad assumere fisionomie ed identità del tutto anomale e quasi irriconoscibili, dato che coloro che avrebbero dovuto avere la lucidità necessaria per cercarla e riconoscerla e comprenderne i reali contorni, parevano averla smarrita, quella lucidità, sepolta sotto una coltre di indicibile dolore, quello che si animava nella testa e nel cuore di Oscar, nonostante lei avesse fatto di tutto per dirsi che quella bambina non poteva essere morta…

Se l'era ripetuto molte volte dal momento in cui Mimose era sparita, in quel modo assurdo…

Ma che lassù sul tetto dell'Entrague avesse incontrato la stessa persona che se ne stava dritta in mezzo alla sala del Palace de Justice a subire un processo per il quale era stato rinchiuso alla Basse Gêole da quando era arrivato a Parigi…

Era del tutto assurdo.

Quello era sempre stato chiuso là dentro.

Come poteva essere che lei l'avesse visto lassù…

Era assorta a comprendere, talmente assorta, che non si accorse di essere a sua volta osservata.

E poi d'improvviso fu costretta a voltarsi per ritrovarsi sotto lo sguardo freddo e severo del Colonnello Stevenov che se ne stava in disparte attendendo che lei si accorgesse della sua presenza come se lui li vedesse i suoi incubi e ce la volesse lasciare dentro.

Lo sguardo sorpreso non ebbe effetto sull'altro.

Oscar si voltò.

Le mani strette alla balaustra fredda mentre ascoltava giungere da lontano le parole del presidente della corte che dettava il calendario del processo.

Si voltò di nuovo verso la sala e si accorse che i secondini stavano prelevando il prigioniero per riaccompagnarlo nella cella.

Doveva vederlo in faccia e senza nemmeno fiatare si affrettò per guadagnare le stanze che conducevano verso l'uscita.

La folla era accalcata fuori, tenuta a stento a bada dai soldati…

Tra tutta quella gente ci poteva ben essere qualcuno che avrebbe volentieri fatto la pelle al prigioniero o magari avrebbe voluto farlo evadere e così mettere in ridicolo l'autorità del re e del perfetto funzionamento di tutti i suoi subordinati…

Oscar riuscì a raggiungere con facilità la stanza dove le guardie avrebbero preso in consegna l'imputato: da fuori giungevano cori di scherno e poi grida e richieste di consegnare il prigioniero e che un cappio da qualche parte si sarebbe trovato…

Una folla di nuovo inferocita, come accadeva sempre più spesso, come era accaduto solo due giorni prima ed era quella folla che forse i sovrani e tutti coloro che governavano il paese avrebbero dovuto iniziare a temere.

"Devo vedere il prigioniero…".

I soldati si misero sull'attenti ma restarono a fianco dell'uomo perché quelli erano gli ordini.

"Solo un istante…" – chiese Oscar mentre dall'esterno si apprendeva che i soldati erano riusciti finalmente a liberare le strade e che la carrozza era pronta per riportare in cella il prigioniero.

Oscar corse allo sguardo dell'altro e nello stesso istante lui sollevò gli occhi verso di lei…

Uno sguardo chiaro, quasi trasparente seppure cupo ed ambiguo.

Nell'oscurità della cella, Oscar si ritrovò piantati addosso occhi colmi di uno strano sorriso di compiacimento che accompagnarono il movimento dell'uomo che si alzò trovandosi così alla sua altezza.

In un istante le fu vicino, talmente vicino che nemmeno i soldati che li attorniavano si resero conto di quella sorta di unione, non facendo in tempo ad impedirla, né lei ad indietreggiare per sottrarsi alle poche parole che l'altro le disse, a voce bassa, suadente e un poco beffarda…

"Adesso chi è il tuo padrone? Chi è?"

"Vieni via!" – gli urlò un soldato afferrando l'uomo per un braccio per trascinarlo fuori.

Il gesto interruppe lo strano flusso di parole, senza senso, se non che Oscar si disse e si ripetè d'averle già sentite.

L'uomo venne allontanato e portato via ma la voce continuò a risuonare nel corridoio scuro della piccola cella fredda.

"Rosa…pura…pulchra…but…you're dangerous…".

Parole dal significato incerto si mescolarono al flusso degli ordini dei secondini e delle guardie e delle imprecazioni che rimbombavano da fuori.

Oscar si voltò tentando di rincorrere il gruppo che si stava avviando verso l'uscita, perché lei voleva afferrare il senso di quelle parole e l'unico sistema era afferrare l'altro e tenerlo lì e togliergli il cappuccio dalla testa e guardarlo in faccia e chiederglielo.

Nessuno di questi gesti corrispondeva agli ordini ricevuti. E tanto meno alle precauzioni che si era ripromessa di osservare nei confronti di quello strano soggetto…

Perché era impossibile mettere a tacere l'attrazione verso chiunque riuscisse a colmare i dubbi della sua indole…

Io non ho padroni…- si ripetè a voce bassa.

I passi furono rapidi ma non altrettanto la lucidità della mente.

Sollevò lo sguardo e si sentì attraversata da uno strano senso di smarrimento.

Quell'uomo era stato lassù, sul tetto dell'Entrague.

Adesso ne era certa.

L'avrebbe guardato in faccia e glielo avrebbe chiesto perché altrimenti sarebbe impazzita e se lui le avesse detto che c'era stato veramente lassù lei sarebbe impazzita lo stesso perché sarebbe stato impossibile.

Il respiro si perse nell'assurda sequenza di avvenimenti impossibili e il cuore smise di battere perché non era da lei lasciarsi attrarre da simili congetture senza senso, senza un appiglio logico e tangibile come era accaduto sempre nella sua vita.

Vide il prigioniero uscire dall'ultima stanza, quella che dava sul cortile interno di Palace de Justice e anche lei si precipitò fuori.

Ormai era l'imbrunire ma gli occhi furono abbagliati dalla luce del cielo incendiato da un tramonto di fuoco rosso, striato di grigio.

Nelle orecchie le grida della folla fino ad un istante prima dispersa e lontana…

Trattenuta dalle sbarre dei cancelli, distanziata quanto bastava per impedire che si avvicinasse alla carrozza del prigioniero.

La certezza s'infranse contro suoni ben più netti e distinti e vicini…

Un gruppo di popolani inferociti si riversò velocemente dentro il cortile, piombando sulla carrozza, come un fiume in piena, e poi circondandola, mentre i soldati spianavano le baionette e si disponevano a raggera ordinando a tutti di stare lontano.

Se quella gente fosse riuscita a tirare fuori il prigioniero sarebbe stato il fallimento dell'incarico che aveva ricevuto.

Come aveva fatto quella gente ad entrare?

Poche domande mentre Oscar ebbe realmente la sensazione che adesso tutto sarebbe finito in un istante perché la folla era armata di bastoni e sbranghe e le brandiva contro la carrozza mentre i cavalli si erano innervositi ed altrettato i soldati che non avevano nessuna intenzione di finire massacrati per proteggere un prigioniero che sarebbe finito alla forca entro breve.

L'ordine fu di sparare in aria, per disperdere la gente…

Anche se la rabbia era vera ed era reale, in quel paese, il suo paese, regnava l'ordine che il re aveva imposto, e quell'ordine non doveva essere violato, perché altrimenti sarebbe stato il caos…

E l'ordine, quell'altro, quello di sparare in aria, uscito dalla sua bocca, voleva evitare l'identico inferno che sarebbe esploso se i soldati avessero sparato contro la gente.

I colpi si susseguirono in aria, uno dopo l'altro, seguiti dalle grida della folla che impaurita si disperdeva anche se alcuni continuavano ad insistere per aprire la carrozza e tirare fuori il prigioniero.

Oscar riuscì ad avvicinarsi alla porta e guardò dentro.

L'uomo era seduto in un angolo, immobile. Pareva non provasse il minimo timore per quanto stava accadendo intorno a lui, quasi non comprendesse che una volta tirato fuori da lì la gente l'avrebbe passato a fil di spada.

S'era passati in un istante dalla sordida ammirazione al desiderio sfrenato di vendetta.

"Allontanatevi presto!" – ordinò ai due soldati che si trovavano già a cassetta per partire.

I cavalli frustati s'innervosirono ma riuscirono ad avanzare senza travolgere nessuno.

La furia contro il mezzo non si placò.

Semplicemente, quelli che si trovavano attorno alla carrozza, vedendola partire, d'istinto si voltarono verso di lei, cercando con gli occhi il latore dell'ordine.

Gli sguardi furibondi la squadrarono e l'onda incandescente si sollevò perché era lei quella che dava gli ordini

Le grida si acquietarono solo pochi istanti per poi risalire in un vociare inferocito…

Molti si fecero contro di lei che si trovava lì e la sua divisa non passava inosservata…

Di nuovo si vide bersaglio facile contro cui sfogare l'impotenza e la rabbia…

Il repentino capovolgimento dei ruoli la costrinse ad estrarre la pistola.

Il braccio si stese ad altezza d'uomo.

Non poteva sprecare il colpo semplicemente tentando di spaventare quella piccola folla inferocita.

Accanto a se percepì lo scatto di un grilletto armato e vide un'altra pistola puntata nella stessa direzione.

Qualche istante di sospensione e Oscar pensò che le due armi, seppure con un colpo in canna ciascuna, avrebbero fatto desistere gli assalitori rozzi e senza altre armi che non fossero appunto rudimentali bastoni.

Il cuore si perse e lei sussultò mentre intravide il passo falso, forse un gesto maldestro, di uno di quelli in mezzo alla folla.

Il respiro si perse spezzato dallo sparo che la colpì al cuore mentre vide l'uomo che era avanzato ricacciato all'indietro, colpito a bruciapelo dalla pallottola che le era sfilata accanto…

Lo vide cadere a terra tra le grida di terrore degli altri assalitori.

Ebbe solo il tempo di voltarsi allora per scorgere il volto freddo e distante del Colonnello Stevenov, l'arma in mano leggermente sollevata.

"Così accade nel mio paese. Chi mette in pericolo l'ordine stabilito non merita di vivere…e credo qui sia lo stesso…" – sibilò l'altro mantenendo gli occhi sul gruppetto che adesso si sfaldava impaurito.

"Non dovevate…" – ebbe a mala pena il tempo di rispondere Oscar.

Un colpo di fucile si perse nel caos di quel momento e poi un altro ancora.

"Via di qui!" – sentì dire all'ufficiale russo che l'afferrò per un braccio e la trascinò di nuovo dentro e lei si lasciò trascinare incapace di opporsi.

Pochi passi ed entrambi si ritrovarono dentro una stanza vuota, buia…

"Mai abbassare la guardia…" – chiosò Stevenov tornando ad Oscar che con uno strattone si era divincolata e liberata dalla presa.

"Non avevate il diritto di uccidere quell'uomo!" – replicò lei in preda alla rabbia.

"Avrei dovuto lasciare che quella gente vi uccidesse?" – chiese l'altro freddamente – "Non vi pare di aver rischiato la vita un po' troppe volte in questi ultimi tempi?".

Oscar si bloccò impietrita da quelle parole.

"Non era affar vostro…".

"Non credo proprio".

Stevenov con un calcio chiuse la porta e poi si avvicinò ad Oscar.

"Un giorno avrò il tempo di raccontarvi come le donne vengono trattate nel nostro paese…e vi sorprenderà sapere che al contrario del vostro, nel mio, esse possono diventare imperatrici e fare figli e scegliersi un marito e comandare un esercito e dichiarare anche una guerra se vogliono…".

"Che vorreste dire con questo?".

"Per adesso niente…ma solo avvertirvi che una donna come voi qui, in Francia, mi pare del tutto fuori posto…se foste stata in Russia non avreste avuto alcuna remora a sparare voi stessa a quell'uomo…l'ho fatto io al vostro posto, solo per togliervi dall'imbarazzo…".

"Voi non sapete ciò che dite!" – gridò Oscar furiosa – "Sparare ad un uomo disarmato…non è giusto… in Francia o in Russia per me non fa alcuna differenza!".

"Ah si? Me ne ricorderò!" – rispose quasi beffardo Stevenov.

Lei riuscì solo a squadrarlo furibonda.

Quel gesto imperdonabile veniva giustificato con la scusa che non dovesse essere lei a sporcarsi le mani…

"Vorrà dire che la prossima volta, se accadrà che qualcuno decida di farvi la pelle, farò in modo che quel qualcuno sia ben armato, così da permettermi di ucciderlo a mia volta…a ragion veduta s'intende!".

"Colonnello Stevenov…".

Il respiro si fece corto…

S'infranse contro la risata cinica dell'altro…

"Ebbi d'intorno frangenti di morte, torrenti minacciosi m'atterrirono, m'attorniarono reti d'inferno, ebbi d'innanzi tranelli mortali…ma il Signore invocai nella distretta, al mio Dio rivolsi il mio grido: dal suo Tempio egli udì la mia voce, giunse il mio grido negli orecchi suoi…stese dall'alto la mano e mi prese e mi sottrasse all'empio dell'acque…" – continuò di rimando l'uomo facendosi contro di lei…

Quella verità, l'unica, la più splendente e disarmante e facile e salda, si stava dissolvendo, a poco a poco, giorno dopo giorno, sovrastata dal grido acuto e terribile di Mòse che cadeva dal tetto…

E poi dalle grida inferocite della folla che a Saint Antoine aveva deciso di prendersi la vita di due persone credendole entrambe nobili, perché i nobili non potevano più continuare ad essere i padroni del loro paese…

E Oscar aveva richiato di perdere André…

André, nemmeno lui era più lo stesso.

Nulla era più lo stesso.

La verità aveva assunto fisionomie ed identità del tutto anomale e quasi irriconoscibili, e lei adesso non aveva più la lucidità necessaria per cercarla e riconoscerla e comprenderne i reali contorni, perché la sua forza e la sua lucidità dipendevano da altro, altro che non fosse lei sola, unica, senza di lui…

"Voi siete assolutamente una donna fuori dal comune…la vostra femminilità e la vostra sensibilità sono tanto potenti quanto voi le tenete nascoste agli occhi del mondo…".

Oscar ascoltava in silenzio e quelle parole scendevano giù nella gola e nello stomaco.

"E più vi ostinate a nascondere il vostro essere donna e più esso vi contrae e combatte per venire in superficie e respirare e farvi respirare e mostrare a tutti chi siete in realtà…non necessariamente una donna…".

Oscar smise di respirare.

S'immobilizzò pensando che quell'altro le stesse leggendo nel pensiero.

Che cosa sto facendo?

Sono qui in questa stanza davanti ad un uomo che a mala pena conosco e che invece pare conoscermi molto meglio di me stessa…

Lei pensava e lui traduceva quei pensieri in parole…

E poi la osservava e dal semplice moto del viso intuiva il consenso alle proprie asserzioni.

Era come se la stesse spogliando dei dubbi, delle forzature che avevano da sempre animato i suoi gesti, delle regole che le erano state imposte dalla sua educazione e che lei, nel profondo, non aveva forse mai accolto…

Oscar ascoltava e respirava piano…

Ebbi d'intorno frangenti di morte, torrenti minacciosi m'atterrirono, m'attorniarono reti d'inferno, ebbi d'innanzi tranelli mortali…tranelli mortali…

Sorgi o Signore nel tuo sdegno, levati contro l'astio dei miei nemici.

Sorgi per me nel giudizio che intenti, ti circondino i popoli in folla…

Aiuto, o Signore, chè morta è la pietà, scomparsa è la fede, tra i figli dell'uomo.

E' menzogna il parlare dell'uno con l'altro, son labbra bugiarde, son cuori mendaci.

Oh estirpi il Signore ogni labbro bugiardo, disperda ogni lingua che parli superbia…

La verità fa male ma consente di guarire…la verità annienta ma la si deve accettare…

Le dita dell'uomo si spinsero su verso il colletto dell'uniforme, inserendosi leggere nel punto in cui le due piccole falde si chiudevano, ancorate allo stemma che silenziosamente venne abilmente scostato da un gesto infinitamente sapiente e silenzioso ed impercettibile.

"Chi vorreste essere?" – chiese Stevenov – "Soltanto voi dovreste deciderlo e nessun altro…ma potrebbe essere che non sia qui, in questo paese, in questa città, che voi troverete la risposta".

Un altro piccolo ostacolo, i primi due occhielli dell'uniforme, vennero superati e le dita si insinuarono calde sul collo, morbido e libero, libero di respirare anche se Oscar pareva non respirare più.

Esse saggiarono la consistenza della pelle…

Esse si chiusero a poco a poco stringendosi ancora e ancora sul collo di lei.

Un istante ed il respiro si chiuse.

Un istante e le mani di Oscar si avventarono su quella di Stevenon chiusa su di lei e gli occhi corsero a quelli di lui.

Stevenov pareva affranto dall'improvvisa reazione.

Non arrabbiato, non indispettito…

Semplicemente triste…

Oscar si sfilò velocemente sulla destra…

"Devo uscire…" – disse con un filo di voce.

Stevenov si scostò e fece il saluto militare. Lei uscì senza dire una parola…

Solo allora Oscar si accorse che il colletto dell'uniforme era aperto…

Solo allora…

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