Non avrebbe mai pensato che il pianto fosse così stancante per
un leone. Più stancante di un assalto. Più stancante di
una lotta. Il pianto. Da quanto non piangeva? Ora recedeva piano nell'
oblìo, come se fosse morto, quasi che la sua anima lacerata
fosse stata in procinto di cadere nel nulla, e uno strano torpore gli
prendeva le membra, lo afflosciava, lo rimandava in una placenta
sconosciuta, non un grembo caldo, solo un grembo.
Cosa gli accadeva? Erano i fiori d' oppio? Era Mur che stava chiudendo
i suoi chakra perchè lui potesse addormentarsi e non sentire la
morsa del dolore?
Si era aspettato di dover combattere per costringere Mur a tornare. Si
era aspettato di doverlo forzare. E infatti avevano combattuto. Senza
scagliare un colpo. E lui aveva perso. Poteva obbligare Mur a seguirlo
docile e sottomesso come una sposa obbediente e taciturna,
perchè no? Non poteva obbligarlo ad amarlo.
E senza il suo amore, averlo anche a tre Case di distanza era inutile.
Era stato meglio averlo a mille vite di distanza, ma con amore vero.
Mur aveva detto che quel tempo era finito... finito... eppure lui...
ora... era lì, sulle ginocchia di Mur... che si...
addormentava...
Quando l' ultima resistenza della sua coscienza cadde, Mur tolse il
velo torpido che gli aveva psichicamente creato attorno. Avrebbe
dormito ancora, avrebbe recuperato le forze senza pensare né
sognare, e al suo risveglio forse avrebbe smaltito il colpo secco della
delusione.
' Come ti senti, Mur?'
La voce dentro di lui fluttuava stranita. Per un istante rimase in
dubbio se fosse Dohko. E poi vide che non era Dohko per via empatica,
ma solo il suo Sé Superiore.
' Come mi sento...? Non so dirlo... non ancora...' mormorò Mur,
e i suoi occhi indugiarono sui lineamenti di Ioria, addolciti dal
sonno.
Povero Cavaliere. Pover' uomo preda di un abbaglio di solitudine!
Nonostante la sua scorza, il suo coraggio, nonostante il Sacro Leo e
tutto il resto! Aveva letto negli occhi di un asceta, benevolente per
vocazione verso tutto il Creato, un amore che era stato. Un trasporto
che aveva radici ataviche. Una dolcezza che era solo simulacro di
gratitudine. Si era rifugiato in Tibet per sfuggire a quel flusso
dorato e caldo che giungeva dal tempo passato.
' Io ti sono grato per quella vita.', sussurrò Mur, chinandosi a
guardarlo, sussurrandogli nell' orecchio qualcosa che lui avrebbe
ricordato al suo ritorno, quando si fosse risvegliato di notte nella
Casa di Leo, ' Ti sono grato per avermi reso, allora, una sposa felice.
E per non avermi battuto come accadeva spesso alle donne. E per avermi
fatto ridere, anche...'
Si fermò, come soprappensiero.
'... Ma é mio compito avere cuore aperto per chiunque. Ci si
alleni a fare il bene che dura a lungo e produce felicità: si
realizzi la generosità, la calma interiore e il pensiero colmo
di benevolenza; con queste tre condizioni che conducono alla
felicità, il saggio certamente rinasce nel beato mondo
imperturbato. Eppure sai da tempo, Aiolia, che questa massima dell'
Itivuttaka é il mio motto. Con questa nuova consapevolezza
tornerai ad abitare la tua Casa in Grecia. E dimenticherai la strada
che porta verso Mur. E' un' anima ancora tanto giovane la tua...
é giusto che trovi un amore ancora... se ne sarai capace.'
Tutta la delicata dolcezza che Ioria credeva di avere visto negli
occhi di Mur era niente più di affettuosa riconoscenza per un
passato che Mur ricordava alla perfezione, mentre in Ioria era solo un
frammento di emozione, di sensazione, a cui lui correva appresso.
' Ma questo non ci dà, Aiolia, né la Conoscenza,
né la Verità... e purtroppo io so che la mera Conoscenza
e la mera Verità ad un amante non possono bastare... che a te,
finché sei così giovane, non possono bastare... la
Verità per te non sta in un flusso di vita che scorre, in un'
anima che si riunisce all' Atman, in un mondo che finisce il suo ciclo
in bellezza e perfezione, in una pianta che obbedisce alla stagione, ma
in un allenamento ben eseguito, in un bacio che si riceve, in un corpo
che si spoglia, in un' ora di piaceri carnali... e io sono una bella
immagine, che tu ammiri come si ammira il biancore di una statua, i
lineamenti cesellati, la forma gradevole.'
Guardò verso lo specchio di Cina, e si sentì solo, senza
il conforto di un amico che comprendesse la profondità dei suoi
pensieri.
' Ah, l' Amore... Dohko... Shin... voi direste che nessuno riesce ad
essere saggio di fronte ad esso. Nemmeno il Grande Mur. Quindi men che
meno un simile Gattone. Non c' é colpo del Sacro Leo che tenga,
di fronte ai colpi del cuore, Grande Maestro dei Cinque Picchi.'
Gli parve di scorgere, nel riflesso cieco, gli occhi vetusti di Dohko
che si chiudevano e si riaprivano lentamente come in segno di stoico,
generoso assenso.
Tornò a contemplare Ioria con amabile indulgenza.
Povero Ioria. Fratello perseguitato del povero Micene. Vissuto nel
dolore e nella vergogna sotto la tirannia di Arles. Condannato da
sé a tredici anni di esilio per rimediare a quello che aveva
creduto il crimine del fratello. Ingannato da tutti. Ingannato anche da
se stesso e dai suoi sentimenti. Se lo ricordava allora con uno
spessore morale minore, poca calma e molta rabbia, ma non c' era di che
meravigliarsi dopo tanta sofferenza. Poi qualche passetto avanti nell'
evoluzione l' aveva fatto.
Mur sentì che il suo cuore si stringeva in una misericordia gentile.
' Oh, mi spiace davvero. Davvero.'
Ioria dormiva il sonno senza sogni di Morfeo e non sentì le labbra profumate di Mur sfiorare le sue.
