Capitolo 20.

Quantico, Virginia
Si guardavano, a pochi passi l'uno dall'altra, in silenzio. Hope distolse lo sguardo per prima, tornando ad osservare la foto che teneva ancora fra le mani, non trovando il coraggio di chiedergli una spiegazione per quello che le si palesava davanti agli occhi. Si chiese se non fosse quello il motivo per cui non le permettesse di entrare nella sua vita, il fatto che fosse innamorato dalla bionda sconosciuta era evidente.
- Scusami, non avrei dovuto – balbettò mentre sentiva Spencer avvicinarsi.
Chiuse gli occhi, pronta a sentirsi strappare la cornice di mano ed incontrare lo sguardo contrariato di lui. Sicuramente sarebbe stato arrabbiato per quella sua invadenza, magari le avrebbe chiesto di andarsene e non farsi più vedere. Avvertiva di nuovo quel groppo alla gola e si sforzò di non piangere, sarebbe andata via senza fare scenate se era questo che lui voleva. Sentiva il calore del corpo di lui appena dietro alle sue spalle, mentre tornava ad aprire gli occhi vide una mano dirigersi verso la foto come si era immaginata.
Ma non andava come previsto, perché le mise il braccio libero intorno alla vita stringendosela contro e la mano si chiuse mentre l'indice passava in rassegna le persone ritratte.
- Morgan già lo conosci – cominciò a parlarle nell'orecchio, mentre poggiava il mento sulla sua spalla – Questo con la faccia seria è il nostro capo, Hotch, in più di tre anni non l'ho mai visto sorridere apertamente. E' una delle persone più serie che conosco, è anche un ottimo capo.
Hope sbatté le palpebre, rendendosi conto che lui stava buttando giù il muro che aveva eretto intorno alla sua vita e ai suoi amici. Tornò a concentrarsi sulla foto mentre Spencer continuava a spiegarle quello che stava vedendo.
- Questa è la famosa Garcia – disse indicando la bionda vestita in modo variopinto – Ti ricordi? Io e Morgan abbiamo detto che Fanny le somiglia. Anche lei ha il vezzo di trovare un nomignolo per tutti e di chiamare le persone con strani vezzeggiativi. E' la nostra tecnica informatica, se ti serve un'informazione lei può trovarla in un batter d'occhio. Questa ragazza mora, invece, è Prentiss esperta in lingue oltre che profiler. Ha lavorato per anni all'Interpol, non so con che mansione, è molto riservata al riguardo. Questo è l'agente Rossi, il più vecchio in servizio, uno dei fondatori dell'Unità. Aveva lasciato l'F.B.I. e si era messo a scrivere libri, con un discreto successo aggiungerei. E' una brava persona e un ottimo profiler, sempre disponibile ed aperto, tu gli piaceresti molto.
- E l'altra ragazza bionda? – chiese con un filo di voce.
- E' JJ la nostra addetta alle comunicazioni. Si occupa di sottoporci i casi e di tenere i contanti con le forze dell'ordine che richiedono il nostro intervento, si occupa anche dei nostri rapporti con la stampa.
Hope guardò la mano che si ritraeva per andarsi a posare sul suo braccio, mentre sentiva il naso di lui strusciarle sulla guancia. Allungò la mano per rimettere a posto la cornice, ancora in dubbio se chiedergli o meno delucidazioni in merito al suo rapporto con JJ. Alla fine prese un respiro e decise di cambiare argomento.
- Il caffè si starà freddando – disse poco convinta, mentre le braccia di lui si erano chiuse intorno alla sua vita.
- Hope… - c'era urgenza nella sua voce e il modo di stringerla era più un volerla trattenere che un abbraccio.

Non sapeva come erano finiti avvinghiati sul divano, continuando a baciarsi. Sentiva le mani di lui agitarsi curiose, abbandonando di tanto in tanto le spalle e il suo viso per scivolare furtive lungo il fianco. Si rese conto che doveva parlargli subito, perché la situazione rischiava di sfuggire di mano ad entrambi. Non voleva fermarlo, solo fargli presente che era la sua prima volta… Annaspò, rendendosi conto che una mano curiosa si era insinuata sotto la gonna e stava lentamente risalendo dal ginocchio.
- Spencer… - cercò di richiamare la sua attenzione, mentre lui le affondava il viso nell'incavo del collo – Devo… devo dirti una cosa.
Il ragazzo si fermò di colpo tirandosi su a sedere, mentre la guardava con sguardo annebbiato. Era evidente che aveva fatto uno sforzo non indifferente per separarsi da lei. Hope lo seguì, mettendosi a sedere a sua volta, ma avvicinando il viso a quello di lui alla ricerca del suo calore.
- Scusami – balbettò lui tirando indietro i capelli – Forse tu non vuoi…
- No, è solo che… - lo guardò ancora un momento prima di chiudere gli occhi e tornare a baciarlo.
Era di nuovo avvinghiati, anche se stavolta erano entrambi seduti. La ragazza affondò le mani nei capelli di lui e se lo tirò contro, insicura su come proseguire il discorso che aveva cercato di prepararsi in vista di quell'evento. Scostò leggermente il viso da quello di lui e tornò a guardarlo.
- Io non ho mai… insomma… - decise di andare subito al punto – Sono ancora vergine.
Spencer si ritrasse, guardandola stupito. Era la reazione che di solito avevano i ragazzi quando lei confessava la propria inesperienza in quel settore. Si fece cadere la mani in grembo e chiuse gli occhi, pronta ad ascoltare le solite scuse patetiche con cui i ragazzi cercavano di liberarsi di una frana come lei. Si chiese se non sarebbe stato meglio tacere e lasciare che lui continuasse, ma voleva che la sua prima volta fosse speciale e non qualcosa di buttato lì.
Il ragazzo chiuse la mano e cominciò a carezzarle piano la guancia con le nocche, per poi avvicinarsi ancora e catturare di nuovo le labbra di lei. Hope si lasciò andare, appoggiando tutto il peso del busto contro l'esile torace di lui. Decise che qualsiasi cosa seguisse le sarebbe andata bene, non aveva grosse aspettative riguardo la perdita della verginità. Aveva ascoltato abbastanza racconti di altre ragazze da sapere che avrebbe provato dolore, anche se minimo, e che per i fuochi d'artificio avrebbe dovuto fare un po' di pratica. Eppure era sicura che con lui sarebbe stato speciale fin da subito, forse perché lo vedeva così delicato e gentile, oppure per i forti sentimenti che provava per lui.
- Se vuoi aspettare, per me va bene – le stava mormorando nell'orecchio, mentre il suo tocco si faceva meno urgente e più gentile – Non c'è fretta.
Si strinse a lui, nascondendo il viso contro il suo petto, estremamente rasserenata dalla reazione quasi noncurante di lui a quel piccolo intoppo. Quel suo precisare che non c'era fretta era una specie di rassicurazione, per lui non era un problema aspettare e non era un problema neanche il fatto che lei non l'avesse mai fatto prima. Si chiese se esistesse al mondo un altro ragazzo così speciale e si sentì infinitamente fortunata ad averlo incontrato.
- Non voglio aspettare – arrossì della propria intraprendenza, mentre decideva di esternargli i propri sentimenti – Spencer, io…
In quel momento partì la suoneria del cellulare di lui, troncandole le parole in bocca. Si separò controvoglia, chiedendosi perché quei maledetti arnesi riuscissero sempre a rovinare i momenti belli della vita. Conosceva molte persone che non poteva vivere senza telefonino, lei invece odiava quegli affari sempre pronti a squillare nei frangenti meno opportuni. Inoltre sapeva che quel suono voleva dire che lui avrebbe dovuto lasciarla per correre in ufficio, da qualche parte nel paese qualcuno aveva bisogno di loro.
Sospirò vedendolo alzarsi per recuperare l'apparecchio e si chiese se anche lui fosse deluso di quell'interruzione. Sorrise notando lo sguardo di disappunto di lui mentre premeva il pulsante per rispondere, evidentemente era seccato quanto lei di quell'intrusione. Ci sarebbero state altre occasioni, di questo ne era certa.
- Reid – rispose il ragazzo con voce professionale.
- Spence, sono JJ.
- E' successo qualcosa? – si informò subito lui.
- No, tutto bene. Solo che mi sei sembrato strano e volevo assicurarmi che fosse tutto a posto.
- Va tutto bene – rispose lui tornando a guardare Hope che si era alzata e cercava di rimettersi in ordine i vestiti.
- Ti disturbo? – JJ lo sentiva particolarmente teso e sbrigativo, cosa insolita per lui.
- Ecco… - mormorò lui – Senti, se non c'è niente di urgente ti richiamo io.
- Sei sicuro che vada tutto bene? Sei così strano oggi… Perché non passi a trovarci?
- Forse più tardi – acconsentì lui, guardando la ragazza mora che si apprestava ad andarsene – Sentì, JJ, mi dispiace ma ho veramente da fare. Se mai ti vengo a trovare più tardi. Cerca di riguardarti e prenditi cura del mio figlioccio.
- D'accordo – assentì la bionda, delusa dal disinteresse mostratole per la prima volta dal dolce dottor Reid.
Appena riattaccato si avvicinò ad Hope e le sfiorò la spalla delicatamente. La ragazza mora si girò verso di lui sorridendogli dolcemente, mentre cercava di rimettere in ordine la gonna stropicciata dal loro interludio di poco prima.
- Immagino tu debba andare al lavoro – gli disse guardandolo adorante.
- No, non era una telefonata di lavoro – si avvicinò a lei ancora di un paio di passi e la prese di nuovo fra le braccia.
- Ma… pensavo di aver capito che fosse JJ – lo guardò perplessa – Non volevo origliare però ero qui… hai detto il tuo figlioccio?
- Sì, JJ ha partorito ieri e mi ha chiesto di fare da padrino a suo figlio. Siamo molto amici – provò a giustificarsi lui – Non devi andare via se non vuoi.
- Tu vuoi che io rimanga? – le loro labbra ormai erano vicinissime.
- Voglio che tu resti qui con me – mormorò lui baciandole una guancia.

Continua…