Castle non aveva voluto saperne di incontrarsi al ristorante. Non era una cosa galante, secondo lui. Non aveva nemmeno voluto dirle che programmi avesse in mente per la loro serata, nonostante lei avesse insistito per saperli.

Kate era pronta in anticipo e non sapeva come impiegare il tempo che mancava al suo arrivo. Tamburellava nervosamente le dita sul ripiano di legno a cui era appoggiata. Si passò senza pensarci una mano tra i capelli, ma la tolse subito per non rovinare l'acconciatura, che le era costata sforzi e fatica.
Giocherellò distratta con il lungo filo di perle della collana che aveva indossato dopo una lunga esitazione, a coprire una scollatura che, temeva, fosse eccessiva.
Era tutto l'insieme che non andava bene, si disse per l'ennesima volta, avvampando di frustrazione.

Non capiva perché fosse così agitata e perché non riuscisse a calmarsi, una buona volta. Si sentiva così da metà pomeriggio, quando aveva iniziato a sbirciare l'orologio con regolarità, temendo che succedesse un imprevisto che le avrebbe imposto di scegliere se essere ligia al dovere, come al solito, o se uscire con Richard Castle.
Forse non sarebbe stata una cattiva idea dover rimandare il loro incontro, se doveva sentirsi così male. Non era la prima volta che usciva con un uomo. Perché, quindi, aveva la nausea? Non sapeva come avrebbe affrontato la serata se avesse continuato a sentirsi tesa come un violino.
Si mise una mano sullo stomaco e cercò di fare un respiro profondo, facendo entrare l'aria poco per volta, fino a riempirsi i polmoni.
La lasciò uscire di colpo. Non era servito a niente. Non si era calmata.

Guardò l'ora sul cellulare e vide che mancava ancora qualche minuto. Le sembrarono un'eternità.
Datemi un cadavere. Voglio infilarmi i guanti e andare sulla scena di delitto qualsiasi, anche uno che non mi compete, piuttosto che trovarmi in questa situazione.
Aspettare la faceva andare fuori di testa. La prossima volta sarebbe passata a prenderlo lei, così avrebbe deciso tempi e modi. Avrebbe avuto tutto sotto controllo.
Quale prossima volta? Non sognare, Kate, si ammonì con durezza. Non sai nemmeno se arriverete alla fine della serata senza altre catastrofi.
Fece qualche passo, per il timore improvviso che le si fossero intorpidite le gambe.
Si lasciò cadere sul divano, il telefono in mano, la testa abbandonata sullo schienale. Chiuse gli occhi. Li riaprì quando sentì il bip di un messaggio in arrivo.

Castle aveva mantenuto la sua parola. L'aveva chiamata e le aveva scritto molte volte.
Lei aveva sviluppato nel corso delle ore un rapporto simbiotico con il suo telefono, al punto da portarselo dietro in ogni occasione e controllarlo in modo compulsivo. Si era alzato più di un sopracciglio.
A differenza di quanto successo nei terribili e solitari giorni precedenti, aveva sempre trovato un suo messaggio ad attenderla. Avevano chiacchierato senza sosta.
La sera prima lei aveva fatto molto tardi, dovendo recuperare il tempo perso per la sua sorpresa del mattino.
Era tornata a casa trafelata e molto stanca, si era fatta una rapida doccia, aveva saltato la cena, pregustando il momento in cui avrebbe potuto infilarsi sotto le coperte e chiamarlo. Sapeva che lui la stava aspettando.
Avevano passato più tempo di quanto le fosse sembrato sensato a parlare di qualsiasi cosa fosse loro passata per la mente. Erano stati due fiumi in piena ansiosi di raccontarsi.
Si era stupita guardando l'ora e scoprendo che, di quel passo, avrebbero passato la notte in bianco e lei non sarebbe riuscita ad avere le forze necessarie ad affrontare la lunga giornata prima di incontrarlo.
Ma a lui non lo aveva detto.

Si era ormai abbandonata a uno stato catatonico semi affondata tra i cuscini, quando il trillo del campanello la fece sobbalzare violentemente.
Devo stare calma. Devo stare calma.
Parole al vento, la frenesia si era già impossessata di lei, facendola balzare in piedi e correre alla porta. Si controllò un'ultima volta, solo per avere qualcosa da fare prima di incontrarlo.
Aprì la porta in modo così brusco da generare uno spostamento d'aria.
Ed eccolo apparire bello come il sole, splendente e a proprio agio come se non fosse la prima volta che entrava e sicuro di sé come se avere primi appuntamenti fosse una costante della sua vita.
Forse era proprio così.
Inoltre, ci sarebbe stato da dibattere sulla questione "primo appuntamento" . Con tutto quello che avevano già fatto accadere, forse un'altra definizione sarebbe stata più appropriata. Ma non gliene veniva in mente nessuna.

"Ehi", lo salutòin preda alla confusione.
Ehi.Dove erano finite le sue buone maniere?
Lui le sorrise. Lei pensò che non sarebbe riuscita a reggersi in piedi e si sarebbe afflosciata davanti a lui, morendo proprio lì, sotto ai suoi occhi.
Non morì. Le gambe continuarono a sorreggerla, il sangue non defluì di colpo verso il basso.
Parlare però rimaneva un'attività al di sopra delle sue possibilità. Sarebbe rimasta a fissarlo come un'apparizione sulla soglia di casa nei tempi a venire.
"Sei molto bella", ruppe lui il silenzio, trovando del tutto naturale che lei stringesse in modo convulso la maniglia della porta che non aveva ancora lasciato, che non articolasse suoni e non lo invitasse a entrare.
Kate avrebbe voluto rispondere con qualcosa di molto significativo e brillante, ma il suo cervello non stava mandando impulsi elettrici a nessuna parte del suo corpo, quindi si limitò ad abbassare gli occhi e mormorare un grazie sorridente, a malapena udibile.
Che cosa le stava succedendo? Non stavano uscendo per la prima volta. Avevano già... preferì non concludere la frase, né riportare alla memoria azioni meno che irreprensibili che lei aveva compiuto sotto l'effetto di una sostanza stupefacente che, con ogni evidenza, stava ancora agendo su di lei. Lui.
"Andiamo?".
Kate annuì.
Doveva aver capito che lei non era in grado di intendere e, quindi, aveva preso in mano la situazione. Non sembrava considerarla stramba, realizzò Kate, dopo avergli lanciato un'occhiata di soppiatto.
Avevano parlato per ore solo la sera prima e adesso non riusciva a emettere un suono. Figurarsi una frase completa. Sarebbe stato un completo disastro, se lo sentiva. Loro davano il meglio negli incontri casuali. L'ufficialità dell'evento la inchiodava al suolo rendendola goffa e poco comunicativa.

Prese una giacca leggera e la borsa, e lo seguì lungo le scale, sempre in silenzio. Sembravano due sconosciuti che stessero andando a controllare una perdita di gas.
Lui tenne aperto il portone per farla passare e la precedette per aiutarla a salire in auto, premuroso come sempre. Lei aveva voglia di girarsi verso di lui e implorarlo di far finire quella farsa, potevano tornare a comportarsi in modo normale? Naturale? Era possibile? L'altra opzione che valutò era quella di andarsene, mettendo in salvo l'orgoglio.
Guardò Castle fare il giro dell'auto, sedersi al posto di guida e chiudere lo sportello. Non mise in moto. Passò qualche secondo, ma lui continuò a rimanere immobile.
Si girò verso di lei.
"Kate...".
Lo sapevo. È stato un errore. Vorrà che ci salutiamo qui.
Strinse la borsa preparandosi al peggio, guardando fissa davanti a sé, pronta a ricevere il colpo.
"Possiamo calmarci?", le chiese a bassa voce.
Alzò la testa di scatto, convinta di aver capito male.
"Io... anche tu? Voglio dire, pensavo di essere solo io...". Si mise a ridere forte, ma strinse subito le labbra per tornare seria e non sembrargli pazza.
Castle le prese una mano, fece aderire i loro palmi e appoggiò l'altra sopra le sue dita, accarezzandole.
Kate iniziò a sentire la tensione svanire.
"Possiamo rimanere qui a chiacchierare, se vuoi", le propose senza alzare lo sguardo, ipnotizzato dalle loro mani unite.
"Dentro l'auto? Sai che per noi è pericoloso", lo provocò, tornando a essere finalmente la persona che lui aveva conosciuto e non un'estranea incapace di esprimersi.
Castle le sorrise con aria sbarazzina.
"Detective Beckett! Non al primo appuntamento", rispose fingendosi oltraggiato. Risero insieme.
Erano ancora un po' imbarazzati, ma non impietriti dalla solennità dell'evento che sembrava dover decidere le sorti del loro rapporto futuro.
"Forse dovremmo smettere di chiamarlo così. Sembra troppo...".
"Ufficiale?".
"Categorico".
Lui annuì per farle capire che condivideva lo stesso pensiero.
"Come se dovessimo provare a noi stessi qualcosa", commentò Kate mettendosi comoda e raccogliendo le gambe sotto di sé.
"Tipo cosa?", le chiese incuriosito. Lei si pentì di aver parlato.
"Non lo so". Lo sapeva ma non voleva dirlo.
"Di stare bene insieme?", suggerì Castle.
Kate non preferì non rispondere nulla.
"Noi stiamobene insieme. Non dobbiamo dimostrarcelo".
Che uomo pieno di speranza e ottimismo. Non avevano fatto altro che creare ostacoli a ogni passo della loro relazione, se così volevano chiamarla.

Le scosse la mano per farla tornare al presente. "Non è così?".
Kate gli sorrise, accorgendosi che era bastato quel gesto perché le linee tese intorno agli occhi di lui si distendessero.
Si sporse dalla sua parte per dargli un leggero bacio sulle labbra. Le sembrò l'unica risposta valida.
"Ehi. Stai saltando alla fine del nostro appuntamento", protestò Castle, senza però lasciarla andare. Forse l'idea di rimanere in auto non era da buttar via, pensò Kate sentendo la sua mano sulla schiena.
Non stavano forse molto bene già così?
Si concesse di dargli un ultimo bacio, gli accarezzò una guancia, si guardarono per un istante, prima di tornare ognuno al proprio posto e dare finalmente inizio alla loro serata.