"So I will hum alone, too far from you

All that I say now is nothing to you

We will lie under different stars

I am where I am and you're where you are, you're where you are"

Trespassers William, Different Stars


Si è svegliato, e la prima cosa che ha notato è stata una figura verde, accanto a lui.

Ha sbattuto gli occhi, per mettere a fuoco. Fasce di protezione, pad in pelle marrone per i gomiti. Due braccia verdi, incrociate, su un piastrone che si alzava ed abbassava ritmicamente. Una testa verde, reclinata all'indietro, poggiata sulla spalliera della sedia, con una maschera rossa sugli occhi chiusi. Una bocca semiaperta in un respiro pesante, con un filo di saliva che scendeva sul mento.

Michelangelo si è girato supino, a fissare il soffitto della sua camera, prendendosi ancora qualche secondo per capire che ore fossero, perché Raph dormisse su una sedia accanto al suo letto, e perché si sentiva la bocca impastata e lo stomaco vuoto. Ha alzato una mano a sfiorare il suo piastrone, ed ha toccato qualcosa di piccolo e piatto, come un cerotto. Ha piegato il collo, per guardarsi.

Elettrodi monouso adesivi per l'elettrocardiogramma.

Tutto gli è tornato in mente. Leo, il sangue. L'angoscia.

Si è messo a sedere sul letto, lentamente, attento a non fare rumore, per non svegliare Raph; si è strofinato gli occhi con il dorso delle mani ed ha scollato gli elettrodi. Ne ha fatto una pallina appiccicosa nella mano e l'ha guardata. Ha supposto che Donnie gli avesse fatto una visita in laboratorio mentre era inconscio.

Vergogna.

Era svenuto. Leo aveva avuto un'emorragia e lui era svenuto.

Che grande ninja, che sono! Porca miseria, che vergogna.

Si è alzato in piedi, piano, e scansando scatoli della pizza e ciotole dei noodles vuoti, fumetti, action figures e cianfrusaglie varie per terra, è uscito dalla sua stanza.

Silenzio.

Il covo era appena illuminato, la maggior parte delle luci erano spente. Un silenzio innaturale aleggiava nell'aria. Michelangelo non sentiva niente, oltre al suo respiro. Anzi, ad ascoltare bene, ha potuto udire un gocciolare, da qualche parte, ed il motore del frigorifero in cucina. E qualche macchinario in funzione in laboratorio.

È andato nella stanza di Leo, e l'ha trovata vuota.

Ha fatto un passo al suo interno, col cuore che iniziava a battergli forte. Perché era vuota?

La lampada sul comodino illuminava lo stato della camera. Era la prima volta in vita sua che vedeva la stanza di Leo in disordine. Il catino con la pezzuola e l'acqua rossastra, vari straccetti sporchi di sangue. Confezioni di plastica, qualche tubicino, una bottiglia d'acqua vuota. Le lenzuola per terra.

L'odore, disgustoso, di sangue, urina e sudore: di malattia.

Ha rimesso in piedi la sveglia, caduta in avanti. Il quadrante segnava le due e dieci. Michelangelo si è reso conto che non avrebbe saputo dire se fosse notte o giorno.

Ha fissato il letto vuoto, in trance.

Il suo cuore adesso copriva il silenzio. Ha messo una mano sul suo piastrone. Batteva talmente forte da sentirlo sotto le dita.

Perché il letto era vuoto?

Il vuoto è mancanza. Il vuoto è buio. Il vuoto è male. Il vuoto è orrore. Il vuoto è…

No, non pensare la parola brutta. Ci sono tante possibili spiegazioni.

Certo. Tante spiegazioni. E poi se… se… lo avrebbero chiamato, no? Lo avrebbero svegliato…

Lo avrebbero svegliato?

Perché non riusciva a muoversi? L'avrebbero chiamato, certo.

Basta. Tante possibili spiegazioni.

Ha tratto un profondo respiro, le gambe hanno ripreso a muoversi.

Leonardo è stato spostato, forse in laboratorio. Certo, in laboratorio, doveva essere lì.

Sentiva rumore di macchinari. In laboratorio c'era qualcosa in funzione. Sicuramente apparecchiature mediche.

È uscito dalla camera; ha sceso i cinque gradini che dalla zona notte immettevano alla zona centrale. Cinque gradini, non li aveva mai contati, erano cinque. Cinque piccoli passi. Solitamente, li saltava tutti insieme, al massimo li scendeva in due riprese; adesso, le sue gambe erano rigide.

A destra, si apriva il laboratorio. Sì, lì c'era qualcuno: la luce si proiettava dalla grande porta aperta fino alla zona centrale, a creare lunghe ombre dietro il televisore, la poltrona a sacco, il fantoccio da allenamento, il flipper, l'altalena sulla piscina fatta con un vecchio copertone; le strisce scure arrivavano a sfiorare le pareti in legno e carta di riso che chiudevano gli archi della parete del dojo.

Si è fermato un attimo sulla soglia della stanza, guardando l'angolo che a volte, negli ultimi mesi, era servito da infermeria. Troppe volte. Si è dovuto appoggiare allo stipite, poi ha sentito che l'ossigeno ha ripreso a circolare con più facilità giù per la sua gola.

Eccolo. Dorme.

Sul un letto giaceva Leonardo; sull'altro, anche lui addormentato, Donatello. Sulla sedia, in mezzo ai due lettini, Splinter, che ha girato la testa verso di lui.

"Entra, Michelangelo."

Michelangelo si è avvicinato, osservando la forma distesa dei fratelli.

Donatello aveva una specie di ingessatura al braccio sinistro, e la mano, gonfia e violacea, si appoggiava alle stecche metalliche che fuoriuscivano dalle fasce rigide; altre fasce bendavano il piede e le ginocchia ed un vistoso cerotto cingeva un lato della fronte; piccoli medicamenti erano sulle gambe e lividi violacei cerchiati di giallo si distinguevano adesso ancora più nettamente su tutto il resto del corpo. Il viso era gonfio al punto tale da deformarne i lineamenti, soprattutto intorno all'occhio sinistro, dove una tumefazione scura avrebbe reso impossibile al momento indossare la maschera viola.

Ma se le condizioni del suo geniale fratello gli stringevano il cuore, è stato osservando Leonardo che Michelangelo ha temuto di non riuscire a trattenersi dal mettersi a piangere.

Leonardo era completamente intubato: Michelangelo scopriva nel peggiore dei modi che Donatello era riuscito nei mesi scorsi a procurarsi chissà come un macchinario per la ventilazione artificiale.

Il mutante più piccolo ha spalancato gli occhi, due azzurri e tristi cieli spaventati nella striscia di tessuto arancione. Ha osservato il piastrone del fratello alzarsi ed abbassarsi a tempo con il lampeggiare della macchina, un sacchetto riempirsi e svuotarsi alternativamente; un tubo trasparente era infilato in bocca attraverso una piccola mascherina.

Altri tubicini fuoruscivano dai fori di respirazione ed uno da sotto la coperta blu che copriva il suo corpo. Splinter ha spinto con un piede una sacca sul pavimento, per nasconderla dietro il bordo del suo kimono; Michelangelo ha notato il gesto.

"Come ti senti, figlio mio?"

La tartaruga ha sentito le guance diventargli rosse per la vergogna. Suo padre vegliava un figlio che lottava tra la vita e la morte, un altro era malconcio e livido per essere stato torturato, e chiedeva a lui come si sentisse. Avrebbe voluto sprofondare nel pavimento.

"Bene, Sensei. Come sta Leo?"

Splinter ha tratto un profondo sospiro, ed ha accarezzato la mano del figlio malato.

"È in coma farmacologico. Donatello è riuscito a ricavare una cura. Gliel'ha somministrata un paio d'ore fa."

Michelangelo si è illuminato di gioia. "Davvero! Ma è fantastico! Sense-"

"Michelangelo." Lo sguardo del padre, più che il suo richiamo, ha congelato il sorriso dell'arancione sul nascere. "Non è sicuro che la cura finzioni. Donatello ha spiegato che gli é stata data troppo tardi."

Michelangelo ha sentito il ghiaccio iniziare a scorrere nelle sue vene. Il cuore batteva ancora forte nei fori auricolari mentre il mondo gli è caduto addosso. Piccole, minuscole, goccioline d'acqua hanno iniziato a bagnargli i bordi della maschera, ed alcune sono sfuggite per correre lungo le guance lentigginose. Non avrebbe voluto mostrarsi ancora più patetico e debole davanti al suo maestro, ma dopo quel secondo di speranza questa notizia adesso lo ha frantumato.

Troppo tardi.

Se non avesse perso tempo in quel bosco, se fosse riuscito a portare Donnie in salvo più velocemente, se lo avesse salvato prima che gli facessero del male…

Si è accorto che il suo sensei aveva continuato a parlare.

"… anche il vaccino, e l'ha somministrato a tutti noi."

Splinter gli ha indicato con un cenno della testa il braccio. Michelangelo l'ha alzato, notando solo in quel momento che aveva un pad di protezione abbassato ed un cerotto bianco nell'incavo del gomito.

Ha guardato Donatello, che non si era mosso e continuava a dormire profondamente, e Splinter ha anticipato la domanda.

"Gli ho dato un po' più di morfina quando ho cercato di sistemargli il braccio. Ho lavorato per quasi due ore, ho finito poco fa. – Il maturo mutante si è passato una mano sul volto stanco. – Ma non sono un medico, ed il danno era molto grave…"

L'implicito del discorso era chiaro.

"Lo potrà usare ancora, padre?"

"Non lo so, Michelangelo, non lo so…"

Troppo tardi.

Il silenzio è sceso nel laboratorio. Solo la macchina per la ventilazione faceva da sottofondo ai pensieri dell'adolescente mutante.

Suo padre gli aveva detto una volta di vedere in lui una capacità molto preziosa e rara, che lo rendeva una persona speciale: aveva la capacità di osservare sempre il lato positivo delle cose, di scorgere il bene oltre il male, di trovare la luce nascosta dietro le tenebre.

Ricorda ancora quando glielo aveva detto. Avrà avuto intorno agli otto, nove anni, e dopo aver combinato un pasticcio, beh un pasticcio un po' più grande del solito, era stato ferocemente preso in giro da tutti e tre i fratelli. Al momento aveva risposto a tono, con la sua lingua acuta e la battuta pronta, ma la notte aveva ripensato alla situazione, e si era fatto prendere dalla tristezza per non essere abile come Leo, forte come Raph o intelligente come Donnie. Aveva riflettuto sul fatto che tutti i suoi fratelli avessero delle capacità eccezionali, a parte lui. Lui, oltre a combinare guai, sembrava non sapesse fare nient'altro.

Così era andato nella stanza del padre, titubante a cercare ancora conforto notturno quando ormai era una "tartaruga grande". Suo padre l'aveva invitato ad entrare,quando lui aveva fatto scorrere silenziosamente la shoji che immetteva nella stanza, l'aveva invitato a sdraiarsi sul suo futon e si era fatto raccontare il problema. Poi l'aveva abbracciato forte, come faceva quando erano piccoli, e l'aveva consolato spiegandogli, appunto, che doveva essere fiero di questa sua preziosa facoltà.

A Michelangelo è venuta in mente questa storia poiché, al momento, pensava di aver perso questo suo "superpotere". Non solo non riusciva a trovare niente di positivo a cui aggrapparsi, ma sentiva forte come non mai, in sedici anni di vita, un senso di inadeguatezza.

Ha pensato che forse non era capace di essere un ninja.

Si era fatto salvare da Raph, nel bosco; se il fratello non li avesse raggiunti in tempo, lui e Donnie sarebbero stati catturati da quei mercenari. Ripensandoci, in battaglia, i fratelli gli avevano salvato spesso il guscio: la sua sbadataggine aveva messo a repentaglio la squadra più volte. Era svenuto come un cretino nel momento in cui avrebbe dovuto essere di aiuto a Leo. Adesso, si era mostrato a suo padre perfino in lacrime e non lo stava aiutando in nessun modo…

Suo padre era visibilmente esausto. La pelliccia nascondeva i segni della stanchezza sulla pelle, ma gli occhi rossi, l'espressione svigorita e la postura cadente non lasciavano dubbi.

"Perché non vai a dormire un po', Sensei? – Ha chiesto titubante, temendo di mancargli di rispetto. – Posso restare io, qui."

Splinter ha alzato nuovamente lo sguardo, ha riflettuto un paio di secondi prima di rispondere.

Era brutto a volte saper leggere negli occhi, quando si leggeva l'imbarazzo di un padre.

"No figliolo, grazie. Non ce n'è bisogno."

Certo, non si fidava di lasciarlo lì, dopo la prova che aveva dato nella stanza di Leonardo.

"Sensei, per prima, io… insomma…"

Splinter ha alzato un braccio, interrompendolo.

"Ne parleremo un'altra volta, Michelangelo."

Il giovane mutante ha annuito, abbassando il capo, ferito; si è girato per andarsene ma il padre ha aggiunto:

"È un problema che dovrai risolvere, se vuoi continuare ad essere un ninja."

Michelangelo ha annuito ancora, voltato di spalle. E mentre usciva dalla stanza, addolorato e sconfitto, è stato nuovamente aggredito dal silenzio.