NON DOBBIAMO ESSERE SOLI – CAPITOLO VENTUNESIMO
Inizialmente, troppo stupito per fare alcunché, Pitch si limitò a pietrificarsi sul posto, la schiena rigida e l'espressione quasi inebetita mentre il compagno gli si aggrappava alle spalle e lo corteggiava con tanto trasporto da arrivare a graffiarlo: aveva sognato così tanto quel momento, e aveva poi rinchiuso questo sogno proibito così a lungo nei più remoti recessi della propria mente per non cadere in tentazione, che quasi non gli pareva vero che stesse accadendo, e che lui avesse il permesso di parteciparvi. Davvero poteva osare? Davvero poteva lasciarsi andare, soddisfare le proprie voglie e quelle altrui e non preoccuparsi? Una parte della sua coscienza, in verità, si ostinava a ripetergli di no, sussurrandogli malignamente tutte le possibili conseguenze negative che quel gesto avrebbe comportato, tentando in ogni modo di trascinarlo nuovamente nell'abisso di paure in cui per giorni e settimane era affogato, ma il suo cuore gridava il contrario, la parte più razionale del suo cervello anche, e quei denti affilati che gli affondavano letteralmente nella carne pur di indurlo a riscuotersi non lasciavano alcun dubbio: poteva, poteva eccome, ed era anche il caso che si sbrigasse.
Ritraendo leggermente il capo, giusto il necessario per sfuggire ai morsi dell'altro e mettere a fuoco la sua sagoma indistinta, l'Uomo Nero prese un profondo respiro, poi si lanciò su di lui, come una pantera sulla propria preda, e non si curò minimamente di trattenersi, per assicurarsi di trasmettergli tutta la passione che provava: avanzando a tentoni gli agguantò i polsi, bloccandoglieli contro il materasso e stringendoglieli per poter sentire i battiti del suo cuore impazzito, e quasi ringhiando lo forzò ad aprire la bocca, carezzandogli distrattamente gli incisivi prima di raggiungere la sua lingua, giocandoci per modulare i suoi gemiti soffocati, vezzeggiandogli occasionalmente il palato quando lo percepiva perdersi e graffiandogli debolmente i palmi per aiutarlo poi a riprendersi. Non gli diede un attimo di tregua, mai pago dei suoi sospiri, mai soddisfatto dei tremiti che lo percorrevano, mai sazio della sua carne bollente che stava letteralmente divorando, così disperatamente desideroso di riappropriarsi di lui da non essere minimamente sfiorato dalla preoccupazione di starlo soffocando, e difatti non se ne preoccupò, andando avanti più che poté, fermandosi solo quando percepì il suo diaframma contrarsi con violenza per ottenere l'ossigeno che anelava e solo quel tanto che bastava per lasciarlo respirare brevemente un paio di volte, e riprendendo subito dopo, la propria mandibola così aperta da dolergli e quella dell'altro così lassa da lasciargli completo e libero accesso: almeno per qualche minuto voleva detenere il totale controllo, avvertire nuovamente le inebrianti sensazioni che il condurre gli aveva sempre dato, sfogandosi con un atto sensuale, ma non troppo spinto, esagerando ove non poteva far danni per poter essere sicuro di trattenersi a dovere dopo, e così fece, reggendo sinché piccole lucine colorate non iniziarono a danzare ipnoticamente sulla sua retina e oltre.
Dopo qualche minuto, tradito dalle proprie braccia indebolite, incespicò goffamente sul compagno, battendo i denti contro i suoi e scivolando poi col mento sul materasso, e quasi avvampò alla prospettiva che l'amato potesse scoppiare a ridere per quel ridicolo capitombolo, ma gli bastò sollevarsi nuovamente sui gomiti per tranquillizzarsi: Jack era così sfatto da non sembrare nemmeno più sapere dove si trovava. Le ciocche argentee disordinatamente incollate alla fronte, le iridi appannate, le gote in fiamme, le labbra umide schiuse e tremanti, il collo torto al punto da mostrare ogni tendine e vena, il petto scosso da respiri rotti e rantolanti, gli arti abbandonati senza forza, tutto in lui denunciava quanto era rimasto sopraffatto da quell'aggressione, tutto in lui faceva parere che, più che sulla soglia di un amplesso, egli si trovasse già alla fine, tutto mostrava l'enorme stanchezza che lo aveva colto, e nonostante ciò tutto gridava quanto avesse bisogno di essere corteggiato ancora ed ancora, portato al limite infinite volte fino a svenire e poi stretto per sempre in un abbraccio, e per Pitch non poteva esistere invito migliore, né richiamo più irresistibile.
Con un ghigno malizioso dipinto sul viso si raddrizzò, strisciando pian piano per godersi la vista dell'amante alla propria completa mercé e sistemandosi infine sulle sue cosce, quindi, seppur tentato di riappropriarsi nuovamente della sua bocca, si risolse a lasciarlo libero di riprender fiato e dedicarsi, piuttosto, ad aprirsi la strada verso la meta cui agognava: rabbrividendo si chinò sulla sua giugulare, carezzandola distrattamente prima di succhiarla per lasciare il proprio marchio; poi, dopo avergli decorato la gola con una piccola corona di segni rossi, si spostò verso il basso, saltando le clavicole, che sapeva essere troppo sensibili, e passando direttamente a ridisegnargli lo sterno con la lingua; infine, deviando verso destra, raggiunse il suo capezzolo, e, dopo averlo titillato un poco, lo catturò tra gli incisivi. Giocò a lungo con esso, ignorando sadicamente l'altro per concentrare tutto il piacere in un solo punto, quasi divertito dagli acuti imploranti del ragazzo e dai suoi richiami sconnessi, ignorando bellamente i suoi strattoni per seguitare a torturarlo e strappargli altri lamenti mentre sfregava il proprio inguine contro il suo, il pancione, per la prima volta, quasi utile nel suo ingombro, poiché lo costringeva ad inarcare la spina dorsale e, dunque, a compensare la differenza d'altezza, ma non resse a lungo: quei blandi preliminari, per quanto piacevoli, non erano nulla in confronto a quello che aveva intenzione di fare, né a quello che il compagno pareva bramare, e, se all'inizio erano stati un perfetto modo per provocare, si stavano ormai rivelando una irritante maniera di tirare eccessivamente la corda.
Dopo aver morso un'ultima volta il suo petto indietreggiò, saltando a piè pari il suo ventre rigonfio, che pareva immune a qualsiasi stimolazione eccitante, e accucciandosi direttamente sotto di esso, e prese a baciargli con trasporto la virilità, così impaziente da non disturbarsi nemmeno a liberarla dalle mutande; desideroso di trasmettergli il maggior piacere possibile gli aprì le cosce, carezzandone la parte interna dalle ginocchia al pube fin sotto il tessuto, afferrandogli il membro per scoprirlo e stuzzicarne la punta con un polpastrello, e quasi si sentì mancare quando lo avvertì completamente bagnato; infine, definitivamente infastidito dal ridicolo brandello di tessuto elastico che, ormai, stentava a celare i testicoli dell'amato e rischiava solo di bloccargli la circolazione, grugnì e glielo strappò di dosso, gettandolo distrattamente alle proprie spalle.
Si godette per poco la vista del giovane totalmente nudo, troppo avido del suo corpo per poterlo divorare solo con gli occhi, troppo ingordo per non poter prendere il suo membro turgido in bocca in un sol colpo, e gemette sonoramente quando vi riuscì: aveva quasi dimenticato il senso di completezza che l'averlo dentro di sé gli dava, la soddisfazione del poterlo appagare in modo così intimo, l'inebriante sensazione di averlo alla propria mercé e, in realtà, fargli esattamente tutto ciò che lui desiderava, e quando poté provarle di nuovo se ne sentì quasi sopraffatto.
Rovesciando gli occhi all'indietro iniziò a muoversi, su e giù, in una danza sensuale, il capo inclinato per non battere la fronte contro il suo addome sporgente, affatto sorpreso del gusto delicatissimo del liquido che trasudava e che, lo aveva intuito fin da subito, non era nemmeno il siero del suo seme, titubando giusto qualche istante quando lo vide inarcarsi come era solito fare quando veniva, ma riprendendo subito non appena lo udì mugolare con fare esigente, e, perso com'era, impiegò un bel po' a rendersi conto che Jack stava annaspando non solo per il piacevole trattamento cui lo stava sottoponendo, ma anche per il pesante pancione che lo schiacciava; ansioso di alleviargli la fatica lo afferrò per i fianchi, ruotandoglieli fino a farlo coricare su un fianco e tentando di riprendere il proprio lavoro da dove lo aveva interrotto, ma a quel punto fu lui a sentirsi schiacciato, e, costretto a desistere, optò per un'alternativa cui da lungo tempo pensava, e che tuttavia non aveva mai avuto né l'occasione, né il coraggio di proporgli.
Schiudendo le labbra si lasciò sfuggire pian piano la virilità del ragazzo, succhiandola occasionalmente, stuzzicandola con i denti per dargli piacere fino all'ultimo, e scivolò verso il basso per tornare a respirare agevolmente, tornando subito a baciargli i testicoli e la morbidissima area sotto di essi per farsi perdonare dell'interruzione, poi, quasi con noncuranza, proseguì oltre, insinuando la lingua tra le sue natiche e leccandogli l'apertura.
A quel gesto tanto inaspettato Frost scattò, dapprima allungando le gambe per allontanarsi, poi piegandole per proteggersi, ed esclamò: «Ah, no, non lì!».
Affatto stupito dalla sua reazione Pitch lo lasciò fare, dandogli tutto il tempo di sistemarsi e smettere di tremare, poi, stendendosi alle sue spalle e stringendolo in un morbido abbraccio, gli chiese: «Non ti è piaciuto, Jack? Ti ha infastidito?».
«No, è che è... è imbarazzante!» replicò a fatica il giovane.
Chinandosi sul suo orecchio l'Uomo Nero gli sussurrò: «E' imbarazzante per te, oppure pensi che sia imbarazzante per me?».
A quella semplice domanda Jack si fece piccolo piccolo, mugolando qualcosa d'incomprensibile mentre affondava il viso nel cuscino per sfuggire alla responsabilità di rispondere, e l'uomo, intenerito, non poté non lasciarsi sfuggire un sorriso: non importava che fosse passato un giorno, un mese o un anno dalla loro prima notte d'amore, in qualche modo il compagno riusciva sempre a sorprenderlo, miscelando con sorprendente abilità la dolcezza alla malizia, mostrandosi quasi imbarazzato di fronte alle proposte più spinte e, pochi secondi dopo, concedendovisi fino in fondo, e sempre conservando, inesplicabilmente, quell'ossimorico velo di timidezza mentre si lasciava fare di tutto e di più.
Scuotendo il capo tornò a coricarsi, accoccolandosi accanto all'amato e sfregando la fronte contro la sua nuca per tranquillizzarlo, poi, quando lo sentì sufficientemente calmo, iniziò a scendere: inspirando a fondo l'intenso profumo di fiori della sua chioma gli massaggiò le spalle, desideroso di prepararlo non solo fisicamente, ma anche psicologicamente, al prosieguo dell'amplesso; scivolando quasi con noncuranza sulla sua spina dorsale iniziò a baciarla, vertebra per vertebra sempre più in basso, mentre con dita leggere come piume gli vezzeggiava i fianchi; infine, dopo avergli mordicchiato un po' le natiche per allentare la tensione, gliele separò e insinuò nuovamente la lingua tra di esse. Come la prima volta avvertì il ragazzo sussultare e ritrarsi, ma gli fu sufficiente tendere l'orecchio per udirlo aggrapparsi al guanciale e trattenere a stento un gemito, dunque, invece di indugiare nuovamente, lo agguantò subito sotto il pancione e lo trascinò indietro, premendo il viso contro di lui per raggiungerlo più agevolmente, eccitato dai suoi acuti, leccandogli e baciandogli l'apertura, invogliato dal suo vano dimenarsi, sfiorando ogni punto di quell'anello di muscoli, determinato a trovarne le zone sensibili ed indurlo a schiudersi, e poi, una volta riuscitovi, penetrando all'interno, carezzando quella carne tanto soffice da parere impalpabile e, eppure, tanto stretta da soffocarlo, corteggiandolo nel modo più intimo che potesse esistere e sentendosi al settimo cielo nel farlo.
Non si seppe dire per quanto andò avanti, se per pochi secondi o diversi minuti, troppo perso nel proprio compito e troppo felice di perdercisi per far caso allo scorrere del tempo, ma ad un certo punto avvertì una mano premere dolcemente sulla propria fronte, e, desideroso di non forzare l'altro in alcun modo, gli diede un ultimo ed intimo bacio e si staccò. Si prese qualche attimo per riprendersi, lievemente scioccato dall'aria della stanza che, in confronto al calore rovente del corpo di Frost, pareva gelida sulle sue labbra, ma gli bastò sfregare il dorso della mano su di esse per scacciare la fastidiosa sensazione, così, dopo essere risalito fino all'altezza dell'amato ed aver nascosto il viso contro la sua nuca, ben lontano dalla sua bocca, gli chiese premurosamente: «Tutto bene, Jack?».
Il giovane non rispose immediatamente alla domanda, indugiando per sistemarsi al meglio contro il compagno ed indurlo ad abbracciarlo, poi, senza voltarsi, dichiarò: «Voglio fare l'amore con te».
Pitch sospirò pesantemente a quell'affermazione, allentando, senza nemmeno accorgersene, la stretta attorno al torace del compagno, e dopo qualche secondo si alzò, ma non fece nemmeno in tempo a sollevarsi su un gomito e sporgersi in avanti che questi lo bloccò, agguantandogli il polso teso e lanciandogli un'occhiata, se non disperata, incredibilmente turbata ed implorante.
«Jack» lo rassicurò subito; «Non ti allarmare: non me ne sto andando. Voglio semplicemente aprire l'anta del comodino e prendere l'olio di argan per usarlo come lubrificante, e questa volta niente capricci!».
Fu con una risatina discreta che accolse la sua pudica vergogna, giunta puntuale non appena Jack si rese conto di essersi sbagliato e, dunque, esposto eccessivamente, e con un lieve buffetto alla gota che lo consolò, divertito dalla sua reazione e, in verità, più che lieto di saperlo tanto voglioso, poiché non poteva esistere conferma migliore del suo buono stato di salute fisica e mentale, e quasi si dispiacque quando dovette girare il viso per cercare l'olio, ma il pensiero di ciò che lo aspettava era più che sufficiente a spronarlo, e, infatti, egli non tardò a chinarsi, allungando il braccio oltre il materasso per raggiungere il vano del comodino.
Dopo un minuto di frenetiche ricerche, durante il quale sperimentò ogni possibile sfumatura di panico man mano che il numero di oggetti errati scartati aumentava e quello dei rimanenti diminuiva, riuscì finalmente ad appropriarsi dell'agognata boccetta, sollevandola fiero sopra il piano di legno come a dimostrare la propria vittoria, quindi raddrizzò faticosamente la schiena e si sedette comodamente dietro l'amato. Si prese tutto il tempo necessario per stappare la bottiglia, bagnarvi, in sequenza, indice, medio e anulare, spalmare l'eccesso di liquido sulla propria virilità eretta e poi riporre il contenitore dove lo aveva preso, ben consapevole che anche quegli apparenti sciocchi preamboli erano un'importante parte della preparazione all'amplesso, e usò tutta la delicatezza di cui era capace per penetrare il compagno con due falangi, ma quando lo vide aggrottare la fronte in un cipiglio confuso e quasi contrariato non riuscì a trattenere un piccolo sorriso di fronte a quel déjà vu, e, quasi senza rendersene conto, lasciò che le memorie passate si sovrapponessero al presente.
Ricordava perfettamente la prima volta che aveva usato il lubrificante per unirsi a Jack, e, considerato quale singolare esperienza era stata, probabilmente mai l'avrebbe dimenticata: le sue reazioni erano state così inaspettate, e lo avevano disorientato a tal punto, che all'epoca aveva impiegato qualche giorno a riscuotersi completamente. Già durante il giorno di Natale, mentre lo vegliava nel sonno, s'era pentito di averlo preso dopo una preparazione tanto sommaria, le sue smorfie di dolore così vivide nella sua mente da far male, quindi, non appena si era congedato da lui, s'era immediatamente messo alla ricerca di un olio adatto allo scopo; aveva vagato a lungo, frugando ovunque, documentandosi, saggiando diversi prodotti, e alla fine, dopo aver optato per un gel tiepido e vellutato, era tornato indietro, riponendo il barattolo in una cavità della parete ben accessibile. Alla prima occasione disponibile, giunta poco prima di Capodanno, aveva nuovamente corteggiato l'amato, prolungando il più possibile i preliminari, e, quando lo aveva sentito ben rilassato, gli aveva proposto il lubrificante, ma il ragazzo non ne era rimasto affatto entusiasta: perplesso di fronte alla sua consistenza e quasi turbato all'idea che questo dovesse finire all'interno del suo corpo era parso cedere più per cortesia che non per effettiva volontà, mantenendo un'espressione riflessiva e corrucciata sia mentre l'uomo lo penetrava con le dita che mentre lo possedeva, e alla fine dell'amplesso aveva candidamente dichiarato: "Non mi è piaciuto, ti ho sentito troppo poco, non lo voglio più usare". A quell'affermazione Pitch si era congelato sul posto, imbarazzato dal fatto che la propria premurosa idea fosse stata bocciata così categoricamente, e non aveva avuto il coraggio né di opporsi, né di replicare; nei giorni e mesi successivi, adattandosi alle richieste altrui, s'era risolto a gettare il barattolo di gel, curandosi di preparare il compagno al meglio per alleviargli il più possibile il dolore della penetrazione e, fortunatamente, riuscendovi con sempre maggior perizia grazie all'abitudine reciproca; in quel momento, però, dopo intere settimane d'astinenza, con una gravidanza in corso e mille paure ancora annidate nella mente, non se l'era sentita di rinunciare a quella piccola agevolazione, ansioso di prodigarsi al massimo per risparmiare a Frost inutili ferite e sofferenze, e gli fu infinitamente grato per la docilità con cui aveva sottostato a quell'ulteriore attenzione.
Certo di averlo ormai lubrificato più che a sufficienza si ridistese alle sue spalle, permettendogli di tastargli l'inguine e stracciare il lembo d'oscurità che, in verità, aveva già abbassato, quindi, prendendo un profondo respiro, si preparò a farlo suo: quasi tremando s'afferrò il membro, guidandolo verso la sua apertura e spingendosi pian piano dentro il suo corpo, poi, quando si ritrovò col pube adeso alle sue natiche, si fermò ed espirò. Non ricordava di averlo mai fatto con lui in quella posizione, e, effettivamente, non era molto difficile intuirne il motivo: nonostante potesse parere estremamente comoda, perché erano entrambi distesi, risultava piuttosto insoddisfacente, sia per la penetrazione parziale, sia per gli sforzi non indifferenti che Pitch doveva fare per muoversi vincendo l'attrito contro le coperte, ma era l'unica che gli era venuta in mente che gli consentisse sia di abbracciarlo che di lasciarlo completamente rilassato, quindi, almeno come inizio, se la fece andar bene.
Dopo aver incastrato la gamba destra sotto la sua ed averla piegata, in modo da sollevargli la coscia ed esporlo un poco di più, iniziò a spingere, avvolgendo nel contempo l'altro tra le braccia, baciandogli la chioma ed il collo, sussurrandogli dolci parole nell'orecchio, concentrandosi per non scivolare e prodigandosi in ogni modo per dargli piacere, ma non tardò a rendersi conto di star fallendo: gli ansiti che riceveva in risposta erano forzati, le contrazioni deboli, i brividi inesistenti, e, sebbene Jack sembrasse effettivamente contento delle tenerezze che stava ricevendo e si sforzasse di dimostrarlo con carezze e baci, era evidente che non si sentiva sessualmente appagato. In un vano tentativo di salvare il salvabile l'Uomo Nero spostò la mano sulla sua virilità, stringendola con decisione per strappargli un gemito, ma ritrovandosi lui stesso a gemere frustrato nel sentirla completamente asciutta, quasi disperato all'idea di non essere stato all'altezza, tuttavia un'illuminazione gli balenò in mente all'ultimo, ridonandogli speranze e malizia, ed egli non perse tempo a metterla in pratica.
Con un ghigno sornione stampato in faccia afferrò il compagno per la vita e si mise seduto, trascinandolo con sé mentre questi annaspava per la sorpresa, ed esultò intimamente: quella sì che era una soluzione! Gli bastava solo schiudere un poco di più le gambe, come già stava facendo, radunare i cuscini ed ammonticchiarli sotto il capo di Frost, come già i suoi tentacoli d'oscurità s'apprestavano a fare, spostarsi un poco più in avanti, ed ecco che, quasi per magia, il giovane si trovava nella posizione perfetta, la testa e il petto morbidamente accomodati su guanciali persin più soffici della sua pelle, il pancione protettivamente custodito tra le cosce spalancate del compagno, i fianchi sostenuti da esse e il sedere, finalmente, ben esposto. L'uomo si concesse solo qualche secondo per rimirarlo, troppo eccitato per potersi trattenere e troppo desideroso di soddisfare l'altro per rimandare, e iniziò subito a spingere, affondando senza difficoltà nella sua carne bollente, i primi gemiti convinti che gli vibravano nelle orecchie, spingendosi sempre più a fondo, le contrazioni violente che lo spronavano a dare di più, muovendosi sempre più in fretta, i brividi sconvolgenti che si trasmettevano dal bacino del giovane al suo e viceversa in un sensuale crescendo, rovesciando gli occhi all'indietro per meglio godersi il momento: quello, quello era ciò che aveva bramato per mesi, quello era ciò che l'amato agognava, quello era l'amplesso che entrambi avevano sognato, dolce, senza dubbio, delicato, per certi versi, ma anche e soprattutto passionale, perché loro erano sempre stati così, e non avevano ragione di cambiare, e perché s'erano dimostrati il reciproco amore in modo discreto fin troppo a lungo per non potersi finalmente lasciar andare.
Accadde tutto all'improvviso, pochi minuti dopo: uno spasmo più intenso, una spinta più profonda, e l'orgasmo fu lì lì per montare, senza che Pitch se ne fosse nemmeno accorto. Un lieve disorientamento lo colse nel momento in cui realizzò di non aver minimamente pianificato cosa fare, troppo impegnato ad appagare l'altro e sé stesso per far caso a quel tassello mancante, ma la consapevolezza di non voler venire dentro di lui, per paura di fargli male o infastidirlo, fu sufficiente a riscuoterlo, dunque egli fece scivolare la virilità fuori dalla sua apertura, e, dopo averla incastrata tra le sue natiche e aver spinto un paio di volte, raggiunse l'apice. La sensazione che provò, ovviamente, fu ben diversa dal consueto, l'aria gelida sulla pelle invece della rovente carne altrui, il vuoto attorno invece della stretta dei muscoli dell'amante, ma il piacere fu tale da fargli a malapena registrare queste differenze, ed egli, finalmente libero, si limitò a goderselo, inarcandosi per meglio convogliarlo dal bassoventre al resto del corpo e lasciandosi sfuggire un gemito vibrante.
Rimase immobile per diversi secondi, le gambe doloranti e il petto scosso da respiri ansimanti, quasi ipnotizzato dalle gocce del proprio seme che, come piccole perle, s'erano posate ad adornare la schiena del ragazzo, brillando discretamente alla luce azzurrina della notte e scivolando pian piano tra una costola e l'altra fino alla sua spina dorsale, poi, dopo aver evocato una manciata di sabbia magica per ripulirlo, si chinò su di lui, lo abbracciò e lo attirò a sé, facendolo sedere sulle proprie cosce.
«Tutto bene, Jack?» gli chiede premurosamente.
Frost, in risposta, gli sorrise beato, annuendo distrattamente e agitandosi un poco per spalancare le gambe, e Pitch, seppur titubante, s'azzardò a posare la mano sul suo pancione e sussurrare: «E... e il...?».
«Sì, anche il bambino sta bene, Pitch» completò prontamente il giovane, la voce ancora un po' roca, ma affatto tremante.
Lieto di vedere il proprio compagno felice e perfettamente a proprio agio l'Uomo Nero si rilassò, iniziando a muoversi lentamente avanti e indietro per cullarlo, ma dopo poco lo sentì affermare: «E' stato molto diverso dal solito, ma mi è piaciuto, tantissimo. Sai, mi mancava, mi mancava davvero, lo avevo desiderato così tante volte da quando ho smesso di avere la nausea, ma non ho mai avuto il coraggio di proportelo».
L'uomo si lasciò sfuggire un pesante sospiro a quella confessione, colpito a tradimento dai sensi di colpa, e sentenziò: «Jack, dobbiamo decisamente parlare di più».
Jack, al contrario, non si scompose minimamente, e dopo aver gettato il capo all'indietro per guardarlo negli occhi replicò: «Io direi, piuttosto, che dobbiamo scopare di più».
Sorpreso dalla battuta inaspettata Pitch non fece quasi in tempo a comprenderla che si ritrovò piegato in due dalle risate, riverso sull'amato, in condizioni non molto migliori delle sue, mentre si sforzava disperatamente di reggerlo tra le braccia senza perdere l'equilibrio, e, seppur a fatica, esclamò: «Jack, dove hai imparato quella parola!?».
«Oh, Pitch, non sono un bambino!» protestò giocosamente il ragazzo; «Certe cose le so anche io! E poi, in effetti, se anche fossi un bambino questa cosa la saprei lo stesso. Hai mai fatto caso a quanto spesso, ultimamente, questa parola viene usata anche dai più piccoli? E a che discorsi si ritrovano a fare? Capiscono a malapena come funziona il sesso, eppure ne parlano sempre come grandi esperti, e non vedono l'ora di iniziare a farlo: è assurdo. Non si rendono conto che si stanno rovinando? L'infanzia passa, una volta che si è cresciuti non si può tornare indietro, e lo stesso vale per le prime esperienze in amore, ma, del resto, cosa ne discuto a fare? Loro non parlano mai di amore, solo di sesso, solo di "scopate", sembra quasi che gli vada bene unirsi ad una persona a cui non vogliono bene. No, non mi piace questa parola, è brutta, io non voglio scopare, voglio fare l'amore, e solo con te: scusa se l'ho usata».
Seppur lievemente disorientato da quella digressione l'Uomo Nero non perse mai il filo, seguendo con cura ogni ragionamento e smettendo di cullare l'amato per meglio concentrarsi, quindi commentò: «Sì, ci ho fatto caso, e anche io me ne sono preoccupato. Come ben sai, ovviamente, non mi tange sapere che un bambino stia vivendo la propria infanzia felicemente o soffrendo, ciò che mi basta è tormentarlo e nutrirmi della sua paura, ma con soggetti simili finisco spesso per fallire. Non importa quanti stratagemmi escogiti e quanto impegno ci metta, loro continuano imperterriti a dormire, senza sognare, ma anche senza fare incubi, e io sono costretto ad allontanarmi a bocca asciutta, ma, del resto, non c'è da stupirsi: né la meraviglia, né il terrore possono qualcosa di fronte all'apatia. Ora, però, non ti crucciare: non è il momento di preoccuparsi, e non è nemmeno il caso di scusarsi per aver fatto una battuta divertente. Ho riso di cuore, te l'assicuro, e non è certo bastata una parola un po' volgare a farmi dimenticare che a te piace fare l'amore».
Desideroso di tranquillizzare il compagno non solo a parole, ma anche a gesti, l'uomo lo aiutò a girarsi e stendersi, quindi si accomodò al suo fianco e prese a carezzargli i capelli ed il collo, e gioì quando questi sorrise e ricambiò, consapevole che il suo silenzio valeva più di qualsiasi ringraziamento; dopo un po', però, lo vide agitarsi e aggrottare la fronte, e, preoccupato, gli domandò: «Jack, tutto bene?».
Frost esitò per qualche istante, tentando nuovamente di sistemarsi e sbuffando, ma alla fine lo fissò con sguardo malizioso e replicò: «Sì, ma ho ancora voglia».
Un sorriso sornione sorse spontaneo sulle labbra di Pitch, mentre un organo ben più intimo, poco più in basso, faceva altrettanto, ed egli esclamò: «Ah, te guarda cosa mi tocca fare, pure gli straordinari!».
Poi, senza attendere oltre, né dare alcun preavviso, scivolò verso i piedi del letto e si tuffò nuovamente tra le sue gambe.
La settimana seguente, finalmente, procedette nel migliore dei modi: Pitch e Jack avevano ormai trovato un loro equilibrio, e non indugiarono a goderselo appieno, recuperando tutto il tempo che avevano tanto scioccamente gettato via. Al mattino, indulgendo nella pigrizia, si abituarono a rimanere accoccolati sotto le coperte, chiacchierando del più e del meno mentre si scambiavano tenerezze e sorseggiavano qualche tazza di tè; al pomeriggio, manco fossero due bambini, si sbizzarrirono nelle attività più divertenti che riuscirono ad escogitare, battendo il Palazzo da cima a fondo, tirando scherzi ai poveri Yeti intenti a lavorare, stuzzicando gli elfi e persino giocando nella neve, dove Frost, seppur parecchio contrariato, fu costretto ad indossare non solo un paio di scarpe, ma anche sciarpa, guanti e cappello; alla sera, ormai stanchi, si dedicarono a passatempi più tranquilli, leggendo, suonando il piano o semplicemente riposandosi un poco di fronte al camino acceso, a volte soli, a volte in compagnia degli altri Guardiani; la notte, invece, ripresero nuovamente a chiudere la porta della camera, e, dopo essersi spogliati a vicenda, a dimostrarsi reciprocamente l'amore che provavano l'uno per l'altro. Non arrivarono sempre ad avere un rapporto completo, anzi, in molti casi si limitarono semplicemente ai preliminari più innocenti, ma non mancarono mai di carezzarsi, almeno per un poco, perché si erano mancati terribilmente, perché farlo li faceva stare bene, e perché, in effetti, nonostante i gesti fossero ormai antichi, le reazioni di Jack erano sempre nuove, e per l'Uomo Nero era una vera gioia scoprirle e imparare come suscitarle. Come si aspettava, infatti, il ragazzo non fu mai in grado di versare realmente il proprio seme, limitandosi a bagnarsi, durante tutto l'amplesso, di quel liquido trasparente e dal gusto delicato che già gli aveva permesso di assaggiare, ma, a differenza di quello che si aspettava, non fu nemmeno più in grado di avere un normale orgasmo: invece di eccitarsi sempre più, raggiungere l'apice e poi perdere completamente le forze, il giovane iniziò a provare un piacere costante, sfociante più o meno spesso in qualche picco particolarmente appagante, ma che non scendeva mai al di sotto di una certa soglia e che s'ostinava a permanere anche per minuti interi dopo il termine della stimolazione, in un meraviglioso brivido che l'uomo aveva imparato a sfruttare per prolungare ogni amplesso più che poteva, e che, anche se non avrebbe mai osato dirglielo, rendeva l'amato molto più femminile ai suoi occhi.
In questo quadro perfetto, in cui s'erano intervallati gustosi e sani pasti e occasionali visite al regno di Dentolina, ove stuoli di fatine erano sempre pronti ad accogliere con entusiasmo il ragazzo in dolce attesa, un solo particolare stonava: il rapporto tra Jack e il proprio corpo. Nonostante non si sentisse più in particolare imbarazzo nel mostrare le proprie forme, questi non era nemmeno giunto ad accettarle definitivamente, né, tanto meno, ad amarle, e sovente se n'era uscito con frasi denigratorie riguardo alle stesse che, seppur pronunciate in tono flebile, urlavano con forza quanto egli si sentisse a disagio, e questo non era un bene: per quanto si ostinasse a ribadire di non nutrire alcun interesse riguardo al proprio aspetto fisico era evidente che tutto quel disprezzo logorava sia lui che chi gli stava attorno, e, infatti, i problemi non tardarono ad arrivare.
Accadde tutto una placida sera d'inizio dicembre, senza alcun preavviso, mentre tutti, ad esclusione della Guardiana, erano riuniti attorno al focolare. Dopo essere riuscito, grazie ad una intensa e coscienziosa opera di sfinimento, a convincere Nord a cedergli qualche blocchetto di legno, Jack s'era accomodato sul tappeto ed aveva iniziato ad assemblarli, sovrapponendoli senza particolare criterio per creare altissime e stortissime torri e ridacchiando ogni volta che queste, invariabilmente, crollavano sotto il proprio stesso peso; Pitch, per parte sua, aveva deciso di non partecipare, ma non si era perso una mossa, seguendo con lo sguardo le sue mani esili giocare con i mattoncini e, periodicamente, sostenere il pancione quando questi si alzava per recuperarli, e alla fine, incapace di trattenersi, esclamò: «Sai, Jack, non penso ci sia pericolo che il pancione ti cada se non lo reggi di continuo!».
«E se invece succedesse?» controbatté prontamente il ragazzo; «Se cadesse e rotolasse via, e dovessimo cercarlo per tutto il Palazzo? Ci pensi?»
Come a voler dare maggior enfasi a ciò che aveva prospettato si abbracciò strettamente il ventre gonfio e si gettò per terra, rotolando sulla schiena ed annaspando un poco, e l'Uomo Nero non riuscì a non scoppiare a ridere di fronte ad una scena tanto ridicola, ma Babbo Natale s'inserì, osservando: «Sai, Pitch, penso lo faccia perché maglia è troppo larga: non vedi come si gonfia?».
Punto sul vivo l'uomo ridusse gli occhi a due fessure e replicò seccamente: «Si gonfia perché sotto c'è il pancione, ovviamente. E' cresciuto tanto, e io gliel'ho allargata nella giusta misura».
«Ciance, è larga!» sentenziò Calmoniglio, indicando vagamente la blusa con la punta del pennello che stava usando.
«C'è qualcun altro che vuole intervenire con commenti non richiesti? Sandman, magari?» sbottò con tono acido Pitch.
Sentendosi tirare in causa senza ragione Sandy lo fulminò con lo sguardo, incrociando le braccia per mostrare quanto la cosa lo aveva offeso, ma astenendosi dal modellare la propria sabbia magica per commentare, e il padrone di casa ne approfittò per tornare alla carica e ribadire: «Pitch, non è il caso che ti offendi, capita a tutti di sbagliare! Ora che pancione è più grosso devi alzare la fascia più stretta, non allargarla, o aggiungerai tessuto per niente. Non vedi come maglia sta cascando? Sembra quasi che Jack abbia tette!».
A quell'affermazione Jack, che aveva assistito al battibecco con un'espressione confusa dipinta sul volto, sbiancò di botto ed iniziò ad agitarsi: strattonando con foga le pieghe della camicia se la sfilò, rischiando seriamente di stracciarla e gettandola senza grazia da un lato; poi, ansimando, iniziò a tastarsi il petto, dalle clavicole fino alla punta dello sterno e indietro; infine, dopo aver lanciato ai presenti uno sguardo colmo di disperazione, si alzò in piedi e corse via, coprendosi il pancione con le mani.
«Jack!» lo richiamò l'uomo, colto di sorpresa da quella fuga improvvisa.
Non udendo alcuna risposta si risolse ad andargli dietro, incespicando per i primi passi, tanta era stata la foga con cui s'era lanciato al suo inseguimento, e proseguendo poi senza ulteriori intoppi attorno al Globo e lungo il consueto corridoio, e quando finalmente giunse nella loro stanza lo trovò, rannicchiato sulla poltrona ed intento a singhiozzare, mentre Dentolina tentava invano di farlo parlare.
Facendo un cenno col capo alla fata per indurla a scostarsi Pitch appropinquò l'amato, e, senza azzardarsi a sfiorarlo, domandò: «Che cosa succede, Jack? Perché sei scappato così?».
Il ragazzo, tuttavia, lo ignorò e seguitò a piangere sommessamente.
Lasciandosi sfuggire un sospiro l'Uomo Nero si sedette sul bracciolo di fronte a lui, quindi, addolcendo ulteriormente la voce, gli chiese: «Vuoi almeno dirmi perché stai piangendo?».
«Sto piangendo perché sono diventato un frignone, ecco perché!» sbottò senza alcun preavviso Frost, calando un pugno sulla seduta e sollevando di scatto il viso arrossato e rigato di lacrime; «Non te n'eri accorto? Ormai piango per qualsiasi sciocchezza, non importa che sia bruciato mezzo mondo o che mi sia caduta la forchetta, basta che succeda qualcosa ed ecco che i rubinetti si aprono!».
Affatto turbato dalla sua aggressività l'uomo lasciò che si sfogasse, quindi gli accarezzò una spalla e commentò: «Sì, Jack, me n'ero accorto, e te ne avevo anche già spiegato il motivo: è tutta e semplicemente colpa della gravidanza. Non devi fare troppo caso a questi episodi, sono normali ed inevitabili, e non infastidiscono nessuno».
«A detta tua non dovrei far caso proprio ad un bel niente, ma in realtà questa gravidanza mi sta cambiando completamente: tempo qualche mese e io non sarò più io» replicò mestamente il giovane, accoccolandosi nuovamente contro lo schienale.
Vedendo che le maniere gentili non funzionavano Pitch si risolse a passare a quelle forti, e, dopo aver chiesto a cenni alla Guardiana di scoprire il letto, prese l'amato in braccio e lo portò con sé.
«Pitch, cosa stai facendo!? Non davanti a Dentolina!» esclamò Jack, allarmato, tentando invano di divincolarsi.
«Ti dimostro che è tutto a posto» rispose prontamente l'Uomo Nero.
Trattenendolo saldamente lo depositò sul materasso, stendendosi poi alle sue spalle, contro la testata, e attirandolo a sé, quindi gli premette i palmi sul petto e affermò: «Sei piatto, Jack, piatto come una tavola, come sei sempre stato. Non lo senti?».
Il ragazzo, che s'era agitato oltremisura nel sentirsi prima spostare, poi scoprire, si tranquillizzò un poco quando lo udì parlare, ma non tardò a replicare: «Sì, l'ho già sentito prima, ma che differenza fa? Il mio petto sarà pure piatto ora, ma prima o poi si gonfierà».
«E per quale assurda ragione?» domandò l'uomo.
«Perché è così che deve succedere!» ribatté Frost, gesticolando; «Il bambino dovrà per forza mangiare una volta che sarà nato, almeno per i primi tempi, e come potrà se io non sarò pronto ad allattarlo?».
Comprendendo finalmente il motivo della preoccupazione del compagno Pitch si rilassò, e spiegò: «Come fanno tutti i bambini che, per qualsiasi motivo, non vengono allattati dalla madre: bevendo latte artificiale. Non tutte le donne riescono a produrre sufficiente latte per il figlio, sai?».
«Ma il latte artificiale è una schifezza» mugugnò il giovane, contrariato.
«No, affatto» lo contraddisse immediatamente l'Uomo Nero; «Se me lo avessi detto una cinquantina di anni fa ti avrei probabilmente dato ragione, ma ormai non è più così: la ricerca ha fatto enormi passi avanti, e qualsiasi latte artificiale è sufficientemente valido da poter essere usato come sostituto a quello materno ove necessario, tant'è che fior fior di bambini sono cresciuti sani e forti pur bevendo solo quello. L'unica cosa che, probabilmente, non si riuscirà mai a replicare, è la capacità del latte materno di trasmettere anticorpi e altre cellule in grado di proteggere dalle infezioni, ma nel tuo caso il problema non si pone: sia tu che il bambino siete esseri immortali, dunque già naturalmente immuni a qualsiasi malattia».
Lasciandosi sfuggire un pesante sospiro Jack chiuse gli occhi, lasciandosi andare contro il torace dell'amato e stendendo le gambe, e commentò: «E adesso ho di nuovo sonno. Comunque, tette o no, resto inguardabile».
«Tette o no resti splendido, Jack, e non accetto obiezioni. Non mi stancherò mai di ripeterlo, ma vorrei davvero che tu lo capissi, perché continuando a disprezzarti ti stai solo distruggendo. Ora, però, se sei stanco sarebbe meglio che dormissi: hai avuto una giornata intensa, e discutere di questo argomento finirebbe solo con lo sfinirti. Riprendiamo più tardi, va bene? Chiudi pure gli occhi, e riposa».
Lieto di vedere il ragazzo annuire ed obbedire docilmente l'uomo sorrise, depositandogli un piccolo bacio sulla tempia e iniziando a carezzargli il capo per conciliargli il sonno, e fu così che, preso com'era dal proprio compito, non si accorse minimamente di Dentolina, che, seppur con estrema discrezione ed in silenzio, aveva afferrato un blocco ed una matita e, spiandoli di sottecchi, s'era messa a disegnare.
Agitandosi debolmente Jack aprì gli occhi, scuotendosi facilmente di dosso il sonno che lo aveva colto in serata e facendo vagare le iridi per trovare l'amato, quindi, trovandolo steso alle proprie spalle nella stessa posizione in cui lo aveva lasciato, gli disse: «Pitch, ho fame».
Colto di sorpresa mentre sonnecchiava Pitch impiegò qualche secondo a riprendersi, ma non appena vi riuscì gli sussurrò: «Ben svegliato, Jack. Hai riposato bene? Hai aperto gli occhi giusto in tempo per l'ora di cena. Vado a prepararti una zuppa?».
Ignorando la prima domanda il ragazzo replicò: «No, non mi va di mangiare una zuppa: voglio una pizza».
Aveva parlato di getto, esprimendo senza esitazione un desiderio che non sapeva di avere, e che, effettivamente, non avrebbe mai dovuto avere, poiché non aveva mai provato quell'alimento in vita sua, ma in quel momento non perse tempo a porsi sciocche domande: qualunque fosse la ragione lui voleva una pizza, con tutto sé stesso, e, in un modo o nell'altro, l'avrebbe ottenuta.
«Una pizza?» esclamò l'Uomo Nero, incredulo; «Sul serio? Non penso sia fattibile: io non ho mai provato a farla, e non ho mai visto gli Yeti cucinarne una».
«Stai scherzando!?» sbottò Frost; «Impastano pane tutto il giorno, perché non possono farmi una pizza?».
Interdetto l'uomo esitò per qualche secondo, poi rispose: «Vedi, Jack, non sono esperto, ma sono abbastanza sicuro che l'impasto del pane e quello della pizza siano diversi tra di loro. Se ci tieni tanto posso andare a chiedere se qualcuno può cucinarmela, ma non ti assicuro nulla, e, se la risposta dovesse essere sì, dovrai aspettare come minimo un paio d'ore».
«Pitch, forse non hai capito» insistette il giovane con tono deciso; «Io ho bisogno di una pizza, e ne ho bisogno adesso».
Non so voi, ma io, ora come ora, ho una gran voglia di pizza (e non posso neppure mangiarla X'D). Come sempre commenti e domande sono ben accetti, non esitate a contattarmi! Tenendo conto delle varie vacanze, visite ed impegni relativi alle feste, nonché del fatto che, probabilmente, il prossimo capitolo sarà più lungo del consueto, pongo come termine di pubblicazione domenica 4 gennaio, augurandomi di riuscire a trovare tanto tempo libero e tenervi sulle spine il minor tempo possibile. Auguro a tutti una buona serata, buon Natale e (sperando di poter replicare tra una settimana!) buon anno, a presto!
