"Quello di cui Alex ha bisogno è che i suoi genitori non corrano rischi superflui. Entrambi.Soprattutto tu, in questo momento. Non puoi entrare nella sua vita e poi cacciarti - per scelta - nel primo pericolo in cui ti imbatti, come un dannato irresponsabile! Hai dei doveri nei suoi confronti! Sei suo padre", replicò inorridita e spaventosamente inquieta per la sua completa mancanza di buonsenso.
Trovava ridicolo doversi esprimere attraverso frasi che suonavano a mo' di slogan e che sottolineavano semplicemente l'ovvio. Avrebbe dovuto arrivarci da solo. Un uomo adulto e sensato l'avrebbe fatto.
"Kate...". Gli lanciò un'occhiata raggelante. "È proprio per questo che ho voluto presentarmi all'appuntamento...".
Non lo lasciò finire di parlare, in preda alla frenesia di dimostrargli che l'unico punto di vista accettabile in una situazione del genere era quello che gli aveva appena illustrato. Doveva capirlo. Doveva essere d'accordo con lei. Altrimenti non ci sarebbe stato futuro, non a quelle condizioni.
"Avrebbero potuto ucciderti, Castle! Rapirti di nuovo. Poteva rivelarsi una trappola e tu ti ci sei infilato allegramente dentro senza pensarci due volte, solo a causa della tua fottuta curiosità, che non ti fa fermare davanti a nulla!", lo accusò perentoria, alzando la voce, per quanto poteva permettersi.
"Come sopravviveremmo se dovessimo affrontare di nuovo la tua scomparsa io, tua madre, Alexis, chiunque tenga a te? A noi non pensi? Che cosa racconterei ad Alex, quando fosse abbastanza grande da capire? Che suo padre era un perfetto idiota?".
Nell'intento di sottolineare uno a uno tutti i suoi clamorosi errori, Kate non si era accorta di aver spostato il focus della discussione dal sacrosanto diritto di Alex di avere un padre responsabile - o almeno presente nella sua vita, che era tutto quello che gli si chiedeva – al supplizio indicibile che aveva sopportato per quei venti lunghissimi mesi di assenza.
Si sentiva come un enorme contenitore colmo fino all'orlo di strati di sofferenza, con la quale non era scesa ancora a patti, nonostante i suoi sforzi di razionalizzare la vicenda, soprattutto una volta che l'aveva riavuto con sé.
Lo strazio si limitava a starsene in agguato nelle pozze buie del suo inconscio, pronto a balzare fuori inaspettato al minimo inciampo sul terreno sconnesso.
Castle doveva avere notato il cambio di registro, ma non fece nessun commento. Accettò la sfuriata a capo chino, senza ribattere, per non provocare un'altra escalation di sentimenti feriti del tutto giustificati.
Le diede il tempo di riprendersi, aspettando che l'affanno si placasse gradualmente. Poi le fornì la sua spiegazione.
"Mi sono presentato all'appuntamento - sapendo molto bene i rischi che correvo -, perché al telefono hanno minacciato te e Alex di ritorsioni. Non potevamo vivere con una minaccia del genere a incombere sopra le nostre teste, senza sapere come e quando si sarebbe palesata".
"Avresti solo dovuto smettere di ficcare il naso in cose più grandi di te. È quello che ti hanno detto di fare. Non era difficile, Castle", ribatté sprezzante, logorata dalla sua stessa rabbia, che fino a poco prima l'aveva riempita di energia.
Era stata ingiusta e lo sapeva. Le "cose più grandi di lui" riguardavano un evento che l'aveva visto protagonista e vittima. Non si era fermato a guardare un incidente capitato per caso sotto ai suoi occhi, impicciandosi in questioni a lui estranee. Si stava parlando della sua vita. Ma lei non poteva permettere che succedesse. Che le venisse strappato di nuovo.
"Come potevo essere certo che mi avrebbero lasciato in pace, se non sapevo quali erano i termini della questione? E se il loro fosse stato un bluff? Se l'avessero detto solo per non far intervenire la polizia? Cosa sarebbe successo se di punto in bianco fossero venuti meno all'accordo? Non avevo niente tra le mani, niente. Non una prova. Non un motivo per ritenere valido il loro 'consiglio' e accettarlo. Ero in balia del capriccio di gente sconosciuta. Come avremmo mai potuto dimenticarcene? Rilassarci? Vivere?", le rispose con tono accorato, spinto dal medesimo bisogno di convincerla della correttezza del suo punto di vista.
"È stata l'unica pista che mi si è aperta davanti, senza che io la cercassi. E ti assicuro che ci ho pensato molto bene, prima di andare. Ma non avevo alternative. Non potevo chiamare la polizia. Non potevo coinvolgerti. Non mi importa se sei capitano di un distretto. Se minacciano la mia famiglia, io la lascio fuori. A qualsiasi costo", continuò categorico.
"Non vedi come ora la situazione è molto più chiara? Per qualsiasi motivo mi sia fatto cancellare la memoria, adesso so che era l'unico mezzo per tornare da te e tenerci al sicuro. Sì, vorrei sapere che cosa ho fatto in quei mesi. Lo vorrei immensamente. Ma almeno sono ragionevolmente sicuro che andrà tutto bene, finché non ficcherò il naso, come sostieni tu, in questa storia. Prima di ricevere questa busta non potevo sapere di essere stato io a organizzare tutto, benché sia qualcosa a cui faccio ancora fatica a credere, conoscendomi. Tutto qui".
Kate strinse le labbra in una linea dura e sottile, riflettendo sul lungo monologo che aveva ascoltato in silenzio e che, odiava ammetterlo, presentava una certa logica.
Non era però ancora pronta a cedere.
"Peccato che, per arrivare a questa conclusione, tu abbia corso dei rischi, come qualsiasi sprovveduto, nonostante i numerosi mezzi che avrei potuto metterti a disposizione, senza dover per forza essere coinvolta in prima persona. Sottovaluti la mia nuova posizione", precisò con stizza che era ormai solo un pallido ricordo della furia precedente.
Castle si accostò a lei e la sorprese posando un braccio sulle spalle contratte. Non era pronta a quel genere di vicinanza fisica, ma non ebbe la forza di sottrarsi.
"Non succederà mai più, Kate. Non cercherò più di scoprire che cosa mi è successo. Non mi metterò in pericolo. Ti prometto che non me ne andrò via. Non ti lascerò mai più", le mormorò all'orecchio, con voce sommessa, ma vibrante di emozione trattenuta.
Kate guardò le proprie mani tremare, senza che riuscisse a tenerle immobili. Anche il suo cuore era un po' malfermo. Batteva in modo strano, irregolare.
Priva di ogni volontà, si sentì trascinare sul petto di Castle, sopra il quale si abbandonò, proprio come aveva fatto Alex soltanto qualche ora prima, al sicuro sotto al suo mento, come era sempre stato.
Ondate di sofferenza repressa si incresparono in superficie, mentre tutto il dolore dell'assenza traboccava da sconosciuti anfratti della sua coscienza, dove era stata sicura di averlo sigillato.
Non aveva idea di quando avesse iniziato a piangere. Semplicemente, le lacrime erano spuntate dal nulla scivolandole sulle guance e inondandole il collo e bagnandole la maglietta. Cercò di asciugarle alla meglio con le dita.
Cogliendola di sorpresa una seconda volta, Castle le raccolse in un un'unica mossa le gambe intorno al braccio e se la posizionò in grembo, cullandola. Kate si accoccolò, ritrovando una delle sue posizioni preferite di un tempo.
Castle la lasciò sfogare a lungo, accarezzandole la schiena, dandole solo qualche colpetto consolatorio, di tanto in tanto.
Kate rivisse lo sfinimento e la fatica di quei mesi, tutti gli ostacoli che aveva dovuto superare da sola, che le erano sembrati insormontabili, con un macigno costante che le urtava le costole a ogni respiro: quello di non sapere quale destino avesse incontrato l'uomo che amava e che avrebbe dovuto sposare.
Era un conforto potersi abbandonare sulle sue capaci spalle e permettergli di condividerne il peso con lei, almeno finché non si fosse ripresa. Era stata da sola per così tanto tempo...
Quando cominciò a calmarsi, si chiese con allarme che aspetto dovesse avere, con il mascara colato a chiazzarle di nero le guance. Castle la tenne saldamente contro di sé anche quando, vergognandosi un po', cercò di ritrarsi.
Le passò con discrezione un fazzoletto di cotone bianco perfettamente stirato, che aveva recuperato dalla tasca dei pantaloni, perché cercasse di rimediare al disastro che doveva avere al posto della faccia.
"Mi dispiace che il giorno del nostro matrimonio si sia trasformato in una tragedia. E mi dispiace non esserci stato quando hai scoperto di essere incinta. O il giorno del parto. Ti avrei fatto impazzire, e tu avresti preteso che mi cacciassero. Ma io sarei rimasto nonostante il tuo parere contrario".
Kate rise tra le lacrime. Era sicura che sarebbe andata così. Ma nonostante il tormento che le avrebbe sicuramente dato – a lei e a tutto il personale dell'ospedale – avrebbe dato qualsiasi cosa pur di tornare indietro e rivivere quell'esperienza insieme a lui.
La voce di lui si ridusse a un sussurro, "Mi dispiace per ogni minuto trascorso lontano da te. Anche quelli che non ricordo, perché sono sicuro che mi sei mancata disperatamente. Non potrebbe essere il contrario".
Kate agitò freneticamente un mano, per farlo smettere. Se avesse continuato, lei avrebbe finito con il seppellirli sotto un mare di lacrime irrefrenabili.
Era la prima volta, da quando era tornato, che sperimentava la vertigine di avere Castle tutto per sé, si rese conto con un certo stupore. Prima si erano dovuti concentrare sulle sue condizioni fisiche, poi sul modo migliore perchè lui e Alex si incontrassero e, infine, era stato giusto e necessario lasciare che anche la sua famiglia trascorresse del tempo con lui. Lei l'aveva assistito, aveva organizzato turni e preso le decisioni necessarie. Era stata quella forte. Aveva dato spazio alle esigenze degli altri.
Adesso che le era finalmente accessibile il Castle di un tempo, quello che la consolava, che la faceva ridere e di cui aveva avuto un enorme bisogno quando non c'era stato.
Si sentì un po' egoista a pensarlo, ma era infinitamente felice di aver avuto quei preziosi momenti di solitudine con lui, quella sera, senza doversi ritrarre di fronte a necessità più grandi e persone che avevano il suo stesso bisogno di godere della sua compagnia.
"Per dimostrarti la serietà dei miei propositi di non lasciarti, ti propongo di portarmi con te ogni minuto della tua giornata, per recuperare il tempo perduto. Penso che sia uno scambio onesto".
La voce aveva preso una sfumatura divertita. Era decisamente tornato il Castle di una volta. E, come tale, tendeva a sconfinare e frantumare spensieratamente le frontiere che lei aveva stabilito per il bene di tutti.
"Bel tentativo, Castle, ma adesso ti stai allargando", replicò ridendo, senza riuscire ad assumere l'espressione severa che si era proposta.
Rise anche lui, tra i suoi capelli.
"Speravo di coglierti impreparata", ammise, senza nessun senso di colpa. "Vorrei, però... Vorrei far parte della tua vita, oltre a quella di Alex", continuò coraggiosamente. Kate dovette rendergliene merito. "Non subito. Capisco che tu abbia bisogno di tempo per superare quanto accaduto e abituarti all'idea della mia presenza permanente". Aveva preferito deviare con ironia, ma l'espressione continuava a essere quella di chi non sta scherzando. "Ma... voglio solo sapere se anche tu sei dell'idea che... siamo, o saremo, altrorispetto al ruolo di genitori di Alex. Anche se lui viene prima. Però poi veniamo anche noi, subito dopo... se... se sei d'accordo anche tu", concluse stentato.
Non era il discorso più curato che gli avesse mai sentito fare e questo, per qualche motivo, la intenerì.
Gli avvolse le braccia intorno al collo e lo strinse. Armonizzarono istintivamente il ritmo del loro respiro. Kate chiuse gli occhi.
"Non ho mai tolto l'anello, da quando sei scomparso", sussurrò piano.
Sapeva che lui l'aveva notato e che non era una grande rivelazione. Era lì in bella mostra per chiunque.
Intendeva però sottolineare in modo chiaro il significato che aveva avuto per lei quella scelta. Non era un ricordo di quello che era stato o che sarebbe potuto essere. Non più, a quel punto. Simboleggiava il loro futuro.
"Credo però che abbiamo bisogno di tempo. Io ho bisogno di tempo, ma... posso prometterti che non uscirò con nessun uomo che dovesse avere delle strane intenzioni nei miei confronti. Dirò di no a tutti".
La faceva ancora sorridere l'immagine di Castle geloso del proprietario di Remy's.Come se lei non avesse passato ogni singolo giorno, per non parlare delle notti eterne, a rimpiangerlo e a desiderare che tornasse. C'era sempre stato solo lui nella sua vita.
Non c'era alcun motivo di essere tanto precipitosi, adesso che le cose avevano ripreso il corso naturale, brutalmente interrotto diversi mesi prima.
"Mi rincuora molto sentirtelo dire, anche se... ".
Era proprio da lui cercare di portarsi a casa condizioni migliori rispetto a quello che lei poteva offrirgli.
"Posso sperare che, dovesse presentarsi l'occasione...". Kate ridacchiò contro la sua spalla. Amava quando diventava così guardingo nell'esprimersi. "Magari a me dirai di sì?".
"A quale proposito, Castle?", volle sapere, fingendo di non capire.
"Un appuntamento, magari?".
"Chiedimelo quando arriverà il momento", rispose ammiccante, lasciandolo probabilmente a scervellarsi su come avrebbe riconosciuto il "momento".
Abbandonò la sua posizione privilegiata, con un po' di rammarico e tornò a sedersi sul divano. La bufera – non solo quella esterna - era passata. Si sentiva molto più tranquilla e rasserenata, dopo il suo sfogo più che necessario.
"È tardi", mormorò Castle dando una rapida occhiata all'orologio. "Penso che dovrei tornare a casa".
Si chiese se l'avesse detto per farsi invitare a rimanere a dormire, e per qualche istante si trastullò con l'idea di lasciare che trascorresse la notte sul divano.
Probabilmente Martha e Alexis lo stavano aspettando e si sarebbero preoccupate, se non l'avessero visto tornare fino al mattino dopo. Non era l'unica ad avere nervi sensibili.
Si limitò ad annuire, rammaricata, ma senza volerglielo mostrare.
"Posso andare a salutare Alex un'ultima volta, se prometto di non svegliarlo?".
"Sarà meglio, Castle, altrimenti sarai costretto a portartelo a casa, perché non ho nessuna intenzione di ricominciare di nuovo tutta la trafila necessaria per farlo addormentare". Soprattutto perché lui non sarebbe stato lì con loro a operare la sua magia.
Castle si avviò verso la camera da letto, da solo. Kate preferì lasciare a entrambi la loro intimità. Non serviva più che fosse sempre presente. I semi della loro relazione erano stati piantati e lei era fiduciosa che il legame si sarebbe presto rafforzato. Castle era capace di rispettare i tempi di Alex: l'aveva dimostrato quando aveva accettato le sue richieste e non aveva fatto pressioni per farsi apprezzare al primo incontro. Un altro avrebbe esercitato tutto il suo fascino per instaurare subito un rapporto, forzandolo, solo perché era suo padre.
Perse tempo per sprimacciare qualche cuscino e riporre nel lavello i bicchieri e le tazze di caffè ormai freddo.
Dall'altro lato del muro non venne alcun rumore. Quando finì la sua opera di riordino, si appoggiò al bordo del tavolo, controllando oziosamente il suo telefono, per ingannare l'attesa.
Era stanca e provata. La serata aveva riservato pesanti sorprese. Voleva andare a letto, ma non poteva farlo finché non avesse accompagnato Castle alla porta.
Dopo una decina di minuti ammise che doveva esserci qualcosa che non andava. Che ci faceva Castle ancora con Alex? Era tardi e doveva riattraversare la città.
Decise di affacciarsi per controllare discretamente che fosse tutto ok, ma quando lo fece, quando socchiuse la porta, le si parò dinnanzi una scena che, con tutta la fantasia, per quanto scarsa, non si era aspettata.
Castle era sdraiato su un fianco sopra al suo letto, addormentato, con Alex disordinatamente steso tra le sue braccia. Con una mano lo teneva saldamente, forse per paura che rotolasse via, la testa affondata tra i suoi riccioli, con un pugno di Alex sopra le sue labbra.
Non riusciva a capire per quale strano motivo Alex avesse abbandonato il suo lettino e si fosse materializzato sopra al letto matrimoniale e, soprattutto, perché Castle stesse dormendo. Nella sua stanza. Dopo aver detto che se ne sarebbe andato.
Li osservò a braccia conserte.
Non credette nemmeno per un minuto alla sua innocenza, di cui era certa che avrebbe tentato di convincerla, se lo avesse svegliato per chiedergli spiegazioni.
Studiò il da farsi. Non aveva cuore di mandarlo fuori al freddo, dal momento che dormiva con un'espressione di totale abbandono.
Sarebbe stato un peccato interrompere il suo riposo: sospettava che la notte precedente non avesse dormito un granché.
Ma non le sembrava il caso di unirsi a loro. Non dopo quello che gli aveva appena detto sui tempi, i limiti, le distanze.
Di certo, però, non poteva andare a prepararsi un giaciglio di fortuna in salotto, perché Alex si sarebbe spaventato, se il mattino seguente avesse aperto gli occhi e si fosse trovato davanti Castle. Doveva rimanere nella stessa stanza con loro. E poiché non c'erano altri letti, né poltrone, doveva raggiungerli sull'unico presente, a meno di non scegliere il pavimento, che doveva essere gelato e che l'avrebbe fatta sentire un po' ridicola.
Castle aveva decisamente architettato un ottimo piano, si disse convinta che dovesse esserci stato del dolo da parte sua. Chissà se era stata un'idea del momento o se ci aveva riflettuto per tutta la sera. Valutò di impiegare le sue tecniche più sofisticate per farlo parlare nel sonno e indurlo a confessare, ma lasciò perdere, per quanto l'idea la divertisse malignamente.
Sospirando, andò a spegnere le luci e chiudere a chiave la porta. Al ritorno recuperò una coperta molto ampia dall'armadio, con cui avvolse i due uomini e se stessa, quando si stese con loro, con i movimenti ridotti al minimo.
Cercò di ritrarsi il più lontano possibile anche se Alex, quando se la trovò vicino, venne attratto come una falena dalla sua presenza familiare e si avvinghiò a lei come un rampicante, di fatto bloccandola.
Rimase così, in silenzio, con il bambino sdraiato scomposto in mezzo a loro, ascoltando il respiro regolare di entrambi.
Pensò che non avrebbero mai scoperto che cosa era successo a Castle e perché la sua amnesia arrivasse solo fino a certo punto temporale.
Il suo legittimo bisogno di sapere non sarebbe mai stato soddisfatto. Si chiese se fossero davvero fuori da ogni pericolo o se si trattasse di un tranello che li avrebbe prima o poi colpiti a tradimento nella loro ingannevole sicurezza.
Per quelle poche ore che li separavano dal mattino, però, nessuno avrebbe minacciato il loro piccolo mondo riparato. Si era realizzato uno dei sogni in cui si era cullata in quei mesi: avere Castle e Alex insieme a lei sotto allo stesso tetto, in modo da poterli proteggere entrambi, e di farsi proteggere a sua volta.
La sua famiglia era riunita e, almeno per un po', nessuno avrebbe potuto minacciarla.
Nonostante fosse stata sicura che non sarebbe riuscita a rilassarsi, il sonno venne a lambirla, chiudendosi come coltre di velluto sui pensieri confusi che le avevano riempito la mente negli ultimi istanti di veglia.
