Capitolo 19: Giocando con i coltelli
Riven si sedette da sola al tavolo della caffetteria, mangiando per conto suo. Intorno a lei, campioni, evocatori, staff dell'Istituto e simili gironzolavano tra i numerosi tavolini del bar. L'aria era piena di ronzii di conversazioni, e rumore di piatti ed argenteria. Senza alzare lo sguardo, Riven poteva udire diversi campioni parlare ad alta voce gli uni gli altri o socializzare: in mezzo al bar , Jax e Gragas stavano facendo una gara di bevute, accerchiati da una folla acclamante; Jayce e VI erano seduti assieme in un altro angolo, immersi profondamente in una silenziosa conversazione, progetti e schemi sparpagliati sul tavolo davanti a loro; Draven era in piedi che posava al di sopra di un altro tavolo, le sue asce ruotavano ai suoi lati per ragioni ignote a Riven.
Un altro giorno nella Lega, pensò tra sé e sé con un piccolo sorriso. Non c'era mai d'annoiarsi nell'Istituto.
Aveva scelto invece di sedersi in uno dei benedetti vuoti e nascosti tavoli che erano piazzati lontani ed in luoghi recessi della caffetteria. Non vi era nessuno davanti a lei quando prese il cibo, mentre volteggiava la forchetta tra le dita.
Era per fatti suoi, ma non che le importasse; era cliente alla solitudine, e anzi la preferiva il più delle volte. Era un attitudine che aveva acquisito dopo anni di vagabondaggio a Valoran da sola. Anche se gradiva la compagnia di Irelia – e la compagnia di altri come Lee e Karma – alcuni giorni aveva soltanto bisogno di essere sola. Oggi era uno di quelli.
Dopo i suoi attacchi di panico nel bagno, corse fuori dalla stanza, sentendosi claustrofobica e disperata in bisogno di ossigeno – dopo aver rimesso i suoi vestiti apposto, ovviamente. Aveva girovagato sotto il cielo notturno per diverse ore – così tante, che quando ritornò nella sua stanza , il sole era ormai risorto. Sembrava meramente un minuto che chiuse gli occhi prima che fu svegliata dal suono di un bussare alla sua porta. Quando si alzò dal suo inquieto sonno, fu a causa di una partita imminente che perse in ogni caso. Aveva combattuto in maniera sciatta e scadente, un effetto controproducente del suo mancato sonno che l'aveva afflitta. Furiosa con se stessa, si fece strada come una tempesta tra i suoi compagni senza dire una parola e dirigendosi al bar, intenzionata a rimanere da sola.
Ed ora era sola nella caffetteria con nient'altro che la sua spada distesa sulla sedia accanto a lei. I suoi occhi vennero trainati sulla forma rotta della sua spada, e pensò all'aspetto originale di una volta.
E' tutto ciò che mi resta di Noxus.. E' tutto ciò che ho del mio passato.. ed è anche rotta.
Le sue braccia diedero una tediosa pulsazione e chiuse gli occhi momentaneamente contro la puntura. Quando lì aprì, si ritrovò sfortunatamente una familiare donna con i capelli rossi che sedeva sulla sedia di fronte a lei.
Indossava un maglioncino di pelle che le cadeva soltanto sulle spalle, non coprendo per nulla la parte davanti esposta. C'erano innumerevoli coltelli penzolanti (l'ho fatto di nuovo) dalla sua persona, e dall'esperienza che ella aveva, Riven intuì ce ne fossero un'altra infinità fuori dal suo campo visivo. I suoi pantaloni neri in pelle erano stretti attorno alle gambe ed il resto della sua figura sottile in un modo che Riven sapeva potessero soltanto distrarre gli uomini. Katarina l'adocchiò con espressione divertita, assumendo un leggero sorrisetto sulla faccia. Appoggiandosi sullo schienale della sedia, oscillò i piedi portandoli sul tavolo. I suoi stivali caddero sul tavolino con un lieve rumore, spedendo l'argenteria sul pavimento, sparpagliandola. Si appoggiò all'indietro con le mani dietro la testa, senza dire una parola.
Riven ritornò lo sguardo silenzioso con un'occhiata gelida a sua volta. Anche se non le spiaceva l'assassina dai capelli rossi quanto Draven, la sua apparenza non segnalava di solito buone notizie. Si aspettava che la donna dicesse qualcosa, ma Katarina rimase in silenzio. Lentamente, lo sguardo non fu più interessato a Riven e i suoi occhi giravano per la stanza in maniera pigra, apparentemente disinteressati. Riven rimase fermamente a bocca chiusa, non volendo chiedere perché fosse lì. Incrociò le braccia, guardando da un'altra parte ma tenendo Katarina sul bordo della sua vista. Tuttavia, gradualmente, la sua curiosità prese il sopravvento, e aprì la bocca per parlare.
"Che vuoi Katarina? Chiese, mezza annoiata, mezza stanca.
"Niente," disse l'assassina nettamente.
Riven sbuffò. "E' un inizio. Andiamo, sputa il rospo. Non voglio star qui tutto il pomeriggio aspettando che tu parli."
Katarina fu quieta per qualche momento in più, poi: "Non sapevo avessi una cosa per gli Ioniani, Riven."
"Di che parli?"
Irelia ovviamente. Il tuo piccolo appuntamento la scorsa notte." Katarina alzò un sopracciglio. "Ad essere onesti, non ti consideravo lesbica." Ella restrinse gli occhi puntati su Riven. "Beh, forse un po'," aggiunse intenerendosi.
Riven si colorò lievemente e le sue mani si chiusero momentaneamente in pugni. Draven, quel bastardo. Avrei dovuto immaginarlo. Diede un grugnito interiore. Questo sarà imbarazzante da chiarire.
"Draven non sa proprio tenere la bocca chiusa, non è vero?" Disse Riven con un sospiro, strofinandosi le tempie con una mano.
"No, non riesce," disse Katarina alzando le spalle. "Ma questo è il suo-," si fermò d'un tratto, e i suoi piedi caddero sul pavimento al muoversi in avanti per guardare Riven con un rinnovato interesse. "Aspetta, che diavolo? Allora è vero? Tu e Irelia?"
"Ovviamente no, Katarina. Mi piacciono gli uomini. Era solo una serata tra donne."
La faccia di Katarina si trasformò in una di delusione, e si appoggiò di nuovo sullo schienale della sedia, riportando i piedi sul tavolo. "Oh. L'avevo intuito."
Riven la guardò in sorpresa. "Mi credi? Così?"
Katarina fece spallucce ancora una volta. "Non hai proprio una ragione per mentire, quindi non vedo perché no."
"Non pensi mentirei per sentirmi meno imbarazzata?"
"Perché ti interesserebbe di ciò che pensano gli altri? Quella non è la Riven che conosco."
"Riven aprì e chiuse la bocca senza parole, colta di poco alla sprovvista. Non si aspettava un complimento – anche uno pseudo – da Katarina.
"Uh.. grazie?" disse incerta. "Credo?"
"Quando vuoi Riven," disse Katarina con tono vizioso. Si alzò lentamente, strofinandosi le mani sui pantaloni in pelle. "Ascolta Riven," continuò, "So che non ti interessa molto di ciò che gli altri pensino di te, specialmente i Noxiani. E non mi interessa nemmeno a dire il vero, ma lascia che ti avverta: stai alla larga dagli Ioniani. Potrebbero non sembrare persone pericolose, ma possono essere più spregevoli dei Noxiani a volte."
"Lo so," disse Riven rigidamente. "Ero io colei che li ha fronteggiati nell'invasione, e non dimentico facilmente." Ancora si ricordava delle tattiche brutali che gli Ioniani assunsero in difesa della loro isola madre terra.
Almeno loro hanno combattuto faccia a faccia come Noxus avrebbe dovuto, invece di nascondersi dietro macchine da guerra, aggiunse mentalmente.
"E sia. Potresti non essere più una Noxiana, ma questo non vuol dire che le persone ancora non ti considerino tale. Quindi non voglio che tu vada in giro sporcando il nome di Noxus. Non è che mi interessi di ciò che fai, ma stai alla larga dagli Ioniani. A meno che non vuoi farti del male."
"Potrei dire lo stesso dei Demaciani," disse Riven con tono gelido, "Specialmente i Capitani dell'intrepida avanguardia ."
Due punti di colore rosa apparvero sulle guance di Katarina, e le sue labbra si strinsero. Lentamente, comunque, la sua faccia divenne addolorata, e sorrise in maniera pericolosa "Lo terrò a mente, Riven."
Si voltò per andarsene, muovendosi come un gatto tra la folla. Riven la guardò andare, tenendo i rossi capelli di Katarina in vista finché non uscì dalla caffetteria. Quando scomparve dal campo visivo, Riven si appoggiò allo schienale sospirando, strofinandosi gli occhi in maniera stanca.
"Beh quello era inaspettato," borbottò ad alta voce tra sé e sé, piegandosi per raccogliere i piatti e l'argenteria caduta. Balzò leggermente a causa della sorpresa mentre si raddrizzò; c'era un'altra persona seduta sulla sedia alla quale Katarina prese posto. Il giovane uomo era vestito quasi completamente in viola e blu, e aveva un cappuccio che gli copriva il volto. Il suo mantello, ricoperto da coltelli, svolazzò gentilmente oltre la sedia. Talon la guardò con una faccia pietrificata, i suoi occhi erano appena visibili sotto il cappuccio.
"Riven," disse recisamente.
"Talon," rispose cortesemente; come Katarina, non le dispiaceva Talon quanto Draven, ma più come sua "sorella", la sua apparenza non era quasi mai un buon segno.
"Ho visto che stavi parlando con Katarina."
"Infatti. Che ti interessa?"
Talon ignorò il suo sottile commento."Niente. Voglio solo che tu sappia che concordo con lei. Se continui ad associarti con gli Ioniani, potresti farti male."
Riven rise, incapace di trattenersi. "Non sapevo ti preoccupassi per me, Talon. Non dovresti; non ti si addice."
Talon accigliò sotto il suo cappuccio. "Non è quello che intendevo. A discapito di se ti consideri o meno una Noxiana ora, una volta lo eri. E ciò che stai facendo è male per le apparenze."
"Ti sembra che mi interessi ciò che tu pensi?" Disse duramente. "La Noxus di cui parli ha provato ad uccidermi. Non pensare che l'abbia dimenticato." Ma anche se disse testuali parole, Riven sapeva che non fosse la verità. Ancora amava Noxus. Comunque, riuscì a vedere che era perduta quanto lei. Senza scopo, non sarebbe mai potuta essere forte di nuovo.
"Capisco," disse Talon, alzandosi senza far rumore. "Se questo è ciò che sarai, dovresti essere più attenta. Non sai quando ti sveglierai a causa di un coltello conficcato nella schiena."
"E' una minaccia? O una promessa?
"A te la scelta."
"Allora faresti meglio a stare attento anche tu. Non sai quando potresti ritrovarti una spada nel petto."
Riven ritornò lo sguardo che egli le diede, e di soppiatto uscì dal bar. Riven aspettò fino a che non se ne andò, poi crollò sulla sedia. Sospirò, passandosi una mano sul viso.
In che guaio mi sono cacciata?
