Ultimo giorno dell'anno.
Il roseto dormiva sotto la bianca coltre di neve sognando la primavera ancora lontana.
La neve danzava scendendo dal cielo in larghe falde e coprendo tetti, cancelli, alberi con grandi pennellate che sembravano di zucchero impalpabile.
Il grande abete, che il signor Whitman aveva decorato, scintillava di fronte al portico d'ingresso. Alcuni domestici cercavano di aver ragione della neve che continuava a scendere, tentando di mantenere libero il viale d'ingresso per le auto e le carrozze che di lì a poco sarebbero arrivate per il tradizionale ballo di fine anno della famiglia Andrew.
Lei e Albert, appena tornati dal viaggio, avevano trascorso il Natale alla casa di Pony insieme ad Archie, Stear, Annie e Patty, con i bambini, Tom e suo padre, Jimmy e il signor Cartwrite, Miss Pony e Suor Maria ma non avevano potuto sottrarsi al dover essere presenti alla festa di capodanno che la famiglia Andrew organizzava, per tradizione, a Lakewood.
Candy continuava a guardare la danza dei fiocchi di neve, incantata. La pendola suonò le cinque, fuori ormai era buio. Gettò ancora un pezzo di legna nel fuoco che lanciò mille scintille ed iniziò a spogliarsi e a prepararsi al bagno.
Nuda, si guardò nel grande specchio dalla cornice dorata che le restituì l'immagine di una ragazza dalla pelle bianca, cosparsa di efelidi come il viso, i lunghi capelli sciolti, biondi e ricci che le scendevano sulle spalle. Era piccola e minuta, il corpo snello e ben tornito, braccia sottili, mani dalle dita lunghe e fini, piccoli piedi eleganti. Aveva ragione Archie quando le diceva che se avesse voluto avrebbe potuto far girare la testa a qualunque uomo ma gli occhi verdi come smeraldi erano velati di tristezza: l'unico che aveva mai desiderato non era con lei.
Con le mani accarezzò il ventre che mostrava una rotondità che ormai cominciava a diventare evidente: ancora poco tempo e non avrebbe potuto più nasconderlo sotto gli abiti pesanti e i capotti.
Una lacrima le scese su una guancia lasciando un solco umido.
Nei suoi sogni di bambina aveva immaginato quella fase della sua vita in modo molto diverso.
Nei sogni vedeva la sua casa come un piccolo nido, un posto caldo e accogliente, un camino acceso e davanti ad esso una coppia.
Nei suoi sogni l'attesa di quella vita che nasceva scaldava più del fuoco di quel camino; nella realtà nulla riusciva a strapparla da quel deserto algido che sentiva intorno a sé, nemmeno il sorriso materno di Miss Pony, nemmeno la serenità di Suor Maria, nemmeno l'amore di Albert, sempre forte malgrado il suo tentativo di celarlo dietro l'amicizia.
Si sentiva terribilmente sola, non aveva ancora avuto il coraggio di raccontarlo a nessuno, chiusa come un riccio su se stessa, su quel dramma che stava vivendo, da cui aveva lasciato fuori tutti.
Sapeva che prima o poi avrebbe dovuto raccontare tutto, ancora poco tempo e la vita che cresceva in lei sarebbe stata evidente.
Ripensava a Terence, non sapeva più nulla. Nessuno ne sapeva più nulla.
Prima di partire gli aveva scritto, gli aveva chiesto di vederlo per potergli parlare, era giusto che lui sapesse ma era anche decisa a non chiedergli nulla ma nessuna risposta era arrivata a Casa Andrew durante la loro assenza e nemmeno dopo.
Sapeva che lui l'aveva cercata, prima da Miss Pony, poi alla Clinica Felice, poi ancora a Casa Andrew ed infine a Boston, dove si era sentito male nella hall dell'albergo: l'avevano portato in ospedale d'urgenza, aveva un principio di polmonite; se ne era andato contro il parere dei medici.
Lo aveva saputo poco dopo il loro ritorno: George aveva informato Albert della visita del giovane e avevano fatto una serie di ricerche per rintracciarlo ma ormai nessuno sapeva più dove fosse.
Quando era tornata, sconvolta, da Portland aveva chiesto ad Albert di impedire a Terence di avvicinarla: ora avrebbe dato qualunque cosa per rivederlo.
Non riusciva più a guardare il suo angelo biondo negli occhi, si vergognava immensamente ed allo stesso tempo aveva paura della sua reazione: da quando lei era tornata a casa, ormai più di quattro mesi prima, Albert non aveva fatto che preoccuparsi per lei, portandola in viaggio con sé, non lasciandola mai sola, circondandola di tutto l'affetto possibile e lei non era nemmeno riuscita a sforzarsi di apparire serena, facendo preoccupare ancora di più tutti coloro che tenevano a lei.
Parlare sarebbe servito: avrebbe chiarito molte cose, avrebbe reso meno preoccupati i suoi amici, avrebbe reso meno teso e nervoso Albert, sapeva che gli stava facendo solo del male, che gliene avrebbe fatto ancora di più dopo ma non riusciva proprio a trovare le parole.
I suoi occhi erano sempre più velati ogni giorno che passava, i suoi passi sempre più incerti.
Si era sentita male prima di partire e quando erano in viaggio, le nausee mattutine l'avevano assalita per giorni; anche in quel caso non aveva detto nulla.
Albert sempre più preoccupato e lei, che non voleva essere visitata, era riuscita a fargli credere che fosse una forma influenzale; lui forse aveva letto la menzogna nei suoi occhi ma non aveva detto nulla, limitandosi a curarla.
Si preparò accuratamente per la cena ed il ballo anche se non aveva alcun desiderio di prendervi parte: lo faceva solo per i suoi amici, per non farli preoccupare in maniera eccessiva e perché era più facile assecondarli che discutere ogni volta.
Aveva scelto un abito in stile impero che nascondeva meglio l'accennata rotondità del ventre: era di un bel rosa cipria con dettagli bianchi. Aveva raccolto i capelli in basso sulla nuca in uno chignon morbido e aveva scelto una collana di corallo ad ornare la scollatura.
Sentì bussare alla porta, era Albert; finì d'indossare i lunghi guanti bianchi e lo raggiunse.
Scesero insieme nel salone per la cena.
"Albert…"
"Sì…"
Il dottore continuava ad accarezzarsi il mento guardando una coppia che volteggiava davanti a lui.
"Come sta Candy?"
"E' sempre triste, non è cambiato molto purtroppo…non so più che fare, niente sembra interessarla"
"Mangia?"
Albert lo guardò aggrottando le sopracciglia.
"Poco e niente, perché?"
"mmm", rispose Martin continuando a guardarla mentre ballava con Stear.
"Mi vuol dire a cosa sta pensando?"
"Senti ma, quando eravate in viaggio, non stava bene, vero?"
Albert cominciava ad essere allarmato. "Ma come fa a…? No, non è stata bene, ha fatto due settimane in cui aveva nausee continue ed è rimasta a letto perché si sentiva molto debole…dottore, pensa di dirmi a cosa sta pensando, prima o poi?"
"E dimmi, qualcuno l'ha visitata?"
"No, ha detto che era solo influenza e non ha voluto che chiamassi il medico. Allora, dottore?"
"mmm", fu tutta la risposta che ebbe il ragazzo.
Martin aveva osservato Candy attentamente e la sua esperienza gli aveva fatto intuire la verità ancora prima che Albert aggiungesse dettagli interessanti. I lineamenti del viso erano più morbidi e, sotto il vestito, ad un occhio attento, cominciava ad essere evidente un qualcosa che non poteva proprio essere collegato al robusto appetito che la ragazza sembrava aver perso da parecchio tempo.
Si scoprì a chiedersi se Albert potesse essere in qualche modo coinvolto in quella faccenda: era meglio tacere per il momento, avrebbe cercato di parlare con Candy, non appena fosse stato possibile, voleva visitarla per vedere le sue condizioni, gli sembrava un po' troppo magra.
Candy si stava dirigendo verso i due uomini a braccetto di Stear, non vedeva l'ora di sedersi, si sentiva stanca e con la testa vuota ma Albert non sembrava di quel parere e la trascinò di nuovo al centro della sala per un valzer malgrado le sue proteste: aveva mangiato di nuovo molto poco e sentiva il piccolo che si agitava e le dava fastidio.
Protestò ancora debolmente, poi si sforzò di seguire il ritmo fin quando tutti i suoni si fecero sempre più ovattati e le immagini iniziarono lentamente a sfocarsi, il viso di Albert sempre più confuso per poi non vedere più nulla e sentirsi cadere.
