"Che cosa è successo? Sempre se ne vuoi parlare".
Non era del tutto sicuro di voler conoscere i dettagli della faccenda. D'accordo, Greg non c'era più – però perché aveva detto "credo"? Si erano lasciati o no? C'era il rischio che tornasse nei paraggi? Si allentò il colletto della camicia, improvvisamente troppo stretto.
Non era mai stato troppo curioso di saperne di più su di lei e Greg. Era qualcosa che preferiva lasciare nel vago – sì, c'era un uomo nella sua vita, ma tanto bastava. Non permetteva alla sua fervida immaginazione di andare oltre.
"Domani ho l'esame da capitano".
Oh. Lui era stato convinto che a quel punto si fosse già sottoposta a tutte le prove. Era per quello che non si era fatta viva?
Era inutile farsi tante domande, meglio rimanere in silenzio, in attesa del resto del racconto.
"Non credo quindi di essere stata di umore particolarmente disponibile, quando è passato stasera".
Si erano lasciati con una scenata? Beh, quella era una cosa a cui invece avrebbe voluto assistere.
Kate andò avanti. Castle trattenne il fiato, sperando che l'impulso ad aprirsi con lui non si esaurisse di colpo.
"Non ci siamo sentiti fino a qualche ora fa", puntualizzò a suo beneficio.
Era stata una pausa lunga, quindi. Interessante.
"E lui non sapeva che lo avrei fatto".
"L'esame?".
Annuì. "Sapeva che c'era questa opportunità, ma era convinto che avessi lasciato perdere".
Il quadro che si stava delineando non era molto confortante. Non per lui. Lui era già pronto a stappare una bottiglia di champagne. Come potevano andare avanti tenendosi nascosta una cosa del genere? Che cosa diceva del loro rapporto? Molto poco, se volevano la sua opinione.
"Si è fatto vivo per chiarire la situazione e mi ha trovato immersa nei libri. Non è... finita bene".
Castle si vide riempire il bicchiere e brindare alla loro salute.
Ne aveva comunque abbastanza di quell'uomo e delle sue pretese. Non sapeva niente di lei, era evidente, eppure era nella posizione di esternare le sue lagne e andare a trovarla quando ne aveva voglia, mentre lui doveva passare le pene dell'inferno per una semplice telefonata. Avrebbe voluto strozzarlo.
Kate si passò le mani nervose tra i capelli, continuando a fissarsi la punta delle scarpe. Sembrò molto concentrata ad aggiustarsi l'orlo dei pantaloni, che le cadevano perfettamente.
"Ha detto molte cose che sono probabilmente tutte vere".
E questo che cosa voleva dire? L'ansia gli fece battere il cuore appena un po' più velocemente. Aveva rinunciato all'esame per lui?
"Che faccio sempre quello che voglio, che non gli do mai retta e che non è così che una relazione può andare avanti". Tacque per qualche secondo, prima di riprendere: "E anche qualcosa sul fatto che da quando ci sei tu...".
Greg aveva parlato di lui, addossandogli una parte di responsabilità? Era una notizia magnifica.
"Io?".
"Dice che ultimamente sono più intrattabile. Il che penso voglia intendere che non faccio quello che vuole lui".
"Sarebbe questa la parte in cui avrebbe ragione?". Non voleva più solo strozzarlo, perché beneficiarlo di una morte così veloce, con tutte le alternative dolorose esistenti?
"No". Il deciso diniego lo rincuorò. "È vero però che una relazione non può andare avanti così, senza... comunicare".
Era proprio lei ad ammettere una cosa del genere? Non riuscì a credere alle sue orecchie.
"Ma io voglio diventare capitano e se prima la sua mancanza di incoraggiamento mi aveva fatta vacillare...".
Non aveva più altre morti orribili da augurargli.
"Adesso non ho nessuna intenzione di non provarci. E non mi importa se la pensa diversamente. Immagino che, arrivati a questo punto, ci fosse poco altro che potessimo dirci".
Sarebbe stato d'accordo anche lui, se fosse stato presente.
Kate rimase a lungo in silenzio dopo la sua confessione insolitamente lunga. Castle le passò un braccio intorno alle spalle, senza chiedersi, come al solito, se fosse opportuno. Da chi era corsa a raccontare tutto, del resto? Da lui, e lui soltanto. Cercò di mitigare l'impeto di orgoglio del tutto sconveniente e il travolgente senso di trionfo. Era un suo diritto consolarla. Amichevolmente.
Kate appoggiò la testa contro di lui, sospirando.
"Pensavo davvero che questa volta avrebbe funzionato. Mi ero impegnata a non ripetere gli stessi errori".
Castle era convinto che un rapporto del genere, basato sulla volontà di snaturare profondamente l'altro, non potesse avere successo, a meno che uno dei due non si costringesse a cedere gran parte di sé, accettando compromessi ingiusti. Aveva il timore che fosse accaduto proprio questo, e solo danno di Kate, visto come era stata diversa quando si erano incontrati di nuovo, rispetto a come se la ricordava.
"Se devi sforzarti significa che non ne valeva la pena fin dall'inizio, no?".
Procedette con cautela, non poteva spiattellarle in faccia tutto quello che pensava, perché sarebbe stata evidente la sua mancanza di oggettività. Cercò di dire la cosa giusta. Che non era: "Prendi me. Scegli me". Non a questo punto, almeno.
Lo guardò sorpresa.
"Non mi hai sempre accusato di fare sempre di testa mia, senza ascoltare nessuno?". Era sinceramente stupita.
Gli si fermò il cuore. Era per questo motivo che ce l'aveva messa tutta, ma con un altro? Per qualcosa che aveva detto lui? Erano state queste le conseguenze?
"Beh, c'è una via di mezzo tra non dar retta a nessuno e soffocare i propri desideri, non trovi?".
Altra perla di grande saggezza. Poteva farcela a uscire da quel labirinto.
"Pensavo di aver trovato quel punto di equilibrio", ammise con onestà.
"E allora non era la persona giusta".
Ne aveva abbastanza di fare l'angelo consolatore, qualcuno doveva pur dirle la verità e farla finita con questa storia. Perché ne stavano ancora parlando?
Si scostò da lui, scrutandolo con un luccichio divertito negli occhi. All'improvviso gli era sembrata la solita Beckett. Di certo non era più spenta.
"Ammettilo. Da quanto tempo volevi dirlo?".
La tirò di nuovo vicino a sé. Basta distanza, le cose dovevano cambiare.
"Le mie consulenze di tipo sentimentale vengono sempre elargite in modo disinteressato", le rispose con grande compostezza.
"Già, immagino di sì". Fece una breve pausa. "Quindi, se ho capito bene, secondo te lui non era la persona adatta...".
"Esatto", annuì con enfasi. "Impari in fretta".
"E prima o poi troverò quella giusta? Era questo che intendevi?".
"Proprio così". Smise per un attimo i panni del saggio consigliere. "Magari non ti ci vorrà così tanto, per trovarla".
Lo fissò con uno sguardo di finto rimprovero, prima di sciogliersi in un sorriso abbagliante, reso più luminoso dalla leggera abbronzatura.
"Come consulente sentimentale sei un po' trasparente, Castle. Dovresti affinare la tua tecnica".
"Mi sto ancora perfezionando. Però, come esperto, so che cosa ci vuole adesso. Musica e superalcolici. È il modo migliore per superare i problemi di cuore. Ci sono passato". E via di altre frasi fatte.
L'espressione di Kate si fece tesa.
"Non ho voglia di trascorrere la serata in mezzo alla gente. E poi devo finire di studiare".
"Non ho nessuna intenzione di dividerti con altre persone. E, per quanto riguarda il resto, sono sicuro che nel tuo vivace passato tu abbia fatto di peggio, come presentarti agli esami dopo una notte in bianco passata chissà dove".
"In effetti sì", ammise maliziosa.
"Lo vedi? Andiamo. Conosco il posto giusto".
Le offrì la mano perché si aiutassero a vicenda a rimettersi in piedi.
"Non sono vestita in modo adatto", obiettò esaminando dubbiosa il proprio abbigliamento. "Non mi faranno entrare nei locali che frequenti di solito".
A lui sembrava meravigliosa.
"Quando hai finito con le scuse, ti aspetto nel taxi", tagliò corto, spostandosi verso il ciglio della strada. Con la coda dell'occhio la vide affrettarsi a seguirlo e la cosa lo riempì di sollievo. Non era stato certo di non essere mollato in mezzo alla strada.
Non aveva idea di dove portarla. Aveva esagerato, come faceva sempre, sperando che gli venisse un'illuminazione, ma non era successo.
Si era guardato in giro affannosamente attraverso il finestrino, finché non aveva intravisto l'insegna di un locale poco appariscente che forse poteva fare al caso loro. Aveva fatto fermare il taxi, lasciando una mancia generosa e si era avviato all'ingresso con grande sicurezza.
Aveva capito di aver sbagliato tutto appena avevano messo piede all'interno.
Era molto buio, faticava quasi a scorgere la sagoma degli oggetti. E c'erano pochi clienti, cosa che non deponeva a suo favore. Quando si abituò alle luci basse, si rese conto che era necessaria una drastica opera di ristrutturazione.
La musica in sottofondo, l'ultima ancora di salvezza che gli era rimasta, era malinconica e struggente. Proprio quello che ci voleva per risollevare un cuore afflitto. Avrebbe dovuto far leva sulla sua affascinante personalità carismatica, per farle dimenticare tutto il resto.
Fingendo di non notare che Kate, in piedi al suo fianco, stava tentando di non ridere apertamente di lui, si diresse deciso verso il primo tavolo che gli capitò a tiro, mostrandosi a proprio agio come se la situazione non fosse stata quantomeno singolare.
Kate non disse niente. Si limitò a prendere posto sull'alto sgabello traballante e a puntellarsi con i gomiti per rimanere in equilibrio. Gli sorrise incoraggiante e lui non avrebbe potuto esserle più grato.
Il barista, un uomo che doveva trascinarsi esausto da anni, li raggiunse con calma, per ricevere le loro ordinazioni. No, non c'era una lista. C'era quello che vedevano esposto. Indicò la fila di bottiglie dietro il bancone. Quando si fossero decisi sarebbe tornato. Sembrava di pessimo umore e forse ne aveva motivo, visto il posto in cui era costretto a lavorare.
Castle lo fermò prima che se ne andasse, convinto che non si sarebbe fatto più vedere.
Kate lasciò che scegliesse anche per lei. Forse era così poco loquace perché non sarebbe riuscita a trattenersi dal prendersi gioco di lui, una volta aperta bocca. Non che non l'avrebbe capita. Con tutti i magnifici posti della città che avrebbe potuto usare per impressionarla e creare l'atmosfera adatta, quello era il peggiore. La sua buona stella l'aveva abbandonato.
"Puoi commentare, se ne hai voglia. Prometto di non offendermi. L'ho scelto a caso e si vede".
Non usò l'occasione favorevole per fare qualche battuta sarcastica.
"Mi piace, invece, Castle. Ha un'aria retrò molto... interessante", fu tutto ciò che riuscì a dire, ed era già troppo generoso. Era un posto vecchio e ammuffito.Retrò dava al tutto una patina chic che non si meritava affatto.
"Sei davvero generosa. Grazie".
Rimasero in silenzio, un po' intimiditi dalla situazione inusuale. Non era più il momento dei discorsi, si erano già detti tutto il necessario.
Le prese un mano, e all'improvviso il gesto non fu più amichevole, come era stato in altre occasioni, quando voleva incoraggiarla o consolarla. Se ne accorsero entrambi.
Spinto da un'audacia sconosciuta, le accarezzò le dita e poi risalì lungo il dorso con movimenti molto lenti, prima esitanti e poi molto più sicuri.
Kate sembrava assorta in profonde riflessioni solitarie. Fissava il bicchiere, senza averne bevuto neppure un sorso. Come lui, del resto.
Non si mosse, non rispose al suo gesto, ma non si tirò indietro.
Castle si sporse verso di lei, le loro teste quasi a sfiorarsi, le ginocchia unite.
Quando ormai si era convinto che non sarebbe successo altro, ed era già felice di quanto ottenuto, credendo da sempre nell'idea che con lei ci volessero piccoli passi calibrati, Kate lo sorprese toccandogli una guancia con le dita. Non era la prima volta che succedeva. Non significava niente.
La mano scese a sfiorargli le labbra, disegnandone attentamente il contorno sensibile, lasciando un lieve formicolio quasi insopportabile al loro passaggio.
Questo nonera innocente, fu l'ultimo pensiero razionale che riuscì a elaborare.
"Scegli sempre tavoli minuscoli, Rick".
Lui non aveva mai sentito quella voce. Quella voce non era mai stata rivolta a lui. Da dove arrivava? Come si faceva a uscirne vivi?
Non era pronto. Cioè, sì, lo era e da tutta la vita, ma non era pronto in quel momento, in quella situazione.
Appoggiò la mano sopra la sua, che era bollente come la propria, e la premette contro le labbra per baciarle il palmo aperto.
Aveva deciso che si trattava di un sogno da cui si sarebbe presto svegliato e, quindi, che male c'era a non lasciarsi andare? Tanto non era vero. Bastava solo non guardarla negli occhi per continuare a illudersi che fosse reale.
Le circondò il polso con le dita. "Balliamo?".
La sentì ridere, un suono molto più roco del solito. Era irresistibile. Forse stava vaneggiando.
"Non sta ballando nessuno", obiettò.
"Questo è perché non c'è anima viva. Però ci siamo noi. E balleremo".
Si alzò, invitandola a seguirlo in mezzo al locale. Pur di averla tra le braccia, non gli sarebbe importato di esibirsi in mezzo a Times Square la sera di Capodanno.
La vide mordicchiarsi il labbro inferiore e questo compromise seriamente la sua resistenza. Dopo qualche titubanza, decise di seguirlo. Non le avrebbe comunque permesso di rifiutare.
Si ritrovarono da soli in mezzo alla sala e la musica che li circondava era inequivocabilmente un lento. Non era lui a volerla stringere, si disse, ma era la situazione stessa a richiederlo. Sarebbe stato un po' bizzarro se si fossero tenuti a distanza.
Le cinse i fianchi, perché era così che si doveva fare, e Kate gli passò un braccio intorno al collo, attenendosi alle regole.
Fu lei ad adattarsi al suo ritmo, con le mani intrecciate, muovendosi piano. Il cuore gli batteva così forte che quasi non sentiva la musica.
Entrando si era tolta la giacca, sotto cui si indossava solo un top di tessuto leggero, che adesso era l'unica barriera rimasta tra lui e la sua pelle.
Spostò impercettibilmente il braccio verso l'alto, finché non trovò il bordo della maglietta e ci infilò sotto la mano. Si fermò, pronto a venir redarguito per la sua sfacciataggine, ma non successe niente. Non sapeva se era più incredibile quello o la sensazione di toccarle la pelle nuda della schiena. Non era la prima volta. No, non doveva pensare alla tigre e alla promessa che gli aveva fatto. Non in quel momento.
La sentì rabbrividire sotto al suo tocco, e questo inferse un altro duro colpo alla sua tempra vacillante, perché gli era difficile credere di poterle fare un effetto del genere. Lei era stata la donna che non poteva avere, per sempre preclusa, fissa sul piedistallo. Non qualcuno che reagiva in quel modo alla sua presenza fisica.
Gli si fece più vicina. Era stato lui a indurla a farlo, aumentando la pressione, o era stata una sua scelta? Anche lei voleva... di più?
Fu lei costringerli a guardarsi, cosa che fino ad allora avevano evitato di fare.
Lui avrebbe preferito continuare a fingere che si trattasse di una dimensione onirica in cui erano finiti entrambi contemporaneamente.
Il passo successivo era già scritto, glielo leggeva negli occhi turbati e nel respiro affrettato. E anche nelle labbra che erano arrivate quasi a sfiorarsi.
Aspettò, incerto se fosse il caso di bruciarsi tutti i ponti alle spalle – non poteva baciarla e poi continuare a pretendere che fossero amici. Quell'istante di esitazione ruppe l'equilibrio di quel momento perfetto.
Kate appoggiò la testa sulla spalla, abbandonandosi contro di lui, che aumentò la presa per sostenerla. Sentiva la sua guancia nell'incavo del collo. Sospirò, dandosi mentalmente dell'idiota. Chi aspetta per anni una circostanza del genere e poi si tira indietro?
Affondò una mano tra i capelli, per indurla ad alzare di nuovo la testa. Forse il momento perfetto poteva essere ricreato una seconda volta. Non fu così, perché il gesto la seppellì più profondamente contro di lui, che si rassegnò a tenerla tra le braccia, senza aspettarsi altro.
Andando incontro almeno a un ultimo desiderio, posò le labbra aperte sulla pelle sottile sotto il lobo dell'orecchio, indugiando a lungo, prima di scivolare più in basso per rifarlo un'altra volta, dopo averle scostato i capelli.
Non si rese conto di preciso di quante canzoni fossero cambiate, nel frattempo. Non ne ricordava nemmeno una. D'un tratto fu felice di averla portata in quel locale sconosciuto, quasi deserto, dove sembravano esistere solo loro due e quello che stava nascendo tra loro, di qualsiasi cosa si trattasse. Pensò che avrebbero potuto andare avanti così per sempre. Poteva stare in quell'esatta posizione per tutto il resto della loro lunga vita insieme.
Fu Kate a decidere che il loro tempo era terminato. Si irrigidì, cominciando ad allontanarsi da lui, che la trattenne. Non aveva nessuna intenzione di lasciarla andare. Poteva sempre legarla. Non l'avrebbe legata.
"Si è fatto tardi", annunciò a malincuore.
No, no, no.
"Ti accompagno a casa".
Lo guardò a lungo, come se stesse combattendo una battaglia interiore da cui lui era escluso.
"No", rispose quietamente.
Non aggiunse altro, il tono era pacato, forse un po' dispiaciuto, ma la sentenza suonava definitiva.
"Kate, non voglio...".
Che cosa? Non voglio passare la notte con te? Certo che voglio.
Ma capiva che non era giusto. Non intendeva iniziare qualcosa con lei la sera stessa in cui aveva rotto con il suo fidanzato. Non era quello che voleva per loro due. Voleva invitarla fuori per un appuntamento, voleva che non ci fossero dubbi sulle sue intenzioni, voleva che sgomberassero il campo da qualsiasi equivoco. Non poteva certo farlo infilandosi nel suo letto, senza preoccuparsi delle conseguenze.
Dovette lasciarla andare, nonostante fosse l'ultima cosa che volesse.
Kate gli sorrise, forse aveva seguito il filo dei suoi pensieri, o forse era solo arrivata prima di lui alle medesime conclusioni.
Lo salutò con un bacio sulle labbra. Castle aveva chiuso automaticamente gli occhi e il bacio fu così lieve e inatteso che, più tardi, non riuscì a decidere se fosse successo davvero. Non era abbastanza lucido da distinguere il desiderio dall'effettiva realtà.
Si staccò da lui, che la vide fermarsi a prendere la giacca e uscire veloce dal locale, senza voltarsi indietro.
Poteva percepire ancora l'impronta del suo corpo tra le sue mani vuote. Se le guardò, come se non riuscisse ad accettare di non averla più con lui.
Continuò la sua serata solitaria, a ripensare a tutto quello che era successo e a tutto quello che aveva sbagliato.
Something always brings me back to you.
It never takes too long.
No matter what I say or do
I'll still feel you here 'til the moment I'm gone.
(Gravity - Sara Bareilles)
