Kate fissava davanti a sé il vetro opaco e impolverato, che mostrava tracce del passaggio di troppi avventori distratti.
Era seduta da sola al tavolino di una caffetteria che erano riusciti a scovare in una stradina secondaria, dietro sua insistenza, dopo aver finalmente concluso senza troppi danni – a seconda di come lo si volesse interpretare - la loro visita al mausoleo dal quale erano appena usciti.
Il panorama non era dei migliori, si trattava di un cortile che richiamava nostalgiche glorie estive, ma che in quel pomeriggio autunnale appariva spoglio e disilluso.
Castle avrebbe preferito fare subito ritorno in città, perché erano ormai fuori da diverse ore e il viaggio non sarebbe stato breve, tenendo conto che presto Alex sarebbe stato riaccompagnato a casa dalla sorella.
Ma Kate era stata di opinione diversa, e l'aveva convinto, facendo leva sul suo formidabile istinto protettivo, a fermarsi nel primo luogo decoroso che avessero trovato, per mangiare qualcosa. Non avevano pranzato, gli aveva ricordato coscienziosamente, e questo non era un bene per i suoi livelli di zucchero, prossimi al crollo.

Castle, che era tornato in fretta l'uomo totalmente devoto al suo benessere, ruolo che si pregiava di ricoprire, si era detto immediatamente d'accordo. Non che non volesse fornirle qualche forma di ristoro, si era prodigato a spiegarle. Aveva usato proprio quel termine anacronistico, a segnalarle che si era calato completamente nella parte che prendeva con tanta serietà e indubbio divertimento.
Semplicemente, non era sicuro che avrebbero trovato nelle vicinanze un locale dagli standard quantomeno accettabili. Aveva avuto ragione, naturalmente. Erano finiti in una tavola calda che dubitava avrebbero mai scelto per una sosta, nemmeno se indispensabile.
La verità era che non aveva nessuna intenzione di perdersi quegli ultimi minuti da trascorrere in compagnia di Castle, anche se il paesaggio era desolato e sporadici colpi di vento muovevano ritmicamente lo scheletro di un dondolo abbandonato, provocando cigolii uggiosi e sinistri.
Ebbe un brivido - di freddo o premonitore, non seppe deciderlo. Scrollò le spalle e distolse gli occhi dall'immagine cupa.

La sua personale rivisitazione di una giornata estiva fece la sua apparizione nelle vesti di Castle, strappandola a uno stato d'animo incline alla malinconia.
Spinse davanti a lei un'enorme fetta di torta, dall'aspetto più che invitante, sulla quale lei si trattenne a stento dall'avventarsi, per non apparire famelica.
"Hai preso un po' troppo sul serio il pericolo di un calo di zuccheri, Castle", finse di indignarsi, segretamente felice che non avesse optato per qualcosa di sano e assolutamente sgradevole, come ogni tanto succedeva – piatti dai nomi misteriosi ma dalle grande proprietà salutari che la atterrivano al solo guardarli.
Non era nemmeno del tutto colpa di Castle. I suoi gusti erano molto decisi, ma suscettibili di periodiche variazioni. Lui aveva una grande pazienza e spirito di sopportazione. Un po' per tutto, ammise pensierosa.
"È tutto il nostro pranzo, quindi è meglio che sia calorico. Non voglio vederti svenire prima di tornare nella civiltà".
Allungò verso di lei un grosso bicchiere colmo di frullato. Sospirò. Desiderava spasmodicamente tornare a bere del semplice caffè. O, meglio, voleva essere in grado di godere di una tazza di caffè, senza che il solo aroma le rovesciasse lo stomaco, per non parlare del resto. Doveva accontentarsi di alternative decisamente meno apprezzabili, come in questo caso. Per fortuna non le aveva presentato il solito tè insapore che faceva solo finta di assaggiare, al mattino.

Appoggiò una mano sulla sua, per ringraziarlo del gesto premuroso. Di tuttii gesti premurosi e della grande tolleranza dimostrata nei confronti dei suoi sbalzi d'umore e repentini cambiamenti di idea. Sapeva di non essere stata la compagna più calma e ragionevole del mondo nell'ultimo periodo, considerando anche l'innaturale e recentemente acquisita abitudine di commuoversi per qualsiasi scena solo leggermente più toccante che le capitava di vedere, dal vivo o in televisione. Per fortuna il suo lavoro non ne aveva ancora risentito.
Castle le imprigionò la mano, che si portò alle labbra. Gli sorrise, mentre si avventava sulla torta, sforzandosi di non mostrare troppo rumorosamente l'apprezzamento per la leccornia che era riuscito, vincendo ogni pronostico avverso, a scovare per lei.
"È buonissima", mugolò con la bocca ancora mezza piena. Si fermò con la forchetta a mezz'aria, accorgendosi solo allora che lui non aveva toccato il proprio piatto, che presentava una versione molto più austera e meno invitante del dolce che lei stava divorando. "Tu non mangi, Castle?".
"Non ho molta fame", rispose, anche se subito dopo dimostrò la sua buona volontà avvicinando alle labbra un minuscolo pezzo di torta.
"Va tutto bene?", chiese perplessa. Lei era immersa in una strana forma di torpore vigile e beato e percepiva l'atteggiamento di Castle come una nota dissonante. Avrebbe voluto che anche lui si sentisse sereno come lei. Forse era solo stanco.

Castle annuì. Abbassò gli occhi sul piattino e giocherellò con qualche briciola. Kate dimenticò di colpo i morsi della fame, raccolse il tovagliolino e si pulì l'angolo delle labbra, solo per prendere tempo. Una sensazione di disagio le imprigionò le viscere. Non era qualcosa di sconosciuto, era anzi un'emozione familiare che risuonava con forza dentro di lei. Una sorta di oscura certezza che la bolla nella quale dimorava felicemente potesse scoppiare da un momento all'altro.
Non essere paranoica, si disse. Castle è qui. Non andrà da nessuna parte. Gli strinse la mano più forte, per convincersi della sua presenza. Era un gesto automatico che compiva spesso e di cui era certa che ormai lui avesse inteso il significato.

Fece la prima cosa che le venne in mente, per modificare in fretta la deriva spiacevole che il loro allegro spuntino rischiava di prendere. Recuperò dalla sedia accanto a lei il piccolo sacchetto di plastica contenente quello che, dopo tanto vagare e discutere, avevano concordato di comprare per il neonato in arrivo.
Tirò fuori la tutina di ciniglia, tenendola sollevata dal tavolo perché non si sporcasse e la scrutò con aria critica.
"È terribile".
La risata di Castle, che aveva sperato di suscitare, arrivò puntuale, rincuorandola.
"Non è vero, Beckett. A me piace molto. Anzi, ne sono proprio orgoglioso". Stava esagerando, era evidente. Ma assomigliava al vecchio Castle, quindi l'avrebbe sopportato e incoraggiato.
"Sei orgoglioso di una tutina verde?", lo accusò, accentuando l'incredulità a suo beneficio.
"Non hai voluto niente di rosa o azzurro", le ricordò appoggiando una mano sul suo ginocchio. Il calore penetrò nei pantaloni aderenti e risalì lungo la gamba. Kate chiuse gli occhi per un breve istante, per non farsi prendere dalla voglia di riportarlo a casa in fretta e furia. Quegli ormoni infidi dovevano darsi una calmata. Castle però avrebbe dovuto dare un contributo alla causa smettendo di toccarla in modo tanto sconveniente, davanti a occhi indiscreti.
"Non mi lamento che sia verde, infatti", continuò serissima. "È il tipo di verde, dalla stessa sfumatura giallastra dell'erba appassita, che contesto. Sarebbe stato diverso se si fosse trattato di un verde brillante, ma sembra che qui in periferia non conoscano...".
Un bacio inaspettato e irruente le chiuse letteralmente la bocca. Non era l'unica ad avere gli ormoni disinvolti e ribelli, a quel che poteva vedere. Strinse il colletto della sua camicia, e valutò se non fosse necessario e prudente usare la sua borsa, per fortuna piuttosto capiente, per nascondere le loro effusioni pubbliche inconsuete. Castle era sempre stato più il tipo che amava rubare baci nei posti più impensati e nelle occasioni meno adatte, non tanto il genere di uomo che avrebbe potuto dimenticare la presenza di un pubblico.

Si staccò, allontanandolo a fatica. Anche lui non voleva lasciarla andare via troppo in fretta. Forse il malumore era passato. O forse era il bisogno pressante di una rassicurazione di cui non capiva il motivo. Era comunque meglio rimanere con le mani in bella vista e a una certa distanza.
Una rapida occhiata di perlustrazione al suo volto, chiuso in un silenzio ancora più atipico, la mise in allarme e la convinse, senza ombra di dubbio, che Castle non fosse del solito umore.
"Kate... scusami, io...".
Il tono con cui pronunciò il suo nome non prometteva niente di buono. Nemmeno le scuse o la palese esitazione con la quale probabilmente cercava di iniziare un discorso per il quale non aveva ancora trovato le parole adatte. Si allarmò. Non voleva brutte notizie. Non voleva rovinare il loro pomeriggio e, soprattutto, non voleva obbligarlo a fare un nuovo viaggio nei ricordi dolorosi. Qualcosa, che non aveva ancora compreso, aveva riattivato cellule assopite e sofferenti, senza motivo apparente.
Doveva opporre resistenza a questa deviazione dalla loro normalità, da quella che avevano decisofosse la loro normalità e che si erano impegnati a vivere e a omaggiare. Niente ombre. Era un loro dovere primario essere felici per quello che avevano, lasciando che il passato smettesse di infilare lo zampino in una vita fortunata e, in fin dei conti, benedetta.
Non lo fece parlare. Ricordò la promessa che si era fatta qualche ora prima, quella di fare di tutto per alleggerire il suo fardello, quando minacciava di appesantirsi.

Venne a salvarli un messaggio arrivato con notevole tempismo sul suo cellulare.
"Alexis ci ha mandato un video", annunciò festosa, lieta della novità. L'avrebbe ringraziata più tardi e lei avrebbe capito il perché. Tutti sapevano che ogni tanto Castle veniva rapito dai suoi fantasmi.
Si accostò a lui, per mostrargli i volti allegri dei suoi figli che lo salutavano da una zona imprecisata della città, sulla quale non avrebbe indagato troppo. Sembravano spassarsela un mondo.
Castle si rasserenò, guardando il video più volte, commentando con lei e facendo tornare sulle sue guance quelle fossette irresistibili che avevano il potere di rassicurarla che tutto andasse bene.
Sperò che l'interruzione gli avesse fatto se non dimenticare, almeno dissolvere quello che lo aveva intristito.
Dovevano sforzarsi di andare avanti, lasciando il passato nel posto che gli competeva, cioè lontano da loro, si ripeté testardamente, per l'ennesima volta. Non aveva idea di quanto spesso si fosse incoraggiata con quelle stesse parole, ma temeva di averlo fatto con troppa frequenza, dal momento che roteavano nella sua mente in un ritornello sterile e inefficace.

Fu il turno di Castle di farsi distrarre da un messaggio in arrivo, che mise fine al loro pomeriggio una volta per tutte. Sospirò dentro di sé, attenta a non mostrare la sua delusione.
"Non ho idea del motivo per cui Paula voglia incontrarmi proprio oggi", le confessò mentre tornavano velocemente all'auto, invasa da tutti i giocattoli che avevano comprato per Alex. Lui non aveva bisogno di niente di simbolico, l'aveva convinta Castle, aprendo la porta alla loro follia e prodigalità genitoriale.
"Qualcosa che riguarda il tuo ultimo romanzo?", chiese concentrandosi sui dettagli di cui l'aveva informata.
"No, non credo. Devo consegnare i prossimi capitoli tra un paio di settimane. E ci siamo sentiti al telefono solo ieri. Non mi aveva accennato nulla".
Le rivolse uno sguardo accorato. "Mi spiace interrompere la nostra giornata insieme".
Lo ricambiò con un sorriso disarmante, che si era imposta. "Non fa niente, Castle. Dobbiamo comunque tornare e io ne approfitterò per schiacciare un pisolino". Gli fece l'occhiolino.
"Sei una donna perfida, futura signora Castle. Chiamo subito Paula per rimandare l'appuntamento".
Lo stava facendo davvero, stava cercando il telefono in tasca per dar seguito al suo cambiamento di idea. Lo fermò.
"Non serve, Castle. Davvero. Voglio solo riposare un po', mentre tu sbrighi le tue faccende misteriose e poi...". Si avvicinò e gli strinse il bavero della giacca con entrambe le mani.
"E poi cucinerò per voi, tu ti addormenterai sul divano appena finita la cena e io e Alex ci godremo il nostro sabato sera guardando per l'ennesima volta qualche cartone animato che sappiamo a memoria, ascoltandoti russare", finì per lei, divertito.
Lo colpì ripetutamente con il sacchetto di plastica contenente la tutina dalla squallida sfumatura di verde. Ma dentro di sé era felice dell'immagine di normalità domestica che li aspettava e che lui le aveva appena disegnato.