XXI. And a Happy New Year (II)
Gellert strinse la bottiglia di spumante e premette, cercando di far saltare via il tappo. Ottenne solo di farsi male alla mano e imprecò. Era un incapace, non riusciva a compiere neanche il gesto più piccolo e insignificante, senza magia. Usare la Bacchetta Invincibile per stappare una bottiglia, però, gli sembrava quasi sacrilego, oltre al fatto che non era comunque in vena di festeggiare. Era di spalle, la schiena incassata e la testa appoggiata sul mento. Neanche Albus quando rifletteva, assorto, contemplando le infinite possibilità e diramazioni di ogni scelta, avrebbe avuto quella posa così persa, solo che, se la adottava lui, appariva semplicemente patetico e sconfitto. Come in effetti si sentiva. Gellert guardò fuori. Era al venticinquesimo piano, i rumori della folla e dei petardi più bassi, che iniziavano a scoppiare, gli giungevano ovattati, e perfino i fuochi d'artificio che esplodevano in cielo erano smorzati dagli infrangibili vetri antiproiettile.
Anche quel giorno aveva lavorato fino a tardi; il suo team e l'addetto stampa che si era tenuto vicino, un adorante giovane compiacente, anonimo come tanti altri, si complimentavano con lui per la dedizione al lavoro che sfociava nello stakanovismo, e tenevano a farlo sapere al resto della comunità magica. Il Ministro Gellert Grindelwald lavorava infaticabilmente per loro, era il primo ad arrivare e l'ultimo ad andarsene, e non conosceva mai riposo, neanche quando tutti gli altri festeggiavano. Il suo compito era vegliare su tutti loro, perché potessero essere felici e spensierati.
Gli ultimi manifesti rimandavano di lui un'immagine paternalista, un po' invecchiata: Gellert non sarebbe mai somigliato a un vegliardo, e neanche ci teneva particolarmente, ma gli eventi degli ultimi mesi avevano estorto un prezzo al suo fisico: le occhiaie erano più profonde, le rughe agli angoli della bocca più marcate, l'espressione più stanca e il fisico sciupato; gli occhi verdi, però, risaltavano più acuti che mai, e spesso s'illuminavano di una luce febbrile. Gellert avrebbe avuto bisogno di una lunga vacanza e di qualche goccia di Pozione dell'Età per tornare all'antico splendore, eppure non ce la faceva. Non gli sembrava una priorità, non quando Albus ancora non si faceva sentire. Gellert era sicuro che il piano fosse riuscito, perché Harry era uscito di casa il giorno dopo di umore omicida, ma perfettamente se stesso, e di Albus non c'era traccia. Non sapeva come sentirsi a riguardo: quella vittoria aveva un sapore amaro, ancor di più perché non poteva sbatterla in faccia al compagno e ignorava l'esatto svolgersi degli eventi. L'importante era riprendere le redini del Ministero: un altro mese, e la crisi sarebbe passata, anche se Albus, dannazione a lui, non faceva niente per aiutarlo. Spariva per lunghi periodi e si faceva vedere il meno possibile, quasi mai accanto a lui e solo quando era strettamente necessario, come se si vergognasse. La stampa avversaria, principalmente babbana, visto che Gellert aveva fatto del proprio meglio per soffocare sia la satira che l'opposizione, nel suo mondo, adesso parlava di un Grindelwald scrupoloso e lavoratore, che da solo rimetteva insieme i cocci di una politica sia aggressiva che inconcludente, e di un Silente che invece latitava, troppo occupato a leccarsi le ferite in campo sentimentale. Gellert non sapeva come, ma la notizia di un presunto tradimento da parte sua era trapelata con sorprendente rapidità. Gli sembrava di aver espiato abbastanza, anche se il suo tradimento era più grave di quel che tutti pensavano. I suoi colleghi avevano staccato alle dieci di sera, invitandolo al party del Ministero. Presto era stato chiaro che in tutto l'edificio non c'era un dipendente nell'umore di lavorare, e Gellert sospettava che sarebbe stato così fino al pomeriggio del giorno dopo. Era stato invitato a prendere parte ai festeggiamenti, ma lui non poteva certo condividere il proprio prezioso tempo con dei miseri impiegati, single e con problemi a pagare l'affitto, oppure con matrimoni naufragati alle spalle e separati dai loro figli, o ancora che avevano genitori vecchi e malati che li aspettavano a casa. Gellert non era come loro... e se n'era tornato a casa, da solo, cacciando perfino gli elfi domestici. L'importante era mantenere le apparenze: il Ministro aveva certamente qualcosa di più importante, di più interessante, di più divertente di cui occuparsi. Se almeno gli fosse venuto un lampo di genio per riconquistarsi le simpatie della folla... uno spettacolo di magia con la sua nuova bacchetta, forse? Era certo che avrebbe incantato il mondo, ma gli mancavano le energie e l'ispirazione; proprio non avrebbe saputo come organizzarsi, lui che nel passato era ricorso a quei trucchetti ottenendo un facile, scandaloso successo.
La Bacchetta, da sola e nella situazione attuale, era pressoché inutile. Gellert sospirò. Voleva aspettare di mettere a posto le cose con Albus, prima di dare la caccia agli altri due Doni, ma forse era opportuno iniziare da ora... eppure non voleva infrangere la promessa fatta a Sal, anche se erano ormai passati tre mesi e, presumibilmente, il ragazzino doveva essersi ripreso. Se lo immaginò a festeggiare il Capodanno dandoci dentro con il piccolo Malfoy – carino, certo, anche se aveva qualcosa di delicato e ingenuo che, personalmente, scoraggiava le sue fantasie. Lui almeno aveva la sua famiglia, gli amici, e doveva essersi abituato a usare un'altra bacchetta, con tutta la magia che aveva. Forse poteva infiltrarsi a Hogwarts, che sarebbe stato comunque meno problematico – e più desiderabile, attualmente – di una visita a casa dei Potter, anche se non dubitava di poter estorcere un invito di cortesia a Hermione, alla quale era sempre piaciuto. Anche se l'istinto gli diceva che la Pietra doveva essere dai Malfoy, o che comunque qualcuno in famiglia avrebbe saputo dove trovarla. Erano secoli che non vedeva il caro Lucius, forse una visita prima dell'Epifania gli sarebbe risultata gradita. Lucius era un uomo ambizioso, che conosceva il prezzo del potere: lui e Grindelwald si erano sempre intesi alla perfezione...
"Gellert?"
Lui trasalì e impugnò la bacchetta, che ormai non lasciava mai incustodita. "Albus?"
Il compagno non era messo meglio di lui. I capelli avevano tutta l'aria di aver preso un bell'acquazzone, da quanto erano aggrovigliati, e gli occhi dietro gli occhiali a mezzaluna erano ridotti a capocchie di spillo, la bocca contratta in una linea dura.
"Hai dimenticato di escludermi dal riconoscimento tattile dei tuoi sistemi difensivi" disse Albus, a bassa voce. "Sono entrato senza trovare ostacoli."
"Non l'ho dimenticato." Gellert si alzò. Tremava, la sua voce era rotta. "Questa sarà sempre casa tua. Sono solo, come vedi... speravo che tu... togliti il mantello, vieni a sederti un attimo. Per favore..."
"Non ho più tempo per i tuoi giochi, Gellert. Sono qui soltanto per una richiesta, e mi perdonerai se la formulo senza preamboli: voglio il divorzio."
Gellert spalancò la bocca. Era certo di avere un'espressione stolida, con la mascella aperta, ma non sapeva cosa dire: si sarebbe aspettato di tutto da lui, rabbia, recriminazioni, ma non quella glaciale, determinata freddezza. Abbandonò la bacchetta sul tavolo e fece un passo verso di lui. Albus, immediatamente, si schermò con uno scudo bianco e incandescente, del quale a Gellert arrivò il calore, tanto che dovette fare un passo indietro per evitare di essere scottato.
"Su, non fare così... cerchiamo di risolverla in modo civile..."
"Civile?" Albus sembrò troneggiare su di lui, ergendosi in tutta la sua considerevole altezza. Gellert notò che si stava lasciando crescere la barba, cosa che accentuava la sua espressione minacciosa.
"Tu parli di civiltà dopo aver buttato Harry nel mio letto, in stato confusionale, convinto di salvare Tom Riddle, che ha dichiarato essere il suo amore perduto? Dopo aver rovinato per sempre il nostro rapporto, dopo avermi fatto odiare dalla persona che ancora credeva nel buono che c'era in me, dopo averlo mandato in crisi... se qualcosa va storto con Hermione e i figli, Gellert, sappi che ti riterrò personalmente responsabile!"
"E della tua responsabilità non dici niente, Albus? D'accordo, ho forzato un po' la mano, ma ho attinto ai ricordi e ai desideri sopiti in Harry. Voleva che Riddle lo amasse, si struggeva di desiderio per lui, e hai finto di non capirlo. Il tuo Harry era troppo puro per questo, vero? Per essere uguale a te? Quello era Harry, certo, con i sensi amplificati e un incantesimo che lo rendeva irresistibile per te, dall'aspetto all'odore, ma le parole erano le sue, il corpo, la voce, i sentimenti... era lui, Albus, e avresti potuto trovare il modo di rompere l'incantesimo – che, per la cronaca, doveva durare tre giorni, finché non fosse tornata Hermione, rafforzandosi di ora in ora, dopodiché Harry sarebbe tornato normale, se fosse fallito – non scuotere la testa, ho organizzato i dettagli per bene! E tu? Te lo sei scopato la prima sera!" Gellert rise, gettando la testa all'indietro. Si sentiva folle, leggero, non si era mai sentito tanto bene. Quando era la certezza di aver ragione a prevalere, anche nell'amarezza, non poteva non sentirsi almeno un po' soddisfatto di sé. E Albus lo osservava, impietrito, continuando a tenere alto lo scudo.
"I miei complimenti, Albus, un tale autocontrollo, un tale rispetto e amore per il tuo pupillo così fuori di sé e bisognoso di affetto, che mi si stringe il cuore! Oh, dev'esserti piaciuto proprio tanto averlo tutto adorante a dirti quanto sei bello e potente... come, mi sbaglio? Scommetto che ci hai fatto l'amore, che gli hai anche detto di amarlo... perché per me tu sei così prevedibile, Albus! Ti avrà fatto sentire meglio, senza dubbio..."
"Sì, gliel'ho detto." Albus lo interruppe, sempre a voce bassa, chinando il capo. "E sembra proprio che tu mi conosca meglio di me stesso. Ma non mentivo, Gellert. Io amo Harry, e lo amavo ancora di più, completamente, in quel momento, per quanto gli abbia fatto un torto imperdonabile. Tu, invece... non riesco a esprimere ciò che provo per te: disprezzo, pietà, odio, tristezza, amarezza, familiarità mista a rancore, una forma di affetto intricato e inquinato dalle tue azioni e dai nostri trascorsi, desiderio per il tuo corpo, anche, ammirazione per il tuo acume e rabbia per come lo mandi sprecato... di amore, però, non me n'è rimasto neanche un po'. Per questo torno a chiederti di sciogliere un matrimonio che legittima soltanto il nostro potere, ma che non ha altro scopo. Un potere che io non voglio e non merito, soprattutto se condiviso con te."
"Non puoi farmi questo, Albus... non dopo quello che abbiamo passato insieme. È tanto brutto, vero? Guardarti allo specchio, e scoprire di non essere migliore di me?"
"È vero, Gellert, non lo sono. Ma, a differenza di te, cercherò di esserlo. Vedo che hai con te una nuova bacchetta, e se i miei sospetti sono legittimi, l'hai sottratta forzatamente al suo proprietario..."
"Se vuoi il divorzio, Albus, ciò che faccio non deve più interessarti. Presto sarò nuovamente immortale." Gellert sorrise e fece un passo verso di lui, ignorando le fiamme incandescenti. Poi un altro, e un altro ancora...
"Gellert..."
"Cosa? Mi scotterò? Ma non te ne importa niente! Forza, avanti: cosa aspetti? Non devi fare nulla, soltanto guardarmi bruciare..."
Il calore divenne insopportabile, sentì le sue guance prendere fuoco.
"Smettila..."
Gellert avanzò ancora, stringendo le labbra per il dolore; gli occhi gli lacrimavano. Sollevò una mano a sfiorare lo scudo, rovente come lava, e non la ritrasse... non importava che poi sarebbe dovuto andare al San Mungo per quelle ustioni. Albus non l'avrebbe ucciso, perché lo amava ancora... sporse il viso in avanti, il dolore si fece insopportabile... freddo. D'improvviso Albus fece sparire lo scudo, abbassando la bacchetta. Erano vicinissimi, lo guardava furioso.
"Cosa pensavi di fare?"
"Esattamente quello che ho fatto: dimostrare che non hai la forza. Tu non puoi farmi del male" dichiarò Gellert, trionfante.
"La vedremo" mormorò Albus, stringendo i pugni. "La tua risposta sul divorzio?"
"Quella che già sapevi che avresti ricevuto, amor mio: no. Non rinuncerò mai né al potere, né a te. Mi conosci troppo bene per non saperlo."
"E sia, ma non posso più governare al tuo fianco."
"Temo che non sia una tua scelta" replicò Gellert, affabile, con un sorriso di finte scuse. "Mi spiace, ma è il mondo magico ad averti scelto, e resterai in carica finché non chiederanno le tue dimissioni."
"O le tue" commentò Albus, sullo stesso tono. Il suo sguardo scivolò sulla bacchetta, poi finalmente, quasi controvoglia, incontrò il suo. "Gellert... te ne prego, non cercare di nuovo i Doni. Non perseguire questa follia."
"Il potere che ho non è abbastanza, e tu continui a negarmi il tuo amore. Cosa dovrei fare di più interessante e produttivo, ubriacarmi?" indagò lui, sarcastico. "Non sei nella posizione di accampare richieste, Albus, non quando vieni a casa nostra, dopo tutto questo tempo, soltanto per sputare veleno, giudicarmi e lasciarmi. Ma, in memoria dei vecchi tempi, ti offrirò un bicchierino, se lo vuoi..."
Albus scosse la testa. "Hai ragione, Gellert. Non posso farti del male, ma non posso continuare ad appoggiarti. Se questa è la tua risposta, allora siamo in guerra." Si sfilò l'anello d'oro con incastonato uno smeraldo; all'anulare, Grindelwald aveva il gemello. Non se l'era mai sfilato dal loro matrimonio, e fece fatica a toglierselo. Le sue dita non erano più esili come una volta, e la fede si era incisa nella sua carne ormai in modo indelebile. Glielo lanciò come un guanto di sfida; il cerchietto gli colpì il mento, poi cadde ai suoi piedi. Gellert non si mosse.
"E sia" disse. Avrebbe voluto uscirsene con una replica brillante, in memoria dei vecchi tempi: che entrambi davano il meglio quando si combattevano, o che una guerra avrebbe reso il loro rapporto più divertente, e che sarebbe stato un piacere senza eguali quando finalmente avessero fatto pace, perché non riusciva a contemplare un esito diverso. Eppure, non gli uscì nulla.
Gellert guardò Albus Smaterializzarsi, e gli parve di scorgere un barlume di empatia nei suoi occhi azzurri, determinati ma tristi. Poi raccolse l'anello e fece per infilarselo al dito, ma non entrava. Creò una catenella d'oro, che gli uscì dalle dita senza sforzo, vi fece scorrere l'anello e se lo appesse al collo. Poi lo portò alle labbra, e pianse.
Albus uscì sotto la tempesta di girandole e fuochi d'artificio. Aveva elemosinato un divano da Sirius e Remus, poi da Charlie e Regulus, e ancora da Bill e Fleur. Ogni giorno gli sembrava di toccare un po' di più il fondo: senza decidersi, senza casa, senza Gellert. Il suo cuore gli diceva che casa sua era quella dove c'era Gellert, che lo aspettava. Anche quella sera, aveva dovuto forzarsi per tenergli testa, per dirgli che stava fingendo: ma sarebbe stato troppo pericoloso indugiare in quei pensieri, che Gellert lo amava ancora e che provava rimorso. Un sentimento che, se ancora era in grado di provare, nascondeva nelle profondità di se stesso, visto che tutte le azioni eclatanti che compiva gridavano il contrario.
"Guardami, guarda cosa posso fare. Tu mi sfidi, e farò ancora peggio!"
Vedeva i suoi occhi che lo sfidavano continuamente, eppure una parte di sé avrebbe voluto abbracciarlo e consolarlo. Senza di lui, Gellert sarebbe andato alla deriva: era già ossessionato dai Doni, e avrebbe attirato soltanto la catastrofe su se stesso e sul mondo magico e babbano...
Albus, però non riusciva a essere altruista, non in quel momento. Era stanco di fingere, e Gellert aveva ragione: quello che il compagno e marito gli aveva fatto era imperdonabile, così come quello che lui stesso aveva fatto a Harry. Albus non se lo sarebbe mai perdonato, se anche Harry ci fosse riuscito. Aveva anche detto di amare Harry, e in un certo senso era vero: quella notte l'aveva desiderato, si era fatto prendere dalla dolcezza di un sogno, sperando che durasse più a lungo... il mattino dopo, però, tutto era tornato reale, e Albus aveva realizzato tutta la portata del suo errore.
Harry era un uomo adulto, con moglie e figli, e i desideri inconsci che Gellert gli aveva risvegliato, aveva scelto da tempo di reprimerli e non assecondarli. Albus aveva perso, eppure doveva cercare di essere migliore, di fare ciò che riteneva giusto. Gellert andava contrastato: solo Albus conosceva i suoi demoni, solo lui poteva avvertire il mondo della minaccia che correva... ma come, visto che era ancora formalmente un Ministro, e sposato con lui? Quando quella sera stessa aveva dimostrato di essere incapace di torcergli un capello?
Aveva bisogno dell'aiuto di altri. Aveva bisogno del Fronte di Resistenza Antiministeriale.
Si narravano molte leggende su quel gruppo: era composto da traditori di sangue, ibridi che per svariate ragioni erano stati classificati come 'troppo pericolosi' per portare la bacchetta, dissidenti che il Ministero aveva represso ufficialmente, ma che ancora agivano sottobanco. Albus aveva soltanto una vaga idea di come trovarli. Si comportava come un ribelle. Viveva sotto i ponti, frequentava le stazioni, leggeva stralci di giornale, coglieva indizi armeggiando con le frequenze radio. Il suo aspetto era quello di un qualsiasi barbone, i capelli una massa incolta dal colore indefinibile. I giornali lamentavano la sua scomparsa, mentre ufficialmente la copertura per la sua assenza era una 'missione diplomatica di massima segretezza'. Diceva le frasi giuste, imparava in fretta le parole d'ordine e come muoversi, scoprendo pian piano un mondo sotterraneo che si snodava tra le linee della metropolitana di Londra, nelle fogne, nei sottopassaggi scarsamente illuminati e tra i vicoli malfamati che tutti evitavano per la loro sicurezza.
La prima volta, Albus fu contattato da un licantropo sul quale la maledizione aveva avuto ripercussioni anomale: ciuffi di pelo lupesco gli spuntavano dalle braccia e dalla schiena, aveva un aspetto feroce – non mitigato dal pelo che gli ricopriva la faccia, dai baffi e dal giallo intorno alla pupilla verticale – ed era soggetto a frequenti sbalzi d'umore: un momento era affabile e pieno d'energie, l'altro aggressivo e folle.
"Mi ricordi una persona che conosco" disse Albus, pensando a Gellert con una punta di tenerezza.
Il mezzo lupo, Fred Atkins, divenne suo amico quando Albus fabbricò abilmente una pozione in grado di bloccare la ricrescita dei peli per un giorno intero, rendendolo in grado di mimetizzarsi con gli altri maghi e di trovare lavoro. Albus venne presentato a così tante persone che, anche con la sua memoria eccellente, faticava a tenere a mente tutti i nomi: maghi e streghe, ibridi, creature e anche diversi Maghinò che chiedevano di essere rappresentati. Si rese utile costruendo per loro rifugi magici protetti, curando malattie e dando ottimi consigli sui manifesti da diffondere per la campagna antiministeriale, che presto si diffusero a ogni angolo della capitale.
"Hai cervello, Doug" gli disse Fred, ammirato, diverse settimane dopo – Doug era il nome falso che si era scelto Albus, rifiutando di fornire il cognome e altri dettagli su di sé. "Ho parlato con degli amici un po' più su nella gerarchia. Devi incontrare la Capostrega, con lei sì che potrete parlare di strategie e tutto il resto."
Albus lo ringraziò calorosamente. Fare il doppio gioco già iniziava a pesargli, anche se aveva soltanto scongiurato diversi attacchi ai dipendenti del Ministero, facendo presente le falle dei piani dei ribelli e consigliando loro di aspettare finché non avessero concordato una linea d'azione unitaria e più efficace. A quanto pareva, però, era estremamente difficile arrivare agli alti vertici della Resistenza, anche se tutti parlavano sottovoce della Capostrega, in toni ammirati e a tratti spaventati. Era proprio quello su cui contava Albus: rendersi utile e guadagnarsi la fiducia dal basso, per poi essere presentato a lei come 'uno di loro'.
"Chi avete portato?" La figura incappucciata si alzò. Era seduta accanto a un focolare, insieme a un gruppo di ribelli dall'aria più curata; erano tutti giovani e la maggior parte, si sorprese Albus, erano ragazze. La Capostrega era più bassa e più piccola di quello che si sarebbe aspettato, eppure c'era qualcosa, nella sua figura, che gliela rendeva familiare.
"Un ribelle che si fa chiamare Doug, Capostrega. Ultimamente è stato la nostra salvezza, e ha impedito a tante nostre missioni di scoppiarci in faccia. Ha aiutato tanti dei nostri membri a trovare una copertura nel mondo magico, ha ottime capacità di guarigione..."
La strega lo interruppe con un cenno e diede ordine che venisse liberato uno spazio intorno a loro, in modo da poter esaminare il nuovo arrivato. Solo i suoi occhi erano visibili nella penombra, grigi e penetranti, e Albus tornò a pensare che quel viso gli era familiare.
"Chi sei?" chiese, alzando la bacchetta. La sua voce gli arrivò soffocata, ma il suo tono secco e autoritario, anche se non scortese, bastò ad Albus per riconoscerla.
"Il Ministro Albus Silente, al tuo servizio. Sono felice di trovarti viva e in buona salute, Mercy Winterbone" disse lui, con un inchino.
Come aveva previsto, non l'avevano catturato. Gli avevano tolto la bacchetta, ma Mercy lo rispettava ancora: era interessata a ciò che lui aveva da dire.
"Perché questa messinscena?"
"Perché non ti saresti fidata, altrimenti. Volevo dimostrarti che le mie intenzioni erano serie. Se è la tua volontà, posso dichiararmi parte della Resistenza anche adesso, e non rimettere più piede al Ministero."
"Lo sa... lo sai che ci sei più utile all'interno, Albus. La tua fuga ha già dato adito a troppi sospetti. Ripeto, perché dovremmo fidarci? Gellert Grindelwald ha cercato di uccidermi."
Albus sbiancò, ma vide la verità nei suoi occhi. Non era cambiata molto, soltanto il suo viso era affilato, ed era più magra e più brusca del solito. "Sono lieto che non ci sia riuscito."
"Non per suo desiderio o mancanza" commentò Mercy, enigmatica. "Lui mi crede morta. Ma è stato un bene, altrimenti non mi sarei mai unita ai ribelli. Come vedi, c'è bisogno di gente competente e organizzata al vertice. Quando ti fanno credere di essere un rifiuto umano, alla fine ti abitui a crederlo, e anche la tua voglia di combattere è scarsa."
"Mercy... tu sai che io non ho mai voluto niente di tutto questo. Se l'avessi saputo..."
"Cosa? Albus, il tuo Ministero non è stato peggiore degli altri, finché Grindelwald non ha calcato la mano. La domanda è: perché vuoi fermarlo adesso?"
La discussione poteva andare avanti all'infinito. In realtà, ben prima che Mercy lo chiedesse, Albus sapeva cosa sarebbe stato costretto a fare. S'inginocchiò ed estrasse un lungo, interminabile filo di pensieri argentei. Mercy evocò un bacile e vi versò i pensieri di Albus con un'attenzione non priva di gentilezza. "Li vedrò solo io, poi deciderò sulla tua buona fede. Hai già la fiducia degli strati più bassi, nessuno saprà chi sei."
Albus annuì e mormorò un ringraziamento. La giovane donna stava per avere accesso ai suoi segreti più privati: il tradimento di Gellert, la notte con Harry, la sua più grande infamia, e la debolezza che aveva mostrato per tutti quegli anni, giustificandola con l'amore. Aveva modificato i pensieri perché i dettagli più espliciti ne fossero espunti, ma si capiva fin troppo bene l'intera dinamica: Albus, per avere almeno una possibilità di redimersi dalle proprie colpe, doveva combattere.
"Mi dispiace, Albus" disse infine Mercy. Nei suoi occhi non c'erano giudizi, e neanche orrore o disgusto. "Sei pronto ad abbattere Grindelwald, costi quel che costi, al di là delle conseguenze?"
"Sono pronto."
"Saresti pronto ad accettare la sua morte, o una lunga pena commisurata ai suoi crimini? A perdere il potere, e a portare il peso delle tue azioni, che potrebbero portare anche a una tua condanna?"
"Sono pronto."
"A riconoscermi come capo, e ad obbedire ai miei ordini, almeno finché Grindelwald non perderà il potere?"
"Sono pronto. Vuoi che stringa un Voto Infrangibile?"
Mercy scosse la testa. Per la prima volta, parve esitare. "Non mi fido abbastanza di qualcun altro perché ci faccia da Sugello. Mi farò bastare la tua parola, ma la riterrò altrettanto vincolante."
Albus annuì, cogliendo le implicazioni. Se avesse tradito, gli sarebbe spettata la morte.
"È giusto."
"Molto bene. Allora sai cosa devi fare: riprendi il tuo posto come Ministro, inventa la scusa che vuoi per la tua assenza. Fai come se non fosse accaduto niente, e aspetta le mie direttive. Il mio Patronus adesso è una martora, potrei usarlo per mandarti dei messaggi. Non usare la tua fenice, sarebbe troppo riconoscibile."
"Va bene." Albus annuì, pronto ad assumersi il proprio compito.
Quel fardello sarebbe stato pesante da portare, e la vergogna per aver confessato le proprie colpe, anche se soltanto a una persona, gli bruciava ancora. Eppure, per la prima volta dopo tanti anni, provava la sensazione adamantina, fredda e spietata, di star compiendo il proprio dovere, a costo di schiacciare un amore che era sempre stato causa di conflitto e sofferenza per sé e per gli altri.
Non disse a Mercy che Fanny la Fenice aveva smesso da tempo di fargli visita.
* FINE SECONDA PARTE *
Buon anno e grazie per essere arrivate fin qui!
I capitoli riprenderanno dopo l'Epifania (per noi e per i personaggi di Black). La terza parte sarà l'ultima e, come forse s'intuisce, sarà più d'azione rispetto alle altre due, ma non mancheranno le lemon!
