Era sera, ricordo. Una gelida sera di fine marzo.
Il vento spirava forte da oriente, facendo sbattere le imposte.
Anche quella sera, come al solito, avevo bevuto. Tu eri seduta al pianoforte e suonavi una rapsodia di Brahms. Odo ancora il ritmo incalzante penetrarmi nella mente. Com'era angoscioso quel pezzo! Perché lo suonavi? Sembrava leggere il mio tormento; sembrava cogliere gli sprazzi del dolore nel mio cuore. Ti osservavo. La mia pena cresceva dentro. Bevvi ancora. Non eri morta. Eri lì, al pianoforte, e suonavi per me.
Immagini mostruose e contorte affollavano la mia mente e, per quanti sforzi facessi, non riuscivo ad allontanarle. L'orrore era lì; mi attanagliava. Non riuscivo a sfuggirgli. Ti eri chinata a raccogliere il bicchiere che, distrattamente, avevo lasciato cadere.
Osservai incantato il movimento della tua testa. I capelli ti accarezzavano la schiena come un lungo manto frangiato. Non riuscii a sottrarmi all'incanto di quell'invito. Afferrai delicatamente il tuo capo, affondando le dita in quel mare di ebano. Avvertii un mondo di sensazioni segrete pervadermi l'anima. Ti strinsi forte fra le mie braccia. Dovevo sentirti viva, sentire ancora il tuo respiro, credere che tu fossi diversa e che i tuoi occhi non si sarebbero mai spenti. Avvertivo il peso gentile della tua testa sul mio petto e il tuo cuore battere come un tamburo impazzito. Era paura? Poi, quella sensazione di tranquillità e beatitudine svanì.
Sfiorai il tuo viso roseo e liscio come una pesca.
Sarebbe diventato livido e contratto, orribile come quello dei disgraziati. Il cranio rasato ti avrebbe resa simile a quello delle centinaia di carcasse umane che avevo visto ad Auschwitz. Ti allontanai con forza da me. Mi rifiutavo di credere possibile tanto orrore anche per te. Sentivo la pietà attanagliarmi il cuore e salire su, fino ad esplodere.
Forse fu l'effetto dell'alcool, o della droga. Osai sfogarmi con te, un'ebrea come loro.
Dalle mie parole traboccò l'orrore, cavando fuori tutto quello che, in quei giorni, avevo disperatamente tentato di celare anche a me stesso.
Piansi.
Piansi come un bambino e quelle lacrime bruciavano la mia carne come fosse acido.
I tuoi occhi grandi fissarono stupiti i miei e, con la mano, sfiorasti le mie lacrime, quasi tu non credessi che stessi piangendo.
Oh, Elena!
Ti sentii vicina in quell'istante! Afferrai il tuo dolore fra le mie braccia per confonderlo col mio. Sfiorai, esitante, la pelle del tuo collo, che si piegò al contatto delle mie dita, poi, un turbine mi trasportò in quel mondo di desiderio che la ragione mi precludeva in ogni istante. Cercai avidamente le tue labbra pure, a lungo desiderate, ne assorbii tutta la dolcezza di un favo di miele, mi sembrò di non aver mai desiderato altro nella vita e che, ora che ti stringevo fra le braccia, intorno non ci fosse nulla.
Non reagivi. Eri rimasta lì, immobile, inconsapevole, forse più di me, di quello che stava accadendo o, forse, impietrita dallo spavento. In quegli attimi avevo ucciso la mia coscienza. Baciavo una donna. La carne, morbida e liscia, che le mie mani sfioravano con tanta avidità, era quella della più bella creatura della terra. Il desiderio di te aveva colmato la mia anima vuota; il profumo dolce della tua pelle era per me una droga molto più forte della cocaina. I volti lividi dei morti erano spariti; il tuo era vivo e bello e ora, così vicina a me, ti sentivo completamente mia, come non avresti mai dovuto esserlo. Annegai tra le tue braccia tremanti e, nel tuo calore, sentivo la tua pelle bruciare sotto la mia, il tuo corpo reagire alle mie carezze e il cuore pulsare impazzito contro il mio, una sensazione di onnipotenza.
Ma poi successe qualcosa.
Non so. Forse un rumore mi svegliò da quel fantastico mondo di desiderio. Non stavo sognando. Eri lì, tra le mie braccia, viva e palpitante. Chiusi gli occhi per non guardarti. Dovevo tornare in me stesso. Gridai ed il mio fu un urlo di una belva. Stavo per commettere l'errore più grave della mia vita. Ero stato sul punto di infangare il mio onore per sempre, trasportato dalla pietà di unirmi ad una bestia. Ti colpii furiosamente accusandoti della mia debolezza. Dovevo discolparmi, davanti ad un giudice invisibile, di quell'infamia.
Perché eri bella? Era quello che il mio inconscio si domandava. Perché instillarmi il desiderio così subdolamente?
Eri una prova troppo forte per me. Dovevo punirti. Il mio orgoglio gridava vendetta. Dovevi lasciarmi vivere. Dovevo continuare ad essere me stesso, l'integerrimo ariano di un tempo e non lasciarmi trascinare nella tua melma.
Povero illuso!
Non sapevo in quale fango lurido e schifoso sarei annegato!
Dovevo fuggirti. Non dovevo guardare quel volto di bambola che trascinava alla luce la parte ancora umana di me. La follia accecò i miei occhi. Lontano da te sarei stato di nuovo me stesso, un nazista arido, vuoto e senz'anima.
Ti scaraventai fuori dalla porta, sbattendola con violenza dietro di me e sprofondai in un divano, attaccato alla bottiglia per non pensare al calore della tua pelle ed al sapore dolce delle tue labbra. Ma nemmeno per un attimo riuscii a dimenticarti! Come un veleno, eri entrata nel mio sangue. Anche con gli occhi chiusi riuscivo a vedere il tuo volto e a sentire il tuo profumo.
Rimasi immobile a pensarti. Ora non mi eri accanto ed ero libero di sognare. Rivivevo il tuo corpo sganciato da ogni remora e la cocaina amplificava le mie sensazioni oniriche. Forse mi addormentai, stordito da tanto alcool, ma il mio deve essere stato un sonno breve.
Quando aprii gli occhi, d'istinto ti cercai. Nei miei sogni eri ancora lì, stretta fra le mie braccia. Scossi la testa per svegliarmi da quel torpore. Mi precipitai alla porta. Il vento gelido mi sferzò in pieno viso, facendomi rabbrividire. Eri immobile, a terra. La neve che scendeva fitta dal cielo s'era posata sulle tue spalle nude avvolgendoti come un soffice manto. Ti fui subito accanto. Credevo di averti uccisa. Sollevai il tuo capo dalla neve macchiata di rosso del tuo sangue. Il cuore batteva ancora: eri viva! Sfregai con forza le tue membra congelate. Il sangue mi rombava nelle vene. Dovevi vivere! Non potevi morire ora!
