Castle la allontanò da sé, divincolandosi lentamente dal suo abbraccio.
"Io...", distolse lo sguardo, quasi gli fosse venuto meno il coraggio di affrontarla.
Si dedicò al compito di scostare il lenzuolo dal volto di Alex, che fortunatamente non si era ancora accorto di nulla, né del ritorno del padre, né del trambusto in atto intorno a lui.
Kate tenne a freno gli incessanti interrogativi che le vorticavano nella mente e che premevano per uscire e ottenere una risposta.
Che cosa ti è successo? Che cosa ti hanno fatto?
Si raccomandò di essere paziente. Castle poteva essere fisicamente lì con lei ed essere apparentemente in grado di muoversi e parlare senza troppa difficoltà, ma questo non escludeva il fatto che potesse avere delle ferite nascoste o che fosse sotto shock. Anzi, l'ultima opzione era più che probabile e spiegava perché fosse tanto reticente a esprimersi. Forse non aveva nessuna voglia di ripercorrere gli eventi accaduti, ancora prima di rifocillarsi o farsi almeno una doccia, per lavar via tutte le tracce lasciate da quella brutta esperienza. O forse aveva bisogno di rimanere qualche minuto da solo con Alex. Si rammaricò di non averci pensato subito.

"Vado a prepararti qualcosa da mangiare", annunciò alzandosi dal letto. Castle la seguì con lo sguardo, mentre si muoveva nella stanza alla ricerca di una vestaglia, da infilare sopra la sua maglietta.
"Non ho molta fame", rispose sommessamente, quasi dispiaciuto di dover rifiutare la sua proposta fatta con le migliori intenzioni.
Gli passò accanto e gli sfiorò una tempia. Non rimarcò che aveva sicuramente bisogno di mangiare qualcosa. Non se la sentiva di assillarlo e fargli pressione.
"Hai voglia di caffè?", gli propose sorridendogli gentilmente, senza invadere il suo spazio fisico. Dal canto suo avrebbe voluto trascorrere le ore successive avviluppata a lui per convincersi che fosse lì con lei, in carne e ossa, ma Castle sembrava avere bisogno di tempo. Le ricordava quelle che prede che, di fronte al pericolo, non scappano né combattono, ma semplicemente si paralizzano.

Si diede da fare in cucina, per non rimanere con le mani in mano. Castle la raggiunse poco dopo e prese posto sullo sgabello davanti a lei, intenta a versare la bevanda bollente e molto carica che sperava avesse un effetto tonificante su di lui.
Era inusuale questa inversione di ruoli, con lei a prendersi cura dei suoi bisogni primari di nutrimento e conforto. Gli passò la tazza, che aveva cercato di decorare con un cuore, con dei risultati pessimi, che riuscirono – forse proprio per questo – a strappare un breve sorriso a Castle. L'aroma intenso non servì a risvegliare il suo appetito, però. Si limitò a rigirarsi la tazza tra le mani. Kate bevve qualche sorso della sua, che ebbe l'effetto di renderla lucida e pronta all'azione, anche se aveva alle spalle poche ore di sonno molto agitato.
Castle appoggiò la tazza, che non aveva toccato, sul bancone che li divideva.
"Credo... credo di doverti dare delle spiegazioni", mormorò con un tono di voce che faticava a raggiungere la solita sonorità.
Finalmente. Non vedeva l'ora di saperne di più.
"Solo se te la senti, Castle", rispose comprensiva, desiderosa di metterlo a suo agio, offrirgli l'ambiente emotivo più accogliente possibile, sapendo che sarebbe bastato abbassare la guardia per inondarlo di domande.
"Penso che sia giusto dirti tutto".
Kate si allarmò, per la scelta precisa di quelle parole. Intendeva dire che c'erano parti così traumatiche che avrebbe preferito evitare che le ascoltasse? Non le importava, voleva sapere tutto, anche se fosse stato difficile o insopportabile. Era pur sempre un poliziotto che nella sua carriera era stata costretta ad affrontare il mondo in tutta la sua abiezione.
"Sono pronta, Castle", affermò sicura.

Lui fece un sorriso mesto, rivolto a se stesso, che la convinsero che non credeva affatto che lo fosse. Si chiese seriamente quanto fosse brutta la faccenda, ma non poteva di certo esserlo più di quanto avesse immaginato in quelle ore convulse.
Lui non riprese a parlare subito, facendola innervosire. A quel punto voleva solo sapere quello che era successo e ogni ulteriore indugio avrebbe messo a dura prova il suo limite di sopportazione, nonché la sua capacità di mantenere la calma.
"Stai bene? Sei... ferito? Hai bisogno che ti visiti un medico?". Volle accertarsene come prima cosa, valutando che potesse essere quella causa della sua laconicità. Castle scosse la testa.
"Solo qualche livido, ma niente di importante".
Stava per proseguire nella ricerca di altre domande semplici e concrete alle quali sembrava disposto a rispondere, ma lui proseguì spontaneamente.
"Qualche giorno fa ho intravisto per caso una persona che ha risvegliato qualcosa dentro di me... non esattamente un ricordo, ma...".
"Ti è tornata la memoria?", lo interruppe brusca, senza dargli il tempo di finire la sua confessione, mandando all'aria ogni altro proponimento di comprensione e ascolto amorevole.
"No. No", si difese precipitosamente. "Non in modo così netto. Si è trattato solo della sensazione di avere già visto quest'uomo e la certezza che fosse in qualche modo legato al mio rapimento. Una convinzione basata su niente di più che un'idea".
"Poteva trattarsi di un falso ricordo, quindi", continuò Kate sull'onda del filo logico che la sua mente, catturata dall'ultima rivelazione, stava seguendo.
"Non credo. Non per... le conseguenze che ha avuto".
"Che cosa è successo dopo?", lo incalzò.
"L'ho seguito, per qualche isolato", ammise quasi controvoglia, osando incontrare i suoi occhi solo per un istante, prima di farli fuggire. Non era un buon segno.
"L'hai pedinato? Che cosa ti è venuto in mente?! Poteva essere pericoloso". Lo era stato senz'altro. "Perché non mi hai chiamato?".
"E che cosa avresti potuto fare?". Bella domanda.
"Avrei potuto mandare qualcuno a fermarlo, identificarlo, cercare in archivio...".
"Con quale motivazione? Controlli casuali sui passanti? Ti avrebbero accusato di usare le risorse della città per favorire le fantasie del tuo partner".
Kate si morse l'interno della guancia. Sarebbe andata proprio così.
"Quello lascialo decidere a me. È il mio lavoro, avrei trovato qualcosa".
Lui evitò di proseguire con quel discorso inconcludente, dimostrandole con una veloce occhiata tutto il suo scetticismo. A lei non rimase altro da fare che spronarlo a continuare.
"L'ho seguito per qualche minuto, finché non si è accorto di me e ha provato a distanziarmi, procedendo a zig zag, mescolandosi alla folla. Alla fine è scomparso dentro a un vicolo a fondo chiuso, non so ancora come abbia fatto".
"Quindi non è successo niente, quel giorno?". Perché glielo stava raccontando, dunque?
"No, tecnicamente no. Ma prima di svoltare in quel vicolo si è voltato a guardarmi e credo – sono sicuro – che mi abbia lanciato un avvertimento".
"Di che tipo?". Castle poteva aver sviluppato delle allucinazioni? Forse sì.
"Ho avuto la chiara sensazione che sapeva chi fossi. Ne sono certo. E mi ha messo in guardia dal proseguire".
"Castle, poteva essere qualsiasi piccolo delinquente che si è spaventato per il fatto che lo seguissi", sbottò esasperata. Potevano tornare nelle maglie della razionalità?
"No, Kate!", la fermò con foga. "Era qualcuno di loro. Lo so perché è la stessa persona che ho rivisto stasera, appena uscito dall'ufficio di Paula. Era dall'altro lato della strada, fingendo di non guardare nella mia direzione, ma aspettando che ricominciassi a seguirlo".
"Castle, credo che tu sia molto stanco...". Questa storia non aveva nessun senso e non capiva nemmeno perché l'avesse presa tanto alla lontana.
"Kate! Perché non mi ascolti? L'hanno mandato come esca per farmi cadere in trappola. Faceva parte delle persone che mi hanno rapito allora e che mi hanno sequestrato anche ieri sera!", ripeté, come se lei fosse stata distratta.
Lo sgomentò le attanagliò il cuore, chiuso in una morsa di quelli che, a questo punto, erano diventati presagi nettissimi.
"Mi stai dicendo che l'hai seguito di nuovo?", chiese con tono monocorde, per non dar spazio all'orrore che quella rivelazione aveva prodotto in lei.
Castle si prese la testa tra le mani. "Non ho potuto farne a meno", confessò in un sussurro avvilito.
"Castle, sei impazzito? Se avevi capito che poteva far parte del gruppo dei tuoi rapitori, perché l'hai fatto? Avevate stretto un patto". Se così si poteva chiamare. "Tu avresti dovuto lasciar perdere le indagini, e loro non ti avrebbero dato la caccia. Altrimenti saremmo stati tutti in pericolo! Come hai potuto essere così irresponsabile?!".
Il silenzio che seguì le sue accuse veementi la inferocì. Non si era aspettata una risposta logica e sensata – non era possibile che ne esistesse una – ma il silenzio la stava mandando fuori dai gangheri.
"È per questo che hai voluto andare a comprare qualcosa per Stella, insieme a tutti gli altri discorsi sulla paura di non esserci per vederla crescere e la, come l'hai chiamata? Nostalgia del futuro? Non erano paure immotivate. Sapevi di essere in pericolo – lo siamo tutti - e non mi hai avvertito! Ti ha dato di volta il cervello?!".
Lo vide chinare il capo. Avrebbe voluto scrollarlo e togliere di mezzo quel suo fare vittimistico che aveva messo in piedi, come se pensasse di meritare la sua lavata di capo. E sì, la meritava, ma fare scena muta non migliorava le cose, grazie tante.

"E poi cosa è successo? Dove ti hanno portato?", fu costretta a domandargli per riempire il vuoto comunicativo tra loro, dal momento che lui sembrava essersi rintanando emotivamente in un angolo in attesa che lei lo colpisse forte.
"Non lo so. Mi hanno confiscato il telefono, imbavagliato e messo un cappuccio in testa, dopo avermi fatto salire su un'auto. Era un SUV scuro. Immagino che per te sia un campanello d'allarme, ma a me non ha rammentato nulla".
Fu il suo turno di rimanere in silenzio, fremente di rabbia. Doveva essere una reazione naturale alle precedenti ore di panico, ma saperlo non la faceva stare meglio, né faceva arretrare i suoi pensieri omicidi di un millimetro.
Lui le diede una brevissima occhiata intimorita, prima di proseguire.
"Non so dove mi abbiano portato, mi hanno lasciato bendato fino alla fine. Hanno solo voluto accertarsi di cosa mi ricordassi, in modi un po'... creativi".
L'avevano torturato, quindi. Voleva saperlo e non voleva saperlo.
"Non è successo altro. Non è successo nulla, in effetti. Mi hanno lasciato da solo per qualche tempo e poi mi hanno fatto risalire in auto e scaraventato nei pressi del fiume. Da lì ho preso un taxi - avevo ancora la mia carta di credito, non hanno toccato nulla – e sono tornato qui, poco fa. È tutto, Kate, credimi. Non è successo nient'altro", la supplicò, ma lei non era in vena di lasciarsi andare a una comprensione amorevole.
"È successo molto di più di questo, Castle. E lo sai bene", esordì gelida, senza lasciar trapelare nessuna emozione. "Siamo tutti in reale pericolo, adesso". Sottolineò quel tutti perché capisse bene in quale grana si fosse infilato, di sua volontà. Non erano venuti a cercarlo, come aveva sempre temuto. Luisi era cacciato nei guai, senza che ci fosse un solo motivo valido, senza soprattutto aver dato avvisaglie di follia incipiente.
"Non ricordo altro, Kate, te lo giuro. Non ricordo niente, anzi. E ne sono convinti anche loro, adesso", protestò accoratamente, tentando di prenderle la mano, che lei ritrasse infastidita. Come poteva pensare che, in preda al furore, desiderasse un contatto fisico?
"Come fai a non capire? Pensavo fossi più intelligente di così. È chiaro che la tua amnesia comincia a mostrare delle falle, e loro ne sono consapevoli. È solo questione di tempo prima che affiorino altri dettagli. E sanno, come sappiamo noi due, che non ti fermerai mai, Castle. Non smetterai mai di voler sapere che cosa ti è successo, infischiandotene della tua incolumità. E della nostra. Hai idea di quello che ho passato stanotte, pensandoti morto? Di nuovo?! Credendo di dover rivivere l'incubo della tua scomparsa, senza osare sperare nel miracolo di un tuo secondo ritorno? Non voglio vivere così. Non ci meritiamo di vivere così".
"Che cosa vuoi dire?", le chiese attonito.
Finse di non averlo sentito.
"Vuoi sapere perché non ti voglio sposare, nonostante la tua pressione continua? Proprio per questo. Perché non sei pronto a farlo, non metti noi sopra a tutto il resto. I tuoi figli non possono rischiare di crescere senza un padre per colpa delle tue compulsioni e scelte avventate!". Concluse vomitandogli addosso tutto il suo dolore, la sua pena e la paura, che soverchiava tutto il resto.
Seppe di averlo ferito in profondità, ma per quanto facesse male a lei per prima, era quello che provava. Come poteva distruggere tutto quello che avevano faticosamente ricostruito – i primi, cauti passi con Alex, il loro rapporto, la nuova vita che sarebbe venuta ad allietare la loro famiglia sempre più numerosa – solo per le sue ossessioni? Lei non ne sarebbe stata complice. Assolutamente.

Lo piantò in asso, senza ascoltare le frasi sconnesse che farfugliò alle sue spalle e che non comprese, e scomparve in camera da letto.
Tornò tenendo Alex in braccio, vestita di tutto punto e con una borsa capiente sulla spalla libera.
"Dove stai andando?", sussurrò Castle con gli occhi sbarrati.
"Non posso stare qui", rispose telegrafica. Quella casa, la loro vita, erano a rischio.
Avvertì nettamente l'indurimento del ventre dovuto a un contrazione, che la lasciò senza fiato e molto impaurita, ma simulò indifferenza. Un motivo in più per allontanarsi da lui, per sottrarsi allo stress a cui lui l'aveva sottoposta prima che facesse ulteriori danni, ma se Castle l'avesse saputo, non le avrebbe permesso di uscire dalla porta, anche facendo ricorso alla forza.
Castle si alzò in piedi. "Non puoi andartene! Non puoi portare via Alex. Mi stai... mi stai lasciando?".
Le venne voglia di sbuffare. Non era il caso di essere tanto melodrammatici.
"No. Ho solo bisogno di rimanere da sola. Stare insieme non ci aiuterà. Dobbiamo prenderci del tempo. Inoltre stare qui è rischioso, per noi. Potrebbero tornare a cercarti". Lei doveva prima pensare ai suoi figli. Era un suo dovere.
"Tempo? Quanto tempo? Vuoi... una pausa?". Non avrebbe potuto essere più allarmato.
Di nuovo una contrazione, questa volta più leggera.
"Castle, voglio solo non averti davanti mentre penso a tutti i modi per ucciderti. D'accordo?".
"Lascia almeno che Alex stia con me. Perché devi portarti anche lui?".
"Perché non sei in grado di occupartene. Hai bisogno di mangiare, farti una doccia e dormire qualche ora. Alex si sveglierà tra poco e non voglio che ti veda così. O che ci senta litigare. Ha passato una notte terribile anche lui, sballottato ovunque. Ci meritiamo – io e lui – un po' di calma".
E pazienza se aveva sottinteso che Castle non se la meritasse.
Il suo sguardo colmo di sofferenza la fece diventare un po' più indulgente.
"Non me ne sto andando per sempre, Castle. E non è una ripicca per farti sperimentare quello che ho provato io. Non lo augurerei nemmeno al mio peggior nemico. Non voglio scomparire senza farti sapere dove porto tuo figlio. Ti chiamo più tardi, d'accordo?".
Non ebbe risposta, se non ondate di puro dolore e incredulità che la raggiunsero nitide. Lasciò il loft il più velocemente possibile.