NON DOBBIAMO ESSERE SOLI – CAPITOLO VENTICINQUESIMO
«Jack, rispondimi!».
Accantonando il proprio compito di improvvisato chirurgo, Pitch afferrò il compagno per le spalle, sollevandolo un poco ed iniziando a scuoterlo, e, nel vedere la sua mandibola muoversi come per articolare una frase, si convinse che la vita non aveva ancora abbandonato quel corpo, ed esclamò: «Bravo, Jack, continua a rimanere sveglio, io finisco di medicarti!».
Ansimando lo risistemò sul lettino, piegandogli il capo in maniera tale che il suo collo non fosse né teso, né contratto, per agevolargli l'ormai inutile atto della respirazione, e che le sue pupille appannate puntassero esattamente sul proprio viso, come in un macabro tentativo di non perdere il contatto con lui, e abbassò lo sguardo sul suo ventre squarciato; cingendogli i fianchi con le mani iniziò a lavorare per porre rimedio al disastro compiuto, muovendo i palmi in movimenti circolari dal basso verso l'alto, strizzando finalmente con successo la miscela di sangue e liquido amniotico fuori dal suo addome e ridendo con fare isterico quando la sentì colare sulle proprie dita, avvilito all'idea di non aver pensato prima ad una soluzione così semplice; infine, quando si rese conto di non poter estrarre altro fluido, agguantò ago e filo, e, senza perder tempo a ripulirsi, si mise a richiudere la ferita, la fronte aggrottata per meglio concentrarsi.
«Ecco, ho finito» annunciò mentre dava l'ultimo punto; «Ora è tutto a posto, il bambino non c'è più, la pancia è di nuovo chiusa e tu puoi iniziare a stare bene, Jack, stai bene, vero? Dimmelo, ti prego, parlami, dimmi qualcosa, non andartene, non puoi, non puoi lasciarmi qui da solo, ti prego...».
Andò avanti a lungo, dapprima mormorando, poi balbettando, le frasi che si facevano sempre più sconnesse mentre i suoi gesti diventavano sempre più scomposti, la voce sempre più rotta mentre i muscoli gli cedevano al punto di impedirgli di continuare a cullare e coccolare l'amato, e, alla fine, si decise ad ammettere l'evidenza che aveva disperatamente tentato di negare: il suo piccolo, bellissimo fiocco di neve non c'era più. Il suo sorriso dolcissimo, la sua risata contagiosa, le sue iridi dalle infinite sfumature d'azzurro e turchese, il suo cuore che riusciva sempre e magicamente a battere a tempo con quello dell'uomo: tutto spento. I baci all'alba, gli scherzi al mattino, le chiacchierate al pomeriggio, le passeggiate al crepuscolo, gli abbracci alla sera: tutto finito. Le trepidanti speranze, le distratte promesse, i solenni giuramenti, i toccanti sogni: tutto sfumato. Non rimaneva più niente, ormai, niente in quel gracile corpo spezzato, niente in quello altrettanto spezzato dell'Uomo Nero, niente nella sua mente, niente nel suo cuore: niente, niente, solo bianco, accecante ed insensato, che come un muro gli si parava di fronte impedendogli di reagire.
«Shostakovich, buone, buone, non è il momento di fare capricci!» tuonò Nord.
Tirando le redini con tutta la propria forza obbligò le renne a frenare, fermandole giusto in tempo per evitare che la slitta oltrepassasse l'orlo della pista d'atterraggio e iniziasse a scivolare lungo il tetto, quindi, dopo essersi levato giacca e colbacco in un sol gesto, s'apprestò a scendere.
Sin da quando aveva lasciato il proprio Palazzo aveva avvertito qualcosa di strano nell'aria, una sorta di tesa aspettativa che andava ben oltre l'eccitazione per il Natale ormai alle porte e che lo aveva allarmato come non mai, così, preoccupato per Jack e, soprattutto, per quel suo pancione ormai tanto grande da trascinarlo a terra persino quando stava seduto, aveva deciso di affrettarsi a portare a termine il proprio compito e tornare il prima possibile. Aveva viaggiato veloce, cavalcando i venti più rapidi che conosceva e non facendosi remore ad usare i globi di neve per accelerare i propri spostamenti, sfruttando l'aiuto delle fatine dei dentini per sistemare a dovere i regali sotto gli alberi e portandosi via i biscotti offertigli come compenso per non perdere tempo prezioso, ed era così riuscito a compiere la traversata da Europa ad America con ben otto ore d'anticipo rispetto al previsto, costringendo Sandman ad addormentare forzatamente tutti i bambini di quest'ultimo continente per non farsi sorprendere all'opera, ma, purtroppo, la fretta gli si era presto ritorta contro: avendo completamente e senza preavviso sconvolto la propria tabella di marcia, si era anche automaticamente reso irreperibile agli altri Guardiani, e aveva dunque ricevuto la notizia del travaglio in corso solo nel volo di ritorno, con un ritardo che, seppur breve, era ugualmente inaccettabile.
«Dannazione, Nord, sbrigati, sono passati già venticinque minuti da quando ho lasciato Jack, sarà esausto ormai, ha bisogno di aiuto!» lo incalzò Calmoniglio.
Lasciando cadere le proprie riflessioni, Babbo Natale s'incamminò verso la botola d'accesso, pregando che gli Yeti l'avessero dimenticata aperta e trascinandosi dietro l'Omino dei Sogni, e domandò: «Allora, dove trovo Jack?».
«Nello stanzone dove avevi accatastato tutti i regali già impacchettati, proprio qui sotto, reggiti, ti ci porto!» rispose concitatamente il Pooka.
Senza dargli nemmeno il tempo di realizzare ciò che la proposta comportava, batté il piede a terra, facendo comparire un largo buco e tuffandocisi dentro, e il padrone di casa, impossibilitato a fare altrimenti, gli capitombolò dietro e gli rovinò addosso.
«Scusami, non volevo caderti addosso, tutto bene? Certo che potevi dare un po' più di preavviso!» esclamò, tirandosi faticosamente in piedi.
«Nord, per l'ultima volta: sbrigati e vai ad aiutare Jack!» mugugnò il Coniglio di Pasqua, premendogli una zampa sul sedere per sollecitarlo.
Certo che, visto l'atteggiamento polemico, l'amico stesse più che bene, Nord si decise ad obbedire, zoppicando verso l'uscio e spalancandolo con una manata, e s'apprestò ad entrare ed annunciarsi, ma non appena sollevò lo sguardo perse un colpo e si bloccò, scioccato: non era minimamente preparato ad assistere ad una simile scena.
Di fronte a lui si paravano Pitch e Jack, entrambi immobili, entrambi parzialmente bagnati dalla luce della luna, ed entrambi in condizioni pietose: il primo, in piedi e col capo leggermente chino, era intento a fissare il compagno, le mani e gli avambracci tesi lordi di sangue e le iridi così spente da parere sul punto di svenire; il secondo, invece, giaceva scompostamente sull'improvvisato tavolo operatorio, gli arti flosci e il ventre, ormai non più gonfio, squarciato da un taglio irregolare e richiuso alla bell'e meglio con del filo da sutura. Babbo Natale non impiegò molto a comprendere cosa fosse successo, il raccapricciante ammasso di organi e tessuti sparso ai piedi della coppia prova lampante di quanto difficoltoso il parto fosse stato, e la loro completa assenza di vitalità segno inconfondibile del conseguente epilogo, e non riuscì a capacitarsi di come la situazione potesse essere degenerata a tal punto, né che il ragazzino ribelle che tanto lo aveva fatto dannare, ma che in verità sempre aveva adorato, e che, indipendentemente dalle avversità che stava affrontando, aveva sempre saputo distribuire gioia e risate, si fosse spento per sempre, ma alla fine, facendo leva sul proprio senso di rispetto, riuscì a riprendersi e a reagire, ed iniziò ad indietreggiare.
«Nord, che fai!? Gli strumenti sono già là dentro, non serve che vai a cercarli in infermeria, sbrigati ad entrare!» esclamò Calmoniglio.
Dopo aver richiuso silenziosamente l'uscio il padrone di casa si volse e, lanciando ai propri compagni un'occhiata affranta, mormorò: «Strumenti sono già là dentro, ma non servono più».
Sandman, che era stato notevolmente provato dalla lunga e faticosa nottata, durante la quale aveva dovuto dar fondo ai propri poteri, non parve cogliere il significato recondito della risposta, e si limitò ad annuire distrattamente, continuando a modellare la sfera di sabbia magica che aveva evocato in sostituzione dell'anestetico; il Pooka, invece, seppur inizialmente confuso, non impiegò molto a saltare alle conclusioni, e a quel punto, con voce rotta, urlò: «No, no, non è possibile, no! Togliti, voglio vederlo!».
«Fermo!» gridò Nord, placcandolo e trascinandolo via; «Non puoi entrare così, urlare o fare scene peggiorerà solo le cose: dobbiamo rimanere lucidi, per rispetto di Jack, e per rispetto di Pitch, che lo sta vegliando. So che è difficile, so che sembra ingrato, ma per ora dobbiamo dimenticarci di Jack, perché per lui non possiamo più fare niente, e pensare a chi è rimasto, quindi facciamoci forza e diamoci da fare. Parto è avvenuto, ma Dentolina e bambino non sono qui: dobbiamo trovarli, assicurarci che lui stia bene e che lei torni qui a parlare con Pitch, perché è l'unica in grado di riscuoterlo e consolarlo. Muoviamoci, e non provare ad entrare nella stanza: Pitch ha ancora bisogno di stare da solo».
E, con il Coniglio di Pasqua tra le braccia e la morte nel cuore, s'incamminò lungo il corridoio.
Pitch non seppe dirsi quanto tempo trascorse, se un secondo, un giorno o un secolo intero, ma, ad un certo punto, il processo s'invertì: la candida parete che lo aveva avvolto così strettamente da impedirgli di respirare iniziò a creparsi, dapprima lentamente, poi sempre più in fretta, tornando in un battito di ciglia al nulla da cui era nata e lasciando il vuoto dietro di sé, e, a quel punto, tutto ciò che era riuscita a tenere all'esterno si riversò in esso, prendendo il sopravvento.
Per primo, più travolgente di un colpo di maglio, arrivò il dolore: dolore per il presente morto, perché l'anima di Frost non era stata l'unica a scivolare in un luogo da cui non sarebbe mai tornata, dolore per il passato sfocato, perché il cervello dell'uomo non era mai stato in grado di trattenere a lungo i ricordi che non poteva rivivere, né le sensazioni positive che non poteva più provare, ed egli era consapevole che quella splendida avventura si sarebbe presto disfatta in incomprensibili sprazzi di memoria e schegge d'oscurità, dolore per il futuro svanito, perché non sarebbe mai sorto alcun domani senza uno splendido sole pronto ad illuminarlo, dolore, dolore allo stato puro, che prometteva di permeare l'esistenza di Pitch per i secoli a venire, rendendola ancor più vacua e inutile di quanto già non fosse. Poi, pesante come un macigno, giunse il senso di colpa: cadde dall'alto, senza preavviso, trascinando l'Uomo Nero sul fondo della sua coscienza e soffocandolo coi propri tentacoli, ripetendogli senza sosta quanto era stato incapace mentre tentava di annegarlo, riproponendogli all'infinito le immagini del suo fallimento mentre gli stritolava il cranio, sussurrandogli malignamente che, in effetti, si sarebbe dovuto aspettare un simile epilogo, considerato quanto spesso aveva dimostrato d'esser buono solo di distruggere, e l'uomo, per qualche minuto, non riuscì a far altro che ansimare, annaspando disperatamente nei meandri della propria psiche e rischiando quasi di essere sopraffatto. Poi, però, ardente come le fiamme dell'Inferno, giunse la rabbia: germinò piano nel suo petto, quasi impercettibile, ma impiegò poco a divampare, risollevandogli lo spirito verso le vette della sua aggressività, avvolgendogli l'animo in un fuoco perpetuo mentre gli gridava quanto ingiusta era stata la perdita subita, attizzando la sua ira con una violenza travolgente mentre lo accecava con i lampi degli ultimi spasmi di vita del compagno, aizzandolo contro la tiranna sfortuna che, in effetti, pareva perseguitarlo con sadica puntualità, considerato quanto spesso lo aveva flagellato, e Pitch, per qualche minuto, non riuscì a far altro che rantolare, rabbrividendo visibilmente e minacciando di esplodere da un momento all'altro. Infine, più subdolo di un morbo, arrivò l'odio: odio per il presente macchiato, perché il tutto non era stato un caso, odio per il passato manipolato, perché troppe volte erano accadute disgrazie simili, anche se non altrettanto gravi, e l'Uomo Nero era sempre più convinto che dietro di esse ci fosse sempre stato un cinico burattinaio, odio per il futuro rubato, perché era ormai evidente che qualcuno glielo aveva volontariamente portato via, odio, odio allo stato puro, che lo permeò all'istante, rendendolo ancor più instabile e letale di quanto già non fosse.
Dopo aver sbattuto le palpebre per mettere a fuoco il cadavere martoriato dell'amato, l'uomo si leccò le labbra, snudando i denti in un sorriso malsano, e, sollevando il viso verso il cielo, mormorò: «Allora, che mi dici? Ti è piaciuto il dramma?».
La Luna, che, nel frattempo, aveva continuato a spostarsi, scivolò incurante fuori del suo campo visivo, sorda ad ogni richiamo e muta ad ogni richiesta, e quello fu per l'Uomo Nero l'ultimo affronto.
«Ti è piaciuto il dramma, eh!?» gridò, tirando una ginocchiata al tavolo per spingerlo nuovamente al centro del cono di luce del satellite; «Ti sei divertito a guardare, a tirare i fili di questa splendida commedia? Ti sei divertito? Tu, verme, vile bastardo che non sei altro, so che ci hai spiato, so che hai manipolato ogni cosa attorno a noi per farci soffrire! Non ti andava giù, vero? Non riuscivi a sopportare il fatto che fossimo felici insieme, non riuscivi a sopportare il fatto che io fossi felice, io, il nemico che odi al punto da non riuscire a lasciare in pace nemmeno durante una tregua! Che cosa ti ho fatto per meritare questo? Cosa? Io non posso saperlo, non ricordo niente del mio passato, e sono pronto a scommettere che sei tu l'unico responsabile di questa amnesia, ma, se anche mi fossi macchiato di colpe terribili, Jack non ha mai fatto altrettanto! Lui è sempre stato buono e generoso, si è sempre preso cura di tutti i bambini che incontrava anche se questi non riuscivano a vederlo, si è preso cura dei Guardiani quando si sono indeboliti e mi ha combattuto ogni volta che ho oltrepassato il limite, ha fatto tutto ciò che un bravo Spirito dovrebbe fare, e tu, dopo secoli trascorsi ad ignorarlo bellamente, l'hai ripagato con questo! L'hai torturato per torturare me, e poi, quando ti sei reso conto di aver fallito, perché noi, nonostante tutto, siamo riusciti a sostenerci a vicenda, l'hai ucciso, bestia, l'hai ucciso, e solo per schifosa invidia! Ti senti soddisfatto adesso? Sei contento della tua vendetta? Sbrigati a godertela, perché io non perderò tempo a prendermi la mia! Sto arrivando, bastardo!».
Dando ascolto all'ultimo barlume di lucidità rimastagli indietreggiò, badando ad allontanarsi quanto bastava dal corpo del compagno per non rischiare di farne ulteriore scempio, quindi, perso definitivamente il controllo, lanciò un grido belluino e s'apprestò a dar fondo ai propri poteri. Come prima cosa, in una sorta di riscaldamento che, in realtà, non fu altro che il caotico risultato dell'immensa rabbia che provava, mosse le mani in gesti scomposti, evocando tutta la sabbia nera che poté e tentando di modellarla; poi, resosi conto di aver portato a termine con successo il primo obiettivo, ma di aver miseramente mancato il secondo, ringhiò e si gettò sul pavimento, raccogliendo la rena con le dita e cercando di comprimerla manualmente; infine, dopo aver rinunciato per non prolungare ulteriormente il patetico spettacolo che stava offrendo e aver quasi oltrepassato la soglia della disperazione, ebbe un'illuminazione: v'era un altro modo, per lui, di trionfare in quel giorno di completa impotenza, un modo cui nella propria esistenza non aveva mai osato ricorrere, visti quanti pericoli e sacrifici comportava, ma che, ormai, poteva essere giunto il tempo di sfruttare.
Impiegò poco a risolvere il dilemma, la sete di vendetta che lo animava troppo grande per poter essere contenuta dal buonsenso, e la paura di morire nell'impresa, o, peggio ancora, di perdersi per sempre, inesistente, perché lui, in effetti, s'era già perso, e vedeva la morte come una desiderabile liberazione, così, senza esitazione e senza rimpianti, agì: fissando il ventre dell'amato per meglio rimembrare le sofferenze che questi aveva patito, si concentrò per visualizzare nella maniera più nitida possibile i dettagli della cruenta vendetta che aveva pianificato, poi, spalancando le braccia, abbassò ogni difesa per lasciarsi possedere.
Iniziò tutto con un fruscio discreto, quasi impercettibile, che gli avvolse morbidamente la coscienza e gli corteggiò i timpani, quasi pietoso nel consolatorio ronzio con cui lo invitava a lasciarsi andare; poi il rumore crebbe, gorgogliando nella sua mente e nell'aria attorno a lui, assordandolo ed isolandolo dal mondo esterno al punto da assorbire persino la luce che lo circondava; infine, sfumando lentamente nel silenzio, si ritirò nel suo torace ed iniziò a colare da esso in densi e collosi tentacoli. Sembrava assurdo, eppure era vero, era stato proprio il suono a condensarsi per dar vita alla materia, e in essa ancora resisteva, facendola vibrare e dibattere sempre più forte a mano a mano che aumentava, sinché questa non iniziò ad assumere forme concrete, poco dettagliate, ma ben distinte: crani bulbosi, corpi anoressici, mani artigliate, orbite senza occhi, bocche fameliche, la Paura fatta essere, il Terrore atavico antico quanto Behemuth, ma meno irrazionale, più subdolo e cosciente, l'anima più oscura di Pitch, che gli permeava organi e muscoli da tempo immemore, che sempre aveva ordito per prendere il sopravvento su di lui e che solo Frost era stato in grado di scacciare dal suo cuore.
Fermo nella propria decisione, l'Uomo Nero si rilassò, lasciandosi cadere in ginocchio per meglio immergersi in quella creatura pronta a divorarlo e raccogliendone le parti più pesanti per aiutarle a risalire lungo il proprio petto, e, forse per determinazione, forse per tragico romanticismo, si concesse un ultimo gesto volontario e sollevò lo sguardo verso la Luna, dicendo intimamente addio al mondo in cui aveva vissuto, e che ormai più non riconosceva, e assicurandosi che essa apparisse come chiaro obiettivo da distruggere agli Incubi vecchi quanto l'universo che aveva liberato, tuttavia, in quel momento, accadde esattamente ciò che per settimane aveva sperato, e che mai era accaduto: l'Uomo Nella Luna reagì.
Senza disturbarsi a lasciare il proprio satellite, il Guardiano dei Guardiani inviò decine e decine di raggi lunari, scagliandoli con precisione millimetrica addosso alle orride bestie appena nate e facendole così scoppiare come bolle di catrame, e l'uomo, ridendo, gridò: «E' inutile che provi a combatterle, stolto, queste creature sono antiche e potenti, non si lasceranno fermare da qualche patetico raggio di luce! Preparati, ancora poco e per te sarà la fine!».
Infastidito da quello sciocco contrattempo, si ritrasse, sfuggendo all'attacco nel modo più semplice che potesse esistere e rifugiandosi nelle rassicuranti ombre della stanza, e, prevedendo che il nemico lo avrebbe inseguito, iniziò a guardarsi attorno per individuare un angolo ben protetto da cui difendersi; cercò a lungo, scandagliando ogni zona della camera mentre i piccoli Incubi appassivano e scivolavano a terra, e si maledì per aver scelto una sala tanto spoglia per eseguire il cesareo, ma alla fine si rese conto che la propria pelle, ormai quasi interamente scoperta su petto, viso e mani, non bruciava, e, con un oscuro presentimento nel cuore, si volse.
Nessun lampo lo accecò, nessun baleno tentò di ustionarlo, perché, come si aspettava, l'offensiva aveva deviato e, condensandosi in un unico cono di luce, si era rivolta verso il cadavere di Jack, e Pitch, terrorizzato all'idea di perdere, dopo la sua anima gentile, persino il suo corpo, urlò: «No, non farlo, non osare portarmelo via!».
Adirato e spaventato come non mai si lanciò in avanti, determinato a sottrarre i resti dell'amato alle grinfie dell'odiato nemico, ma, nella fretta, incespicò nei propri stessi piedi, rovinando sulle ultime tre creature deformi sopravvissute e facendosi intrappolare da esse, e, a quel punto, non poté far altro che assistere impotente alla scena: rantolando notò la luce farsi più spessa e densa, riempiendosi di milioni di minuscole particelle brillanti e depositandosi come sabbia sul cadavere del compagno; tremando vide quest'ultimo sollevarsi lentamente dal tavolo, ascendendo di quasi un metro e illuminandosi pian piano dall'interno mentre capo e arti ciondolavano senza vita; infine, ormai così confuso e atterrito da non riuscire più nemmeno a respirare, guardò il processo invertirsi, il corpo che tornava dolcemente a stendersi sul piano e i raggi lunari che, dopo essersi concentrati per qualche secondo sul suo ventre, si dissolvevano.
Incapace di dare una spiegazione a quell'insensato e, apparentemente, inutile evento, l'Uomo Nero rimase immobile, dimentico del nemico, delle bestie che lo avevano aggredito e persino di sé stesso, ma ad ovviare a questa mancanza intervenne il ragazzo, che, sfidando ogni legge della natura, si mosse. In verità, perlomeno all'inizio, egli non fece molto all'infuori di riprendere a respirare, stiracchiarsi e sbattere le palpebre, attività comunque sorprendenti per una persona che, solo fino a qualche secondo prima, era palesemente morta, ma, come se questo non bastasse, impiegò solo mezzo minuto scarso a riprendersi del tutto e mettersi seduto, e, dopo aver girato il viso, urlare: «Pitch, attento!».
Ormai allo stremo delle forze, l'uomo non resistette ed ebbe un mancamento, e riuscì solo ad avvertire passi e tonfi soffocati, gemendo e rabbrividendo mentre si chiedeva se fosse ancora sveglio, o già preda degli Incubi antichi evocati, ma poco dopo due braccia decisamente reali lo sollevarono, costringendolo in ginocchio, e una voce ferma e affatto rieccheggiante gli domandò: «Pitch, ti senti bene!? Mi sono preso uno spavento quando ti ho visto a terra, non ti immagini neanche, e quelle bestiacce poi! Cos'erano? Sembravano quasi le creature di Behemuth, che ci facevano qui?».
Con uno sforzo immane Pitch alzò alfine gli occhi, e, strizzando le palpebre, si lasciò sfuggire un singhiozzo: di fronte a lui si stagliavano due iridi magnifiche, zaffiri puri screziati di cobalto ed acquamarina, due iridi che aveva dato per perdute e che, invece, contro ogni probabilità, erano tornate a consolarlo, e lo facevano sentire amato come non mai.
«Pitch» insistette Frost, visibilmente preoccupato; «Pitch, ti prego, riesci a sentirmi? Puoi rispondermi? Ho bisogno di sapere cos'è successo, sono preoccupato per te, quelle creature ti stavano mangiando la schiena e, anche se non sembra ti abbiano ferito, ho visto che hai le mani piene di sangue, voglio sapere da dove arriva e medicarti, mi devi...».
«Il mio sangue non è rosso» riuscì a sussurrare l'Uomo Nero, ancora inebetito, continuando a fissarlo.
Istantaneamente, il giovane sussultò, preso in contropiede da quella rivelazione e chiaramente in difficoltà nel gestirla; poi, probabilmente in cerca di indizi per trovare una spiegazione a quell'assurda situazione, fece vagare lo sguardo per la stanza, soffermandosi sulle coperte intrise di liquido amniotico, sugli organi sanguinolenti abbandonati a terra e infine sul proprio ventre piatto, e, con voce tremante, chiese: «Pitch, tu... mi hai fatto il cesareo?».
«Sì» confessò l'uomo, balbettando.
Sfiorandogli il viso, Jack continuò: «E, mentre me lo facevi, io sono morto?».
Tremando, Pitch schiuse le labbra, gli occhi lucidi mentre si sforzava con tutto sé stesso di trattenersi e rispondere, ma alla fine, sopraffatto, rinunciò e si limitò ad annuire.
«Oh, Pitch!» esclamò il ragazzo, gettandogli le braccia al collo; «Mi dispiace, mi dispiace così tanto! Non volevo che succedesse, avrei dato i miei poteri pur di risparmiarti il dolore, ma non sono riuscito a restare sveglio, ero così stanco, così tanto stanco... Piangi, Pitch, piangi pure, sfogati senza vergogna, adesso io sono di nuovo qui con te e non ti abbandonerò mai più».
«L'Uomo Nero non piange mai» farfugliò con un fil di voce l'uomo.
Poi, incapace di dominarsi oltre, si lasciò andare ad un pianto dirotto. Non si vergognò di sé stesso, troppo provato per poter badare a qualcosa di così futile come il decoro, non si imbarazzò per la presenza dell'altro, grato di potersi nascondere contro il suo collo, e non si preoccupò nemmeno per la possibile intromissione di estranei: semplicemente, stanco di tenere dentro di sé tutte le emozioni che provava, lasciò che queste uscissero e si sfogassero, singhiozzando rumorosamente mentre il compagno lo rassicurava, tremando sotto le sue morbide mani intente a sorreggerlo e coccolarlo e versando ogni lacrima che sentì il bisogno di versare.
Dopo qualche minuto, percependo il proprio corpo svuotato e la propria mente ormai calma, rialzò la testa, gemendo al dolore pulsante che, puntualmente, lo aggredì, e, ancora troppo toccato per parlare, si limitò a fissare l'amato con un accenno di sorriso; Frost, per parte sua, lo fissò a propria volta, ricambiando l'occhiata commossa e carezzandogli una guancia, e, con tono gentile, disse: «Ti amo anche io, Pitch».
Leggermente a disagio per quella dichiarazione a bruciapelo, Pitch controbatté: «Io non ho aperto bocca».
Scuotendo stancamente il capo, come divertito da quella protesta, il giovane ribatté: «Ma io ti ho sentito lo stesso».
Dolce e sensibile come sempre, gli prese il viso tra le mani e iniziò a baciarlo, risparmiandogli il compito di rispondere e asciugandogli delicatamente le gote, e, tra un vezzo e l'altro, gli sussurrò: «Eddai, Pitch, abbracciami».
«Ma ho le mani coperte di sangue e liquido amniotico, finirei solo per sporcarti» obiettò l'Uomo Nero, impacciato.
«Come se lo sporco mi spaventasse» commentò Jack; «Voglio un abbraccio serio e un bacio, e li voglio subito».
Senza dargli il tempo per opporsi, gli si sedette in grembo e gli si accoccolò contro, tirandogli i capelli sulla nuca per indurlo ad esporsi e premendo la bocca sulla sua, e l'uomo, a quel contatto, non resistette: lasciandosi sfuggire un sospiro quasi sofferente attirò l'amato a sé, stringendolo fin quasi a mozzargli il respiro, sollevandolo dalle proprie cosce per poter provare il piacere di sorreggerlo, carezzandogli la carne a pieni palmi per riappropriarsi di lui, e, quasi sciogliendosi, schiuse le labbra, mordendo quelle seriche dell'amato per costringerlo ad aprirle ed insinuando a forza la lingua tra di esse, ma poi limitandosi a carezzargli discretamente il palato, senza approfondire troppo il bacio, perché ciò che voleva trasmettergli non era passione, ma la gioia che provava nell'averlo ritrovato, e non aveva alcuna intenzione di sopraffarlo.
Dopo appena una decina di secondi, consapevole che l'altro non s'era del tutto ripreso dal parto, si staccò da lui, regalandogli un ultimo, piccolo bacio sulla fronte e massaggiandogli la schiena per agevolargli la respirazione, e mentre questi riprendeva fiato sentenziò: «Adesso ti aspetta un bel bagno».
Sbuffando, il ragazzo replicò: «E io che speravo mi aspettasse una bell... ci stanno aspettando gli altri!».
Colto di sorpresa da quella dichiarazione, Pitch domandò: «Gli altri chi?».
«Ma come "Chi?", gli altri Guardiani ovviamente! Dobbiamo avvisarli che alla fine è andato tutto bene e che io sono ancora vivo!» esclamò concitatamente Frost.
Scuotendo il capo, l'Uomo Nero spiegò: «Non ti devi preoccupare, Jack: Calmoniglio non è ancora tornato, e nemmeno Nord e Sandman sono rientrati; l'unica che si trova qui a Palazzo è Dentolina, ma quando se n'è andata era decisamente troppo occupata per accorgersi che tu eri morto. Tranquillo, nessuno ti ha visto, non c'è fretta».
«Ti assicuro che mi hanno visto» insistette il giovane, guardandosi attorno come in cerca di qualcosa; «Meno di dieci minuti fa Nord ha cercato di entrare qui, ma quando ha capito che ero morto ha rinunciato ed è uscito. Non chiedermi come faccio ad averlo visto, perché non lo so, forse sono rimasto qui tutto il tempo, qualunque sia la spiegazione scommetto che Nord ha avvisato tutti gli altri e li ha fatti preoccupare per niente, quindi ti prego, sbrighiamoci, non voglio farli stare in pena quando va tutto bene!».
Senza attendere un assenso balzò via, ondeggiando ridicolmente il sedere nudo mentre gattonava verso un bacile d'acqua poco distante e rabbrividendo appena quando ci si tuffò dentro, poi, dopo essersi agitato un poco, si volse e domandò: «Mi aiuti a lavarmi la schiena?».
Divertito dal suo atteggiamento infantile, ma lieto di vederlo tanto attivo, l'uomo concesse: «Sì, sì, sto arrivando».
Senza rimandare ulteriormente si tirò in piedi, zoppicando fin dall'amato e inginocchiandosi nuovamente per aiutarlo; poi, afferrate una spugna e una saponetta, si mise a lavarlo, massaggiando con delicatezza la sua pelle per non arrossarla e approfittandone per ripulirsi le mani e i polsi; infine, dopo averlo sciacquato accuratamente, lo fece uscire dal catino e gli porse una salvietta pulita.
«Dove sono i miei vestiti?» domandò Jack, scrutando pensosamente la stanza mentre si asciugava.
«L'ultima volta che li ho visti erano sulla credenza dell'infermeria, e penso siano rimasti là. Non preoccuparti, andrò a recuperarli presto, ma per adesso mi preme portarti fuori di qui, quindi ti avvolgerò in un telo pulito» spiegò Pitch.
Ricevuto l'assenso del compagno, si diresse verso il cesto degli asciugamani e recuperò il telo più ampio che riuscì a trovare, quindi lo aiutò ad indossarlo, avvolgendoglielo due volte attorno ai fianchi e una poco sotto le ascelle; in seguito, dopo averglielo aggiustato e averne drappeggiato il lembo avanzato sulla spalla, si chinò per sollevare il ragazzo, e questi commentò con tono scherzoso: «Pitch, non sono una ragazza».
Lanciandogli uno sguardo intenerito, l'Uomo Nero sussurrò: «Sii la mia ragazza un'ultima volta».
Arrossendo e ridacchiando, Frost fece per ritrarsi, palesemente divertito dalla richiesta e, probabilmente, anche un po' imbarazzato, tuttavia, forse decidendo scherzosamente di stare al gioco, forse avendo compreso la preoccupazione dell'altro, impiegò poco a cambiare idea ed annuire; l'uomo, per parte sua, si premurò d'essere il più convincente possibile senza forzarlo, ansioso di prendersi cura di lui a dovere facendolo anche sentire a proprio agio, e gioì internamente nel vederlo chiudere docilmente le braccia per farsi prendere, non perdendo un secondo ad approfittarne per afferrarlo.
Dopo aver aggiustato la presa, si diresse verso la porta, riflettendo su come muoversi per aprirla senza sbatterla contro il proprio dolce fardello, ma, proprio quando si trovò a pochi passi dal legno, questo si schiuse da sé, e Nord apparve dietro di essa.
«Oh, Pitch» mormorò debolmente il nuovo arrivato.
Con gli occhi lucidi e le labbra tremanti si fece avanti, apprestandosi ad offrirgli discretamente aiuto, ma in quel momento il giovane alzò il capo ed esclamò: «Ciao, Nord!».
Balzando indietro per lo spavento, Babbo Natale gridò: «Jack! Ma allora sei vivo!».
Quasi all'istante s'udirono un fruscio e dei tonfi affrettati, e Calmoniglio fece la sua comparsa in scena, travolgendo il padrone di casa e sbottando: «Ma allora è vivo! Nord, sei un idiota, come hai potuto non accorgertene!?».
«No, no, Calmoniglio» intervenne Jack con tono gentile; «Non prendertela con Nord, lui non si è sbagliato: quando è entrato nella stanza ero davvero morto, e non c'era nulla che voi poteste fare. Solo qualche minuto dopo sono tornato indietro».
«Tornato indietro?» domandò il Pooka, interdetto, facendo spazio a Sandman; «Che cosa significa?».
«Significa che, alla fine, l'Uomo Nella Luna s'è degnato di intervenire e salvarlo. Oh, insomma, dateci un taglio! Jack è ancora stanco e provato, ha bisogno di riposo, non di venir soffocato dal vostro entusiasmo! Levatevi di mezzo, lo porto in camera!» replicò Pitch.
Infastidito dall'eccessiva espansività dei Guardiani, che avevano ormai completamente circondato il ragazzo e avevano preso a ricoprirlo di complimenti e coccole, avanzò, spingendoli via con malagrazia e dirigendosi verso la propria stanza; resosi conto d'esser seguito, accelerò il passo, concentrandosi sulla strada da percorrere per trattenersi dallo sbottare, e, una volta giunto in vista della porta cercata, annunciò: «Bene, siamo arrivati, ed è ora per tutti noi di andare a dormire: buonanotte!».
«Non essere ridicolo, è a malapena mezzogiorno!» protestò il Coniglio di Pasqua.
Raddrizzando la schiena per apparire il più possibile autoritario, l'Uomo Nero si volse e controbatté: «Meno di mezz'ora fa Jack ha subito un cesareo, è morto e poi risorto, è decisamente ora di dormire per lui, anche se è a malapena mezzogiorno!».
«Pitch» mormorò Frost, tirandolo per una manica; «Ti prometto che dopo dormirò come un angioletto, ma prima voglio vedere il bambino. Non penso che sarò mai in grado di prendermene cura, ma non gli farò alcun male se lo guarderò e basta, e ci tengo molto a farlo».
Preso in contropiede, l'uomo tentennò, affatto preparato ad una simile richiesta e, effettivamente, non molto propenso ad assecondarla, ma Nord lo anticipò, dicendo: «Ma certo, Jack, non ti negheremmo mai di vederlo, anzi, Dentolina lo sta già portando qui. Per intanto mettiti a letto, così ti farai già trovare pronto».
Non osando protestare, Pitch si rassegnò ad annuire e accontentare il compagno, e, fingendosi indifferente, lo preparò all'incontro: come prima cosa, dopo averlo depositato sul materasso, lo aiutò a liberarsi del grosso telo in cui lo aveva avvolto e ad infilarsi sotto le coperte; poi, porgendogli uno per volta i cuscini riposti nella cassapanca, gli suggerì di accatastarli contro la testiera e poggiarvi contro la schiena; infine, dopo aver richiuso le tende per far cadere la stanza nella penombra del camino, spostò la sedia della scrivania accanto al letto e vi si sedette, vegliando l'amato mentre i Guardiani si sistemavano in fila dall'altro lato.
Fortunatamente, non dovettero attendere per molto: dopo appena un minuto un sommesso ronzio giunse dal corridoio, crescendo sempre più d'intensità, e alla fine Dentolina fece capolino nella stanza, reggendo un fagotto e sussurrando: «Ciao, Jack. Non ti immagini neanche quanto sono contenta di vederti sveglio: ho temuto il peggio quando il sacco amniotico si è rotto, e me ne sono andata col terrore di non trovarti più al mio ritorno».
Intrecciando nervosamente le dita, il giovane replicò: «Ci siamo andati vicini, ma alla fine, per fortuna, non è successo, e io sto di nuovo bene. Potrei... potrei vedere il bambino?».
«Ovviamente, Jack» concesse prontamente la fata; «Te l'ho portata qui apposta. E' una femminuccia, sai? Forza, apri le braccia, così, ecco, ora reggila, cullala un po': sarà felicissima di conoscerti».
Emozionato come non mai, Jack rabbrividì, all'inizio palesemente tentato di rifiutare, poi cedendo alla curiosità ed allungando le braccia, accettando con titubanza quella specie di grosso involto di coperte e asciugamani da cui solo un visino corrucciato riusciva a spuntare, sistemandoselo contro il petto e iniziando a cullarlo con fare impacciato mentre lo fissava.
«Allora, Jack, com'è?» gli chiese la donna, tanto commossa da avere le lacrime agli occhi.
«E'...» iniziò il ragazzo, esibendo un sorriso tirato mentre i Quattro Grandi si chinavano verso di lui, gli sguardi pieni d'aspettativa.
«... E' davvero brutta» completò, infine.
Improvvisamente, l'atmosfera calda ed ovattata della stanza si congelò, cadendo in un silenzio teso ed innaturale in cui nessuno si sentiva davvero a proprio agio, né sicuro sul da farsi, così ciascuno si limitò a reagire nella maniera che gli venne più naturale: Calmoniglio, emotivo come sempre, lasciò cadere mandibola e orecchie in una smorfia a dir poco scioccata e iniziò ad indietreggiare; Sandy, che sino a quel momento si era beato della gioia del primo incontro e aveva ormai modellato una decina di piccoli cuori di sabbia sul proprio capo, lasciò che questi si rompessero a metà e si portò le mani alla bocca, come per trattenere un grido; Dentolina e Nord, leggermente più composti, si limitarono a scambiarsi occhiate imbarazzate, mentre il sorriso moriva loro sulle labbra; infine, Pitch, unico a non essere rimasto sconvolto dall'inaspettata dichiarazione, scoppiò a ridere e commentò: «Oh, Jack, solo tu potevi letteralmente morire per dare alla luce un bambino, prenderlo in braccio e commentare con un "Oh, beh, in effetti è proprio brutto!"».
«Ma no, cosa avete capito!» s'affrettò a chiarire Frost; «Non parlavo di estetica, qualunque sarà il suo aspetto ai miei occhi lei sarà sempre bellissima, io sono solo preoccupato per la sua salute! Le avete visto la pelle? E' così sottile, e poi tutta a chiazze, bianche, rosse, persino viola e gialle, e poi anche la testa ha qualcosa che non va, mi sembra molle, e se fosse malata? Lo sapevo, dannazione, sapevo di non essere adatto per crescerla, non aveva abbastanza spazio nel pancione, e poi...».
«Oh, Jack, per tutti i dentini!» lo interruppe la fata, lasciandosi andare sul materasso; «Non potevi essere chiaro fin da subito? Ci hai fatto prendere un colpo! Se i problemi sono solo questi non ti devi preoccupare: è tutto a posto. La testa è effettivamente molle, perché nei neonati le ossa del cranio non sono ancora saldate tra di loro, ma già in un paio di mesi noterai un notevole consolidamento, e, tempo uno o due anni, il tutto si sarà richiuso alla perfezione. Per quanto riguarda il colore della pelle, invece, beh, il giallo è semplice ittero, mentre il rosso e il viola sono dovuti al parto: la bambina è vissuta per mesi nella tua pancia, ben protetta e rannicchiata al calduccio, e non ha mai conosciuto altri mondi all'infuori di quello, non pensi sia stato un po' un trauma per lei venire strappata a forza dal suo nido e portata qui, allo scoperto e al freddo?».
«In effetti» mormorò il giovane, aggiustando il lembo di coperta che copriva il capo della neonata; «Cos'è l'ittero?».
«E' proprio la colorazione giallastra che hai notato» spiegò la donna; «Nei neonati è piuttosto comune, e può avere molteplici cause, alcune gravi, altre meno. Non ti saprei dire da cosa sia stata provocata la sua, mi dispiace, ma vorrei rassicurarti: nonostante il parto sia avvenuto solo mezz'ora fa, sta già scomparendo. Inizialmente era davvero intensa e mi ha preoccupata parecchio, tant'è che mi sono subito precipitata in infermeria a prepararle un blando infuso di assenzio himalayano, ma ormai mi sembra chiaro che non ci sia più nulla da temere».
Durante questo scambio di battute l'Uomo Nero rimase in silenzio, immobile, ascoltando attentamente la conversazione in cui si sentiva sempre più di troppo e osservando di sottecchi gli ospiti che gli risultavano sempre più molesti, e alla fine, notando le braccia dell'amato tremare e le sue palpebre chiudersi con sempre maggior frequenza, sfruttò l'occasione e sentenziò: «Come potete vedere Jack è così stanco da non riuscire nemmeno a tenere gli occhi aperti, ergo ha bisogno di tranquillità e silenzio per riposare. Ci penserò io a riporre i cuscini e sistemare il letto, voi potete andare».
Senza aspettare di ricevere il loro consenso, si alzò ed iniziò a riporre ordinatamente i cuscini disposti contro la testata nella cassapanca, gioendo internamente nel vedere Nord, Sandman e Calmoniglio congedarsi affettuosamente, ma rapidamente, e uscire, ma una voce femminile lo disturbò, domandandogli: «Pitch, vuoi pensarci tu a mettere a letto la bambina? Nord ha già portato qui la culla».
Imbarazzato da quella proposta e notando solo in quel momento la presenza del nuovo giaciglio, l'uomo replicò seccamente: «No, la culla è dal tuo lato del letto, pensaci pure tu, io continuo qui».
Mantenendo lo sguardo ben fisso sul baule continuò il proprio lavoro, badando a impiegare il maggior tempo possibile per non rischiare di incrociare accidentalmente le iridi fucsia dell'altra, e quasi esultò quando si rese conto non solo che l'interlocutrice non aveva avanzato alcuna protesta, ma che s'era pure sbrigata ad obbedire ed andarsene, richiudendo rispettosamente la porta dietro di sé; all'ultimo, però, riuscì a contenersi, e, esibendo un'espressione esasperata, sbottò: «Finalmente soli!».
Ridacchiando, Jack commentò: «Sei il solito scorbutico! Prima o poi dovrai ringraziare Dentolina per tutto quello che ha fatto per noi, sai?».
«Va bene, facciamo poi» replicò Pitch.
Con un unico scatto felino si raddrizzò, si strappò di dosso la veste e si insinuò sotto le coperte, facendo aderire il corpo a quello del compagno e iniziando a solleticarlo per strappargli qualche risata, ma presto paura e commozione presero di nuovo il sopravvento, ed egli, trattenendo a stento i brividi, prese a corteggiarlo, baciandogli le gote, la bocca, il mento, il collo, carezzando ripetutamente quella pelle ialina e fresca che aveva rischiato di diventare per sempre gelida, abbracciando e coccolando senza sosta quel torace magro che era stato sul punto di scomparire, accomodandosi tra quelle lunghe ed affusolate gambe che adorava per sentirsi abbracciato a propria volta, e scendendo man mano sempre più in basso per vezzeggiare quel ventre troppo a lungo deformato e, finalmente, piatto come un tempo, e come sarebbe sempre dovuto essere.
«Ti sono mancato?» gemette il ragazzo, inarcandosi per andare incontro alle sue labbra.
Lasciandosi sfuggire un pesante sospiro, l'Uomo Nero premette la fronte contro il suo stomaco e rispose: «Da morire».
Allungando una mano verso di lui per carezzargli i capelli, Frost chiese premurosamente: «Hai ancora paura?».
Imbarazzato dalla domanda, l'uomo tentennò e fu sul punto di ritrarsi e chiudere la conversazione, ma alla fine, consapevole che negare i propri sentimenti all'amato fosse inutile e deleterio, ammise: «Sì, un po' sì. Non è stato facile operarti, e lo è stato ancor meno perderti, ma, ora che sei tornato, mi sto riprendendo. Mezz'ora fa, invece, ho toccato il fondo: ho sentito i miei Incubi rivoltarsi contro di me e lottare per venirmi a prendere, e so che, se non ci sono riusciti, è solo perché in questo giorno la magia del Guardiani è troppo forte e toglie loro ogni potere. Sono stato un debole, e me ne vergogno».
«Non sei stato debole, Pitch» controbatté il giovane; «Sei stato solo umano, e non provare a protestare dicendomi che sei l'Uomo Nero, perché mi hai dimostrato infinite volte di saper provare sentimenti, e perché ti contraddiresti da solo: il tuo stesso nome contiene la parola "uomo". Cambiando discorso, penso che l'Uomo Nella Luna abbia scelto questo giorno per far avvenire il parto apposta per facilitarti, sai?».
Ringhiando nell'udir nominare il proprio nemico, Pitch abbaiò: «Per facilitarmi, dici? E cosa, di grazia, sarebbe stato facile oggi? Se davvero avesse voluto farmi un favore quel verme si sarebbe dovuto disturbare a farti partorire senza dolore e complicazioni, non farti entrare in travaglio con mesi di anticipo e senza preavviso, costringermi a tagliarti in due e poi lasciarti morire davanti ai miei occhi!».
«Ma alla fine mi ha salvato, no?» osservò Jack; «Ed è questo che conta. So da me che non è stato il massimo vederlo intervenire solo alla fine, ricordo bene quanto ho sofferto sia per le doglie, sia per il taglio, ma questo non significa necessariamente che lui sia rimasto in disparte per cattiveria. Magari aveva bisogno di prepararsi per usare la propria magia, o magari … che cos'è?».
Interdetto, l'Uomo Nero seguì lo sguardo dell'amato sino al suo ombelico, e, comprendendo che questi si riferisse alle sottili linee argentee che erano comparse attorno ad esso, spiegò: «E' una sorta di decoro, o tatuaggio, a forma di fiocco di neve stilizzato. Le linee che lo compongono, adesso, sono sottili e quasi trasparenti, ma finché ci trovavamo nella stanza del parto erano più spesse e argentee, quindi non saprei se sono destinate a svanire o a resistere per sempre e brillare solo sotto la luce della luna. Propendo più per la seconda ipotesi, visto il vizio del tuo superiore di rovinarti».
Roteando gli occhi, il ragazzo ribatté: «Oh, avanti, adesso non esagerare, questo decoro è davvero carino!».
Dopo essersi sollevato sui gomiti per fulminare il compagno con lo sguardo, l'uomo iniziò: «Che cosa vuoi che mi importi dell'estetica del decoro, qui il punto è che...».
All'improvviso, un debole vagito lo interruppe, emergendo a malapena dalle coltri che debordavano dalla culla, e Frost, istantaneamente, rizzò il capo e sibilò: «Hai sentito? Pensi che abbia bisogno di qualcosa?».
Stupito dal suono e dalla pronta reazione dell'amato, Pitch s'irrigidì, voltandosi di scatto verso la neonata creatura con cui non aveva ancora avuto né l'occasione, né il coraggio di confrontarsi, quindi, convenendo che, pur di rimandare l'incontro, fosse preferibile interrompere la discussione con l'altro, sentenziò: «No, sta bene, sta dormendo, probabilmente sta sognando qualcosa, e sai chi altri dovrebbe sognare? Il qui presente Jack Frost, che ora farà il bravo puerpero e si metterà a ronfare come aveva promesso».
Onde soffocare ogni protesta, gattonò sino alla sua altezza e gli rubò un lungo bacio, durante il quale riuscì senza impedimenti a farlo coricare su un fianco, la schiena verso il bambino, e ad avvolgerlo in un morbido abbraccio, dunque, chinandosi sul suo orecchio, gli sussurrò: «Sogni d'oro, Jack».
E, spargendo qualche granello di sabbia magica su entrambi, si addormentò.
Destandosi di soprassalto, Nightlight si tirò seduto, rischiando di ruzzolare a terra tanta era la foga con cui si mosse, quindi, sbattendo gli occhi, si guardò attorno.
Non avrebbe saputo dirsi che ore fossero, visto che la camera dell'Uomo Nella Luna era perennemente immersa nella soffice luce dei raggi lunari, né come lui, che era in grado di resistere anni senza concedersi riposo, si fosse potuto assopire lì, sul divano senza schienale su cui il padrone di casa soleva stendersi per riflettere, armato di tutto punto e stringendo ancora in mano la propria lancia, ma di una cosa era certo: qualcosa, nel Palazzo, non andava.
Passandosi la destra sul viso per scacciare gli ultimi brandelli di sonno, il guerriero balzò in piedi e si diresse verso l'uscita; avanzando a lunghi passi imboccò il corridoio, poi una passerella, seguendo il proprio istinto e percorrendo il più velocemente che poté il dedalo di ponti e piattaforme che costituiva il ventre della imponente costruzione; infine, quasi correndo, si fiondò nel torrione ove riposava Cinnaminson e s'affacciò all'ingresso, e, istantaneamente, impietrì: il Guardiano Oscuro era arrivato.
Dopo secoli e secoli d'adirata attesa era alfine riuscito a rompere il divieto, Mietitore ormai non più tristo, Dama ormai non più sola, violando le luminose sale con la propria cupa presenza in cerca dell'anima che da una vita corteggiava, ed era già chino su di essa, la falce puntata contro il suo cuore, la mano protesa verso il suo capo, pronto a reclamarla. Nightlight non rifletté, né esitò, lanciando un grido di battaglia e portando indietro il braccio sinistro per scagliare la propria arma, ma era troppo tardi, ed egli ne era consapevole, e così, nonostante la determinazione, fallì: colpito a tradimento dal dolore del tocco antico perse la presa sull'asta, ritrovandosi debole e impotente di fronte all'Incappucciato senza occhi che tutto vedeva, ma il cui sguardo già una volta lui aveva incrociato, e, a quel punto, non poté far altro che guardarlo piegarsi, rubare un bacio con le labbra che non aveva alla donna tanto bramata e svanire in un refolo di vento, lasciando tutto come l'aveva trovato, eppure completamente mutato.
Tremando, il ragazzo si accasciò contro lo stipite, gli occhi colmi di lacrime e la mano sana premuta sulla bocca per non gridare, e non riuscì a capacitarsi di come il Non Essere fosse riuscito ad eludere le difese erette con la fusione di scienza e magia; ad una seconda e più attenta occhiata, tuttavia, si rese conto che propria Signora diletta non era più avvolta in fasci di tubi e cannelli, spogliata di ogni medicamento e completamente staccata dalle macchine, e iniziò a temere che la Morte avesse giocato sporco, ma, prima che potesse avanzare per controllare, una voce ben nota gli ordinò: «Vieni avanti, Nightlight: rendi omaggio alla tua Signora».
Interdetto, il guerriero si volse verso l'Uomo Nella Luna, intravedendolo per la prima volta all'ombra di uno strumento coperto di leve e bottoni, ed iniziò: «Mio signore, la vostra amata sorella è stata staccata dalle macchine, io...».
«Lo so» lo interruppe il Guardiano dei Guardiani; «Sono stato io a staccarla dalle macchine».
Sgranando gli occhi, Nightlight esclamò: «Voi!? E perché mai?».
«Perché la Morte non si ferma di fronte a nessuno, e non concede favori per nulla. Dovresti saperlo bene, ormai» replicò il padrone di casa.
Ancora confuso, ma affatto tardo nel capire, il guerriero azzardò: «La sua vita per quella di Jack Frost, dico bene? La bambina non può aver avuto problemi. Perché non lo avete semplicemente assistito durante il parto?».
«Non tutto quello che cambia può tornare ad essere ciò che era un tempo» rispose l'Uomo Nella Luna; «Le mutazioni a cui avevo sottoposto il corpo di Jack Frost erano troppo profonde e troppo radicate per poter essere annullate. Avrei potuto provare a correggerle, pregando che il tempo le curasse, ma sapevo che, nella buona o nella cattiva sorte, lui sarebbe rimasto irrimediabilmente rovinato, e avrebbe continuato a soffrire, e non potevo permetterlo. Dopotutto, uno spirito che soffre e si strugge non può essere un buon Guardiano del Divertimento, e, di questi tempi, non possiamo permetterci di averne uno incapace di compiere i propri doveri».
Udendo anche le parole non dette, il ragazzo sospirò e sussurrò: «Non me l'aspettavo, mio signore: vegliavate vostra sorella sin da quando io ricordi, ormai».
«E anche da prima ancora» aggiunse il Guardiano dei Guardiani; «Ma ora è arrivato il cambio della guardia: tocca a lei essere libera e vegliare, mentre noi rimarremo qui, legati ai nostri doveri, sotto il suo sguardo attento».
Rabbrividendo un poco sotto la miriade di ricordi ed emozioni che gli affollavano la mente, Nightlight raddrizzò la schiena, ergendosi fiero e composto di fianco alla creatura che, insieme ad amici ormai scomparsi, aveva sempre protetto, e fissandola intensamente; dopo qualche minuto, però, cedette, e domandò: «Mio signore, posso venire lì con voi?».
«Sì, Nightlight» gli concesse il padrone di casa.
Procedendo a passetti discreti, il guerriero aggirò il letto e si appropinquò al proprio amato maestro, fermandosi rispettosamente al suo fianco, e quando si volse per guardarlo vide che il suo viso era rigato di lacrime.
Come sempre mi auguro che il capitolo vi sia piaciuto, e che il piccolo assaggio che vi ho concesso riguardo la bambina vi abbia incuriosito. Colgo l'occasione per segnalarvi una nuova fanart al capitolo 22 di "Niente si sposa meglio col freddo dell'oscurità", e una seconda allo scorso capitolo di questa fanfiction. Visto che questa settimana avrò un po' di impegni lavorativi e la prossima parteciperò al Cartoomics, preferisco evitare promesse da marinaio e fissare la data di pubblicazione del prossimo capitolo il giorno mercoledì 28 marzo. Nel caso non lo avessi chiarito, vi ricordo che purtroppo la situazione a casa mia è ancora in fase di stabilizzazione, e che visite ed impegni a sorpresa si protrarranno, si spera con delle pause!, almeno fino a maggio, dunque, se doveste vedermi tardare, cercate di perdonarmi: non dipenderà da me, e, per ogni secondo di ritardo, mi premurerò di mettere ancor più impegno e cura del normale nella scrittura, magari anche regalandovi qualche scena in più, come ho fatto oggi. Vi ringrazio per aver letto e vi auguro una buona serata
