Una volta fuori dal caffè, i loro passi si diressero spontaneamente verso il parco più vicino, che era quello che frequentavano spesso tutti insieme. Quello preferito da Alex, se un bambino di quell'età poteva avere gusti tanto decisi. In effetti, sembrava proprio che li avesse. Castle temeva che avesse preso da Beckett molto più di quanto lei pensasse.
Alex capì già da lontano quale fosse la loro meta e Castle fu ricompensato da un surplus di entusiasmo, che suo figlio non mancava di prodigare generosamente ai fortunati presenti quando le cose andavano esattamente per come le desiderava. O forse era meglio dire pretendeva.
Era stata una vittoria facile per Castle, visto che era stato suo intento primario quello di non arrivare a nessuno di scontro di volontà, decidendo in partenza di aderire docilmente ai cambi di umore del piccolo, se ce ne fossero stati. Fino a quel punto, era felice di notarlo, avevano condiviso solo una grande armonia, senza nessun capriccio o momento di noia.

Scattò una foto dell'entrata del parco e la mandò a Kate, per aggiornarla sui loro spostamenti. Non era mai stata molto loquace nel rispondere ai messaggi – da sempre, da quando la conosceva - e anche in questa occasione non si smentì. Si limitò a inviare un commento molto stringato, in cui diceva solo che sperava si stessero divertendo.
Per quanto avesse spinto per trascorrere del tempo in solitudine con Alex, Castle cominciava a rimpiangere di non averla invitata ad andare con loro. Forse la verità era che non aveva tutta questa necessità di dimostrarsi – perché di quello si trattava, a un livello più profondo – che Alex stesse bene anche con lui.
Alex l'aveva accettato con molta naturalezza e Castle non aveva ancora capito se si era trattato di un'innata adattabilità da parte del bambino, o se le loro personalità, a tratti dissimili, fossero semplicemente in sintonia. Forse non era importante sapere il motivo. Doveva solo essere lieto che fosse andata così, grazie allo sforzo congiunto di tutti gli agenti coinvolti.

Si rilassarono entrambi, una volta che ebbero lasciato alle loro spalle le strade trafficate e caotiche e si avventurarono con la solita calma nei vialetti, in cerca di qualcosa di divertente da fare.
Aveva ogni intenzione di lasciare che fosse Alex a scegliere quello che preferiva, senza indirizzarlo in nessun modo.
Risultò che Alex voleva giocare con la sabbia. Non esattamente l'occupazione più indicata a cui dedicarsi nel primo pomeriggio di sole dopo qualche giorno di pioggia, ma Castle, con grande coraggio e mantenendo fede ai propri principi, lo fece entrare nell'area destinata a quell'attività e, su sua richiesta, finì seduto a terra a impiastricciarsi di fango - niente a che vedere con la sabbia asciutta e setosa che tanto rimpiangeva degli Hamptons.
Mentre affondava le mani nel miscuglio umido e veniva edotto su come comportarsi dal pargolo che faceva sfoggio di quella leadership che avrebbe reso fiera sua madre, ebbe l'ispirazione, che divenne una decisione, di portare la sua famiglia sull'oceano, il prima possibile.
Avrebbero passeggiato, nuotato, mangiato troppo, dormito altrettanto, cercato conchiglie sul bagnasciuga e costruito degli ovvi castelli che avrebbero fatto invidia alle migliori opere di ingegneria. Scoprì di desiderarlo moltissimo. Presto. Subito. Sentiva già il sole sulla pelle e il fresco del patio subito dopo il tramonto.

Kate non aveva mai portato Alex fuori Manhattan. Lo aveva scoperto quando le aveva chiesto, convinto di ricevere una risposta affermativa, se l'estate precedente avessero trascorso qualche giorno negli Hamptons. Gli era sembrato scontato. Gli piaceva immaginarseli sulla spiaggia nelle ore meno calde, con Alex poco più che neonato in braccio a Kate. A dire il vero era andato oltre, fantasticando su Kate in vesti ben poco materne, ricordando i loro week end trascorsi lì, ma i suoi sogni a occhi aperti si erano sgonfiati molto in fretta quando lei aveva mormorato sfuggente, sottraendosi al suo sguardo, che non si erano mossi dalla città, per via del nuovo lavoro da capitano e una serie di altre scuse alle quali non aveva creduto.

Ci sarebbe stato tempo per recuperare tutto quello che si erano persi, si disse, mentre sfornava l'ennesima formina per fare contento Alex, che picchiettava serio con la mano la sabbia da compattare, mentre lui recitava la filastrocca che ricordava di aver insegnato anche ad Alexis, quando era piccola.
Non gli passò per la testa di chiedersi che cosa avrebbe pensato la gente nel vederlo rovinare allegramente un paio di pantaloni fatti su misura e permettere ad Alex di inzaccherarsi dalla testa ai piedi senza battere ciglio.
Quando si furono stancati del gioco, e dopo una sommaria pulizia che non avrebbe impedito a Kate di trovarsi sabbia in casa per giorni, Alex gli indicò il chiosco dello zucchero filato.
Castle si bloccò, titubante, ma Alex gli tirò, con forza sorprendente per un bambino della sua età, la manica del cappotto, insistendo con una stizza che rischiava di trasformarsi in un pianto rabbioso. Non aveva la minima idea se fosse il caso di compraglielo o meno. Poteva mangiarlo? O era troppo presto, per un bambino della sua età? E come avrebbero gestito tutti quegli zuccheri a pomeriggio inoltrato?
Non voleva interpellare Beckett per farle una domanda che lo avrebbe classificato come padre sprovveduto, ma brancolava nel buio.
Non avevano mai discusso del suo regime alimentare e Beckett, evidentemente, doveva essersi fidata del suo buonsenso, che in quel momento però non gli veniva in soccorso. Se c'era una cosa di cui era certo, comunque, era che lei non avrebbe mai permesso l'escalation capricciosa che stava avvenendo davanti ai suoi occhi, con Alex quasi in preda a una crisi di nervi. Si riscosse. Doveva affrontare la situazione e farlo da solo. Era già passato attraverso qualsiasi genere di scenata e dissapori infantili con Alexis, compresa l'apnea da rabbia che gli aveva tolto anni di vita ogni volta. Un bastoncino con dello zucchero filante intorno non avrebbe rovinato la loro giornata.

Con un po' di batticuore, ma accompagnato dalla grande esultanza di Alex, ancora stretto al suo braccio in una morsa a tenaglia, comprò il sospirato bene di prima necessità di cui suo figlio non poteva fare a meno, pena la violazione dei diritti dell'infanzia.
Con il suo trofeo stretto orgogliosamente in mano e tornando a gratificarlo del suo sorriso da sovrano appagato, si diressero verso una panchina, dove Castle lo mise a sedere facendo attenzione a non far cadere nemmeno una briciola del suo bottino. Il vestito da leprotto era ormai irrimediabilmente rovinato e le orecchie pendevano ancora più sbilenche, regalandogli un aspetto molto buffo.
Si stufò in fretta, con grande sollievo di Castle, che aveva controllato con apprensione che filasse tutto liscio. Più tardi avrebbe dovuto sbarazzarsi della merenda sana che aveva portato con sé per scongiurare improvvisi attacchi di fame.
Alex sembrava essere dotato di un'energia inesauribile che utilizzò per lanciarsi dalla panchina. Atterrò con le mani sulla ghiaia appuntita e, dopo averle guardate perplesso, si voltò prontamente verso Castle perché gli pulisse i palmi sporchi, il tutto senza versare una lacrima. Castle era convinto di aver generato un bambino molto stoico, ed era certo che non fosse una qualità che avesse preso da lui.

Capì molto presto che il suo prossimo obiettivo era la giostra dei cavalli che, stancamente, si trascinava su stessa con pochissime persone a bordo. Una giostra deserta era qualcosa di desolante e inquietante. Se la si fissava con una certa luce, i cavalli di legno sembravano prendere vita, salendo e scendendo in una ripetizione ipnotica foriera di tragedie per mano di clown diabolici che li avrebbero fissati dai tombini. La musica di accompagnamento, forzatamente allegra, aggiungeva un tocco poco rasserenante alla generale atmosfera da film horror.
Forse doveva smettere di rileggere certi libri della sua infanzia, che Alex non avrebbe mai toccato, se fosse dipeso da lui.
Il suo bambino, invece, senza un pensiero al mondo, batteva le mani eccitato mentre i bagliori colorati si rincorrevano nelle sue pupille. Castle seppe che avrebbe ceduto ancora prima di mettersi una mano in tasca e estrarre le banconote per acquistare qualche biglietto e far felice Alex. Sapeva che stavano esagerando e sapeva altrettanto bene che sarebbe toccato a lui, in teoria, fermarlo prima che la situazione degenerasse.
Solo una corsa, si ripromise. E poi solo attività più tranquille.
Aspettarono che la giostra si fermasse e facesse scendere i suoi ultimi visitatori e poi salirono loro. Da soli. Alex, disdegnando i cavalli, forse troppo alti e minacciosi per lui, preferì trasformarsi in principessa e prendere posto sulla carrozza, pretendendo che Castle si sedesse davanti a lui, cosa che fece, costringendo le lunghe gambe nello spazio ristretto della zucca di Cenerentola.
Il mondo sfilava davanti a loro in una cantilenante monotonia, che Alex parve apprezzare e, in fondo, un po' anche Castle, che venne trasportato in una forma di dondolante meditazione in cui si annullarono tutti i pensieri, mentre si concentrava sul sorriso di Alex. Gli sembrò di guardarsi da fuori e si vide felice. Rilassato. Nell'unico posto al mondo in cui volesse essere. Oltre che tra le braccia di qualcun altro. Ma era solo questione di tempo.
Provarono anche i cavalli, alla fine, solo quando Alex se la sentì, con Castle in piedi dietro di lui a farsi venire il mal di mare, ma senza mai abbandonare la presa. Fu orgoglioso di averlo aiutato superare le sue paure, se pure così piccolo, o forse proprio per quello.

Alla fine, come era prevedibile, Alex esaurì le energie. Forse era colpa della troppa eccitazione, forse non era abituato a tanti cambiamenti e avrebbero dovuto procedere per gradi. Era andata così e Castle non intendeva colpevolizzarsi per questo. Era solo necessario intervenire con fermezza, nonostante le proteste, e farlo riposare.
Lo sollevò recalcitrante e se lo issò in spalla, ignorando i tentativi di fuga. Forse se l'avesse messo nel passeggino si sarebbe addormentato più facilmente, ma preferì tenerlo in braccio, sperando di riuscire a rasserenarlo cullandolo e accarezzandogli piano la schiena. Erano momenti che amavano entrambi. Quelli generosamente regalati da Alex quando ancora non c'era confidenza tra loro e che Castle custodiva con cura.
Vide le altalene e vi si diresse senza indugio per prendersi una pausa e cercare di far calmare Alex.
Si sedette con circospezione, accertandosi prima che potessero sostenere il peso di entrambi.
Alex si agitava irrequieto, incapace di stare fermo. Castle si dondolò piano, muovendosi appena, generando un ritmo sempre uguale, che sperava avrebbe avuto ragione della sua agitazione. Fu proprio quello che successe. Alex abbandonò la testa sulla sua spalla e si lasciò andare, mormorando qualcosa di incomprensibile. Sentì il suo respiro solleticargli il collo e farsi sempre più lento. Il corpicino che teneva stretto tra le braccia divenne pesante, anche se da qualche sporadico guizzo che ancora gli faceva vibrare le membra, Castle capì che non si era ancora addormentato.
Pensò che forse la sua voce l'avrebbe aiutato e, se non aveva intenzione di mettersi a canticchiare a mezza voce in un luogo pubblico, avrebbe potuto parlargli. Raccontargli qualcosa che Alex non avrebbe capito né tanto meno ricordato, ma che a lui sarebbe servito.
Gli parlò di sua madre. Era l'unica cosa di cui avrebbe potuto narrare per intere giornate senza mai stancarsi. Gli spiegò che, mentre era lontano e prigioniero, era riuscito a sopravvivere solo perché aveva pensato a lei in modo continuo e ossessivo. Non poteva cedere. Non poteva non farcela. Non poteva, soprattutto, morire. Avevano superato tutti i pericoli che avevano incontrato solo perché insieme erano stati invincibili. E quindi, in modo contorto, si era convinto, proprio come aveva fatto anche lei, che se si fosse concentrato su Kate, l'amore della sua vita, ricreandola con la sola forza del desiderio, si sarebbero protetti a vicenda.

"Ed è andata davvero così, Alex", mormorò nel piccolo orecchio che disegnava una conchiglia perfetta. "Sono potuto tornare solo perché io e la mamma ci siamo aiutati da lontano. E c'eri anche tu. Anche se io non ne ero al corrente, o forse a qualche livello sapevo già della tua esistenza. Quello tra me e la mamma si chiama destino ed è una cosa che conoscerai prima o poi nella tua vita, spero". Si diede una spinta sulle gambe per riprendere il movimento oscillatorio.
"E queste altalene possono testimoniarlo. Non queste nello specifico", si corresse prima di dargli un'impressione sbagliata. "Ma è qui che papà ha chiesto alla mamma di sposarlo, convinto che dicesse di no e lei sicura che io volessi lasciarla". Forse era meglio non confonderlo troppo. Ma del resto la loro storia non era mai stata troppo lineare ed era difficile perfino per loro non perdersi in tutte le curve a gomito che avevano imboccato.
"Ed è sempre qui che papà ha incontrato la mamma, di nascosto, quando i cattivi volevano costringerla a diventare latitante in Canada". Nemmeno questa era una storia edificante. Non era il momento di tenere una lezioncina morale sul mondo che si divideva in buoni e cattivi e tirare in ballo Bracken che se ne stava in carcere senza più essere un pericolo per nessuno.

"Comunque...", ormai era a corto di esempi romantici, finché non gli venne un'illuminazione. "In una notte buia e tempestosa...", gli venne un po' da ridere per la banalità dell'incipit. "Le altalene hanno convinto la mamma a venire a bussare alla porta di papà e poi...". Si morse la lingua. Quella era decisamente una storia che nessuno dei loro figli avrebbe mai dovuto conoscere nel dettaglio. Gli venne la voglia irrefrenabile di chiamare Beckett e raccontarle in che ginepraio si era infilato. Avrebbe riso e l'avrebbe rimproverato.
Si zittì. Alex si era acquietato. Il pomeriggio stava svanendo nella sera e gli ultimi raggi del sole riuscivano appena a scaldarli. Assaporò la perfezione dell'attimo che stava vivendo, mentre respirava all'unisono con suo figlio.