XXV. Turning point

Scorpius trovò Albus sulle sponde del lago, gli occhi che rimandano il verde torbido delle acque scure.

"Al!" Era così vicino al bordo, e Scorpius correva tanto veloce per raggiungerlo, che Albus si sporse ad afferrarlo per non farlo cadere e lo abbracciò stretto.

"Mi dispiace" mormorò.

Non sapeva cosa gli fosse preso. Niente sarebbe dovuto andare in quel modo, Scorpius non avrebbe dovuto sapere che era innamorato di lui quando stavano litigando, e Albus non aveva il diritto di tenerlo rinchiuso nel suo palazzo mentale. Non pensava davvero che Scorpius fosse in pericolo, mentre si preoccupava per se stesso, Albus, che ultimamente non aveva più il minimo controllo su niente. Quella sensazione non gli piaceva, ma poi arrivavano momenti come quello, in cui Scorpius gli respirava sul viso, il cuore a mille, e poteva passare le mani tra i suoi capelli...

"No" mormorò. Scorpius aveva messo in chiaro che Albus lo disgustava, ormai l'avrebbe visto come tutti gli altri... come Sal. "Scusami. Non succederà più, te lo prometto... non ti chiedo niente, soltanto di restare... amici."

La voce gli uscì soffocata, patetica, ma non sapeva cos'altro dire. Non voleva forzare Scorpius ad avvicinarsi a lui soltanto perché aveva paura di perderlo. Avrebbe sopportato di vederlo uscire con altri, pur di averlo vicino tutti i giorni. Si costrinse a guardarlo negli occhi. Alla luce del crepuscolo notò che Scorpius aveva pianto di nuovo, ma sembrava stranamente più calmo e, se Albus l'avesse ritenuto possibile... euforico. Gli occhi grigi erano luminosi e concentrati, non su Sal o su qualche incantesimo, o su una nuova mossa di Quidditch, o su un nuovo modo di infrangere le regole per attirare l'attenzione. Erano fissi su di lui, Albus. Poi Scorpius sorrise. Era un sorriso più lento della risata che gli si apriva spontaneamente in viso in tempi più spensierati. Un sorriso maturo e consapevole, che lo rendeva ancora più bello.

"Ho deciso" disse.

Prima che Albus potesse chiedergli cos'aveva deciso, Scorpius lo baciò sulla bocca. Albus sentì le sue labbra morbide premere sulle sue, un contatto gentile, ma senza esitazioni. Si perse in quella sensazione nuova e meravigliosa, prima ancora di capire cosa stava succedendo. Ora poteva intrecciare le dita ai capelli di Scorpius, accarezzarlo e abbracciarlo stretto, mentre lui continuava a baciarlo. Albus aprì le labbra, e il sovraccarico sensoriale lo bloccò per qualche istante. Voleva che fosse bello per Scorpius, che non facesse il confronto in negativo con altri baci. Come gli aveva detto Bill, voleva scoprire quello che gli piaceva di più, farlo impazzire... ma per dei lunghissimi minuti non riuscì a fare niente.

Era come imparare a respirare di nuovo, l'ossigeno erano le labbra di Scorpius, e un peso che non sapeva di portare si sollevò dallo stomaco di Albus. Si rese conto di star levitando, era sospeso a qualche centimetro da terra e aveva portato Scorpius con sé. Lui s'interruppe per un attimo, se ne accorse e rise, poi Albus riprese a baciarlo con entusiasmo. Le sue labbra erano rosse e appena gonfie, e alla risposta di Scorpius sentì la sua lingua sfiorargli i denti e accarezzargli il palato. Albus s'immobilizzò dal piacere, pensando a quanto aveva giudicato disgustosa quella pratica nella teoria.

Aveva immaginato un intrico di lingue viscide, uno scambio di saliva e microbi dal quale poi avrebbe dovuto disintossicarsi, disinfettandosi accuratamente per evitare ogni contaminazione. Invece non gl'importava che il tutto fosse goffo, così splendidamente caotico, fisico e... reale.

Era Scorpius, era perfetto. Albus lo baciò a lungo, trovando il ritmo e accarezzandogli la lingua con la propria. Gli fece aprire le labbra, scoprendo la bellezza di succhiare e mordere, prima che le loro lingue tornassero a danzare insieme, trovando il ritmo. Poi fu meglio di come Albus aveva sognato: s'incastravano come se fossero fatti per baciarsi senza mai smettere. Avrebbe voluto che continuasse per sempre, con Scorpius che inclinava la testa e di tanto in tanto gemeva piano, espirando dal naso, schiacciato contro la sua guancia, per non perdere neanche un attimo di quel bacio che si faceva sempre più lungo e bollente.

Albus sentiva caldo, non era soltanto il suo respiro intrecciato a quello di Scorpius, non erano le loro bocche premute l'una sull'altra. Era un calore che si spandeva a tutti i suoi nervi, riempendolo di brividi fino alla punta delle dita. Le sue braccia si mossero in automatico sul corpo di Scorpius, prima tracciandone i contorni, poi esplorando le scapole, le vertebre delicate e sporgenti fino al bacino, risalendogli la schiena e attirandolo a sé con urgenza. Voleva più contatto, le braccia che continuavano a percorrere il suo corpo così familiare, di cui ora voleva appropriarsi per venerarlo.

Chiuse gli occhi e si lasciò andare, una mano che gli accarezzava il fianco, una gamba che s'insinuava tra le sue. Scorpius gemette, poi s'irrigidì appena. Albus lasciò andare la presa, il viso in fiamme e la sensazione familiare dell'eccitazione che gli pervadeva le membra, ma era mille volte più intensa, coinvolgeva ogni sua terminazione nervosa, gli stava mandando il sangue al cervello...

Scorpius depose un ultimo bacio sulle sue labbra ancora aperte. Non sembrava infastidito, continuava a sorridere, cercando di riprendere il respiro. Albus non poteva credere che fosse già finito, così all'improvviso. Gli parve che fosse durato pochissimo. Non era giusto separarsene, come faceva la gente a non fare sempre quello? A studiare, a lavorare, a fare una qualsiasi attività che non fosse incollarsi alle labbra della persona amata e ad abbracciarla, perdendosi in lei, finché entrambi non si addormentavano insieme come ubriachi, storditi dal piacere?

"Al. Va tutto bene."

Scorpius gli prese la mano e Albus si accorse che erano ridiscesi a terra. Non aveva detto una parola, a parte un flebile 'mi dispiace'. Cos'avrebbe dovuto dire adesso? Un 'grazie', ma sarebbe bastato? Avrebbe reso banale un momento così perfetto. Voleva promettergli che non l'avrebbe mai fatto soffrire, che si sarebbe impegnato a renderlo felice per sempre, e soprattutto che capiva e apprezzava quanto fosse costato a Scorpius prendere l'iniziativa, mettendosi di nuovo in gioco. Per lui. Il cuore gli scoppiava di gratitudine, non riusciva ancora a parlare. Non quando fino a pochi istanti prima era stato sospeso in aria a baciare Scorpius, sfidando la legge di gravità. Non quando le parole, così precise e razionali, che erano sempre state la sua arma più potente, gli salivano alle labbra senza che riuscisse a pronunciarle. Sarebbero state vuote, avrebbero soltanto complicato le cose tra loro, e allo stesso tempo non voleva lasciare niente di non detto. Parlare rendeva le cose reali, e se adesso fossero tornati di nuovo al castello e Scorpius avesse cambiato idea, fingendo che non fosse mai successo...

"Al?" Scorpius lo scrollò gentilmente, sollevandosi a baciarlo su una guancia. "Va tutto bene."

Albus ricambiò la sua stretta, accarezzando le sue dita sottili, il palmo della mano che premeva contro il suo. Mise in quel contatto tutto quello che non riusciva a dire, poi si accorse che, mentre gli occhi di Scorpius scintillavano sicuri, senza più ombre, i propri erano offuscati di lacrime. I contorni del cielo sempre più scuro e del viso di Scorpius si sfocarono e iniziò a tremare. Lo abbracciò di nuovo, per assicurarsi di avere la libertà di farlo. Scorpius era ancora lì, non si muoveva. Avrebbe potuto toccarlo e baciarlo altre volte, e lui sembrava felice, mentre Albus doveva ancora abituarsi all'idea. Era troppo anche solo pensare di meritarselo. Gli prese il viso tra le mani e lo accarezzò con dolcezza, notando che la forma a cuore non nascondeva il mento un po' appuntito, e che un angolo della bocca era un po' più gonfio dell'altro. Albus stesso aveva scoperto da poco di averla anche lui, una bocca. Delle labbra generose e sensibili, che ancora bruciavano di aspettativa e conservavano il calore di quelle del suo... come doveva chiamarlo, adesso? Ragazzo? Sicuramente un bacio del genere, anzi più baci, cambiavano le cose, e l'espressione ferma e leggermente preoccupata di Scorpius, che però non rinunciava a una punta canzonatoria, glielo confermava.

Albus annuì e lo baciò di nuovo. "Sì" promise infine, ritrovando la voce. "Andrà tutto bene."

"Mamma, giochiamo!"

Gideon sbatté il cucchiaio di metallo sulla zuppa, con cui si era impiastricciato la bocca e il collo e ogni altra parte sbrodolabile. Ululava e strillava, scatenando una confusione che faceva ronzare le orecchie di Bellatrix. Fabian, il marito di Genvi, giaceva ancora sul divano, Schiantato e privo di sensi, una giusta punizione per la sfacciataggine della sera precedente. Le aveva risalito la coscia con una mano, complimentandosi con lei per il lavoro che stava facendo, le aveva detto che non l'aveva mai vista più bella poi, senza preavviso, le aveva premuto addosso la sua erezione, credendo erroneamente di accampare diritti sul suo corpo.

Bellatrix Silenziò il bambino molesto e gli diede un sonoro ceffone, poi gli voltò le spalle, senza badare all'espressione incredula e spaventata del moccioso. "Non sono tua madre."

Che un Auror imparentato con dei traditori del sangue e con dei nemici del suo Signore osasse farle delle avance, a lei, l'unica donna che il Signore Oscuro avesse mai toccato ed eletto come compagna e genitrice di suo figlio, era già abbastanza grave. Se non le fosse stato utile, Fabian avrebbe meritato la morte dopo lunghe torture, che l'avrebbero ridotto a un guscio vuoto. Che dovesse abbassarsi a fare da balia a quel nanerottolo, poi, era ancor più estenuante e frustrante: le riportava alla mente tutto ciò che avrebbe potuto essere e non era stato.

Il suo Signore le aveva strappato Salazar dalle braccia dopo averglielo estratto a forza dal grembo, perché il bambino non crescesse debole, attaccandosi alla madre. Bellatrix ricordava a stento la sensazione di quando lo prendeva in braccio senza farsi scorgere e gli accarezzava i capelli. Il suo Sal aveva la pelle di pesca come tutti i bambini ma non piangeva, non faceva un solo gesto scomposto, ed era ovviamente molto più bello e potente di tutti gli altri. Sarebbe diventato un ragazzo straordinario... peccato che poi lei fosse morta e Salazar si fosse rammollito, assorbendo l'etica moralista e filobabbana dei Potter. Bellatrix si graffio il palmo con le unghie, furiosa. Da fantasma, non aveva più potuto toccare suo figlio. Sarebbe stato bello incontrarlo e parlarci ora che aveva di nuovo un corpo, ma temeva che Sal se ne accorgesse e che potesse imprigionarla di nuovo. Era divisa dal rancore per essersi fatta incatenare da lui e l'ammirazione per le sue immense capacità. Alla fine, però, lei aveva vinto.

Bellatrix sapeva di non avere una singola goccia d'istinto materno nel sangue. Non era come Narcissa, che ancora si preoccupava che Draco s'infortunasse sul lavoro, né come Andromeda, che era invecchiata prima del tempo piangendo il marito e la figlia. Bellatrix voleva che Sal si mettesse alla prova e che divenisse grande, che finalmente realizzasse la portata del proprio errore. Voleva vedere Voldemort attraverso i suoi occhi, mentre fino a quel momento ne aveva scorto soltanto dei lampi fugaci, e regnare di nuovo al suo fianco. Anche morire per lui, se necessario, ma come compagna e fedele alleata, più che come madre adorante per le sue conquiste. Se Sal non fosse stato il figlio di Voldemort, Bellatrix dubitava che si sarebbe mai attaccata a lui.

Intanto fingeva di essere una buona moglie e dipendente del Ministero: organizzava delle feste di beneficenza, dei cocktail party in cui faceva sgobbare gli elfi domestici perché avessero una riuscita perfetta, e intanto flirtava e intrecciava contatti. Harry era particolarmente fragile in quel periodo, aveva notato: non era stato difficile inserirsi nella sua quotidianità e farsi invitare a casa sua. Anche se i ragazzi erano a Hogwarts, aveva appreso tanti piccoli dettagli: che Harry amava Sal più degli altri suoi figli, a giudicare dalla luce negli occhi quando ne parlava; che il secondogenito, Albus, era particolarmente brillante e che era particolarmente legato a suo nipote Scorpius; che Sal e Scorpius avevano litigato pesantemente per motivi sconosciuti e che Louis Weasley, miglior amico di Sal e figlio del mezzo lupo mannaro pel di carota e del quarto di Veela svaporata, aveva presumibilmente fatto delle proposte oscene a Sal, visto che Harry l'aveva beccato a torso nudo nella sua camera. Hermione aveva proposto a Harry di chiarirsi con Bill e di invitarlo a cena, visto che le due coppie erano sempre state in ottimi rapporti, ma Harry esitava, chiuso in un mutismo ostinato e soggetto a frequenti scoppi di cattivo umore. Erano una coppia unita, ma Bellatrix, sotto le mentite spoglie di Genvi, non perdeva occasione di lodare Harry per il suo lavoro e guardarlo con approvazione, chiedendogli notizie del figlio prediletto.

Harry le aveva mostrato delle foto di Sal da piccolo, e Bellatrix aveva appreso che non gli piaceva il Quidditch, non brillava particolarmente a scuola ed era spesso taciturno, ma occasionalmente infrangeva le regole e gli piacevano le moto babbane. Fu lieta di constatare, però, che i genitori adottivi di Sal non sapevano che Sal era gay e che, almeno fino a prima di Natale, usciva con Scorpius. Bellatrix non riusciva a capacitarsi che il sangue del suo sangue potesse preferire un Wealsey a un Malfoy, ma d'altro canto, visto l'ingrato trattamento che lei stessa aveva subito, non avrebbe dovuto meravigliarsene. Eppure, nonostante Harry fosse l'assassino del suo Signore, non poteva avercela del tutto con lui, visto che aveva contribuito a salvaguardare ciò che di lui rimaneva, pur senza saperlo.

A volte Bellatrix si chiedeva come sarebbe stato avere una vita normale: i pranzi con Narcissa e Lucius al Manor, i discorsi sui successi di Sal, le gite domenicali, una routine che tutte le famiglie parevano avere. Forse era Genvi che le faceva quell'effetto, influenzandola, anche se marginalmente, relegata in un angolo della sua mente e quasi schiacciata dalla personalità di Bellatrix. A volte sentiva una mano sollevarsi di sua volontà: era Genvi che voleva accarezzare Gideon, o consolare Fabian, o rispondere alle lettere dei suoi figli a Hogwarts, che Bellatrix gettava noncurante nel fuoco. Quella possessione stava consumando anche lei, lentamente, giorno dopo giorno, e non vedeva l'ora di liberarsi di quella maschera.

Più che il desiderio di riconquistare l'antico splendore al fianco di Salazar, era la sete di vendetta su Grindelwald a mantenerla motivata e piena di energie. I due Ministri erano al potere, la terza Caduta del suo Signore era da imputare unicamente a loro e, cosa che rodeva particolarmente a Bellatrix, stavano anche facendo un lavoro niente male, e sempre più in linea con i progetti del suo Signore!

Grindelwald in particolare attirava il suo odio viscerale. Aveva osato abusare di suo figlio, usandolo come qualsiasi puttanella da strada: un affronto non solo alla sua virilità – dato che Salazar aveva già manifestato delle inclinazioni indegne che, se avesse avuto voce in capitolo, Bellatrix avrebbe immediatamente provveduto a correggere con ogni mezzo – ma al suo Signore. Bellatrix non poteva fare a meno di pensare che Voldemort l'aveva sentito, che biasimava lei per non averlo protetto, che Grindelwald aveva posseduto Salazar per umiliare e denigrare come un oggetto da usare a piacimento il figlio del suo nemico. Voleva che il mondo intero assistesse alla sua sconfitta, pertanto stava sempre all'erta, pronta a colpire al momento giusto.

Non dovette neanche sforzarsi per venire a sapere che Grindelwald avrebbe dato uno spettacolo di magia entro breve... quale migliore occasione per rovinarlo e gridare vendetta? Intanto non perdeva occasione per lanciare ai suoi dipendenti degli incantesimi Confundus, così che al momento opportuno avrebbero collaborato con lei. Il comportamento di Albus Silente, poi, era oltremodo sospetto, anche se l'amante era troppo occupato a sbavargli dietro e a cercare di riconquistarlo per accorgersene. L'ex Preside era guardingo, spesso fissava Grindelwald con una profonda malinconia negli occhi quando non se ne accorgeva e si muoveva come un'ombra, furtivo e in generale abbattuto. Bellatrix rimpiangeva amaramente di non essere la responsabile della sua morte precedente, ma poteva sempre rimediare.

Per non farsi cogliere impreparata, usciva spesso a notte inoltrata, con marito e figlio opportunamente incantati perché non si svegliassero fino al mattino seguente. La sua magia, rimasta sopita per tutti quegli anni, doveva essere esercitata e affilata, e la bacchetta di Genvi si piegava bene ai suoi scopi. Aveva già torturato tre incauti Babbani e ucciso un Sanguescorpo. Poi, temendo di attirare l'attenzione su di sé, si era spostata da Londra a zone più limitrofe. Una volta non aveva resistito e, dopo aver mutilato un patetico Magonò, che aveva urlato e supplicato in modo incredibilmente appagante, aveva scagliato il Marchio Nero in cielo, ebbra di sangue e potere. Aveva sentito la Magia Oscura scorrere in lei, una parte di sé che aveva finalmente ritrovato. Era stanca di restare nell'ombra e non si era pentita per quel gesto avventato. C'era ancora qualcuno che scagliava il Marchio per dimostrare la sua lealtà all'Oscuro Signore, anche se negli ultimi anni era diventato uno scherzo di pessimo gusto per ragazzini annoiati.

La più grande soddisfazione, però, Bellatrix la ebbe in un cupo giovedì pomeriggio, quando si mise a pedinare Grindelwald, Disilludendosi senza particolari speranze. Il mago si era assentato in orario di lavoro e si dirigeva verso la squallida Londra babbana, più colorata e fastidiosa di come Bellatrix la ricordava. Bellatrix contrasse il viso in una smorfia disgustata quando il pervertito entrò in un bordello per maghi che offriva svariati e insoliti servizi, arricchendo di sordidi dettagli l'immagine che aveva di lui e di tutti quelli del suo stampo. Era uscito poco dopo, non appagato come Bellatrix si sarebbe aspettata, ma in preda alla furia, di fretta e con in viso un'espressione impossibile da decifrare, che però somigliava alla vergogna.

Bellatrix aveva tenuto d'occhio Amortentia House, ma Grindelwald non si era più fatto vedere. Una donna, invece, il cappuccio tirato e i lineamenti contraffatti – Bellatrix, che aveva usato l'incantesimo più volte quando si spacciava per Patricia Gaunt, era abile a riconoscere la rigidità dei tratti, che in controluce si rivelarono artificiali – entrò e rimase a lungo. Non aveva mai visto donne recarsi lì dentro, perciò aspettò che uscisse, poi rese visibile, piazzandosi davanti a lei.

La donna alzò la bacchetta, spaventata ma pronta all'attacco, e Bellatrix dovette ricorrere all'aspetto da innocua cerbiatta della sua ospite e ai propri modi accattivanti per tranquillizzarla.

"Anche lei è una dipendente ministeriale, mia cara? Mi è stato detto di occuparmi di un'indagine relativa a una persona molto importante" ammiccò Bellatrix, mostrando la spilla da dipendente di Généviève Auly. La giovane donna lo osservò attentamente e annuì.

"Chi le ha commissionato l'indagine, se posso chiederlo?"

"Naturalmente non posso farlo... non se non mi dice almeno il suo nome" la blandì, e la donna parve prendere una decisione improvvisa.

"Resistenza" mormorò. "Se le interessa incastrare il Ministro, si rechi a questo indirizzo ogni venerdì alle diciotto. Non porti nessuno con sé."

Bellatrix rimase interdetta, cogliendo un implicito tono di minaccia. Quella donna apparentemente dimessa emanava un'aura di potere non indifferente, inoltre aveva un aspetto familiare. Aveva l'impressione di averla vista spesso sui giornali.

Passò il giorno successivo a setacciare gli archivi del Ministero, sperando di venirne a capo prima dell'appuntamento. Certo, un'alleata nella Resistenza avrebbe potuto farle comodo, ma perché avrebbe dovuto fidarsi? E magari quegli anarchici avrebbero preteso un favore da lei, non sapendo però che 'Genvi' non era una dipendente ministeriale, ma la più potente strega oscura di tutti i tempi, decisa ad annientare Grindelwald per motivi personali... il gioco si faceva sempre più interessante.

Fu quando iniziava a stancarsi, valutando che non le sarebbe costato nulla presentarsi all'indirizzo indicato, che gli cadde l'occhio su un ritaglio di giornale appeso all'ufficio del marito.

"Chi è, caro?" chiese a Fabian Prewett, con voce suadente e carezzevole.

"Stai scherzando, Genvi?" il mago sbatté le palpebre, confuso. "Quella è Mercy Winterborne, la Vice-Direttrice e portavoce del reparto Auror e di cui ho preso il posto! E' scomparsa misteriosamente qualche mese fa... perché sorridi, cara?"

Bellatrix gongolava come se il Natale fosse arrivato in anticipo. La giovane donna, oltre ad assomigliare notevolmente all'anonima investigatrice di Amortentia House, campeggiava in prima pagina sotto un articolo di cui era stato tagliato il testo, ma del quale era ancora visibile il titolo: "Giovane Auror mette in discussione la recente politica del Ministro Grindelwald: verità o esagerazione?"
Era molto semplice capire come si erano svolti gli eventi. Più difficile, invece, sarebbe stato scoprire perché Mercy era ancora viva. Improvvisamente, Bellatrix non vedeva l'ora di incontrarla di nuovo.

"Allora, secondo te cosa vuol dire?" chiese Sal, assorto nel decifrare i versi della profezia.

Louis l'aveva contagiato con la sua passione per gli enigmi e l'aveva più o meno convinto che 'oscura luce' fosse una metonimia per 'stella nera', ovvero lui: l'ultimo Black, che portava il nome della stella più luminosa del firmamento, Luxifer. "Ma più sopra c'è già il riferimento a una stella!"

"Uhm... Scorpius?" chiese Louis, distratto.

"E chi sarebbe 'il Veggente?' Non conosciamo nessuno con questo dono" disse Sal, augurandosi vivamente di non dover mai più coinvolgere il cugino in nessuna delle sue disavventure.

"Non lo so" disse Louis, senza neanche una punta di acredine per quella risposta così insolita per lui.

Era diventato ossessionato dalla Camera, non faceva che portare su oggetti ignoti e pozioni, fantasticando sui loro possibili usi. Quella domenica mattina, la sua attenzione era stata monopolizzata da una pozione che permetteva a chi la assumeva di cambiare sesso per un tempo a scelta. Con gli opportuni accorgimenti, la mutazione avrebbe anche potuto diventare permanente.

"Chi vorrebbe cambiare sesso in via definitiva?" Sal s'immaginò con le tette e un cespuglio in mezzo alle gambe e rabbrividì istintivamente.

"Le persone transessuali? E' ancora un tabù nel mondo magico, tanto che devono ricorrere alle terapie babbane e alla loro pericolosissima e approssimativa chirurgia. Inoltre l'iter burocratico è lunghissimo: molti di loro cadono in depressione e si demotivano prima di completare la transizione."
"Non ne sapevo nulla" ammise Sal, aggrottando la fronte. "Tu perché sei così informato?"

"Dominique" spiegò Louis. "Mia sorella è sempre stata un maschiaccio, ma pensavamo che fosse soltanto un po' ribelle e che le sarebbe passata... prima che iniziasse a parlare di ormoni."

"Dominique vuole diventare un ragazzo?"

"Stava valutando la cosa" Louis scrollò le spalle. "Davvero, Sal, non è una cosa anormale o per cui scandalizzarsi, è che la gente è semplicemente disinformata." Disinformata era una delle parole preferite di Louis, la cui massima di vita era "Ognuno ha diritto alla sua opinione informata, altrimenti dovrebbe chiudere il becco". Una filosofia che lui stesso, a volte, aveva seri problemi ad applicare. Sal rise nel sentirgliela rispolverare dopo tanto tempo.

"Quindi pensi che Dom la userebbe?"

"Se non altro per capire se fa per lei... pensa, tentare un cambiamento così radicale e permanente senza essere sicuri del risultato! Dev'essere terribile. Questa scoperta rivoluzionerà la medicina e anche il modo che hanno le persone di vedere l'identità sessuale. Chiunque potrà cambiare sesso a piacimento, anche in modo temporaneo, per divertimento... e sarà molto più semplice avere figli per le coppie gay, senza ricorrere all'utero in affitto o all'adozione, e..."

"E' molto interessante, ma non dovremmo provare se funziona, prima? E se il San Mungo la tenesse per sé, invece di renderla commerciabile e accessibile a tutti?" chiese Sal, smorzando il suo entusiasmo.

"Hai ragione" disse Louis, pensieroso. "Dovremmo testarne gli effetti, e se davvero è possibile modificarne la durata... vuoi fare da cavia?"

"Falla tu!" sbraitò Sal, allontanando sia le istruzioni che la boccetta come se fossero tossiche.

"Ti piacerei di più con le tette?" Louis gli toccò un ginocchio e strusciò il viso contro il suo, insinuante.

Sal sospirò. Da quando stavano per fare sesso nella Camera, continuavano a toccarsi dappertutto. Le cose tra loro erano strane e in un equilibrio precario che minacciava di spezzarsi da un momento all'altro per l'eccessiva tensione... come la notte precedente, quando Louis si era infilato nel suo letto, aveva tirato le tende e castato un Incantesimo Silenziante. Un attimo dopo, Sal gli era saltato addosso e la mano di Louis era scesa ad accarezzarlo, urgente, baciandolo come se gli mancasse l'aria. Avevano finito per dedicarsi a un'intensa sessione di masturbazione reciproca. Louis era venuto in mano a Sal, chiudendo gli occhi per il piacere e gemendo, e Sal si era goduto le attenzioni della sua bocca, intrecciandogli le mani ai capelli e sperando che non finisse mai. Il nervosismo e la frustrazione che aveva accumulato in quei tempi erano evaporati. Aveva stretto brevemente Louis, addormentandosi sul suo petto nudo e abbracciandogli la schiena possente, e si era svegliato pronto a decifrare qualsiasi enigma.

Aveva fatto il punto della situazione: era preoccupato perché Mercy non si metteva in contatto con lui, temeva che le fosse accaduto qualcosa e che il suo piano di raggiungere la Resistenza fosse andato storto. Si sentiva piuttosto responsabile per la sicurezza della giovane donna, visto che era stato lui a resuscitarla. Louis lo strappò ai suoi pensieri e lo baciò con foga, prendendo la sua mancanza di reazioni come un incoraggiamento.

"No... Lou, dai, ci guardano tutti." Erano in Sala Grande, gli ultimi ritardatari di una colazione che andava per le lunghe.

"Siamo in buona compagnia, se è questo che ti preoccupa."

Sal seguì lo sguardo di Louis e vide Scorpius che baciava Albus sulla guancia e il fratello che, sorpreso e felice, gli circondava le spalle con un braccio, un'espressione insolitamente tenera sul viso. Sal era felice per Al, e ancor più che Scorpius stesse bene e sorridesse... almeno, continuava a ripeterselo, ma allora perché una parte di sé si sentiva così amareggiata e arrabbiata? Forse non era lui. Era soltanto Voldemort, che non sopportava che le cose che gli erano appartenute venissero usate da qualcun altro...

"Stai bene?" chiese Louis, preoccupato, toccandogli una spalla.

Sal lo scostò bruscamente. "Niente smancerie, ricordi? Non ti ho promesso niente."

"Cosa?" Louis sembrava perplesso più che ferito, cosa che lo irritò.

"Ti ho detto che non voglio una relazione. Quello che è successo ieri sera non si ripeterà più..."

"Mi va bene se si ripete... Sal, non voglio che ci mettiamo insieme! Ti ho chiesto soltanto come stai, non voglio impegnarmi neanch'io" gli assicurò Louis, con troppa foga.

"Bah." Sal, non del tutto convinto e ancor più inspiegabilmente furioso, si alzò di scatto e passò davanti a Scorpius e Albus, rivolgendo un cenno di saluto al fratello e ignorando l'ex ragazzo.

Louis gli rivolse un'occhiata triste, poi guardò i due ragazzi che si scambiavano effusioni.

Albus prese un'abbondante cucchiaiata di budino al cioccolato e lo infilò in bocca a Scorpius, che rise e gli sporcò il naso con uno sbuffo scuro, cosa per cui Potter si finse tremendamente irritato. Ricambiò facendo il solletico sul collo a Scorpius che, particolarmente sensibile in quel punto, si ritrasse ridendo. Erano cauti e dolci, in un modo che in altre circostanze gli avrebbe dato il diabete, eppure non poté fare a meno di invidiarli. Sal non l'avrebbe mai guardato come Albus stava guardando Scorpius, come se fosse il centro dell'universo, né si sarebbe lasciato baciare con trasporto e abbandono, sorridendo con gli occhi, come stava facendo Malfoy, che era veramente bello, dannazione a lui! Non a caso pensava ancora che una botta gliel'avrebbe data molto volentieri.

Non ce la poteva avere con Sal, se era geloso del fratello, e ancor meno con Albus, se aveva lasciato perdere le loro ricerche per schierarsi con lui. Rose ed Estella erano ugualmente sfuggenti, anche loro perse nell'idillio del loro un amore nascente. Rose aveva risposto un po' freddamente agli auguri di Louis. Sal, poi, aveva finto di dimenticarsi del compleanno dell'ex migliore amica, o forse se n'era scordato davvero, con tutti i pensieri che aveva in testa.

Si sentiva solo, e la voragine allo stomaco non fece che aumentare quando aprì La Gazzetta del Profeta e trovò in un trafiletto, come se volessero tenerli ben nascosti, gli omicidi e gli attacchi delle ultime tre settimane, con la foto sfuocata di un simbolo orrendamente familiare. Il Marchio Nero non era più stato usato da tanto tempo per segnalare un omicidio: doveva essere opera di un Mangiamorte. All'improvviso, l'assenza di Bellatrix dalla Camera e il silenzio reticente di Merlino e Slytherin, che si esprimevano soltanto in sinistre profezie, gli parvero rivelatori. Come aveva fatto a non pensarci prima? Avrebbe dovuto occuparsene da solo. Non voleva dare un altro peso a Sal.

La Camera era vuota, ma Louis prese l'iniziativa e si schiarì la voce. Aveva capito che quel silenzio era una semplice copertura.

"Merlino, Slytherin! Dov'è Bellatrix Black?"

Gli rispose una voce antica e beffarda, polverosa come le montagne di libri che giacevano lì dentro, sepolti da secoli. Louis non seppe decifrare a chi dei due appartenesse, ma gli diede i brividi, confermando le sue peggiori paure in sole tre sillabe.

"Chi lo sa."

Bill era felice che Scorpius e Albus si fossero dati una mossa. Pensò di lasciarli a sbrigarsela da soli con i preliminari. Era impossibile che potessero incasinare una cosa tanto semplice e fin lì dovevano pur arrivarci da soli. Almeno in quelli, Scorpius se la cavava più che bene, e Albus per fortuna imparava in fretta. Certo, aveva l'impressione che per concludere sul serio ci avrebbero messo ancora un bel po' di tempo, ma valutò che poteva anche lasciarli in pace e che prima o poi ne sarebbero venuti a capo. Si sentiva il Cupido della situazione, in grado di risolvere i problemi degli altri ma non i propri.

Aveva dato appuntamento a Riven nella Guferia. Settimane prima aveva capito che quel posto era uno dei preferiti del Corvonero, che amava osservare gli uccelli con le loro grandi ali ed era attratto da quei grandi occhi gialli, che lo fissavano senza quasi mai sbattere le palpebre. Gli piacevano i barbagianni e le civette bianche. Bill aveva pensato di regalargli un gufo, ma era in una fase in cui si era stancato di quel corteggiamento senza risultati, in cui ogni attenzione era a senso unico e andava miseramente sprecata. Riven ringraziava, entusiasta o impacciato a seconda dei casi, non sapendo come rispondere, si faceva baciare... e poi svicolava di nuovo. Non prendeva mai l'iniziativa, e forse Bill avrebbe dovuto mettersi il cuore in pace e capire che Riven non era affatto attratto da lui. Una cosa che gli era molto difficile mandar giù, vista la sua vanità.

"Ciao." Il ragazzo era già lì, e il fatto che ogni volta fosse ancor più appetibile di come se lo ricordava non aiutava. Di notte, le immagini di un Riven disponibile e seminudo, gli occhi scuri accesi di desiderio e la bocca gonfia di baci, tornavano a tormentarlo.

Dopo varie elucubrazioni, Bill aveva capito chi gli ricordava, e glielo disse per rompere il ghiaccio.

"Luna Lovegood."

"La nostra insegnante di Cura delle Creature Magiche?" chiese lui, scompigliandosi i capelli. Era in una delle sue fasi imbarazzo-mordimi-perché-sono-così-adorabile, strusciava i piedi e arrossiva, accarezzando distrattamente un allocco con le dita agili e svelte.

"Sì. Sei come lei, sempre con la testa tra le nuvole, un'aura di mistero e la capacità di dire cose insolite."
Riven ogni tanto delirava, mescolando creativamente le tante poesie che aveva letto, la passione per le piante esotiche e le particolareggiate istruzioni dei manuali d'incantesimi avanzati che divorava, o forse era solo Bill che non capiva una parola.

"Lei però trova sempre una soluzione brillante, io invece incasino le cose e basta."

Bill fu irritato dal suo tono di autocompatimento, eppure non poteva smentirlo in quel frangente. Prese un respiro profondo. "Beh, in realtà parlare chiaro è molto semplice, una volta che ti abitui a farlo. Dovresti semplicemente dire 'Bill, non m'interessi'. Visto? Non è molto difficile. E non me la prendo, se me lo dici... ma l'ho detto io e tu non stai smentendo, quindi è la stessa cosa, immagino."

"C-cosa?" Riven sbatté le palpebre, senza capire. "Tu non m'interessi?"

"Sì, e dovresti esserci arrivato da solo, ormai. Sono sempre io a chiederti di uscire, ti lasci baciare ma non mi sembra che ti piaccia, esci con una ragazza dopo che ti ho dato appuntamento per San Valentino... direi che i segnali sono piuttosto chiari."

"Io... non... tu m'interessi, Bill!" La pelle olivastra di Riven diventò ancora più scura. Con uno slancio colmò la distanza che li separava e lo afferrò per la sciarpa. Si sporse e lo baciò sulla bocca, chiudendo gli occhi.

"Non... non era quello che sembrava" disse Bill, spiazzato. "Scusami, ma io te l'ho fatto capire in tutti i modi..."

"Pensavo che scherzassi!"

"Cosa? Sono mesi che ti giro intorno, ti faccio regali e non esco con nessuno..."

"Tu... tu non esci con nessuno?" Riven aprì la bocca, palesemente sconvolto dalla notizia.

"No, non da quando mi sono interessato a te."

"Ma Seb ha detto..." Riven si morse le labbra, con tutta l'aria di uno che avrebbe voluto rimangiarselo.

Bill fece appello a tutta la sua pazienza, cosa che non sarebbe riuscito a fare se prima non avesse discusso il presentarsi di quell'esatta situazione con Scorpius. "Cos'hai sentito dire?" chiese gentilmente.

"Che esci con Scorpius. Cioè, non proprio che ci esci, che fate... hai capito." Riven si allontanò da Bill, iniziando a mangiarsi un'unghia.

"Scorpius. Io e Scorpius!" Bill si mise a ridere fragorosamente, spaventando un paio di gufi vicino a lui, che sbatterono le ali e se ne andarono su un trespolo più appartato, offesi.

"Che c'è di tanto divertente? Dice che lo sanno tutti, nel vostro dormitorio!"

"A parte che Scorpius e io non siamo mai usciti insieme, che non abbiamo fatto sesso neanche una volta e che certa gente dovrebbe farsi i cazzi suoi..." Bill strinse i pugni, l'ilarità che cedeva il posto alla collera. "Quando io e te ci siamo conosciuti, Scorpius stava con Sal. Poi Sal l'ha lasciato, Scorpius stava di merda e gli sono stato vicino, finché non ha capito che gli interessava qualcun altro."
"Scorpius sta con qualcun altro?" chiese Riven, stupito.

"Beh, spero per lui che stia a buon punto" disse Bill, spiccio.

"Quindi non ti piace Scorpius? Non c'è mai stato niente tra voi?"

"C'era qualcosa, almeno da parte mia, prima che si mettesse con Sal" ammise Bill "ma era di poco conto. In ogni caso no, non vorrei stare con Scorpius, come avresti dovuto capire visto che negli ultimi quattro mesi ho dedicato le mie attenzioni soltanto a una persona: te. Non è una cosa in cui sono bravo, non l'ho mai fatto prima... ma ti prego, apprezza l'impegno."

"Lo apprezzo" disse Riven. Sorrise, rincuorato, e Bill realizzò che fino a quel momento a bloccarlo era stata soltanto la paura di dover competere con qualcun altro, o peggio che Bill lo stesse prendendo in giro e usando come passatempo. "Ma... voglio dire, Scorpius è... è così..."

"Ha un carattere tremendo, quasi quanto il mio, non dureremmo due settimane insieme e sinceramente non ci tengo a provare. Insomma, come te lo devo dire che m'interessi tu? O forse è a te che interessa Scorpius, ma è impegnato, per cui..." Bill tentò di sdrammatizzare, ma Riven gli saltò addosso.

Lo baciò e Bill ricambiò con entusiasmo, sentendo i suoi fianchi che strusciavano contro i propri. Lo prese in braccio, pensando fugacemente che avrebbe potuto farci l'abitudine. Lo bloccò contro la parete scrostata e Riven si avvinghiò a lui con entrambe le gambe, facilitandogli il compito e continuando a baciarlo. La sua pelle era fresca, la bocca conservava un retrogusto speziato che lo stava facendo impazzire... poi Riven interruppe per riprendere fiato, mordendogli il labbro, il respiro affannoso e il cuore in gola. Bill pensò che voleva dirgli di smettere, che era troppo tutto insieme... invece Riven continuò a stringersi a lui e mormorò al suo orecchio, con voce roca e sensuale: "Andiamo in un altro posto?"

Bill esultò interiormente. "Dove vuoi, micetto."

Non aveva mai desiderato tanto potersi Smaterializzare entro i confini di Hogwarts.

Ecco qui, un po' di nodi sono venuti al pettine, almeno per quanto riguarda la Scoralbus e la Bill/Riven! Da qui si va verso i capitoli finali, quindi sarà dato più spazio alla trama, al di là delle lemon: alla collaborazione Mercy/Bellatrix, che inizia a delinearsi, e alle varie peripezie della Sal/Louis, che hanno ancora un bel po' di strada da fare ^^'.

Mi sono accorta che nell'introduzione c'è scritto che la terza parte verterà su una guerra magica: questo non è del tutto vero, ho abbandonato la mia idea originale per non fare una copia del prequel (ma sicuramente ci saranno diversi duelli e molte altre sorprese ^^).

Buona domenica ^^