Capitolo 25

Auggie si svegliò al primo calore mattutino del sole, mentre un inebriante odore di caffè avvolgeva le sue narici. Era ancora seduto sul pavimento del balcone della sua stanza. Qualcuno gli aveva appoggiato una coperta sulle spalle, senza disturbarlo.

Rimase lì a sedere ancora qualche minuto. Le vie della città pian piano cominciavano ad animarsi e il cicaleggio della gente, quella mattina, gli parve quasi piacevole.

Raggiunse Eric in cucina dopo essersi rasato e fatto velocemente una doccia.

"Hey, amico mio. Come va?" chiese Barber "Caffè?"

"Grazie."

"Sei riuscito a riposare là fuori? Scusa se ti ho lasciato dormire sul pavimento."

"Ero piuttosto agitato ieri sera e ho faticato parecchio a prendere sonno" ammise Auggie "Forse il fuso orario..."

"Sì, forse. È arrivata una mail dal Museo Archeologico, ci aspettano domani mattina per le 10. Ho già contattato Calder, arriveranno in mattinata."

"Nessun'altra novità?" chiese Auggie speranzoso.

"No, nient'altro."

Auggie accese il suo portatile e si collegò con il sistema di videosorveglianza della città. Voleva essere certo, se mai fosse stata inquadrata nuovamente, di poter trovare subito la posizione di Annie. Al momento, però, non c'era nulla che né lui né Eric potessero fare.

Decisero di fare un breve giro per la città mentre attendevano l'arrivo di Calder e della sua squadra.

" Ho controllato il percorso su Maps, sembra abbastanza semplice: dalla Medina al Museo Archeologico ci vogliono circa 30 minuti a piedi" disse Eric "Che ne dici se proviamo a fare il tragitto?"

Uscirono dall'abitazione, lasciando i loro uomini ad aspettare l'arrivo di Calder e a controllare ogni eventuale comunicazione con l'Agenzia.

Benché fosse Novembre, l'aria era tiepida. La città, cominciava ad animarsi e, soprattutto nel quartiere dei suq, la gente riempiva le strade. Mentre camminavano per le strade, Barber raccontava ad Auggie tutto quello che vedeva e Auggie, dal canto suo, usava ogni suo senso per memorizzare quanto l'amico gli diceva. Gli odori che permeavano l'aria, il chiacchiericcio della gente che trattava coi mercanti, i suoni di alcuni tamburi, gli ricordavano in qualche modo Istambul.

Camminarono per un paio d'ore, poi si fermarono in un bar lungo il tragitto verso il Museo Archeologico.

Avevano saputo che Calder e i suoi uomini erano arrivati da poco alla casa sicura e questo rasserenò entrambi: ora, finalmente, avrebbero potuto cominciare a pensare ad un piano per trovare e liberare Annie.

Quando rientrarono a casa, trovarono Calder già al lavoro: stava organizzando gli operativi per ogni possibilità, seguendo il protocollo ricevuto da Langley.

"Auggie Anderson!" esclamò Calder, andando incontro all'amico e stringendogli calorosamente la mano.

"Ben arrivato, Calder. Sono felice di rivederti... si fa per dire" rispose Auggie, agitandosi la mano davanti agli occhi.

"Non hai perso l'ironia! Buon segno." rise Calder "Che ne dici di bere qualcosa?"

Auggie annuì e accompagnò Calder in cucina, dove presero un paio di birre e si sedettero al tavolo.

Calder guardò l'amico con attenzione. Gli sembrò che non fosse cambiato molto da quando si erano visti l'ultima volta, più di due anni prima.

"Come te la passi, Auggie?"

"Ho visto tempi migliori."

"Sì, immagino. So che non ti piace parlare dei fatti tuoi, ma se hai bisogno... sono qui."

"C'è poco da dire, Calder. Con Natasha non ha funzionato come speravo. Mi mancava il mio lavoro e non volevo ammetterlo. Tutto qui."

Calder osservò con più attenzione l'uomo che aveva di fronte. Due sottili rughe gli attraversavano la fronte e gli occhi erano segnati e un po' lividi. Non doveva aver dormito molto quella notte. "Forse non dorme molto da parecchie notti" pensò Calder. Si alzò e posò una mano sulla spalla di Auggie in segno di solidarietà, poi si diresse alla sua camera.

Nel frattempo, nel salottino adibito a centro operativo, cominciavano a giungere alcune comunicazioni dal sito di copertura che avevano istituito.

"Ci sono novità?" chiese Eric.

"Qualcosa potrebbe esserci, in effetti, ma non sono sicuro che possa piacerti." rispose uno degli operativi che erano giunti a Rabat con Auggie ed Eric.

"Cosa intendi?"

"Hollman ha intercettato un messaggio in entrata alla McQuaid Security. Dice Le aquile sono arrivate al nido. Se le decodifiche che abbiamo fatto nei mesi scorsi sono corrette le aquile sono gli operativi della squadra di Calder Michaels."

Non faceva un piega. L'aquila, in fondo, era usata come simbolo per identificare gli Stati Uniti e, quindi, gli Americani. Questo poteva significare solo una cosa: i guerriglieri jihadisti sapevano che Calder e i suoi uomini erano arrivati a Rabat e, quindi, la loro copertura era a serio rischio, se non addirittura saltata.

Dovevano trovare una soluzione. Eric informò subito Auggie delle notizie giunte da Washington.

"Non possiamo usare gli uomini di Calder, metteremmo a repentaglio l'intera missione." disse Eric.

"Già. Seguiremo il protocollo con la squadra di operativi che è arrivata con noi. Gli uomini di Calder resteranno qui." disse Auggie, poi si rivolse ad uno dei tecnici: "Nessuna notizia da Joan riguardo eventuali risorse qui in Marocco?"

"No signore, non ancora."

Organizzare la nuova squadra di operativi occupò tutto il pomeriggio e il lavoro proseguì fino a notte inoltrata.

La mattina seguente, Auggie e Barber si prepararono per il loro appuntamento con il direttore del Museo Archeologico.

"Hai preso tutto Eric?" chiese Auggie all'amico.

"Credo di sì: portatile, cellulari, documenti di riconoscimento, tesserini dello Smithsonian. Ah, e naturalmente l'ultimo ritrovato in campo tecnologico, il tuo prototipo di cellulare." rispose Eric sorridendo.

"Cosa sarebbe questo prototipo?" chiese Calder.

"Un semplice cellulare non tracciabile, ma in grado di rilevare sorgenti di trasmissioni su lunghezze d'onda satellitari diverse da quelle tradizionali." spiegò brevemente Auggie "In altre parole, potremo rilevare il segnale sorgente in uscita durante le comunicazioni tra la McQuaid e la base dei guerriglieri qui a Rabat se essa è nel raggio di 400 metri da noi. In questo modo si restringerebbe notevolmente l'area di ricerca."

"E pensi che questo sia sufficiente?"

"È un inizio." rispose Auggie "Ho intenzione di portare sempre con me questo prototipo. Abbiamo pianificato delle uscite in città in modo tale da rendere più facile le rilevazioni dei segnali."

"Ecco, guarda" intervenne Eric, estraendo la piantina della città e aprendola sul tavolo "Abbiamo suddiviso la città in quadranti di raggio appena inferiore ai 400 metri in modo da poter essere certi di riuscire nel rilevamento. Il segnale del prototipo viene agganciato da un sofisticato sistema integrato che memorizza ogni sistema informatico presente nella zona che attraversiamo, in questo modo ogni quadrante sarà poi monitorato dal software di questo computer collegato con quello di Hollman al DPD"

"Il percorso è stato attentamente pianificato" proseguì Auggie "in modo da riuscire a coprire una zona di almeno tre o quattro quadranti nella stessa giornata. Ogni zona contiene un sito di interesse archeologico, così riusciremo anche a mantenere la nostra copertura."

"E quando avreste studiato tutto questo piano, di grazia?" chiese Calder stupito dall'organizzazione dei due uomini, ma non tanto sorpreso poiché conosceva bene le doti tattiche di Auggie.

"Il viaggio in aereo è stato piuttosto lungo ma produttivo, direi." rispose sorridendo Eric.

"Calder, tu non dovrai uscire da questa casa fino al nostro ritorno. La vostra copertura molto probabilmente è saltata e dovremo fare in modo di trovare un diversivo per le vostre operazioni" aggiunse Auggie "Al nostro rientro studieremo il modo migliore per darti libertà di movimento in città. È di vitale importanza per la missione, Calder. Non sappiamo come abbiano fatto a sapere del vostro arrivo così in fretta, evidentemente hanno diverse spie al loro servizio, spie ben addestrate e ben organizzate."

"Ok, Anderson. Non ti preoccupare, non usciremo di qui. Anche noi vogliamo portare Annie a casa, sana e salva."

Auggie gli sorrise annuendo, poi prese il suo bastone, la sua borsa e, con Eric al suo fianco, si avviò verso il Museo Archeologico.

La camminata di circa mezz'ora verso la loro destinazione, servì per testare il buon funzionamento del prototipo. La zona che attraversarono venne subito esaminata dai tecnici nella casa sicura che, grazie a ai sistemi integrati messi a punto dai geek del DPD e da Auggie, riuscirono a mantenere il monitoraggio senza essere rilevati. Sembrava che tutto funzionasse alla perfezione.

Eric e Auggie entrarono al museo e vennero accompagnati nell'ufficio del direttore.

Parlarono per più di un'ora concordando alcune visite al museo stesso nei giorni seguenti, in modo da poter poi decidere quali reperti chiedere di portare a Washington DC per una mostra sull'archeologia dei paesi mussulmani presso lo Smithsonian.

Quando stavano per uscire dall'ufficio, il telefono di Eric squillò.

"Dimmi" disse rispondendo e allontanandosi un po' da Auggie e dal direttore.

Fortunatamente dava le spalle ai due uomini. La notizia che ricevette lo lasciò molto perplesso ma al contempo sollevato. Cercò di riprendersi velocemente, poi tornò indietro. Toccò la spalla all'amico che gli prese il gomito nel consueto gesto, pronti per uscire e tornare verso casa.

"C'è un buon ristorante nei dintorni?" chiese Eric al direttore.

"La cucina marocchina è ottima" rispose il direttore del museo. "Potrei consigliarvi un locale tipico, poco lontano da qui. Oppure abbiamo anche molti ristoranti di cucina europea: italiano, francese..."

"Che ne dici amico mio? Io direi cucina locale" disse Eric rivolto ad Auggie, il quale annuì.

Il direttore diede loro tutte le indicazioni e li accompagnò alla porta salutandoli.

Quando furono per strada e si furono sufficientemente allontanati dal museo Eric si fermò e guardò Auggie.

"Auggie, la telefonata... era uno dei nostri tecnici."

"La base jihadista ,vero?" chiese Auggie a conferma del suo sospetto, estraendo dalla borsa il suo prototipo che ancora emetteva una leggera vibrazione. Non dovevano allontanarsi troppo in fretta, il sistema integrato aveva bisogno di qualche minuto per agganciare ogni possibile segnale in uscita dal museo.

Ci erano riusciti, avevano trovato il luogo dal quale inviavano le comunicazioni. Il primo passo era fatto. Ora dovevano trovare la base dove tenevano Annie.

Pian piano tornarono verso casa. Auggie era felice e preoccupato allo stesso tempo, ma decise di allontanare ogni pensiero dalla sua mente. Doveva mantenere la calma e la lucidità necessarie a portare avanti, passo dopo passo, la missione.

E la missione era riportare a casa Annie Walker.

Durante il pomeriggio cercarono di mettere a punto un piano per permettere a Calder di uscire in città indisturbato. Auggie aveva la mente in totale fermento: ogni cosa doveva essere pianificata nei minimi dettagli, non voleva lasciare nulla al caso. Dovevano trovare ogni possibile punto debole nei loro piani per prevenire qualunque possibile fallimento, dovevano avere anche un piano di riserva.

La sera giunse velocemente e altrettanto velocemente arrivò la notte. Non avevano ancora finito di mettere a punto il loro piano, ma erano esausti. Decisero di prendersi qualche ora di riposo; Auggie andò nella sua camera, si fece una doccia, poi si infilò un paio di pantaloni della tuta e uscì sul balcone. Per lui, che fosse giorno o notte poco cambiava, la sua vita era comunque avvolta dalle tenebre. Poteva però immaginare. Le sere e le notti di novembre, a Rabat, erano fresche ma non fredde. Si sedette a terra e si appoggiò al muro. E immaginò. E, immaginando, si ricordò di come, con Annie, avevano salvato Eyal dagli uomini di Kalid Ansari, ad Amsterdam e di come si erano allontanati sul barcone. Si erano seduti, lui ed Annie, uno accanto all'altro.

"Vedi dei tulipani?"

"Siamo fuori stagione."

"Io farò finta che ci siano dei tulipani. E mulini a vento. Uno dei vantaggi della mia cecità è che posso immaginare le cose come mi pare e piace."

"Anche le persone?"

"Ma certo. Uno di questi giorni ti descriverò come sei. Mi invento un nuovo gioco." "Ecco un bel piano."

"Questo piano invece era piuttosto rischioso. Non ero sicuro che ce l'avresti fatta. Una sensazione che non mi è piaciuta."

"Eri preoccupato per me?"

"Sì, parecchio."

"E non hai seguito il consiglio del tuo sergente."

"Il consiglio del mio sergente non è servito perché l'oggetto della mia preoccupazione e la cosa positiva alla quale pensavo coincidevano."

Auggie sorrise ricordando quella conversazione. Quanto ancora era attuale! La preoccupazione che gli pervadeva l'anima e il cuore era così forte e tangibile che, ancora, il consiglio del suo sergente, non poteva essergli di alcun aiuto.

Si prese la testa tra le mani, appoggiando i gomiti alle ginocchia. Era così, in fondo, che era incominciata tra di loro. Egli si era accorto di amarla molto prima, in realtà, ma dal loro ritorno da Amsterdam avevano iniziato a frequentarsi. Sentiva la sua mancanza. Gli mancava la sua voce, la sua risata, il suo profumo. Gli mancava dormire accanto a lei e svegliarsi con la sua testa appoggiata al petto. Gli mancava ogni cosa di lei.

"Ti troverò Annie, fosse l'ultima cosa che faccio. E ti riporterò a casa."