Il mattino successivo Marian si svegliò tardi e scese in cucina per la colazione. Vi trovò Albert che si era svegliato tardi anche lui dopo essersi addormentato solo a notte fonda.
Entrambi imbarazzati per motivi diversi, presero posto uno di fronte all'altro mentre Nanà, con un abito azzurro e un grosso grembiule bianco, si affaccendava con il caffè e il latte.
"Buongiorno signorina!", le disse la donna voltandosi. Aveva un viso rubicondo e simpatico, grandi occhi neri e i capelli ormai bianchi raccolti sulla nuca in una treccia avvolta su se stessa.
"Buongiorno", rispose piuttosto intimidita dalla stazza della donna e dal modo di fare energico.
"Ti presento Nanà, è stata la mia balia e colei che mi ha allevato insieme a George dopo la morte dei miei genitori".
"Piacere, sono Marian".
"Piacere mio signorina…dove ha conosciuto William?"
"In Africa, lavoravamo nello stesso ambulatorio".
"Ah, quando bighellonava ancora…sì mi ricordo, me l'aveva scritto..anche di lei"
Gli scompigliò i capelli in un gesto affettuoso come quando era bambino.
"Nanà!", protestò Albert ridendo.
Marian sorrise arrossendo leggermente, il ghiaccio era rotto.
"Lo sa signorina che questo lazzarone a momenti non torna a casa dai suoi vagabondaggi? Non fosse stato per la signorina Candy che l'ha aiutato quando ha perso la memoria ora non sarebbe qui..".
Marian annuì, quella storia Albert l'aveva raccontata la sera precedente, durante la cena.
"Ed ora tocca a lui prendersi cura della signorina Candy…poverina, è così sfortunata, bella e sfortunata…e tu…mi meraviglio di te! Sei uno zuccone!"
"Nanà, per favore! Te l'ho già detto, lo sai com'è andata!"
"Mah..", rispose poco convinta, "Allora, l'hai trovato?"
"Purtroppo no.."
"L'hai già detto a Candy?"
"No…", sospirò profondamente, "Non so più dove cercare..Com'è andata mentre non c'ero?"
"Tutto bene, è tranquilla, un po' malinconica ma tranquilla"
"Ha mangiato, sì?"
"Sì, sì, è una così cara ragazza! E' un peccato…"
Albert si girò verso di lei con un'aria interrogativa sul viso, aggrottando le sopracciglia."
"Beh, voglio dire…che … lei…tu..oh! hai capito! Potresti anche sposarla!"
"Nanà, ti prego, te l'ho già spiegato!"
"Sì però è un peccato lo stesso!", concluse lei servendo il latte ed il caffè, per poi girarsi ed andare a prendere il pane appena sfornato e la torta di mele.
Albert annusò deliziato il profumo della torta e del pane e Nanà non perse l'occasione di scompigliargli di nuovo i capelli, lui scosse la testa sorridendo.
Marian era rimasta tutto il tempo a guardarlo e cercare di capire di più della sua vita da quelle poche, disordinate parole scambiate davanti a lei, aveva tante domande e non il coraggio di farle; Nanà venne in suo aiuto.
"Signorina, qualcosa che non va?", Marian era pallida.
Albert si girò verso di lei e capì. Marian aveva equivocato.
"Beh…forse è meglio che ti spieghi sennò finisce che Nanà mi fa sembrare un mostro…", guardava la tazza che stava girando lentamente tra le mani.
"Vedi, per quanto abbia cercato di aiutare Candy in tutti i modi, sembra essere sempre stata perseguitata dalla sfortuna. Per una serie di vicende troppo lunghe da raccontare il padre del bambino che sta aspettando è irrintracciabile, scomparso. Quando si è accorta della gravidanza ha passato un periodo di depressione, è stata molto male. Ho fatto in modo che rimanesse lontano dalla città per evitare uno scandalo e, soprattutto uno scontro con la zia Elroy, se ti ricordi te ne avevo parlato..", Marian annuì.
"Ci conosciamo da tanto, ci vogliamo molto bene, per me lei è…è… è come una sorella. Sono stato via per lavoro un paio di settimane durante le quali ho cercato di rintracciare il ragazzo ma non c'è stato nulla da fare…", continuava fissare la tazza fra le proprie mani. Nanà lo guardava di sottecchi e si era trattenuta da fare qualsiasi commento alle affermazioni di lui.
Albert alzò gli occhi ed incontrò lo sguardo di Marian, sembrava essere molto turbata.
"Stai bene?"
"Sì, sì, bene, perché?", chiese arrossendo. Forse non tutto era perduto anche se…le allusioni della balia e la sua indecisione nella voce le avevano lasciato intuire che forse c'era più di quanto lui non volesse ammettere…
In quel momento entrò George dalla porta esterna, scrollandosi la neve di dosso e provocando le proteste di Nanà: si conoscevano da una vita e da una vita si punzecchiavano come due vecchie comari.
"Guarda che ti faccio pulire!"
"Se pulisco io tu cosa stai a fare qui?"
"Ma sentilo, meno male che sembri un gentiluomo, altrimenti la signorina penserà che sei uno zoticone!", lui rispose con sorriso.
Albert rise e George ne approfittò per cambiare argomento.
"Nevica ancora, sono andato a vedere l'auto ma è sommersa."
Albert sbuffò, non ci voleva, il maltempo continuava.
Poco dopo arrivò il signor Whitman, piccolo, capelli bianchi e occhialini tondi, era il giardiniere della villa. Si andò a mettere vicino al fuoco che scoppiettava nel camino per scaldarsi le mani, aveva appena fatto un giro per controllare che tutto fosse in ordine.
"William, c'è sempre più neve…"
"Dice che smetterà di nevicare?"
"Non saprei..non ricordo un inverno così da almeno vent'anni…Ho dovuto liberare i vetri delle serre dalla neve, rischiavano di cedere…"
Albert lo guardò pensieroso, c'era il pericolo di restare bloccati lì.
La conversazione riprese comunque allegra e il tempo passò velocemente.
Ad un certo punto Nanà disse: "William, ma Candy non scende oggi?"
Lui guardò l'ora, era quasi mezzogiorno.
"Vado a vedere"
Bussò due volte ma lei non rispose. Aprì la porta chiamandola senza esito. A quel punto si avvicinò al letto e vi si sedette, toccandole una spalla: dormiva su un fianco abbracciando il cuscino.
"Piccola sveglia, è tardi, pensi di passare la giornata a letto?"
Ma non ci fu quasi reazione, Albert aggrottò le sopracciglia, la scosse un poco e lei aprì gli occhi.
"Ciao", gli disse debolmente.
"Stai bene?"
Non rispose, gli occhi si erano di nuovo chiusi.
Albert le toccò la fronte e il collo, bruciava: non riuscì a fare a meno di mettersi le mani nei capelli, questa non ci voleva! Erano isolati, in mezzo alla neve alta che continuava a scendere, senza un mezzo di trasporto e lei era quasi incosciente per la febbre.
Nanà vide entrare Albert, spaventato ed agitato con Candy in braccio avvolta in una coperta,il viso congestionato, gli occhi socchiusi, lucidi.
Tre giorni dopo il momento peggiore era passato senza conseguenze, grazie anche all'aiuto prezioso di Marian: era stata una banale infreddatura ma Albert continuava a darsi dello stupido, aveva corso un rischio troppo alto tenendo la ragazza a Lakewood in quella stagione, doveva portarla via subito, dove potesse essere al sicuro da sguardi indiscreti ma anche facilmente raggiungibile da un medico in caso di necessità.
***
Il postino arrancava sulla strada che portava alla grande villa sul lago, erano anni che nessuno abitava quella casa in inverno ed era la prima volta che doveva portarvi un telegramma urgente, fosse stata una normale lettera avrebbe atteso che smettesse di nevicare.
Mentre continuava a faticare sulla salita osservò i segni di una slitta che doveva aver percorso quella stessa strada non molto tempo prima, i segni dei pattini e degli zoccoli dei pesanti cavalli erano ancora ben visibili, era quasi certamente quella del vecchio Jack, solo lui l'aveva così grossa da poter essere trainata da due grandi cavalli, chissà perché era salito fin lassù…
Arrivò infine al cancello con lo stemma che recava una grande aquila dorata ad ali aperte, con una A sul petto. Provò ad aprire ma non ci riuscì. Chiamò a lungo ma nessuno rispose, sembrava essere disabitata. I segni dei pattini passavano sotto il cancello e si perdevano lungo il viale, diritti fino al portone d'ingresso, dove si vedeva l'anello che aveva fatto il cocchiere perché i cavalli potessero girare la slitta.
Chiunque fosse stato alla villa ormai era partito, aveva chiamato Jack perché li accompagnasse da qualche parte, alla stazione o in città. Imprecando per aver camminato per più di un'ora inutilmente, prese il telegramma e guardò il mittente, veniva dal qualcuno della famiglia Andrew a Chicago..se erano partiti, quasi certamente era per tornare in città. Il postino decise di andare dritto a casa, ormai era tardi e non aveva senso rimandare indietro il telegramma a quell'ora, l'avrebbe fatto l'indomani mattina.
