Capitolo 24

«…Continuano ad arrivarci sempre nuove notizie di tumulti nella Repubblica Popolare di Terkmenia, un tempo pacifica nazione mediorientale. Nonostante le frontiere restino sbarrate sia dall'interno che dall'esterno, dei coraggiosi riescono tuttavia ogni giorno a far avere ai nostri corrispondenti al confine filmati e materiale per mostrarci gli avvenimenti. A poca distanza dallo scoppio aperto delle ostilità tra governo e rivoltosi, la "soluzione finale" voluta dal nuovo presidente eletto Ben A. Zebul è stata forzatamente rimandata, per motivi ancora poco chiari, mentre molti gruppi di cittadini anche influenti che prima appoggiavano la linea dura del parlamento si schierano ora apertamente contro. A quanto pare il presidente, eletto in circostanze non proprio cristalline dopo la sospetta fine prematura del suo predecessore d'origine europea, Robert Beaumont, si è attirato la sfiducia della popolazione. Non per questo sembra che i rivoltosi abbiano guadagnato in popolarità. Sempre più persone disertano sia l'esercito regolare che le cosiddette bande di combattenti per la libertà, unendosi in una terza forza che sembra intenzionata a destituire le une e le altre per riprendersi il paese. Per contro, la repressione delle forze militari rimaste diventa sempre più spietata via via che il potere costituito vacilla. Potete vedere in queste immagini le torture a cui l'esercito e le brigate rivoluzionarie sottopongono gratuitamente civili indifesi… bollati come "traditori" o "disertori"… anche minorenni, come quelli impiegati nei corpi speciali, in modo del tutto contrario alle leggi internazionali… è incredibile che praticamente fino a ieri il mondo non sapesse niente di tutto questo… Numerosi capi di stato, a fronte dell'indignazione che queste notizie stanno suscitando ovunque, hanno già preso posizione contro questo sterminio fratricida e dichiarato che l'assemblea internazionale prenderà quanto prima duri provvedimenti. Il presidente Zebul tuttavia si rifiuta ancora di rispondere alle pressanti interrogazioni ufficiali che gli arrivano ogni giorno da quando un volo di profughi fortunosamente riuscito a sfuggire dal paese ha messo per la prima volta il mondo esterno al corrente della terribile situazione terkmena.
Sull'aereo in questione si trovava anche l'ex first lady Anne Yashida Beaumont, che ha subito chiesto lo status di rifugiati politici per sé e per gli altri fuggitivi e sta adoperandosi attivamente fin dal suo arrivo per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla tragedia del suo paese adottivo. Muove accuse molto gravi alle gerarchie politiche e ai capi rivoltosi, che sarebbero tra l'altro a suo dire responsabili della fine prematura del presidente. "Nessuno può stare in silenzio e al sicuro", ha dichiarato lady Anne, "sapendo quali atrocità si perpetrano ai danni della mia casa e della gente per cui mio marito ha dato la vita. Dietro questo orrore ci sono forze esterne che hanno ottenuto il potere in modo illecito e con lo scopo preciso d'istigare il conflitto. Rivelerò pubblicamente quanto io stessa…"»

–Spegnete la televisione– esclamò Zebul con un gesto di fastidio. Decisamente la situazione stava precipitando. Aveva previsto che quella piccola oca lagnosa avrebbe potuto dargli dei problemi con la sua fuga. Ora il loro piccolo laboratorio sociale era stato scoperto e avevano tutto il mondo addosso… e come se non bastasse, la popolazione era in rivolta aperta grazie al passaparola sulle gesta eroiche e il sacrificio dei due «liberatori stranieri», consegnatisi nelle mani degli oppressori per salvare i loro bambini. Sempre più gente si riversava nelle strade bloccando le battaglie programmate, rovesciando i carri armati e strappando i fucili di mano ai soldati, facendo opposizione non sempre violenta ma molto ben visibile alla guerra in corso, e chiedendo il loro rilascio. Tutta l'apatia faticosamente costruita in tanto tempo del popolo terkmeno e poi esplosa con veemenza durante gli scontri ora sembrava completamente scomparsa, sostituita da lucida rabbia e voglia di rivalsa. Tutti i suoi piani gli erano crollati in mano uno dopo l'altro… Aveva pensato prima di ovviare all'intrusione anticipando la parte finale del programma, poi aveva creduto di ovviare alla perdita dei missili nucleari dando il via alla distruzione totale e catturando i due piantagrane per offrirli ai capi in riparazione. Ma non aveva previsto questo. Aveva compiuto un'intera serie di errori di valutazione. Alla gente era rimasta più coscienza di quanto avesse immaginato. Non avrebbe dovuto lasciare che le persone presenti alla cattura se ne andassero vive. Ora, invece di toglierli di mezzo, li aveva trasformati in martiri. E non era più certo di poter tenere la situazione sotto controllo. La rabbia della gente avrebbe forse potuto fare il miracolo di annullare in poco tempo anni di paziente preparazione.
Fortunatamente loro non sapevano nulla di tutto questo, o gli avrebbe dato nuovo impulso per scappare. Per il momento sembrava che non ne avessero l'intenzione o le forze. Si ritenevano sconfitti. Stavano buoni nelle loro celle senza reagire. Non immaginavano che le loro azioni avessero avuto un peso tanto maggiore anche delle loro più ottimistiche intenzioni. Ovviamente, non era TUTTO merito della pressione psicologica…
Tenerli prigionieri era la sua unica speranza di salvare la pelle. Non solo non aveva completato la distruzione del paese nel tempo richiesto, ma si era anche fatto scoprire rischiando di esporre tutta l'organizzazione all'indignazione pubblica. Per il momento, lo stesso sbarramento di forze internazionali che arrivavano ogni giorno a circondare i confini come una barriera proteggeva paradossalmente anche lui dall'ira dei superiori. Ma per quanto ancora? Almeno, dando loro le teste degli arcinemici su un piatto d'argento, poteva forse sperare che gli risparmiassero la vita… o che gli concedessero la possibilità di suicidarsi. Non era da disprezzare, considerando i mille modi dolorosi in cui potevano farlo morire. Ma con la comunità internazionale in un tale stato di allerta, quanto poteva passare prima che i compagni dei due martiri venissero al gran completo in loro soccorso?
Meglio salvare il salvabile a questo punto e sperare per il meno peggio. Tanto, non c'era altro che potesse fare.
–I preparativi sono ultimati?
–Signorsì, presidente.
–Bene. Allora diamo pure il via alla nostra ultima piccola sceneggiata.

Non voglio morire. Io non voglio morire. Voglio vivere.
E ancor più di questo… voglio che tu viva.
Dove sarai? Come starai? Ti avranno fatto del male? Quanto tempo è che siamo chiusi qui dentro? Non percepisco nulla… per quanto mi sforzi, i miei sensi sono come attutiti. Intorno a me c'è solo buio e silenzio… come se il mondo non esistesse. Come se io non esistessi. Anche muovermi è… difficile… in queste celle dev'esserci qualcosa che annulla le nostre energie e i nostri poteri. Sarà così anche per te?… Anche se il tuo era già compromesso… posso immaginare che avranno fatto di tutto per prevenire una nostra fuga…
E forse… ci sarà anche una specie di smorzatore emotivo. Una pressione extrasensoriale… Sto perdendo anche la voglia di ribellarmi. Riesco a provare solo tristezza… rassegnazione… disperazione… come se ogni tentativo di fuga fosse inutile. Come se ormai non valesse più neanche la pena di reagire. O anche di vivere…
Ma anche in questo buio e in questo silenzio… nessuna privazione sensoriale può impedirmi di
sentirti.
Non è la tua voce. Non è il battito del tuo cuore. È qualcosa che risuona nel centro stesso del mio essere, oltre qualsiasi potere paranormale. Tu sei vivo. Lo so.
E finché sarai vivo, nessuna disperazione potrà essere più forte del tuo pensiero. Finché sarai vivo, non potranno farmi cedere del tutto.
Forse questa sarà davvero la nostra fine… ma io cadrò a testa alta… con te… e non avrò nessun rimorso per me stessa… lo giuro…
Ma che ne sarà di questo popolo? Che ne sarà delle promesse che abbiamo fatto? E di quei bambini?
Se solo potessi raggiungerti… se solo potessi vederti ancora una volta…

All'improvviso, un raggio sottile di doloroso candore ruppe lentamente l'atmosfera di buio ferreo indisturbata per giorni della stanza di detenzione.

La collina non esisteva fino a qualche giorno prima. Era fatta completamente di metallo, lastre azzurro–grigiastre saldate insieme in fretta e furia ma ciononostante lisce come specchi che riflettevano i colori del cielo qualche istante prima dell'alba. Scorgendola da lontano poteva sembrare una specie di castello costruito per qualche bizzarro capriccio da un mago o un altro potente dotato di fertile fantasia, facente parte di una storia ancor più strana. Solo avvicinandosi si sarebbe forse potuto notare –con un improvviso raggelarsi del sangue nelle vene– a cosa somigliasse. A una specie di gigantesco missile… oppure qualcos'altro.
Tutto il materiale bellico rimasto nel paese che si era potuto sottrarre alla guardia e al proseguimento degli scontri era stato convogliato in un unico punto, dove camion continuavano ad andare e venire e risuonavano gli echi di un frenetico lavorio di montaggio e saldatura, all'interno di quella struttura costruita appositamente in cui erano stati profusi tutto il denaro e la competenza tecnologica possibili per completarla in pochissimo tempo. Ed ora era pronta. La forma vagamente a teschio era solo un piccolo e simpatico optional.
Ora, nel momento esatto in cui il sole cominciava a salire oltre l'orizzonte, sulla sommità calva e nuda si aprirono scorrendo due portelli, dai quali s'innalzarono lentamente due grandi croci d'acciaio, l'una di fronte all'altra. Da ciascuna pendeva inerte uno dei due agitatori prigionieri, la testa abbandonata verso il basso. Sollevarono gli occhi e si riconobbero a vicenda, viso a viso, solo sentendosi un po' rianimare dall'aria pungente e dalla luce del mattino.
Le croci si fermarono in posizione con uno scatto. Lento e distorto come una marcia funebre, cominciò a diffondersi nell'aria il nuovo inno nazionale della Terkmenia. Riuscirono a vedere con la coda dell'occhio soldati che marciavano scompostamente fuori da due porte metalliche scorrevoli alla base della cupola sul prato, disponendosi in una formazione su due file un po' arrangiata e assumendo la posizione del presentat'arm. Certo… questa doveva essere l'esecuzione in grande stile di cui farneticava Zebul. Non aveva perso l'occasione di allestire un grandioso palcoscenico per celebrare il suo trionfo con la massima pompa possibile e davanti agli occhi di tutto il popolo. Probabilmente erano anche in diretta su ogni teleschermo… quelli ancora lasciati interi dalla devastazione, cioè. E non ci sarebbe stato da stupirsi se lui stesso avesse provveduto a che ogni cittadino in vita fosse debitamente informato dell'evento. Per ribadire il suo potere totale e la paura che aveva ispirato.
Quella terribile debolezza continuava… non avevano quasi l'energia per muoversi. Il dittatore non voleva lasciare niente al caso. Non avrebbero avuto modo di salvarsi, stavolta. E difficilmente avrebbero potuto contare sui soccorsi all'ultimo istante. Ci sarebbe stato quasi da ridere all'idea di finire con una mascherata simile, non fosse stato che ognuno dei due avrebbe dovuto assistere inerme alla sorte dell'altro.
«Precisamente» sentirono uscire la voce del presidente dai microfoni in una pausa della stentata esecuzione musicale. Stava usando il suo potere di trasmettere attraverso le onde radio per comunicare con loro. «Non ho bisogno di essere un telepate per sapere cosa vi passa per la testa, ve lo leggo in FACCIA. Spero apprezziate la coreografia. Dal momento che siete stati avversari così validi e valorosi, credo di dovervi la morte più sgargiante possibile… e poiché oltre a un buon senso del teatro ho anche un gran senso dell'umorismo, dopo quello che mi avete fatto passare farò in modo che la vostra morte mi SERVA il più possibile. Non sarete soli. Porterete con voi TUTTA LA TERKMENIA in un grandioso monte di ceneri».
I due sgranarono gli occhi. «Già, esatto» proseguì la voce quasi canterellante. «State cominciando ad accorgervi di DOVE vi trovate e PERCHÉ, vero? Non immaginavate che potesse essere rimasto qualcosa dell'arsenale nucleare che avete smantellato. Fortunatamente avevo avuto l'accortezza di non rischiarlo tutto in una volta, in caso ne avessi avuto bisogno per un'emergenza. Poco materiale, è vero… ma con l'uranio recuperato dalle testate inutilizzabili, abbiamo potuto realizzare un UNICO ENORME missile più che sufficiente a devastare l'intero paese. E voi siete proprio sulla RAMPA DI LANCIO».
Guardarono freneticamente intorno a sé. Incastellature metalliche sostenevano da ogni lato la struttura, una botola gigantesca in mezzo alle croci ronzava come sul punto di aprirsi. I soldati stolidi sull'attenti nel prato tutt'intorno non si muovevano dai loro posti, apparentemente ignari di ciò che i condannati stavano ascoltando. «Oh, loro non sanno nulla, naturalmente. Una bella esecuzione deve avere dei testimoni, dopotutto, ma perché sacrificare soldati validi? Appena darò l'ordine la bomba partirà portando via con sé un grosso pezzo della base… e voi. Quando esploderà, sarete ESATTAMENTE nell'epicentro. Sarete i primi a morire, insieme a questi uomini di scarto. Misericordioso da parte mia comunque, non trovate? Voi e loro avrete la fine più rapida. Dove non arriverà la palla di fuoco arriverà l'onda d'urto, o gli effetti collaterali delle radiazioni. Moriranno a centinaia di migliaia. E quelli che resteranno in piedi… saranno i più forti e meritevoli di essere ricostruiti per far parte del nostro esercito. Purtroppo a causa della vostra piccola intrusione non vale più la pena di conservare questo esperimento rivelandoci agli occhi del mondo. Meglio fare tabula rasa e ricominciare tutto da capo altrove. A voi… lascio come ultimo pensiero il SENSO DI COLPA di sapere che se non vi foste messi in mezzo ci sarebbero state molte meno vittime. Comunque avete di che ringraziarmi. Almeno vi lascerò morire INSIEME».
Insieme… e insieme a milioni di persone che neanche sospettavano ciò che stava per accadere. Non più dei soldati improvvisati che sbadigliavano distrattamente grattandosi la testa nel prato in attesa del prossimo ordine.
Se solo avessero potuto fare qualcosa per avvertirli
Sapevano che sarebbe potuto succedere. Sapevano che probabilmente un giorno sarebbe successo… e che forse non avrebbero potuto neanche sperare di meglio che non dover restare l'una senza l'altro… per quanto preferissero vivere.
Si dice che quando un soldato sconfitto sa di stare per morire, una specie di soddisfazione e rassegnazione lo invade. Perché sa di aver fatto del suo meglio e di poter quindi riposare in pace senza rimproverarsi nulla. Curioso. Per quante volte fossero stati in punto di morte, quella diceria non si era mai avverata… perché continuavano a pensare a tutte le persone che non avrebbero salvato. Si lessero il terrore reciproco negli occhi per un terribile lunghissimo istante.
Insieme… sì…
Ma non così…
No… non può succedere… non posso accettarlo. Non VOGLIO accettarlo. Non davanti a TE…
Io non lo permetterò!…

Lottò contro la prostrazione infinita che lo immobilizzava. Davanti agli occhi gonfi di lacrime e comprensione di lei, si accanì con tutte le sue forze contro le bande metalliche che lo bloccavano alla croce.
Inutilmente. Erano fatte di una lega durissima. E gli restava soltanto un briciolo delle sue forze. E nessun potere.
Uno strattone. Due. Dieci…
Sentì qualcosa nel polso sinistro iniziare a rompersi…
Ma non smise.
Anche se si sentiva sempre più debole ad ogni nuovo tentativo fallito…
Le note lugubri dell'inno continuavano a diffondersi nell'aria.
«Patetico. Avevo ovviamente PREVISTO che avreste tentato una messinscena simile. Riuscirai soltanto a lacerarti o a prosciugarti, e a morire prima. Non che faccia molta differenza, ormai. Appena la musica sarà finita…»
Amore… no…
«…inizierà il conto alla rovescia del missile».
Ange…

I suoi pugni serrati, graffiati… le labbra strette… le braccia tese fino allo spasimo, che stavano per cedere. Si stava uccidendo…
Non devi farlo…

La prima volta che lo aveva visto…
La prima volta che il sorriso era tornato sulle sue labbra al guardarla…
La prima volta che quelle braccia l'avevano portata in salvo…
La prima volta che quelle mani si erano tese verso di lei…
La prima volta che aveva cercato di sacrificarsi così per risparmiarle un dolore…
La prima volta che gli era tremata la voce dicendole…
La prima volta che si era chinato leggermente verso di lei… per baciarla…
–Amore! Fermati! Non muoverti!
Non l'aveva mai chiamato così tanto ad alta voce.
Si bloccò. Restituendole lo sguardo non meno attonito e febbricitante del suo.
–La musica…– Anche lei faceva fatica a parlare. Respirare era uno sforzo. Prese fiato più che poteva. –La musica… si è già fermata! Perché non succede niente?
Il silenzio aveva ripreso possesso della radura. I soldati si guardavano intorno leggermente perplessi chiedendosi se a questo punto dovevano rompere le righe o cos'altro era successo. Nessun accenno di un conto alla rovescia. Anche la botola aveva smesso di ronzare.
«Allora? Già finito lo spettacolo?» esclamò la voce al microfono, leggermente nervosa, del loro nemico. «Andiamo… so che potete fare di meglio! O vi avevo sottovalutati e vi siete già rassegnati?»
Stava cercando di incitarlo a continuare a provare a liberarsi?
Un guizzo. Un cenno. L'intuizione gli arrivò come un lampo al cervello.
Sempre più debole ad ogni tentativo…
Per questo li aveva tenuti tanto in cella sotto l'effetto di quello smorzatore? Per questo una simile carnevalata? La loro energia non veniva soppressa… veniva assorbita. Cosa ha lo stesso potere di una bomba atomica? Di molte bombe atomiche? Cosa dà a una decina scarsa di individui la forza di opporsi a un intero esercito e uscirne incolumi e vincitori? Il nostro reattore interno… Era tutta una farsa. Non c'erano più armi nucleari utilizzabili. Zebul li stava usando per potenziare il suo missile… così sarebbe partito ed esploso proprio grazie ai loro sforzi per impedirlo e sarebbero morti sapendo di aver distrutto loro la Terkmenia. Lei l'aveva capito appena in tempo.
E probabilmente l'avrei capito anch'io… se non avessi così PERSO LA TESTA…
Grazie, cara.

Dovevano rimanere immobili. Ridurre al minimo ogni emissione di energia da tutti i sistemi… quasi al limite dell'arresto totale.
Passarono decine di secondi di silenzio mentre il cuore gli martellava al pensiero di potersi essere ingannati. Ma continuò a non accadere nulla. Fin quando Zebul non si fece sentire di nuovo, con tono ben più che contrariato. «Bene. Dunque ve ne siete accorti. Credevo che bastasse bloccare i poteri della signorina perché non ci arrivasse. Non finite proprio MAI di seccarmi. Ma non pensate di aver vinto così. Il processo d'assorbimento può essere al massimo RALLENTATO. Siamo già riusciti a risucchiare la maggior parte delle vostre forze e non ne avete più abbastanza per liberarvi. Alla fine avremo comunque da voi quello di cui abbiamo bisogno. Ci state solo ritardando. E posso benissimo COSTRINGERVI a reagire, se voglio».
–Non esserne così certo. Abbiamo NOI il coltello dalla parte del manico ora– replicò lui faticosamente. –Senza la nostra collaborazione… volontaria o involontaria… il tuo piano non riuscirà e questa gente si salverà. Quanto sai di noi? Abbiamo TUTTI inserito un dispositivo d'emergenza. Potremmo anche SPEGNERCI volontariamente da soli per privarti dell'energia.
«Non lo fareste». La voce suonava più dubbiosa ed esitante di quanto volesse.
–No? Moriremmo comunque lasciandoci usare da te. E almeno in questo modo accadrebbe proteggendo qualcosa d'importante per entrambi. Le nostre vite per milioni di altre… uno scambio accettabile. Ma credo che tu non voglia lasciarci fare, giusto? Perché ti serviamo VIVI da consegnare ai tuoi capi, nel caso il progetto fallisse. Devi avere una vittoria o degli ostaggi, altrimenti sei FINITO. E se posso toglierti entrambe le cose nello stesso momento sacrificandomi ora… credo proprio che mi stia bene!
«E vuoi farmi CREDERE che ti starebbe bene anche sacrificare la tua donna?»
Lui sollevò nuovamente la testa.
La prima volta che l'aveva guardata negli occhi…
La prima volta che aveva visto quel sorriso incantevole…
La prima volta che aveva combattuto al suo fianco…
La prima volta che aveva avvertito il bisogno di proteggerla ad ogni costo…
La prima volta che l'aveva vista piangere impotente senza poterla consolare…
La prima volta che si era abbandonata tra le sue braccia…
La prima volta che aveva desiderato di poterla amare… PIÙ e MEGLIO di quanto non l'avesse amata finora…
–Non è la prima volta che glielo chiedo– rispose, guardandola fisso con voce decisa. –E se ora non glielo chiedessi… so che non mi perdonerebbe mai.
Un sorriso grato. Un cenno d'assenso.
Zebul, dal suo nascondiglio, fissò le immagini sul monitor mordendosi il labbro e ringhiando sommessamente. Avevano DAVVERO la possibilità di autoterminarsi? Non ne aveva mai sentito parlare dai rapporti. Stavano bluffando? Impossibile dirlo. Di certo erano capaci di TUTTO. E va bene. Tanto valeva giocarsi adesso l'ultima carta. Tanto, da morto non gli sarebbe servito a nulla tenerla di riserva.
Avevano chiuso gli occhi. Non tremavano. Sembravano preparati a qualsiasi cosa potesse accadere. D'accordo… prima che davvero potessero fare quel che dicevano…
Allungò la mano verso un pulsante. Quel pulsante.
«Qui parla il presidente. Preparatevi a lasciar uscire…»
Rimase con la mano e la frase a mezz'aria udendo lo schianto subito seguito dal suono dell'allarme e dagli spari e grida alla radio.
«Signore! Siamo sotto attacco! Non sono i ribelli… sembra più un'ondata di gente infuriata! Hanno spezzato il perimetro e si stanno riversando dentro! Dicono… che vogliono la libertà per i prigionieri!»