Marsiglia*
Poteva solo osservare quello che la stava davanti, poco lontano, inginocchiato.
E quello a sua volta la guardava, l'aria soddisfatta, tamburellava le dita sul ginocchio sollevato, mentre ogni tanto allungava il collo per sbirciare fuori ed accertarsi che lo strano via vai si fosse finalmente esaurito.
Respirava, ci riusciva, perchè l'energumeno che la teneva stretta, immobile, alle spalle, pareva sapere il fatto suo, che se solo avesse voluto, una banale rotazione della mano, le avrebbe rotto l'osso del collo e tutto sarebbe finito lì e chissà se André uscendo sarebbe persino riuscito a trovarla.
Però riusciva a respirare...
Pochi istanti, tutto scorse nella testa e nella pancia, voragini vuote di fronte alla visione d'un viaggio che pareva essere arrivato alla conclusione e che per assurdo si sarebbe concluso lì, in quella catapecchia polverosa e cadente, per mano di perfetti sconosciuti.
Si contrasse allora, istintivamente, per impedirsi di respirare, per non prendere a tossire, per chiudersi ancora di più, adattandosi alla stretta dell'altro, tentando di non opporsi per evitare che quello che le stava addosso non s'accorgesse che lei non era un uomo.
Chissà che gli sarebbe saltato in testa di fare...
Prese a pensare, ragionare, dedurre, abbinando le immagini che aveva scorto prima di finire dentro la casupola, dove lei avrebbe voluto nascordersi e dove, evidentemente, anche gli altri, quelli ch'erano già dentro ,avevano fatto.
Il comune scopo la indusse a considerare che al momento non avrebbe corso pericoli evidenti, se non che quelli si sarebbero accorti di chi era lei.
Respirò di nuovo, piano, deglutendo piano, muovendo le dita piano sull'elsa della spada.
L'impercettibile contrazione contrasse la mano dell'uomo che le tappava la bocca, la presa si chiuse ancora di più. Si sentì soffocare, presa dalla smania che quella posizione non sarebbe riuscita a mantenerla a lungo.
Ancora qualche istante, chiuse gli occhi, li riaprì scorrendo con la coda dell'occhio alle ombre che scivolavano lente, da fuori, riflesse sul pavimento lercio della casupola, per via dei lampioncini che illuminavano il bordo della piazzetta.
I due gruppetti avevano rallentato, incrociandosi, impercettibilmente soffermandosi l'uno sulla presenza dell'altro, forse annusandosi, da lontano, come bestie che devono stabilire la probabile invasione del proprio territorio oppure l'assenza di pericoli.
Ogni gruppetto proseguì verso la direzione iniziale, allontanandosi.
Gli occhi corsero agli occhi dello sconosciuto che s'era rialzato, le spalle appoggiate al muro e lo sguardo fuori ad osservare se la via fosse libera.
Era così.
Il punto stava adesso nel comprendere se quell'incontro, casualmente originato dal tentativo di tutti i presenti di scampare ad altri incontri – ciascuno doveva averne una ragione personale del tutto sconosciuta all'altro - non fosse da considerarsi addirittura peggiore della prima eventualità.
Il cuore pareva esplodere, il sangue ribollire.
Oscar aveva freddo, nonostante la rabbia.
A quel punto per lei il pericolo esterno era passato ma doveva capire se sarebbe uscita da lì e a quali condizioni.
S'impose di non reagire. L'aveva imparata quella lezione a suon di risse nelle bettole, occhi puntati addosso, quelli nocciola, quasi gialli di rabbia, di Alain, quando le aveva dichiarato senza mezzi termini che lei s'incazzava spesso e ad incazzarsi spesso poi si pagano le conseguenze. L'aveva capito adesso che non era più sola, anzi non lo era mai stata e chissà quello che doveva aver pensato e sofferto André quando lei, senza guardare in faccia a nessuno, si gettava a capofitto nell'adempimento esemplare e cieco del proprio dannatissimo dovere.
S'impose di non muovere un muscolo ed al contempo sentiva salire l'istinto di liberarsi, almeno una mano per...
Squadrò l'uomo ch'era rimasto accanto alla finestra, lo vide muoversi ed avanzare verso di lei, mettere mano all'elsa della spada, avvicinarsi al viso e squadrarla a sua volta, con aria di sufficienza, come se avere il controllo della situazione l'inducesse a godere della superiorità che esibiva tramite l'esecutore alle spalle, il quale a sua volta non emetteva un fiato, limitandosi anch'egli ad attendere.
Il sorrisetto beffardo s'ampliò al punto da suscitare irritazione fonda e lancinante, al punto che avrebbe faticato a tener a freno i muscoli, anche se tentar di ribellarsi non avrebbe sortito alcun effetto.
No, quello era uno smacco bello e buono.
Il pericolo era passato ma mantenerla lì, immobilizzata, sapeva tanto d'esibizione d'una sorta di potere che le faceva ribollire il sangue.
Il dubbio che quelli non avessero compreso. Come un tempo, quando lo dava per scontato che gli estranei c'impiegassero un pò a comprendere che lei non era...
Un cenno della testa…
Oscar sentì la stretta allentarsi, la bocca fu libera, giusto il tempo di prendere un respiro fondo e sgusciare di lato, chinandosi solo il guizzo di piantare una gomitata nello stomaco del tizio alle spalle che accusò il colpo contorcendosi e subito riavendosi per ricambiare l'affronto.
"Ismael!" – il nome rieccheggiò, il tono basso ma netto indusse l'energumeno a bloccarsi, quasi fosse stato tramutato in statua di sale.
Oscar si voltò squadrandolo a distanza, il viso impassibile, la testa rasata, la carnagione nera, gli occhi risaltavano nell'oscurità della casupola, il respiro intenso ricalcava la rabbia per il colpo ricevuto.
Anche lui l'osservò, sguardo immobile, come se ciò che aveva fatto non fosse stata una sua iniziativa e lui si fosse limitato ad eseguire ordini.
L'uomo più giovane, la pelle chiara, si mise in mezzo. Allargò le braccia segno che la questione doveva chiudersi lì.
Osservava Oscar e respirava, una mano all'elsa e l'altra stretta alle borse a tracolla.
L'espressione dell'uomo volse dal compiaciuto all'incuriosito mentre lei respirava, continuava a farlo, boccheggiando un poco, la stretta al petto, le forze che scemavano...
La mano all'elsa si mosse, quel tanto che bastò per rivelare l'intento.
Il gesto venne subito intuito e il giovane si decise finalmente a parlare.
"Monsieur, debbo chiedere perdono per l'irruenza del mio amico...ma era necessaria. Là fuori...c'era…" – il dito roteò in aria in segno di sufficienza e poi puntò all'esterno della casupola – "Un eccessivo andirivieni! Mi par di capire a questo punto che non abbiate molta simpatia per i soldati francesi!".
Il tono scivolò dal canzonatorio all'ironico.
La rabbia si sollevò montando sull'onda del rischio corso e di quello che non era ancora schivato.
Quelli parevano sapere il fatto proprio ed in pochi stanti avevano compreso quanto deleterio sarebbe stato incrociare i soldati là fuori.
Oscar sollevò lo sguardo fisso ad inquadrare il tizio che aveva di fronte.
Era un giovane di bell'aspetto, pelle chiara ma abbronzata, barba sapientemente lunga ma non incolta, lineamenti asciutti, un poco squadrati, netti ma raffinati.
Occhi scuri, incessantemente addosso a lei, quel sorriso beffardo stampato che proprio non voleva togliersi dalla faccia.
Vestito con abiti raffinati, non si notavano mostrine, ma l'aria era quella del genere di persona che sa affrontare il mare, per di più con un grado di comando sufficientemente elevato.
Dal tono imposto all'ordine, Oscar comprese che tra i due scorreva un legame sottile di devozione, non proprio servile ma di certo il giovane poteva stabilire cosa e quando il secondo dovesse fare o meno, una specie di tirapiedi ch'eseguiva semplicemente gli ordini senza fiatare o contestare nulla.
Nemmeno un fiato.
Impassibile, l'uomo di colore si rialzò e tornò a scrutare nel vuoto.
Oscar intuì che nessuno dei due pareva aver compreso che lei era una donna.
Nemmeno quello che l'aveva tenuta ferma.
L'avesse compreso, l'espressione non sarebbe stata così severa.
O forse l'aveva compreso ma la questione non gl'interessava, nè riteneva importante rivelarla al compare.
"E suppongo che voi non ne abbiate per i soldati inglesi?! O sbaglio?" – replicò lei tagliente tornando a fissare l'altro – "Monsieur!".
Dunque…
Quello aveva intuito che lei avrebbe fatto a meno d'incrociare soldati francesi, gliel'aveva sbattuto in faccia d'averlo capito.
Dunque…
Lei aveva fatto altrettanto, facendogli comprendere che non era da meno e che non c'era voluto poi molto per intuire che lo straniero era inglese, esattamente come gli uomini che s'era vista venire incontro, quelli dall'aria un poco schifata ed insofferente.
Poi per ricambiare la scortesia, s'era spinta a definirloe monsieur, non proprio la miglior maniera per uscire indenni dalla situazione.
Ma l'altro se l'era cercata e almeno togliersi la soddifazione di dimostrare un intuito non inferiore non gliel'avrebbe risparmiato.
Lo sguardo si puntò sull'altro, adesso che gli occhi s'erano adattati al buio e le fu possibile scorgere non solo i lineamenti ma l'impercettibile cedimento del sorrisetto, ch'essere appellato monsieur proprio non era il caso e a quello venne il dubbio che l'altra l'avesse intuito davvero che lui non era monsiuer e non amava affatto essere appellato tale.
Il giovane accennò un passo per avvicinarsi...
Lei indietreggiò, la mano all'elsa, la lama scorse fuori, solo un poco, l'altra teneva saldamente al riparo la bisaccia con i documenti.
"Monsieur..." – replicò piccato il giovane, l'espressione divertita e sicura di sé rapidamente degradata al dubbio d'esser stato scoperto, che a quel punto non era più l'unico a comprendere e gestire l'incontro, ma stava lì a chiedersi come avesse fatto, quello ch'era entrato velocemente dentro al rudere, in così poco tempo, ad intuire che quelli fuori erano soldati inglesi e che non era opportuno incrociarli per lui, che anche lui era inglese - "Non temete...non siamo ladri...non abbiamo intenzione di portavi via nulla...se volete un consiglio...sappiate che noi qui a Marsiglia saremmo considerati davvero troppo vecchi come ladri. Guardatevi dai mocciosi se proprio ci tenete ad uscire indenne da questa città. Quelli sono più veloci del vento e credetemi...v'accorgereste d'esser stati derubati che il giorno dopo!".
Il sorrisetto si ridipinse sul viso, nervosamente. Si mescolava l'intento di riprendere il controllo dello scontro, sbilanciato dalla curiosità che spingeva ad esporsi e a rassicurare il probabile avversario.
Alla cortesia d'aver esposto i veri pericoli della città che attraversavano, tanto per guadagnarsi la fiducia dell'altro, si abbinò un altro segno di buona educazione.
Un istante di smarrimento e quello si presentò.
"Bene!" – mellifluo – "Siete alquanto perspicace! Tanta arguzia merita la cortesia d'una presentazione. Il mio nome è Hornett…Sir Joseph Hornett!".
L'uomo scandì il nome, orgogliosamente, cedendo alla superbia d'affermare le proprie origini. La ragione era ovvia: dichiarare il proprio nome e la propria classe sociale imponeva all'avversario di fare altrettanto. Era una questione di educazione.
Lo voleva proprio sapere chi fosse quel bellimbusto biondo che li squadrava con quell'aria sprezzante ed un poco sofferente.
Irritante, concluse l'inglese, che così considerava tutti i francesi.
"Sir?" – replicò ironicamente lei, intuendo dal nervosismo dell'altro il leggero vantaggio guadagnato.
Un inglese nel porto di Marsiglia...
Un inglese che s'appella sir...
E che tenta di nascondersi da un gruppo d'inglesi!
Forse era quello che avrebbe dovuto dire che ci faceva in Francia.
Si schiarì la voce, quello, tentando di ricomporre un tono vagamente altisonante seppure aveva intuito che l'interlocutore che aveva di fronte non era uno sprovveduto, essendo stata colta al volo l'impercettibile esitazione nella voce.
C'era solo da chiedersi il motivo.
"Oui monsieur. Ebbene...sono inglese, come avrete certamente compreso. Attualmente i rapporti con la mia patria non sono dei...migliori. E voi, se m'è concesso saperlo, chi siete? E come avete fatto a capire che quelli erano inglesi? Siete entrato quando si sono affacciati gli altri, i francesi...".
Oscar distolse lo sguardo e guardò fuori verso l'ingresso dell'ufficio dove era entrato André. Non le pareva fosse uscito, tanto valeva restare ancora lì, dato che quelli non parevano rappresentare un pericolo. Si permise di fissare l'inglese e trafiggerlo quasi con lo sguardo.
"I militari inglesi...hanno modi ed atteggiamenti piuttosto scontati e riconoscibili. Non disdegnano di dimostrare, anche dallo sguardo, il loro profondo disprezzo per tutto ciò che non appartenga alla loro patria, alla loro cultura, che ritengono superiore...".
Esitò solo per scegliere parole che rendessero il concetto.
"Hanno un'aria terribilmente sofferente quando sono lontani dalla loro isola...una sofferenza malcelata, saccente, altezzosa...ed anche se tentano di parlare sottovoce non riescono a tacere a lungo delle loro origini. Allora quelli non potevano che essere soldati stranieri…inglesi per la precisione. Uno di essi poi aveva una mostrina che appartiene ai gradi della Marina Inglese. Io ero lì fuori da un pò e non vi ho notato, dovendo dedurre che voi eravate già qui dentro mentre loro si stavano avvicinado. Quindi dovevate essere qui presumo non certo per timore dei soldati francesi che sono giunti dopo. Vi nascondevate dai soldati inglesi...o sbaglio…sir?".
Spiegazione lucida, sobria ma esauriente.
L'altro rimase ammutolito.
"Quanto al mio nome..." – proseguì lei con sufficienza – "Ebbene diciamo che per compensare il trattamento irriguardoso che mi è stato dimostrato, preferirei essere altrettanto scortese con voi e tenere certe informazioni per me. Ora se volete scusarmi…".
Le parole si persero, giusto il tempo di constatare il moto di stupore che spense definitivamente il sorriso beffardo dalla faccia dell'altro.
Un inchino veloce, appena accennato e rapida come un gatto Oscar si diresse verso la porta che spalancò ancora furibonda per ciò ch'era accaduto, cercando di uscire in fretta da lì, prima che a quei due potessero venire altre idee strane o magari il malsano desiderio d'approfondire la conoscenza.
Che l'altro effettivamente rimase lì, ad osservare il tizio dai modi rudi ed altrettanto oscuri, che s'avviava verso il piazzale, il passo deciso, rigidamente chiuso nell'altrettanto altezzosa superbia.
Si ritrovò stupido a scuotere la testa e a chiedersi perchè mai l'incontro gli stesse restituendo sensazioni alquanto dirompenti, quasi un brivido gli corse addosso al pensiero dell'altro, personaggio oltremodo interessante, una sorta d'enigma che, come tutti gli enigmi, invitava ad essere sfidato e risolto.
Un'occhiata al compare e l'altro impassibile ricambiò senza fiatare.
Un guizzo ed il giovane inglese uscì fuori prendendo a rincorrere con lo sguardo lo sconosciuto interlocutore. Lo strascico della conversazione lasciava un sorprendente ed intenso desiderio di sfidarlo a scoprirsi, a...
Lo vide, in mezzo al piazzale...
E vide un altro uomo ch'era appena uscito da un edificio poco distante, la sede d'una compagnia mercantile, avvicinarsi al primo.
I dubbi si sollevarono...
Non essere riuscito ad inquadrare il proprio interlocutore lo lasciava alquanto sconcertato, quasi irritato. Quel tizio longilineo, lo s'intuiva nonostante il mantello calato addosso, capelli chiari che s'erano affacciati da sotto il cappuccio...
E la voce...
Dannazione...
Una voce così suadente, morbida ed al tempo stesso decisa, severa, che non ammette repliche.
Gli occhi, non li aveva scorti, era troppo buio là dentro.
Di nuovo interrogò il compare, quello ricambiò con una smorfia come a dire che il suo dovere l'aveva fatto, altro non gl'interessava.
Esser devoti sì ma curiosi...
Sir Joseph Hornett accennò a mandare Ismael a quel paese. Si trattenne solo perchè l'altro non l'avrebbe consentito.
Beffato, ecco come si sentiva Sir Joseph Hornett, beffato era accezione che correttamente inquadrava lo stato d'animo.
Oscar era immobile, in mezzo alla piazza.
Lo scontro non previsto, la stretta che quasi l'aveva soffocata, l'ammissione con sé stessa che tutto sarebbe potuto finire in un istante.
La guardia non andava abbassata...
Mai...
Mai, nemmeno il tempo di scambiare una rapida occhiata con André.
Chiuse gli occhi, dovette farlo, la testa aveva preso a girare ed il respiro a sollevarsi, istintivo, per colmare la rabbia, che paura no, non ne aveva avuta, ma solo rabbia e quella è quasi peggio della seconda, perchè annebbia i pensieri ed induce a compiere passi falsi ed anche ad abbassare la guardia...
Si sentì scivolare a terra, colpita, spinta, senza eccessiva forza, seppure quel tanto che bastò a farla barcollare.
Gli occhi cercarono. Scorsero un moccioso, anch'esso a terra, spuntato dal nulla, lo sguardo livido...
"Ti sei fatto male?" – chiese d'istinto.
L'altro non rispose, l'espressione contratta in una smorfia.
Dolore vero oppure sapiente recita...
Era impossibile stabilirlo.
Ad occhi chiusi, concentrata unicamente sul respiro, a tratti quasi assente…
Il respiro venne meno.
Una mano sulla propria che ritrasse spaventata, portandola all'impugnatura della spada...
"Ehi! Che hai? Oscar!".
André l'afferrò per le spalle. Corse allo sguardo.
Si sentì attraversato dalla netta sensazione di dover indietreggiare di scatto, per non rischiare di finire lungo la traiettoria della lama che ondeggiava silenziosa, seppur riposta nel fodero ma pronta per colpire chiunque si fosse avvicinato.
"Oscar…che è successo?".
I dubbi si sollevarono, che il giovane inglese era ancora là, a poca distanza, intento a decifrare i gesti, che le parole, quelle era troppo lontano per comprenderle.
André la guardò, solo il tempo di lanciare un'occhiata al marmocchio a terra, poco lontano.
Nulla, non era accaduto nulla, solo che tutt'e due erano stremati ed era difficile mantenere la guardia alta e non accorgersi degli occhi ch'erano scivolati su di loro, lì, in mezzo alla piazza, loro malgrado.
"Oscar?".
Si riebbe...
Il lampo d'ammettere che stava bene, che non era accaduto nulla...
"Hai trovato...l'imbarco..." – ebbe il tempo di domandare che tutto aveva preso a girare e le gambe a cedere, mentre si sentiva afferrata e trattenuta da lui e tutt'intorno voci insistenti e vortici di gesti e di corpi piccoli, sucidi, che s'affollavano intorno.
Tirò un respiro fondo, le parole dell'inglese riemersero all'istante, entrambi si ritrovarono accerchiati da un gruppetto di mocciosi, età indecifrabile, corporature esili ma agili.
In fondo nessuna città francese differiva poi così tanto dalla capitale. Forse l'unica divergenza stava nel saper riconoscere, sotto lo spesso strato di sporcizia, quale fosse il reale colore della pelle dei ragazzetti che s'aggiravano per le vie, in questo caso di un porto piuttosto che nei Giardini delle Tuileries.
Nuguli di mocciosi vorticavano nelle strade fingendo giochi immaginari, impegnati a circondare le vittime prescelte, per poi rovinar loro addosso ed alleggerirle dei preziosi o del denaro.
Erano del tutto simili, variavano, in quel caso, le età e appunto le origini che riportavano il delicato color ambra degli orientali o forse quello più intenso, mogano, degli originari dell'Africa.
A Parigi se ne vedevano pochi, era più verosimile scorgerne lì, tra i vicoli zozzi di Marsiglia, intrisi di puzza di pesce marcio, cordame roso dall'acqua salmastra, legna bruciata per scaldarsi agli angoli delle vie, dentro le baracche di stracci dove viveva la gente del mare e tutti quelli che vivevano sulla loro pelle.
"Andatevene!" – gridò André, tentando di scansare quelli che gli giravano intorno.
Erano bambini, dannazione, ma recitavano la propria parte alla perfezione, chi allungando una mano per chiedere, chi allungando l'altra per offrire un aiuto, suggerire un rimedio.
"Monsieur...state male?" – chiedevano quelli fingendosi disperati.
"Monsieur lasciate che vi aiutiamo...c'è un posto qui vicino...vi aiutiamo noi...".
"Monsieur il nostro amico s'è fatto male...sua madre lo sgriderà...è colpa vostra!".
L'aria pungeva di nebbia e la vista s'affievoliva rischiarata solo dai deboli lampioncini, uno sì ed uno no distrutti dalle sassaiole di quelli che amavano circondarsi dall'oscurità, complice perfetta delle indisturbate ruberie.
Un ginocchio a terra, Oscar si ritrovò giù, a terra, la mano all'elsa, assurdamente colpita dall'istinto che le imponeva di difendersi e dalla coscienza che mordeva...
Impossibile opporsi a colpi di spada contro mocciosi di strada.
"Via!" – un grido, alle spalle, uno sparo in aria.
Come uno stormo d'uccelli spaventato dal colpo di fucile, il nugulo prese a disperdersi, allentando la presa.
"Via!" – un altro grido...
Oscar tentò di rialzarsi, vide l'inglese che correva contro l'assembramento di ragazzini che scappavano in tutte le direzioni, impossibili da raggiungere, topi che s'infilavano nei pertugi, negli anfratti, nelle ferite delle mura dei magazzini.
Tre passi indietro e quello girò i tacchi assieme al compare per riprendere la via del molo.
Oscar seguì le due figure, fissa su di loro, la eco dello scontro nella testa...
"Tutto bene?" – la riprese André, la mano al volto, inducendola a guardarlo.
"Sì..." – sussurrò afferrando la mano e stringendola – "Pareva d'essere a Saint Antonie..."
Sorrise André: "Già...solo che noi non siamo più soldati...e quelli erano davvero piccoli, mai visti mocciosi così piccoli a tentare di rubarti la borsa!".
"Allora?".
Un respiro, Oscar si rialzò, André le cinse la vita, stringendola a sé, soddisfatto, lo sguardo un poco spaventato, ma ansioso di metterla al corrente.
"L'imbarco è per dopodomani...a mezzogiorno...i bauli sono quattro. Nanny non si smentisce mai!" – sorrise ironico – "Ho dato disposizioni di portarli a bordo...".
Gli occhi si staccarono dallo sguardo di lei e lei seguì la tacita indicazione.
Si voltò tornando alla sagoma della nave su cui s'era soffermata poco prima.
"Le Comte Vert..." – spiegò André – "Ci sono ancora poche cabine disponibili, non molto grandi...ne ho presa una a nome di Charles e Gilbert Montand. Non ti spiace vero?".
Lei non riuscì a cogliere il tono subdolamente ironico. No, non le sarebbe dispiaciuto...
"Potremo imbarcare anche i cavalli perchè è una nave piuttosto grande. Poi quando sbarcheremo dovremo trovare una carrozza ma direi che per allora...".
Le Comte Vert...
Li vide, Oscar, i due con cui s'era scontrata nella catapecchia, avviarsi proprio verso quella nave. L'inglese la scorse e la salutò alzando il braccio, il solito sorriso beffardo stampato in faccia.
Che razza di gente!
Per fortuna non ci sarebbero rimasti a lungo a Marsiglia. Il respiro cedette...
"Stai bene?".
"Sì…André…scusa…sto…sto bene…non preoccuparti…ma...quì...neanche fossimo a Parigi...ci sono parecchi soldati...ne ho visti poco fa...sono della marina...non vorrei...sarà bene trovare un posto…".
La strinse ancora di più a sé.
"Oscar François de Jarjayes..." – le sussurrò all'orecchio – "Stai migliorando...la trovo un'ottima ragione per restarcene rintanati in qualche locanda...".
La voce, il timbro sorprendentemente irriverente, quasi che André avesse dimenticato tutto, il viaggio, la fuga, i roghi, le rivolte...
Tutto.
Se non che lui scostò un poco i capelli dalla nuca e baciò piano l'orecchio, il brivido s'espanse, sorprendentemente irriverente che sì, anche lei, in quell'istante, parve dimenticare tutto, la taglia sulla testa, i cannoni puntati contro la fortezza, le dannate carte dei diritti...
"Che..." – il respiro rimase impigliato nella gola.
"Vieni...".
Mai visti mocciosi così insistenti!
Gli occhi stanchi, i gesti rallentati intenti a consumare la cena, si avvidero di due marmocchi che camminavano tra i tavoli, come fossero davvero avventori in cerca d'un posto per sedersi e sorseggiare un bicchiere di vino. Uno di quelli ebbe pure il coraggio d'allungare furtivo la mano ed afferrare al volo un bicchiere e trangugiare il liquido e contemporaneamente schivare l'urlo ed il manrovescio che gli s'abbatteva contro da parte del tizio che s'era visto soffiare quello che aveva già pagato e non consumato.
Nemmeno a Parigi si aveva l'ardire d'instradarli ai vizi in tal maniera.
In realtà c'era da comprendere se quella non fosse, per il vero, solo una banalissima provocazione, per sollevare qualche rimostranza, aizzare gli animi e magari scatenare una bella rissa.
Spesso accadeva per via delle sottane d'una qualche cameriera, stoffe ruvide maltrattate dalle mani altrettanto ruvide di qualche marinaio in cerca d'avventura, ma poteva anche accadere che il trambusto costituisse il degno diversivo per sviare l'attenzione dai clienti, ch'erano stati, in realtà, già adocchiati dai marmocchi che semplicemente dovevano stanarli dalla locanda, farli uscire allo scoperto, per poi derubarli.
Peccato per i mocciosi che conoscevano la tecnica.
Quelli non potevano sapere che anche le vittime designate, quella tecnica, la conoscevano altrettanto bene, dato che a Parigi il copione da recitare era il medesimo.
Al più le parti erano assegnate a marmocchi un poco più anziani.
No, quelli lì, a Marsiglia erano più piccoli, le guance paffute, rosee, sporche quel tanto che consentiva ai corpi di mimetizzarsi, come rane nel pantano, le dita agili, sottili, gli sguardi aguzzi, seppure, ad indagarli fino in fondo, spenti, perchè l'età non mentiva ed era difficile immaginarsi che quelli prendessero tutto come un gioco, come una recita, dove l'applauso consisteva in un tozzo di pane più o meno grande da ingoiare in solitudine, magari in un angolo freddo di qualche magazzino sperduto.
Evidentemente i due mocciosi dovevano aver seguito le vittime.
Dal porto, fin lì, fino alla locanda dove s'erano fermati per mangiare, perchè davvero le forze erano allo stremo. Tutto stava nel comprendere se davvero i mocciosi li avessero adocchiati come possibili vittime d'un qualsiasi furto oppure...
"Devi andare da Bullfrog!".
Il mocciosetto sdentato sorrise, poi, all'udire l'ordine immediatamente le labbra si chiusero contraendosi. Non era facile immaginarsi d'uscire fuori, da solo, e riprendere la via della palude per andare ad avvertire il capo.
"Mi hai capito?" – l'altro ragazzino, poco più grande, capelli scuri, folti e lisci, che cadevano sulle spalle, s'era piantato davanti al primo.
"Perchè?" – aveva chiesto il più piccolo tentando d'opporsi. Aveva paura, non ci voleva tornare alla palude da solo.
"Perchè sì! Quello..." – il ragazzino indicò in direzione dei due viandanti che sedevano al tavolo – "Quello...capisci che sembra proprio lui!?".
Non s'esprimevano alla perfezione i due mocciosi ma si comprendevano.
"Devi dire a Bullfrog che forse l'abbiamo trovato...".
"Perchè non gli portiamo via la borsa? – obiettò nuovamente il più piccolo, alle prime armi. Non voleva stare da solo – "Magari dentro ci sono i soldi...torniamo assieme...".
"Sei uno stupido. A Monsieur Grenouille non interessano i soldi...non lo hai sentito quando ci ha mandato qui?! Vuole sapere se quella persona è a Marsiglia...".
"Non torno da solo. Aspettiamo Labib e Bastien...".
Il piccolo Didier era davvero troppo piccolo.
I bambini sono pur sempre bambini e il buio è pur sempre buio, non c'è molto da fare.
Anzi, quando si è piccoli, il buio è ancora più buio.
La tensione prese a salire. L'altro, tale Jeupeu, non voleva mollare le prede e Didier era troppo piccolo ed inesperto per star loro dietro se si fossero allontanate. Labib e Bastien erano stati sguinzagliati dall'altro capo della città, perchè tutti insieme avrebbero finito per dare nell'occhio.
Quel tizio, quello biondo, l'avevano già visto nella piazza, quando l'avevano accerchiato.
Il dubbio che davvero uno dei due fosse quello che Monsieur Grenouille aveva chiesto di cercare e scovare l'avevano avuto.
La corporatura esile...
Didier allora s'era mosso per primo, era il più piccolo, quello che sapeva recitare alla perfezione la parte del marmocchio sperduto, ferito, solo.
Avrebbe intenerito anche il più balordo dei marinai.
E se il malcapitato fosse stato una donna...
Sarebbe stato ancora più semplice comprenderlo dalla reazione.
Il tizio non aveva reagito infatti. S'era portato la mano all'elsa ma non aveva gridato, imprecato, non s'era avventato contro Didier come avrebbe fatto un qualunque altro viandante colpito nell'orgoglio e buttato a terra da un mezzo soldo di cacio.
Ci voleva poco a comprendere che quello o era uno schizzinoso damerino incapace d'allungare un ceffone ad un marmocchio sporco come lo sterco di cavallo oppure era davvero…
Una donna!
Dunque...
"Vai ti dico! Senza storie!" – Jeupeu alzò il braccio per rifilare un manrovescio al più piccolo e convincerlo.
Il più piccolo, Didier, si mosse d'istinto, incapace di distinguere la mano alzata del compare da quella d'un qualsiasi nobiluomo derubato che se ne fosse accorto e avesse tentato di prenderlo a calci.
Era piccolo Didier e veloce e schizzò via, rientrando in sala, piombando addosso ad una cameriera intenta a servire i tavoli.
Il diversivo poteva funzionare anche in quel caso, dato che l'altra cacciò un urlo ed il vassoio volò in aria mentre i commensali prendevano a gridare a loro volta, furibondi dei vestiti lerci e delle zuppe bollenti rovesciate addosso.
Oscar s'irrigidì, l'ennesima rissa, no, non ce l'avrebbe fatta a sopportarla...
Era così stanca...
André si alzò per tentare di pararsi davanti al groviglio di mani e braccia che avevano preso a sfidarsi, i pugni alzati, le espressioni brille, poco importava se nessuno dei presenti aveva dato origine all'alterco. L'importante era menar le mani.
Dio, era tutto così dannatamente prevedibile ed insensato...
"Usciamo...".
"André..." – non fece in tempo a chiamarlo che una sedia era volata alta, piombando nell'angolo e lui la scansava per un soffio tentando d'evitare d'essere colpito e soprattutto di perdere la preziosa lente che passò di mano in un soffio.
Si stupì Oscar...
Per un istante le parve davvero che André ci si volesse ficcar dentro a quella rissa, come ai vecchi tempi, come fossero davvero tornati a Parigi, a Sain Antoine, quando erano loro ad finire nelle risse per dividere gli ubriachi dai papponi e le ruffiane da quelli che le donne se le volevano portare via.
Il trambusto prese ad aumentare, Oscar si ritrasse un poco per non essere colpita, s'accorse d'avere delle mani addosso, piccole, veloci, infingarde...
Riuscì ad afferrarne una, il tempo di stringere il polso piccolo, talmente piccolo che s'impose di fermarsi per non rischiare di spezzarlo.
Si tradì Oscar, che il moccioso cacciò un urlo sgusciando fuori da sotto il tavolo, libero, fissandola per un istante, una specie di demonio dai capelli arruffati, grigi, che soffiava come un gatto infuriato.
Dio, si tradì, perchè non potè non pensare a lei, alla piccola che aveva conosciuto tanto tempo prima e che forse s'era trovata a vivere degli stessi espedienti.
Si tradì imponendosi di non avventarsi contro il moccioso che rimaneva lì, davanti a lei, fermo, in mezzo al marasma a sfidarla. Un uomo non ci avrebbe pensato che pochi istanti a reclamare vendetta all'affronto subito.
Una donna...
Forse una donna no.
L'ennesima sfida, il moccioso prese coraggio e si avventò su di lei, soffiando e digrignando i denti e lei arretrò di più perchè se avesse reagito in un colpo l'avrebbe spazzato via, spingendolo a terra.
"Fermati!" – gli gridò tentando d'afferrarlo per bloccarlo.
Non fece a tempo. Un altro ragazzino, poco più grande, si piantò davanti allo sguardo.
Oscar li riconobbe. Erano i due che giravano per i tavoli e il primo...
Sì, dannazione, il primo era quello che le era caduto addosso nella piazza. Si divincolava quello, la stoffa sudicia della camicia ruvida stretta saldamente tra le mani.
"Che volevate fare?" – domanda retorica.
"Oscar...".
Il trambusto aumentava.
Le risse non giovavano a nessuno, perchè nelle risse prima o poi compaiono soldati e gendarmi pronti a farsi in quattro per rimettere le cose a posto, magari dopo aver menato le mani anche loro, oppure più semplicemente aver adocchiato qualche disgraziato a cui estorcere qualche soldo con la scusa d'evitargli d'essere arrestato e ficcato in galera.
Non era il caso di stare lì ad aspettare che arrivassero...
L'afferrò, il moccioso, decisa, tirandolo su per il collo della camicia.
Era leggero, Dio, come una piuma, anche se si divincolava come una serpe. Se lo staccò di dosso cacciandolo indietro, lanciando un'occhiataccia all'altro ragazzino.
S'era scoperta, s'era tradita...
Nessun colpo, nessuna sberla...
Quelli l'avrebbero capito in un istante...
"Vieni!" – André la prese per mano trascinadosela dietro, le spade al fianco, due energumeni che si paravano davanti impedendo loro di uscire, le sedie sfasciate contro il muro, grida, bottiglie a terra.
Uno dei due ne aveva in mano una spezzata, gliela puntava contro...
Inevitabile chiamarsi...
"Oscar…".
Inevitabile tradirsi…
Charles e Gilbert Montand ormai non c'erano più.
Parole fatidiche annunciarono l'arrivo dei gendarmi.
"Via!" – indietreggiò André per trovare un'altra uscita.
Oscar si voltò anche lei, ormai anche i mocciosi l'avevano compreso ch'era bene sparire e di loro non c'era più traccia. Per loro era più semplice infilarsi nei pertugi, la città la conoscevano come le loro tasche bucate...
L'aria li colpì in viso, fredda, nebbiosa, aspra, salmastra.
Non c'erano lumi, solo gli aloni di qualche finestra affacciata al vicolo.
I passi veloci...
Gli spari, alle spalle...
Dio, di nuovo tutto sarebbe finito in un istante...
Il muro davanti a sé, in fondo al vicolo imboccato alla cieca...
"Dannazione...torniamo indietro!".
Tutto pareva ridiscendere nell'Inferno di Parigi. Solo che Marsiglia era anche peggio di Parigi perchè almeno la loro città la conoscevano e sapevano che dietro un voltone potevano trovarci, spuntata dal nulla dalla notte al giorno, la porta d'una catapecchia, legno ammuffito o mattoni sbrecciati.
Ma la strada dietro la porta c'era ancora ed era possibile imboccarla.
Lì no, di strade non ce n'erano...
Era buio, tutto buio. Di certo c'erano solo loro e le grida che s'ampliavano dietro di loro. Gli avventori della locanda tentavano di scappare, come loro, e presto tutti i vicoli sarebbero stati invasi...
"Senor...".
La voce tentò di superare i respiri affannati.
L'ombra si mosse piano, che nel buio i due viandanti ben avrebbero potuto scambiarla per quella dell'ennesimo tagliagole.
Altre grida presero ad avvicinarsi.
Tornarono indietro, un altro vicolo...
Chiuso...
Il respiro si perse.
Oscar dovette appoggiarsi al muro. André si fece contro di lei...
"Stai bene...".
Annuì, senza fiato.
"Vado a vedere se c'è un'altra strada...".
No...
Non fece in tempo a gridarglielo. No...
André corse via e lei lì, il respiro ad annebbiare la vista...
Assurdo che avesse davvero paura di restare sola.
No, non era quello. Aveva paura di non vederlo tornare.
Si sentì scivolare giù.
I sensi all'erta le riportarno che qualcuno si stava avvicinando...
Dio, no...
André...
"Una mujer que no deja de estar en problemas!".
"Cosa...".
"Comandante...".
Gli occhi si spalancarono per comprendere, scorgere, richiamare la voce alla fisionomia.
"Chi...".
L'altro s'avvicinò, cautamente, anche lui lì a domandarsi se quella fosse davvero...
"Comandante...Jarjayes? Es usted?".
"Sei...".
La mente anticipò la certezza, prima dei sensi che persero aderenza alla realtà. Si ritrovò a terra...
"Joaquin Desillian...comandante...ma è possibile che state sempre in mezzo ai guai?!".
"Sei...tu...".
"Che ci fate a Marsiglia?" – chiese quello chinandosi – "Credevo...".
L'altra prese a tossire. Si piegò giù, il corpo spezzato.
"Vi aiuto ad alzarvi...dobbiamo andarcene...".
"No...aspetta...non posso...André è qui...è...".
"André...su hombre! Sì...l'ho visto! Eravate nella locanda...non ho fatto in tempo a raggiungervi...non possiamo restare...i gendarmi...".
Tentò di tirarla in piedi e di trascinarla via.
"No...non me ne vado senza di lui!" – gridò, severa, netta, che quell'altro per poco non venne trafitto.
"Oh...testarudo come siempre!".
"Ti prego...aspetta...".
Il buio s'impose, tutto scomparve, i rumori secchi della rissa, le grida le imprecazioni, i rantolii di quelli atterrati, le faccette dei mocciosi, l'odore del vino mescolato a quello putrido dell'acqua stagnante...
Tutto implose risucchiato dalla voragine che s'aprì sotto i piedi.
Alain si è salvato...
Alain...
Il nome risalì dall'ombra. Il nome inciso nella mente, assieme a quello dei compagni...
La voce di André, la riconosceva. E anche l'altra...
Silenzio...
Provò a muoversi, le braccia e le gambe come fossero spezzate.
"Romanov, Voltaire e Lasalle sono morti, il tredici luglio. I miei compagni sono morti per difendere la gente che voleva riprendersi la città, contro i soldati, contro l'idea che tutto potesse essere tenuto in ordine con le baionette...".
Ascoltava la voce di André...
Basta André, ti prego... – avrebbe voluto parlare ma la gola bruciava, il ricordo altrettanto, fino a che la voce riemerse in un grido di pianto e di disperazione.
"Sono qui!" – André le strinse la testa tra le mani, la fronte sulla fronte, la bocca dischiusa per parlarle piano e convincerla che non si era più a Parigi e che le chiedeva perdono per aver rammentato quei giorni ma l'amico ritrovato aveva chiesto dei compagni di viaggio a Saint Petersburg e lui non se l'era sentita di mentire o tacere la verità.
Quella verità che avrebbe fatto male sempre e per sempre e per mille anni ancora, perchè le pallottole spezzano le vite e le scelte si pagano e poi non si può più tornare indietro.
Si ritrovò la faccia bagnata e le mani di André sulle guance, mentre il calore dei palmi condensava l'umido delle lacrime. Era la prima volta che si ritrovava a piangere, da allora. Era accaduto ancora, ma non così, non come una stupida, insensatamente, che erano passati mesi e allora forse era proprio questo ad averla colpita. Erano passati mesi e i suoi soldati non erano tornati più e non sarebbero mai più tornati.
La morte, da vicino, sconvolge ed annienta. Si tenta solo di vivere e di respirare e di contare le ore che scorrono. Esse scorrono alla fine e trasportano lontano consentendo di voltarsi indietro e di vedere tutto. Tutto con la nitidezza dei colori sgargianti della follia, del sangue, della distruzione, della realtà che diviene immutabile. Essa muta, ogni istante, ma poi, in un istante, la si scopre immutabile.
L'abbracciò André, mentre lo spagnolo si allontanò un poco, appoggiando la fronte alla parete e tirando un pugno, piano però che il dolore non poteva esser esibito con troppa foga. Si doveva fare piano, anche se si era in fondo al cuore di Marsiglia, nell'infernale girone delle case dei pescatori, poco distanti dal molo, un groviglio ammassato di catapecchie, comunicanti tra loro attraverso vie sotterranee, cunicoli, voltoni, passages...
Ma si doveva far piano.
Il mormorio della preghiera dello spagnolo si levò allora, intinto nelle lacrime che André tentò di cullare, mentre l'abbracciava, e lei sentiva il respiro spezzarsi ad ogni sussulto, mentre il cuore pareva schiacciato da un macigno.
Il mondo è crudele...
Il pianto si fece sommesso.
Un leggero tocco alla porta e gli sguardi di André e dello spagnolo si sollevarono.
La porta si aprì e una donna si fece avanti.
Il mondo è crudele...
"Allora?" – chiese Desillian all'altra che in silenzio attendeva di parlare, i capelli scuri raccolti in una lunga treccia, le spalle avvolte in uno scialle di lana variopinto, la pelle ambrata, gli occhi come carboni ardenti.
"Tre! Ne abbiamo trovati tre...".
"Dios..." – annuì Desillian – "E' meglio di niente!".
André interrogò lo spagnolo con lo sguardo.
La donna veniva ad avvertirlo che erano stati trovati tre bambini, erano stati presi...
Il mondo è crudele ma anche incredibilmente bello.
"Sono i bambini di Monsieur Grenouille...Bullfrog!" – proseguì piano Joaquin Desillian – "Quello li fa crescere ad un suo tirapiedi di nome Tulip. A suon di cinghiate gl'insegna a diventare borseggiatori...li manda in cerca di clienti...più sono piccoli e più li getta nelle braccia dei più rozzi predatori d'anime...".
Lo sguardo si sgranò.
Oscar sollevò gli occhi, osservava Joaquin Desillian appoggiata alla spalla di André, chiusa nel suo abbraccio. Non aveva più freddo.
"Dopo aver lasciato da Saint Petersburg ho tentato di tornare in Spagna ma sono dovuto fuggire di nuovo...non sono ben accetto in quel paese. Sono ebreo...".
Un respiro fondo, quello non si era capito e lo spagnolo era riuscito a tenerselo per sé durante l'altro viaggio.
"L'intesa tra il nostro popolo ed i sovrani cattolici non è sempre felice, soprattutto se i sovrani devono restituire il denaro che è stato loro prestato per far guerra agl'infedeli. Così, quando si trovano ai ferri corti e senza soldi, re e principi preferiscono perseguitare quelli come me, con la scusa che siamo maledetti e che la nostra stirpe deve essere estirpata! Tanto per trovare un motivo valido per non restituire quello che gli spagnoli ci devono! E sia! Me ne sono tornato in Francia...e...".
L'osservò Oscar, Joaquin Desillian, e le dita si contrassero aggrappandosi al braccio di André.
"Il ricordo di quella bambina mi perseguita...il suo corpo appeso a quell'albero...qui a Marsiglia cerchiamo di portar via i bambini a Bullfrog per aiutarli ad avere una vita migliore...lo faccio per quella mocciosa...quella ch'è rimasta a Saint Petersburg. Oggi ne abbiamo presi tre...".
Il mondo è crudele ma dove meno te l'aspetti prima o poi c'è sempre un piccolo fiore che riesce a far breccia nel terreno più duro. Magari giallo come una mimosa.
"Presi?" – chiese André dubbioso.
"Dobbiamo tenerli nascosti e dobbiamo convincerli che nessuno farà più loro del male e che non devono tornare nella palude. Sono terrorizzati! Gli fanno credere che se non riusciranno a scappare e a tornare dal loro padrone quello prima o poi li trovarà e li ammazzarà oppure li venderà agli equipaggi delle navi!".
Il suono della voce di perse nel silenzio. Da fuori s'udivano urla sbiascicate d'ubriachi che vagavano in cerca d'un posto dove crollare e dormire fino a smaltire la sbronza. Risate...
Carrozze che passavano, da più lontano però, che quello era un luogo nascosto, inghiottito nel ventre della città.
"Il ricordo di quella bambina mi ha spinto a fare così...".
La memoria della piccola Mimose non s'era perduta per sempre...
Lo spagnolo di alzò: "Lei è Erin".
La giovane fece un inchino.
"Portami da loro..." - fece per uscire Desillian.
"Aspetta...vorrei vederli..." – chiese Oscar staccandosi e tentando di alzarsi.
Desillian rimase interdetto.
André annuì: "Lasciaci venire…".
L'altro non comprendeva.
Nella fretta s'era dimenticato...
"Perchè siete a Marsiglia?" – chiese di nuovo, nel dubbio che le questioni fossero per qualche assurda e recondita ragione, collegate.
Gli altri compagni del viaggio, quelli che non c'erano più...
"I nostri compagni sono morti il tredici, a Parigi..." – riprese André piano.
Desillian cominciò a comprendere.
Romanov, Voltaire e Lasalle sono morti per difendere la gente che voleva riprendersi la città, contro i soldati, contro l'idea che tutto potesse essere tenuto in ordine solo con le baionette e la forza.
"Abbiamo scelto di stare dalla parte del popolo...".
Un altro respiro. Lo spagnolo comprese...
"Abbiamo scelto di ribellarci all'ordine di soffocare le rivolte dei parigini…" – spiegò piano André – "Abbiamo scelto di non puntare loro addosso i fucili così come c'era stato imposto..".
"Allora siete..." – lo sguardo non tanto sorpreso consentì di procedere spediti, liberamente, senza giraci tanto attorno. S'erano conosciuti mesi prima, per una ragione ben precisa. Nel tempo i caratteri non s'erano smentiti, solo, s'erano liberati del peso del ruolo e del senso dell'onore da perseguire sino alla morte e...
"Siamo disertori...Monsieur Desillian..." – concluse André – "Stiamo lasciando la Francia...".
"Capisco...".
"Ci sono altre ragioni..." – precisò André.
Oscar gli strinse la mano: "Ormai non hanno importanza...".
"Temete che vi stiano cercando?" – chiese l'altro.
"Quei bambini...due li abbiamo incontrati vicino all'ufficio della compagnia d'imbarco..." – spiegò Andrè.
"Uno mi è venuto addosso..." – disse Oscar.
"E' tipico..." – convenne Desillian – "Così gl'insegnano ad avvicinare quelli che intendono derubare...".
Alzò le spalle con un mezzo sorriso, lo spagnolo: "Lo facciamo anche noi!".
"Cosa? Ma...".
Tutt'e due fissarono l'altro.
"Si deve pur campare in qualche maniera! E' un peccato che il talento di certi mocciosi vada sprecato. Noi gl'insegnamo solo ad essere più scaltri...il gioco dei fogli...lo conoscete?".
Pareva divertito Joaquin Desillian. Gli altri due un pò meno.
"Noi non li affamiamo quei mocciosi! E nemmeno li frustiamo!" – precisò lo spagnolo – "Gl'insegnamo un mestiere. Li laviamo, li rivestiamo...gl'insegnamo a rubare a quelli che di denaro ne hanno anche troppo! Rubiamo...ma un pò meno degli altri!".
L'espressione era entusiasta.
André la colse: "E immagino che non gli consentirete...di...insomma...".
"Esatto! Noi non accettiamo che i ragazzini finiscano nelle grinfie di qualche sfruttatore. Il denaro che rubano ci basta e avanza...".
La spiegazione era abbastanza convincente.
"Quel bambino…" – proseguì Oscar – "L'ho rivisto nella locanda. Ha cercato di portarmi via la bisaccia...ma...avrebbe potuto aspettare che fossimo fuori...non ha molto senso che abbia provocato tutto quel trambusto solo per rubare...".
Desillian annuì: "E' vero...c'è qualcosa che non torna. Forse l'ha fatto perchè aveva paura e voleva attirare l'attenzione...oppure...".
Un respiro fondo. Che ci poteva mai essere di così tanto complicato nella testa d'un bambino di cinque anni?
"Venite...con me...".
"Tulip!".
Era incredibile...
Ogni nomignolo ricalcava a rovescio la stazza e l'anima di chi lo possedeva.
Bullofrog – Monsieur Grenouille - chiamò il compare, l'omone che gli stava sempre alle calcagna, il tirapiedi ch'eseguiva gli ordini, senza fiatare. Come poi, Monsieur Grenouille avesse la capacità di tenergli testa, lui molto più piccolo e rinsecchito, l'altro un energumeno ben piantato, non era dato saperlo.
Si sapeva solo che Tulip era stato accolto nella banda della rana, tanti anni prima, ripescato dal molo vecchio, quello dove le navi più scalcinate venivano lasciate affondare, marcite e divorate dalle alghe. Qualcuno, dopo una lite ce l'aveva tentato d'affogare dentro e quello, camicia giallastra intinta di sangue, era risalito e s'era messo a galleggiare a faccia sotto fino a quando i compari di Bullfrog non l'avevano arpionato e tirato a riva. Il sangue aveva screziato i vestiti, che il poveraccio pareva un tulipano, giallo e rosso, solo un poco appassito.
Nella palude c'era posto per tutti e Tulip era rimasto lì e aveva imparato ben presto a girovagare per i canneti, a preparare agguati, a crescere i marmocchi figli di nessuno abbandonati nella speranza che l'acqua salisse e si portasse via i fagotti cencosi. Ne aveva tirati su diversi Tulip di mocciosi. A suon di sberle e cinghiate. Erano suoi, a disposizione della volontà di Monsieur Grenouille.
C'era posto per tutti all'Ètang de Berre...
Per tutti, ma non per i codardi.
Labib, Jeupeu, Bastien, Loïc, Manu, Nury, Antoine...
Erano rientrati solo in sette dei dieci ch'erano usciti.
La questione era grave.
Tulip osservava i mocciosi, lo sguardo sgranato, gli occhi furenti e lividi, la fronte leggermente imperlata. Antoine e Nury erano i più piccoli. Degli altri tre mocciosetti non c'era più traccia.
"Dannazione!" – imprecò dandosi dell'idiota. Il parapiglia alla locanda gli aveva fatto perdere di vista tre ragazzini, a quel punto, arrestati dai gendarmi, scappati chissà dove, oppure trascinati via da qualche marinaio.
Oppure...
"Porca..." – Tulip tirò un calcio al barile lì accanto che rotolò via. Il tonfo scosse i ragazzini, all'unisono, che s'avvicinarono uno all'altro, come passeri sbattuti dalla tempesta, che da un istante all'altro li avrebbe trascinati via.
Per star dietro ad uno ne aveva persi tre!
"Porc...".
"Finiscila!" – lo rimproverò Monsieur Grenouille – "Ti metterai a cercare i mocciosi non appena ci saremo fatti dire che diavolo è accaduto!".
Gli occhiacci a palla di Bullfrog si piantarono sui mocciosi. Erano gialli, grandi, sporgenti. Forse il nomignolo con cui era appellato era per via degli occhi, non dalla statura.
"Parlate!".
Non c'era complicità. Non poteva essercene nell'animo di chi può solo sopravvivere.
"E' colpa di Didier!" – saltò su Jeupeu – "Quello è una mezza femminuccia. S'è spaventato e ha trovato il modo di scappare!".
Tulip afferrò il ragazzino per il collo della camicia: "E tu dov'eri mentre quello riusciva a svignarsela?".
Didier – senza cognome – solo Didier...
Nessuno aveva cognomi all'Ètang de Berre...
Solo Monsieur Grenouille ce l'aveva.
Didier – senza cognome – solo Didier…
Stava ritto in piedi, i compagni di sventura dietro di lui, sempre in piedi.
In tre non arrivavano a pesare che come uno solo.
"Allora? Siete quelli di Bullfrog vero?" – chiese Desillian inginocchiandosi per osservare i mocciosi direttamente in faccia.
Oscar riconobbe il bambino. Quindi erano stati seguiti. Ne aveva certezza.
Si trattava di comprendere perchè.
Desillian allungò un tozzo di pane a ciascuno e un sorso d'acqua che i tre trangugiarono passandosi una scodella sbrecciata. Masticavano piano, senza fretta, forse perchè a mandar giù tutto di corsa si sarebbero strozzati e poi anche quello era un buon sistema per prendere tempo, per comprendere se ci si poteva fidare o no.
Gli occhi parevano osservare le striature biancastre del pane, ma no, un'occhiata a quella persona che se ne stava nell'angolo a ridosso della porta, gliel'avevano data. Non aveva più il mantello a coprirle il viso. I capelli erano chiari. Forse ci avevano visto giusto.
Forse...
"Allora?" – chiese Joaquin quando quelli ebbero finito – "Ne volete ancora?".
Il sistema pareva funzionare. Avevano fame quelli e il sapore del pane aveva allentato la tensione e ammorbidito la stretta allo stomaco. Il più sfacciato annuì con la testa.
Arrivò altro pane. Desillian allungò i bocconi e poi si sedette a terra, incrociando le gambe, per farsi guardar meglio dai tre.
La donna più giovane, quella con lo scialle colorato, passò una mano tra i capelli di uno dei mocciosi, quello si ritrasse incapace di riconoscere una carezza, che forse non ne aveva mai conosciuta una in vita sua, forse temendo che la mano si sarebbe abbattuta, all'improvviso, dopo che i tre avevano abbassato la guardia.
"Non dovete avere paura. Qui nessuno vi torcerà un capello!" – riprese Desillian, ordinando alla donna di alimentare meglio il fuoco che ardeva lì accanto.
La luce ravvivò le immagini, gli sguardi s'abbassarono colpiti dal riverbero e soprattutto dall'incertezza se cedere o meno.
Oscar fece un passo, un altro, poi s'inginocchiò anche lei davanti a quelli.
Sapeva farlo adesso. Adesso che le ferite erano ancora aperte ma da quelle ferite ci si poteva cavare qualcosa di buono.
L'intento era duplice: aiutare Desillian a convincere i bambini che di lui ci si poteva fidare...
E comprendere chissà che si erano immaginati e a quel punto distrarli...
Conosceva quel genere di bambini, ci aveva avuto ancora a che fare.
Le pareva davvero che tutto fosse stato riportato indietro nel tempo. Quando aveva scoperto la piccola Mimose – Mòse – addormentata, fuori dalla camera dell'Entrague.
Non l'aveva compreso subito che quella era una bambina e la piccola non aveva compreso che lei fosse una donna.
Gliel'aveva raccontato André, mesi dopo, ch'era stato lui a rivelare a Mòse che Oscar era una donna.
Forse allora con quei tre mocciosi era accaduto lo stesso. Ci sperava Oscar…
Era difficile.
Il moccioso la fissava, sguardo scuro, quasi torvo, mentre masticava l'ultimo boccone di pane.
Si fermò ed alzò la mano, leggera. Era piccola. L'indice puntò verso di lei lei tentò di mescolare le carte.
"Volevate rubarmi la borsa?".
La domanda diretta non sortì effetto. L'altro non parlò, muto...
La mano continuò ad avvicinarsi.
Era difficile essere una donna. Ancora di più fingere di non esserlo...
Anche lei sollevò la mano, di scatto, quasi in segno difensivo, afferrando quella del bambino, prima ch'essa s'appoggiasse al viso. Il contatto non avrebbe lasciato dubbi. Era probabile che quei mocciosi la conoscessero bene la differenza tra la pelle d'un uomo e quella di una donna e se il bambino voleva toccarla in faccia era segno che al tatto l'avrebbe capito.
Afferrò il polso, piccolo, fragile, senza stringere troppo, implorando che l'altro si fermasse.
Non voleva che soffrisse ma doveva sapere...
"Tu sei Oscar François?" – chiese il piccolo, mormorando, gli occhi sgranati addosso a lei, la mano imprigionata, che però non sentiva male ma solo il calore tiepido della stretta.
Oscar chiuse gli occhi, solo un istante. André fece un passo indietro, Desillian si passò una mano tra i capelli sconcertato.
"Dios..." – piano, sibilato.
"Sì..." – rispose lei severa, eppure dolce. Lo sguardo si posò di nuovo sull'altro.
André sgranò lo sguardo: "Perchè?" – se lo domandò, non comprendendo immediatamente – "Perchè lo stai ammettendo?".
"Un mio amico si chiamava come te..." – proseguì il bambino – "François…".
"Oh...allora ho lo stesso nome del tuo amico...".
Didier annuì. La conversazione s'addolciva. La mano stretta stava lì, chiusa, nella mano di lei.
Era difficile essere una donna. Ma ancora di più far finta di non esserlo.
Lei era una donna...
"Stavamo assieme...alla palude..." - spiegò il bambino – "Ma poi...non l'ho più visto...".
Iniziava a fidarsi oppure…
Oscar guardò Desillian. Sono un'occhiata fugace, l'altro scosse la testa. Loro non ne sapevano niente, quindi era probabile che il bambino di cui parlava Didier si fosse perduto. Chissà dove.
Forse venduto...
Forse...
"Era un tuo amico? Un bambino come te?" – chiese ancora lei.
Didier fece una smorfia di sufficienza, come a dire certo che quell'altro era un bambino, un maschio, lui giocava solo con i maschi, con le femmine, no, quelle...
"Certo ch'era mio amico! Io sono un maschio e anche lui!".
"François...certo...è un nome da bambino..." – suggerì lei che appoggiò anche l'altro ginocchio a terra e si ritrovò seduta.
Il passo adesso diveniva infinitamente piccolo.
"François è un nome da maschio giusto?" – chiese lei di nuovo fissando il bambino.
Annuì Didier.
Il tempo d'un respiro...
"Anche Oscar è un nome da maschio…" - obiettò il mocciosetto deciso – "Ma tu non sei un maschio!".
Fu allora che Oscar sentì il sangue gelarsi nelle vene, un fremito oscuro ribellarsi nelle viscere.
Si ritrovò ad immaginarsi che, per assurdo che fosse, il suo nemico non era altri che un moccioso, incontrato nel porto di Marsiglia, forse non per caso a quel punto, perchè il proprio nome ed il fatto che lei fosse una donna era informazione ch'era giunta fin lì, portata da chissà quali voci.
Era stato detto a quei bambini di cercare una come lei...
Tutto li stava inseguendo allora, sin da Parigi.
Un ultimo appiglio.
Annuì Oscar invece di negare.
"Dannazione!" – imprecò André voltandosi e picchiando il pugno sul tavolo.
"Aspetta..." – gli sussurrò lei – "Aspetta...".
Lo sguardo si posò sul bambino, la stretta del polso si liberò e la mano del piccolo proseguì completando il gesto, appoggiandosi alla guancia.
Era calda adesso e Oscar chiuse gli occhi immaginandosi che quella fosse davvero la mano di Mimose che, per una volta ancora, si fosse posata su di lei, come se la piccola fosse ancora viva e fosse lì.
"Così io sarei una donna?" – chiese.
Didier annuì, seppur poco convinto.
"E' vero...sei molto bravo..." – concluse lei – "Sei davvero bravo...".
La voce ora s'era ripiegata su sé stessa, un poco tremante, un poco incerta.
Non avrebbe potuto fare più nulla.
"Non li faremo uscire!" – s'affrettò a confermare Desillian – "Resteranno con noi...vedremo di evitare che tornino da quell'uomo...".
"Non si può rinchiudere una rondine..." – sussurrò lei, gli occhi che s'erano chiusi e la mano che s'era appoggiata di nuovo a quella del bambino.
"Sei bravo Didier..." – continuò ed il piccolo rimase lì, affascinato dal tepore della voce, dalla mansuetudine, dall'arrendevolezza dell'altra.
"Se volete..." – riprese il bambino – "Io...".
Oscar lo guardò, lo prevenne: "Saresti così bravo da non rivelare a nessuno quello che hai scoperto? Sai...sei intelligente...se resterai con queste persone nessuno ti farà più del male...ma a me servirebbe davvero il tuo aiuto. Se sarai così bravo…".
Didier sorrise. La bocca mezza sdentata, gli occhi risero assieme all'espressione del viso, le guance un poco rosate.
"Lo so...sono bravo io!".
"Ci sono altri bambini qui e forse un giorno queste persone riusciranno a ritrovare il tuo amico, quello che si chiama come me…" proseguì Oscar – "Nel frattempo potrei essere io tua amica...visto che mi chiamo come lui... ma tu dovrai restare con loro...".
L'idea prendeva forma nella mente del bambino che annuiva mentre gli occhi prendevano a sorridere davvero. Un brivido scosse il corpo piccolo, lei non potè fare a meno d'avvicinarsi ancora di più e stringere il bambino, abbracciarlo e restare così, abbracciata a lui, per un lunghissimo istante, per ascoltare il cuore piccolo che batteva rimbombando dentro di lei.
Forse davvero stava abbracciando quell'anima perduta...
Forse...
"Andate con Erin adesso..." – concluse Desillian mentre i tre si stringevano di nuovo assieme.
Oscar si rialzò e corse con lo sguardo ad André.
Lui l'interrogò con gli occhi e quando i bambini furono usciti...
"Era inutile fargli credere che io non fossi...una donna…non sono stupidi..." – concluse Oscar in tono dolente – "Credo che abbiano sentito i nostri nomi, giù al porto. Meglio averli dalla nostra parte allora e sperare che accettino di restare qui. Sarebbe comunque un bene per loro. Charles e Gilbert Montand s'imbarcheranno dopodomani. Nessuno che dovesse setacciare i registri d'imbarco troverà il mio vero nome e se questi bambini non torneranno da chi ha detto loro di cercarmi, forse...".
Tutto diveniva così evanescente e labile.
Di nuovo.
Nonostante un viaggio che s'era intriso di fatica e di amore e di paura.
La paura del passato si sommava a quella per il futuro. Erano diverse tra loro ma ugualmentre trancianti, subdole, al punto da mozzare il respiro.
Paure ancora diverse si piantarono sul volto dei mocciosi superstiti.
Ai più piccoli vennero affiancati altri ragazzini, poco più grandi.
Tutti in piedi, ritti, in mezzo allo spiazzo, tutt'intorno solo canne che ondeggiavano al vento, nere, scure, che il fuoco acceso non raggiungeva che i volti sbiancati dei bambini.
L'ordine era di guardare ciò che sarebbe accaduto a quello di loro che s'era fatto sfuggire Didier.
La porta si chiuse alle spalle.
André si trovò in piedi in mezzo alla stanza. Silenzioso, affondato nella paura che tutto sarebbe stato vano. La fama dei loro gesti li aveva raggiunti fin lì e fino chissà dove...
"Joaquin si è offerto di occuparsi dell'imbarco dei cavalli...non dovremo fare altro che restare nascosti fino ad allora..." – commentò piano.
Fermo, in piedi, immobile...
Un passo alle spalle...
"Basterà...restare...nascosti..." – continuò, la voce un poco asciutta, fredda, vuota.
Un altro passo, un respiro più fondo.
Ascoltò il proprio corpo che veniva racchiuso silenziosamente dalle braccia di lei, che si congiungevano davanti, incrociandosi, avvolgendolo, come a voler trattenere anche i pensieri, assieme ai muscoli un poco sfatti.
Jeupeu si ritrovò sollevato in aria, come un fuscello...
Provò a dimenarsi, a scalciare, a protestare...
La mano gli chiudeva la gola.
Il corpo s'agitava, sempre di più, le mani avvinghiate al braccio di Tulip che lo teneva lassù, appeso per il collo.
I mocciosi non fiatavano, atterriti.
Nessun rumore, solo gli sforzi del bambino di respirare, i rantoli strozzati che gli uscivano dalla gola...
La luce del fuoco, al centro, spandeva il proprio calore gelato, mentre i respiri dei mocciosi erano tranciati e quelli, senza nemmeno saperlo, avevano preso ad indietreggiare, chiudendosi in gruppo.
Ammettere ch'era una donna...
Diventava troppo difficile continuare a nasconderlo, forse perchè adesso sentiva d'esserlo, fino in fondo, fino giù nella parte oscura e lieve dell'anima.
No...
"Amami..." – un sussurro – "Qui...adesso...".
André si voltò piano.
L'ombra statica ed immobile di Tulip pareva quella d'un masso.
I più piccoli avevano gli occhi sgranati, spaventati a morte...
Alcuni non riuscirono a trattenersi...
Il sentore dell'urina di quelli in piedi si mescolò a quella che sgocciolava dal corpo sospeso che non s'agitava più adesso, le braccia abbandonate ai fianchi, le gambe ferme, il respiro assente.
Un cenno di Monsieur Grenouille e Tulip aprì la mano.
Il corpo inerme di Jeupeu cadde giù, un tonfo sordo, giù, a terra, ricongiungendosi alla mistura di polvere umida che s'era formata sotto.
Il grido secco di Monsieur Grenouille e i mocciosi in piedi sussultarono.
"Andate giù in città!" – ordinò Bullfrog – "E trovate quei tre! Chi torna senza notizie farà la fine di Jeupeu!".
Quelli presero a muoversi, rattrappiti dalla paura e dal freddo, mentre gli occhi erano incollati alla figura immobile del compagno a terra.
"Via!" – gridò di nuovo Bullfrog.
Via...
Liberarsi del peso di stoffe inutili, lì al chiuso, nel ventre d'una città ostile, ancora più di quella da cui fuggivano.
Liberarsi e perdersi...
Indietro, indietro, ancora...
Solo la parete sbrecciata e fredda ad interrompere i passi, all'indietro.
Su, via, le mani a cercare di liberare la pelle, avvolta, chiusa tra le dita che incidono piano la carne...
Su, allora, ancora più su, il respiro imprigionato nel bacio, labbra tiepide che s'univano sapienti e decise e silenziose.
Su, via, il tempo di forzare un pertugio, una breccia da colmare subito, la pelle che scivolava sulla pelle, sfiorandosi, sfregandosi, incidendosi d'intenso profumo del nulla e del tutto.
André ascoltò l'impulso della disperazione, la propria, che s'ammantava di quella di lei.
La strinse più forte, la baciò più forte, l'avvolse più forte, mentre il respiro s'innalzava e la gola si chiudeva a contenere rabbia e lacrime.
La sollevò veloce, questa volta, lì, contro il muro, il corpo leggero, i fianchi chiusi nelle mani, il ventre scoperto, quanto bastava per immergersi nel respiro sospeso, sollevato, mozzato, per infrangersi appena contro l'incerta resistenza, occhi aperti su di lui, mentre incedeva piano...
Occhi socchiusi, ad accogliere il sinuoso sgretolarsi della rabbia, colma del passato doloroso, oscura del futuro incerto...
Le dita si strinsero affondando nei capelli mentre i due corpi si baciavano, all'unisono, l'uno dentro l'altra, respirando all'unisono, affondando nella stessa pietosa assenza, colmandosi della fugace speranza di bastare a sé stessi, divorati dall'intenso ed immobile orgasmo che s'espanse, annientando i pensieri, distruggendo la coscienza.
Era buio...
I più grandi stringevano le mani dei più piccoli...
Faceva freddo. Era buio...
"Andate!".
Anche quelli sarebbero diventati invisibili...
"Sono stanca di combattere..." – un sussurro, le dita affondate nei capelli, accarezzati piano – "Sono stanca...".
Non s'intendeva il combattimento d'armi. Sì, forse anche quello ma…
André se la strinse addosso. Era buio...
Da lontano s'udivano fischi ripetuti, pescherecci che prendevano ad uscire in mare, che tra poco il cielo avrebbe preso a tingersi di chiaro ed il porto a svegliarsi.
Il via vai incombeva, gli occhi dei passanti dritti ed implacabili nemmeno s'accorgevano dei mocciosi che s'aggiravano tra la folla che aumentava il passo, tra le grida dei venditori, tra i carretti che velocemente portavano su dal porto il pescato del mattino.
Dei compagni non c'era traccia, così della straniera che tutti avevano l'ordine di trovare.
26 settembre 1789, Marsiglia, Rue du Panier…
Si svegliò per primo, il respiro lento, i muscoli ancora stanchi. Le dita scorsero al viso di lei, scostando i capelli, annusando l'odore tiepido del sonno profondo, disegnando il profilo, piano, che lei non si svegliasse.
Un bacio sulla fronte...
"Dormi...dormi ancora...".
Il catino era colmo d'acqua tiepida.
Desillian l'aveva fatto portare in una stanza attigua.
Quando André vi entrò prese a radersi. Era calmo, osservava il proprio volto nella scheggia di specchio. La stanza era pulita, spoglia, inondata del sole del mattino, eppure anche lui si sentiva stanco.
Non tanto di continuare a fuggire ma d'illudersi che quella fuga sarebbe servita.
"Perchè state lasciando la Francia?" – chiese Desillian chiudendo la porta, mettendosi seduto a cavalcioni d'una sedia, poco dietro.
André non si voltò, intento a far scivolare la lama sulla pelle.
La stanza era ammantata di luce. Gli dava fastidio tutta quella luce, quella ch'era tipica dei posti di mare, luce intensa che odorava d'acqua salmastra e piena e poi della brezza del mare e del sentore della libertà ch'esso prefigura.
Gli dava fastidio non potersi abbandonare ad essa, che aveva paura di continuare a sperare e a credere che in un modo o nell'altro...
"Te l'ho detto. Ci siamo opposti agli ordini di fronteggiare la folla...non è semplice insubordinazione...".
"Anche qui, in aprile, la gente s'è ribellata, prima che da voi...hanno assaltato le fortezze della città, le hanno sventrate, le hanno conquistate...ma poi tutto è tornato come prima...".
"Hai detto bene! Hai parlato di genet…gente del popolo. La gente ha fatto questo. Non so se ci fossero guardie tra di loro...ma...lei...lei è nobile...era un ufficiale. Sappiamo per certo che il suo gesto non poteva passare sotto silenzio...".
"Quale gesto?" – chiese Desillian.
"Il quattordici...sotto la Bastiglia...c'erano le Guardie Francesi, oltre al popolo...".
"Voi?".
"Oscar ha dato l'ordine di caricare e sparare contro la fortezza...in parte è anche merito nostro se la Bastiglia è stata assaltata...".
"Dios...lei...".
André sciacquò il rasoio ascigandolo con cura.
Il sole inondava la stanza di luce. Era stanco...
Nelle braccia il corpo di lei, nelle sue mille sfaccettature, come aveva imparato a conoscerlo in quei pochi mesi, da quando l'aveva amata, per la prima volta.
Il corpo morbido, abbandonato, perduto, trattenuto piano tra le dita.
Lo aveva veduto ricoperto dall'ombra della notte, profumato dal sentore delle foglie cadute, lisciato dall'alone delle candele. Non l'aveva mai veduto inondato di luce. Si, ammise con sé stesso che avrebbe voluto vederlo così, inondato dalla luce intensa del mattino, nudo, libero, e lui l'avrebbe accarezzato, le dita lievi a solcare le curne della pelle e delle ossa e dei fianchi.
"Il suo gesto...qualche ufficiale a lei superiore…non lo ha tollerato, non lo ha perdonato…".
Silenzio...
Desillian tossicchiò.
"André..." – riprese lo spagnolo – "Conosco...la conosco...il tuo comandante...non può essere solo per questo. Perchè...state lasciando la Francia? Lei è una che combatte, che non si arrende. So quello che ha fatto per quella mocciosa e adesso vieni a dirmi che state fuggendo perchè è diventata un disertore? Non ci credo che sia bastato questo per abdicare a ciò che siete!".
Silenzio...
La mascella contratta. André chiuse gli occhi...
Quella dannata luce...
Era così splendente ed ammaliante. Avrebbe voluto sprofondarci dentro, ma no, non poteva...
"E' malata...almeno così dicono i dottori che l'hanno visitata...".
Silenzio...
"Tisi...hanno parlato di quella...".
"Dios...".
"Dio non c'entra amico mio. E' stata la vita che ha vissuto...le ronde, il freddo, il caldo...forse le bettole ch'eravamo costretti a tenere d'occhio...forse...".
"E allora?".
"Allora vorrei portarla via...in un luogo dove potrà...dove potrà vivere in pace, fino alla fine. Se morirà non voglio accada in fondo ad una prigione o appesa ad un cappio, in qualche strada di Parigi o di Marsiglia o della Francia intera...".
"Adesso ho capito...".
"Ci ho messo un pò a convincerla...e così suo padre. E' stato grazie a lui se siamo riusciti a fuggire. In fondo quell'uomo l'ha ricattata fino all'ultimo, solo che stavolta invece del senso dell'onore ciò che l'ha guidato è stato l'amore per sua figlia. Speriamo d'imbarcarci presto. Il resto del viaggio non sarà meno faticoso di quanto abbiamo già sofferto...".
"Volete...".
"Vivere amico mio...solo vivere. Io sento che lei vuole vivere ma ha già combattuto abbastanza in passato, contro i suoi demoni, contro il suo rango, contro il dannato senso dell'onore. Abbiamo perso i nostri compagni. Li abbiamo visti morire uno dopo l'altro sotto il fuoco di fila delle baionette di soldati francesi e di soldati stranieri che nemmeno sanno cosa sia davvero la Francia. Vogliamo diventare invisibili...Joaquin...per opporci ad un destino già segnato e magari provare a combattere senza usare per forza una pistola o un fucile...so che lei è stanca...stanca di tutto questo...".
Nel silenzio André ascoltò l'altro alzarsi e venire verso di lui. La luce inondava la stanza. Gli occhi dello spagnolo erano un poco lucidi, brillavano dell'intenso ocra delle pianure spagnole gialle e aride.
Gli porse la mano...
Il tempo d'accettare la stretta...
Ora la luce pareva dare meno fastidio.
Il tempo di dirsi che mancavano poche ore all'imbarco e che se davvero volevano essere invisibili, Joaquin Desillian li avrebbe resi tali.
La porta si spalancò d'improvviso. Comparve un giovane dalle sembianze orientali, occhi sottili, pelle ambrata anch'egli...
"Monsieur...".
"Che...".
"Li stanno cercando...li abbiamo visti i bambini di Bullfrog...sono giù al porto e poi a Notre Dame du Mont, a Saint Jean...all'Arsenale...sono...stanno cercando gli altri...".
"Me l'aspettavo...quello i suoi mocciosi non li molla facilmente...".
"Joaquin..." – intervenne André.
"No...no...in fondo questa è una specie di resa dei conti tra noi. Anche senza la vostra presenza io avrei cercato ugualmente di portarglieli via i bambini a quel...".
André rimase in silenzio.
Il demonio corse sulla bocca di entrambi...
"Posso farlo solo con i più piccoli però...quelli più grandi...per loro ormai non ci sono molte speranze...".
"Rischiereste d'essere scoperti...".
Desillian annui: "Gli sono fedeli nonostante tutto e potrebbe essere che quelli si lascino catturare per poi fuggire e rivelare dove ci nascondiamo. I più piccoli invece...è più facile convincerli...".
"Se posso...aiutarti in qualche modo...".
"Sta bene...verrai con noi ma resterai nascosto...se quello vuole la guerra...".
La mano corse alla daga corta che lo spagnolo portava alla cintola.
"Avrà quello che si merita!".
"I bambini...che fine faranno?" – chiese André.
"Li manderemo via...ci sono altri gruppi come noi...non potremo certo tenerli tutti a Marsiglia...".
Gli occhi s'aprirono piano, il riverbero del fuoco l'indusse a chiuderli di nuovo, il corpo sfatto, la mente vuota, il desiderio d'arrendersi...
Si riaprirono e si ritrovarono quelli del piccolo Didier addosso, e dietro di lui, quelli degli altri due marmocchi, infagottati in giacchette d'un paio di taglie più grandi, ripuliti alla meglio, il moccio che colava dal naso e le facce assorte su di lei.
La confidenza ormai s'era instaurata...
"Siete amici voi tre?" – chiese tirandosi su e chiudendosi la coperta addosso.
Didier strinse le labbra e le spalle.
Nessuna parola.
Un respiro fondo.
"Se vogliamo essere amici...vorrei sapere almeno i vostri nomi...tu sei Didier...e loro?".
Loro erano ancora più piccoli, magri, ossuti, spaventati ma s'avvicinarono...
Sottovoce, la mano ad acchiappare le parole sibilate...
Casimir...
"E tu...".
Picard...
"Oh...bene...almeno adesso so come chiamarvi...".
Si guardarono i quattro.
Oscar fu costretta ad indietreggiare d'istinto, constatando con una certa disapprovazione, che quelli avevano preso a grattarsi la testa, in maniera un poco forsennata, a turno...
"Vi hanno fatto un bagno prima di darvi i vestiti nuovi?" – ormai la lezione l'aveva imparata.
Anche quello le aveva raccontato André, di quando s'era messo seduto a terra, per convincere Mòse a lasciarsi ripulire da nanny, e Mòse, Mimose, s'era cacciata sotto un tavolo, nella cucina dell'Entrague e non ne aveva voluto sapere di uscire. L'aveva convinta lui con il guscio d'una noce...
"Sapete dove trovare delle noci?" – chiese lei.
"Hai fame?" – ribatterono loro in coro.
"Anche...ma vorrei costruire delle barchette, da far navigare nell'acqua...".
Strabuzzarono i tre, continuando a grattarsi, che adesso che avevano smesso d'avere paura, i corpi, piccoli, riprendevano ad esigere il loro spazio, e riprendevano a pulsare ed esistere, con tutti i pregi e con tutte le magagne.
Schizzarono via, come lepri spaventate da un colpo di fucile...
Via a cercare le noci...
Via a recuperare un tino abbastanza capiente...
Forbici e rasoio...
A mali estremi...
Erin s'affacciò nella stanza. Lo stupore si dipinse sul volto.
"Avete...bisogno d'aiuto?". – chiese timidamente.
"No mademoiselle..." – rispose Oscar intenta a comprendere se tutto il necessario fosse stato recuperato.
S'era tirata su le maniche della camicia. I tre marmocchi un poco incerti stavano lì, in piedi, scalzi, le unghie nere, la pelle scura.
Le noci erano a terra, da sgusciare e preparare...
"Magari sapreste dirmi dov'è finito...".
Non era necessario esporre i nomi. Oscar chiese all'altra. Con gli occhi...
"Oui..." – annuì quella ch'era sveglia e aveva compreso – "E' con Monsieur Desillian...pare che giù al porto siano arrivati...i...".
Oscar tornò con lo sguardo ai mocciosi. Solo un ordine perentorio ai tre bambini ossuti prima di appartarsi con la giovane: "Restate fermi lì...tra poco andremo a navigare per mare!".
Annuirono i tre mocciosi, continuando a grattarsi la testa.
"Che accade?" – chiese avvicinandosi ad Erin.
"In città...sono comparsi i bambini di Monsieur Grenouille...".
"E' probabile che stiano cercando loro tre...".
Annuì la giovane: "Joaquin mi ha chiesto di dirvi di restare qui, di non uscire, e di tenere i bambini nascosti...".
"Lo farò...e...".
"Il vostro amico è con lui...vogliono cercare di prenderne altri...".
Lo sguardo si contrasse.
André non si smentiva. Sarebbe stato impossibile per lui non affiancare lo spagnolo in una simile impresa.
Vivere, anche così, diventando invisibili e rendendo invisibile chiunque volesse vivere davvero...
Marsiglia non era poi così differente da Parigi.
Gli effluvi dannati degli appestati si mescolavano a quelli che la brezza del mare convogliava nelle vie strette, buie, rancide, affollate al punto da dover farsi strada a gomitate tra mercanti e puttane, galantuomini e soldati dalle divise più disparate.
Una battaglia silenziosa quella che si stava animando tra le viuzze, se si considerava poi che i marsigliesi, almeno la maggior parte, nemmeno se ne accorsero che i vicoli sfasciati ed oscuri, i cunicoli che collegavano spiazzi racchiusi tra gli edifici, erano diventati di nuovo luogo di combattimento.
Da una parte i mocciosi di Bullfrog, guardati a vista dai tirapiedi di Bullfrog...
Dall'altra i compari di quello ch'era stato soprannominato lo spagnolo, ebreo, reietto di Dio, ch'era venuto a dettare legge a Marsiglia.
Le forbici presero a scorrere attorno alla capigliatura dei mocciosi.
Nel silenzio, s'udivano soltanto lo sciacquio dell'acqua fumante, dove, seppur un poco recalcitranti, s'erano immersi i bambini, ossuti e lerci, e poi le sforbiciate nette e lente.
I capelli raccolti di lato...
Uno dei tre era stato incaricato di fare attenzione e gettarli nel fuoco un poco per volta, piano, che tutti insieme avrebbero affumicato la stanza.
Il lavoro procedeva...
Sforbiciate lente...
Scontri metallici di daghe, spade, coltelli corti, perfino asce da macellaio...
Grida, barili gettati a terra, uomini che si rincorrevano...
La folla variegata e variopinta che s'apriva d'improvviso lasciando sgusciare via giovani veloci come lepri. E poi ragazze che s'attardavano in gruppo, richiudendosi astute quando il compagno passava, per impedire all'avversario di fare altrettanto. Gli altri no, non li lasciavano passare mimando gridolini e pianti per esser state colpite di striscio, offese…
E gli occhi della gente allora puntavano tutti ai malcapitati che per quanto arroganti e sprezzanti non potevano dare in escandescenza così, su due piadi, lì, poco distante dal porto e dal suo andirivieni...
Movimenti labili ma netti...
Pertugi che s'aprivano ingoiando fuggiaschi e sentinelle.
E bambini atterriti che non sapevano se urlare o farsela addosso, afferrati agli angoli delle strade, come fossero stati pagnotte appena sfonate, tenuti stretti per il colletto delle giacchette come lepri per le orecchie, strappati alla vista dei protettori, che si ritrovavano gli occhi colmi del trambusto del porto, del cordame strascinato, delle campane che prendevano a suonare all'impazzata.
Caos ovunque…
Forse, da dietro quell'angolo, giù in fondo al vicolo, qualcuno dei mocciosi aveva provato a gridare davvero, una mano sulla bocca a tappargli la paura, a fargliela ingoiare perchè così tutti si sarebbero salvati.
"I gendarmi saranno qui a momenti!" – gridò Desillian facendo la conta dei suoi, oltre che del bottino.
"Otto!" – il numero venne ingoiato dallo spagnolo che imprecò.
André lo fissò interrogandolo. Si teneva un marmocchio in braccio, terrorizzato...
Gli occhi sgranati e lui ogni tanto gli chiedeva di stare zitto, ch'era tutto un gioco, intuendo che la strategia di Oscar non fosse poi così sbagliata. Se per tutta la vita quei mocciosi erano cresciuti a suon di cinghiate, l'unico sistema d'accettare la nuova condizione era quello di far comprendere loro che sarebbero stati meglio, che nessuno avrebbe fatto loro del male.
Era difficile farglielo comprendere a quei marmocchi...
L'intuì, d'esserci riuscito...
Forse...
La mano del piccolo s'abbrancò alla camicia ed il corpo si strinse addosso a quello di André che riprese a correre assieme ad altri compari dello spagnolo, chissà di quale razza, chissà di quale lingua che tra loro s'eprimevano a gesti e suoni e fischi e richiami.
Desillian sorrise riprendendo fiato, alla fine della corsa, su per una salita che pareva condurre verso un vicolo chiuso, ficcati dentro il Panier, che pareva racchiuderli ed ingoiarli proprio come l'antro d'una montagna.
"Niente male!" – s'esaltò zittendosi in ascolto dei richiami che si rincorrevano giù dal fondo della strada fin dove s'erano infilati loro, un cortiletto racchiuso dalle pareti scure d'un edificio vecchio e scalcinato, anticamera di ben altri stanzoni da attraversare.
In tutta onestà Andrè aveva perso l'orientamento.
La mancanza di confidenza con le strade l'aveva sopraffatto.
"Quello ne ha parecchi di mocciosi! Ma i più piccoli non sono che una decina...tre li abbiamo già presi... e gli altri li abbiamo recuperati oggi! Diavolo! Monsieur Grenouille sarà furibondo! Non so che darei per vedere la sua faccia!".
Rise Desillian mentre le voci si rincorrevano e lui arrivava nel posto dov'erano stati radunati i bambini.
Dannazione quanto erano piccoli, anche quelli.
Alcuni se l'erano davvero fatta addosso, erano sporchi, le labbra rotte dal freddo, i capelli arruffati, forse pieni di pidocchi.
"Dannato! Se solo riuscissi a trovare quel dannato!" – imprecò di nuovo lo spagnolo – "Prima o poi...".
La mente corse di nuovo, indietro nel tempo.
La conclusione, pur giungendoci per strade assolutamente diverse, era sempre la stessa.
I più piccoli erano quelli ch'erano trattati peggio delle bestie, che fossero vissuti in una palude oppure in un palazzo sulle rive della Neva.
"Se trovo quel dannato...spagnolo...dannato...".
La faccia di Monsieur Grenouille era rossa, gonfia, accesa, livida di rabbia...
"Trovatelo! Lo voglio sgozzare con le mie mani!" – gridava Monsieur Grenouille mentre i compari, atterriti dalla reazione del loro capo, gli comunicavano che la banda dello spagnolo era riuscita proprio là dove Bullfrog aveva imposto di non fallire.
Il ventisei settembre 1789 trascorse così.
Lontano dalle grida dei parigini affamati, dai pugni sbattuti sui tavoli della Sala dell'Assemblea, dai comizi gridati sotto il colonnato di Palais Royal…
Lontano, intensamente ammantato dall'odore del mare e da quello del sapone strofinato sulla pelle dei mocciosi, rasati, le testoline che s'avvicinavano e s'allontanavano, intente a scorgere i gusci di noce che galleggiavano nell'acqua lercia…
Gli avamposti delle gendarmerie allertate perchè nelle vie di Marsiglia quel giorno erano accaduti strani fatti, nulla che potesse creare pericolo o problemi per l'ordine pubblico. Solo che tra i vicoli del porto, giù, e poi su, su fino al Panier, s'erano rincorse urla, grida, gente che s'era affacciata alla finestra e aveva visto strane figure combattere nell'oscurità dei voltoni e non c'era stato verso di comprendere chi fossero, mentre i mantelli roteavano, le sassaiole mandavano in frantumi le lampade ad olio delle vie più trafficate, le vetrine dei negozi...
Marglia s'era scossa quel giorno...
Marsiglia non avrebbe dormito quella notte.
Seduta a terra, le spalle appoggiate al muro, le mani ancora umide, il cuore che batteva forte, intensamente...
Aveva chiuso gli occhi...
La porta s'aprì e gli occhi s'incontrarono, mentre il sole concedeva l'ultimo abbraccio alla pelle.
Scattò in piedi, correndo, abbracciandolo, come se le braccia fossero raggi di sole.
"André...dove...".
"Ne abbiamo trovati altri otto!" – disse lui trionfante, lo sguardo intensamente folle, come se quel giorno, per altra via e modo, la Bastiglia fosse capitolata una seconda volta.
"Otto..." – ripetè Oscar, il cuore pieno, le mani che si torcevano...
André corse oltre lei. Lo sguardo si posò sui tre marmocchi che confabulavano tra loro, calmi, silenziosi, seduti a terra, accanto al fuoco, immersi nel mondo celeste e pulito dell'essere bambini.
"Che..." – si meravigliò del cambiamento.
Lei sorrise, di nuovo: "E' stato necessario...così nessuno li riconoscerà...almeno per qualche tempo...".
La mano accarezzò una delle tre teste rasate. La pelle era morbida
Quel giorno, Monsieur Antoin Grenuille – il capo indiscusso della barrier d'Etang – si ritrovò con undici mocciosi in meno.
Dodici, se si contava il povero Jeupeu il cui corpo era stato abbandonato alla corrente della palude, indegno persino d'essere sepolto.
Monsieur Joaquin Desillian, lo spagnolo, s'era ritrovato con undici bambini in più.
Piangevano quelli ch'era riuscito a strappare dalle braccia lerce di Marsiglia, spaventati alcuni, altri intenti a recitare la parte ch'era stata loro insegnata: intenerire l'avversario, perchè chiunque all'infuori degli abitanti della palude, era loro avversario.
A tutti venne spiegato che nella palude non ci sarebbero più tornati e che questo era bene per loro. Spiegare ad un bambino cos'è bene per sè e cosa non lo é...
"Bene..." – si fregò le mani Desillian, mentre li osservava...
"Vieni...sono di sotto..." – l'invitò André.
"Venite anche voi..." – disse Oscar agli altri bambini – "Forse ci sono i vostri amici...".
I tre scattarono in piedi, come soldatini...
Un pensiero prese forma nella testa, Oscar si ritrovò istintivamente irrigidita di fronte all'assurda constatazione...
Subito i tre bambini non s'avvicinarono, mentre dopo essere entrati nello stanzone s'erano ritrovati faccia a faccia con i vecchi compagni di sventura.
Gli altri, quelli ch'erano stati presi, stentavano a riconoscerli che pure s'erano lasciati da un giorno soltanto.
S'acquietarono però, alla presenza dei tre.
Didier si fece avanti.
La domanda fu immediata, che li riconobbe e chiese e...
"Dov'è Jeupeu?".
Dunque non c'era solidarietà tra chi deve solo ambire a sopravvivere, ma poi, quando ci si accorge di essere vivi, i sensi ripercorrono i momenti bui, e, anche senza ammetterlo, è da lì che risorgono le figure dei compagni, forse non proprio amici ma accumunati dalla stessa impassibile ed intensa voglia di non arrendersi.
Erano tutti troppo piccoli per comprendere cosa fosse quell'intesa ancestrale che sgorgava dal buio.
Volevano solo ritrovarsi, ammettere ch'erano vivi, tutti, entità unica, che così, tutti assieme, s'erano percepiti alla Barrier d'Etang.
Volevano esserlo ancora, anche lì.
Silenzio...
Didier s'avvicinò. L'altro bambino, quello interrogato, tirò su col naso, passandosi la manica lercia sulla faccia.
"Dov'è Jeupeu?" – chiese di nuovo Didier.
"Chi è Jeupeu?" – chiese Desillian.
"E' un mio amico...si...anche lui..." – sussurrò Didier con gli occhi incollati all'altro, attendendo la risposta che gli premeva.
Aveva paura adesso Didier...
Erano quasi coetanei, lui e Jeupeu, e, nel bene o nel male, avevano condiviso lo stesso strazio. Poco importava se Didier e Jeupeu erano stati resi nemici dalla sorte. Non lo erano in fondo, perchè erano tutti e due dei bambini.
Il moccioso interrogato scosse la testa.
"E' morto..." – sussurrò piano tirando su col naso, un'altra volta.
La voce non tradiva emozione...
Silenzio...
Il sangue si gelò, di nuovo...
Dio, basta ti prego...
Oscar ascoltò la richiesta, che saliva atona, su dalle viscere.
Comprese allora la sensazione ch'era emersa pochi istanti prima e che adesso prendeva forma, assurdamente intensa...
"E'..." – era piccolo Didier – senza cognome – solo Didier ma comprese, senza fiatare, senza protestare. Comprese ch'era vero e che gli bastava l'affermazione appena accennata del compagno.
Li aveva conosciuti Tupil e Bullfrog.
Non c'era da stupirsi allora che dentro la testa, dentro i pensieri leggeri d'un bambino di cinque anni, già fosse noto il concetto di morte, già fosse chiaro quali fossero le conseguenze. Ed altrettanto chiaro che tutto era vero.
Indietreggiò Didier.
Appena in tempo per raccogliere il corpo un poco ripiegato, il pianto sommesso e scuro, Oscar aprì le braccia, l'abbracciò, mentre l'altro si lasciò abbracciare, senza dimenarsi, senza tentare di liberarsi.
L'abbracciò stretto ed il pensiero risorse nella testa, nelle gambe, nelle braccia, come un lampo che squarciava l'orizzonte scuro...
Se si fossero salvati tutti...
Tutti assieme sarebbero stati dodici.
Il pensiero non poté non correre là, alla propria vita, alla propria ribellione.
"Signori...è arrivato il momento di mettere in scena il gran finale!" – riprese Desillian rivolgendosi ai propri uomini.
André corse allo sguardo dello spagnolo. Non c'era tempo di piangere quelli morti, ch'era necessario pensare ai vivi. Cinico a dirsi ma era così che funzionava a Marsiglia di quei tempi.
"Che...".
L'altro si fregò le mani, di nuovo.
"Le mie feluche...le ho fermate poco fuori dal porto...il loro carico deve essere trasportato su Le Comte Vert. Gobelins...conoscete gli arazzi di Gobelins?" – chiese, lo sguardo un poco stralunato, mentre i compari attorno si rimettevano i mantelli sulle spalle, andando con le mani alle daghe, fisse alle cinture.
"Che sta accadendo?" – chiese Oscar, indecisa se saperlo o no.
Lo spagnolo era personaggio davvero pieno di risorse ma non sempre capace di calibrare al meglio gli sforzi profusi per raggiungere il risultato.
"Non siamo solo borseggiatori!" – esclamò l'altro – "Mi guadagno da vivere onestamente. Sono un commerciante di arazzi. Ho ricevuto delle commissioni da Napoli. Le tele sono sulle mie barche. Ho avvertito i nocchieri di attendere fuori dal porto così da ritardare il carico sulla vostra nave...".
Oscar non comprendeva. Si morse il labbro dopo aver chiesto d'istinto perchè...
"Si radunerà una folla enorme al porto domani! Il prezzo della farina! Ci serve qualche ora per mettere in giro la voce che presto s'alzerà di nuovo. D'altra parte chi non ci crederebbe di questi tempi!".
"Ma perchè?" – chiese André un poco spazientito.
"Gli uomini di Bullfrog saranno ovunque giù al porto...se v'imbarcherete salendo sulla nave da un piazzale vuoto vi noteranno di certo. Non venite a dirmi che proprio voi non conoscete il potere del popolo!? Della folla inferocita?! In mezzo a quella sfido chiunque a riconoscervi!".
La domanda scontata meritava una risposta altrettanto ovvia.
Sì, lo conoscevano tutt'e due di cosa sarebbe stato capace il popolo se pungolato là dove, più di ogni altro, l'interesse per il prezzo del pane avrebbe avuto pregio di colpirlo ed accenderne la furia cieca.
La pancia...
Il popolo si muoveva seguendo l'istinto di sopravvivere...
"Via!" – disse risoluto Joaquin Desillian – "Voi tenetevi pronti. Si tratterà d'attendere questa notte e al più al pomeriggio di domani sarete sulla nave. Doveva partire dopo mezzogiorno. Faremo in modo di guadagnare qualche ora...".
Le direttive s'imposero. Tutti quelli ch'erano nella stanza, i giovani che accompagnavano il loro capo, presero ad uscire.
Oscar si frappose…
"Joaquin...non sarà troppo pericoloso per voi e per la vostra gente?" – chiese mentre tentava di fermare l'altro che se ne andava.
La sensazione divenne più netta.
"Vi devo molto..." – disse piano lo spagnolo – "Non per ciò che avete fatto per me ma per ciò che avete fatto per altre persone. Molte non ci sono più...ma voi non vi siete mai tirata indietro e non sarò certo io a farlo adesso...".
"Cosa ti ha detto André?" – il dubbio.
"Quello che basta a confermarmi che voi avete fatto la scelta giusta e che io ho avuto il privilegio di raccogliere i vostri gesti...e adesso non posso più tornare indietro...andrò fino in fondo...come state facendo voi...".
Il tono si contrasse.
Oscar non comprese subito...
Netta era stata la sensazione che aveva in fondo al cuore, che quel viaggio fosse una resa.
Netta fu la sensazione che quella sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe rivisto Joaquin Desillian.
L'altro fece il saluto militare...
Lo stomaco si contrasse...
Il sorrisetto amaro di Desillian s'impose assieme ad un'altra constatazione...
"Dove porterete i bambini?" – chiese rincorrendolo, agguantandolo per un soffio.
"Via...a questo punto sono troppi per restare tutti a Marsiglia...molti di quelli temo non abbiano nessuno al mondo. Li alleveranno le nostre famiglie...".
"Sono...".
"Cristiani, ebreri…musulmani!?" – replicò retorico l'altro – "Potrebbe essere...ma non ha importanza...gli daremo un futuro...quanto al loro passato, nessuno lo può più cercare...".
L'idea che i mocciosi sarebbero stati divisi e spediti lontano rimbombò nella testa, le tempie presero a battere, forte...
"Oscar...".
"Va tutto bene André..." – rispose lei tornando sui suoi passi – "Potresti...potresti trovarmi della carta e un poco d'inchiostro?".
La domanda uscì piano, quasi rassegnata.
"Cosa vuoi fare?" – chiese lui incuriosito.
Davvero sorprendente se si pensava che quella era opera d'un uomo solo, che s'era messo in testa di creare il caos e niente di meglio aveva trovato che far leva su uno dei più controversi problemi che affliggevano la Francia.
Camminavano in fretta Oscar e André, mano nella mano, stretti, i mantelli addosso chiusi e sotto le bisacce a tracolla e ancora più giù, dentro il cuore, il tuffo che bloccava la gola, il respiro, il pensiero netto ed assoluto che il momento era giunto e che tra poco i loro piedi non avrebbero più toccato il suolo francese.
Erano stati chiamati nemmeno un'ora prima da Erin.
Mezzogiorno era passato da un pezzo ma era stato detto di non azzardarsi ad avvicinarsi al porto.
Poi, in tutta fretta, il tempo d'indossare i mantelli, nella testa avevano preso a rimbombare le grida che giungevano da fuori, dalla strada, un'occhiata fugace di sotto mentre il tramonto inondava gli occhi ed i sensi, con la luce calda e piena del giorno che moriva e nelle grida s'intuiva il disprezzo per i governanti all'ennesima diceria che aveva preso a circolare e che dava la farina rincarata e così sarebbe accaduto per il pane e...
Nella testa scorreva il pianto di quei dannati mocciosi che s'erano attaccati alle gambe e non ne volevano sapere di lasciarla andare.
Dio...
Oscar li aveva abbracciati, tutti e undici, tutti ripuliti e rasati che gli occhi adesso parevano ancora più grandi e spaventati, e gli aveva accarezzato la testa e poi glielo aveva chiesto...
Era difficile insinuarsi tra la folla inferocita, senza fissar gli occhi di quelli che li scrutavano, per non rischiare d'essere presi di mira e...
Nella testa le voci dei bambini...
Chi sei?
Un foglietto scritto, una grafia pulita, poche lettere vergate sopra…
Chi sei?
Gliel'aveva chiesto a Didier...
Chi sei adesso?
Didier...Didier Lasalle! – aveva risposto quello, quasi gridandolo il nome, mentre le lacrime gl'inondavano la faccia.
Uno spintone, per un attimo le dita s'inanellarono più strette, intuendo che avrebbero potuto slacciarsi e loro due finire per essere divisi dalla folla che avanzava verso il porto, giù per le strade del Panier, là dov'era stato detto ch'era necessario riunirsi per andare a far sentire la propria voce e protestare contro i mercanti di farina che caricavano i sacchi per portarla via.
Quei sacchi diventavano troppo preziosi...
Non sarebbe stato consentito d'imbarcarne nemmeno uno.
Le dita si strinsero ancora più forte. André si voltò un istante, un'occhiata d'intesa a dirsi che andava tutto bene, mentre gli occhi scorsero velocemente attorno per trovare un pertugio tra la gente dove passare e per intuire se qualcuno fosse lì davvero per cercare loro.
Che con quella rivolta nulla avevano a che fare.
E tu...tu come ti chiami? – un'altra domanda all'altro moccioso...
Casimir Bertinou...monsieur…madame...
Il foglietto, un altro foglietto stretto tra le dita.
Bene...ricordati che Bertinou era un uomo davvero forte e tu non dovrai essere da meno! E un giorno, se vorrai, potrai anche farti chiamare Romanov! Intesi?
L'altro aveva annuito, tirando su col naso e passandosi il palmo sulla faccia.
Il marsama s'infittiva...
Altri spintoni, urla, donne con i marmocchi attaccati al collo che inveivano contro gli accaparratori, vecchi sdentati che agitavano nervosamente picche raccattate chissà dove.
Sorprendente lo scenario...
Sorprendentemente simile ai mesi trascorsi.
E tu...
Picard...Picard Frerer...
Aveva sorriso Oscar...
Voltaire… – gliel'aveva sussurrato all'orecchio, che il pensiero era corso a Voltaire.
Il suo nome avrebbe continuato a scorrere sulle labbra di un altro francese, cristiano od ebreo o musulmano avrebbe avuto poca importanza.
Adesso avete un nome ed un cognome… – aveva detto Oscar consegnando a ciascuno di loro un bigliettino. Su ognuno c'erano i nomi dei bambini ed i cognomi degli undici soldati che s'erano ribellati ad ordini insensati.
Ricordatevi di non cedere mai...dovete vivere...vivere ad ogni costo...e guardarvi da tutti quelli che vorranno prendersi la vostra vita ed il vostro futuro e che vorranno decidere per voi. Voi dovrete essere liberi...
Una spinta più forte, il colpo rimbombò nel torace, il dolore forte s'incise rammollendo i muscoli e la presa perse forza.
"Charles!" – André gridò indietro perdendo la stretta della mano di lei.
Si voltò e la vide arretrare diversi passi mentre la folla avanzava trascinandolo con sé come un legno in balia della corrente.
"Gilbert!" – gridò lei per cercare di tornare accanto a lui ma si ritrovò accerchiata e gli occhi presero ad scavare negli sguardi truci che osservavano lei.
Erano donne, alcune giovani, alcune anziane. Non parevano pericolose, né si poteva intuire un qualsiasi legame con la banda della rana come l'aveva chiamata Desillian.
Ma Marsiglia era piena di bande. Spagnoli, portoghesi, turchi...
Riprese a cercare André che non riuscì più a ritrovare con gli occhi mentre i cori di protesta s'innalzavano tutt'intorno e la gente aveva preso a serrare le fila e a schierarsi perchè era corsa la voce che i gendarmi avrebbero preso a respingere la folla.
Scorse più giù, ancora più giù, il profilo...
"Dove sei?" – riuscì a gridare, solo una volta, mentre intorno la gente prendeva a schiacciarla, Mancava l'aria, mancava l'appiglio...
Prese a vacillare ma gli occhi rimasero fissi al profilo scuro della nave, l'aspetto maestoso e possente, i raggi del sole posati sugli alberi, quattro, le vele issate, avvolte dal marasma di corde e funi, ognuna sapientemente posta là dove necessario.
Un passo malfermo...
Si sentì trascinare giù, a terra, una mano colpì il terreno, il respiro si contrasse, chiuse gli occhi...
"Vieni!" – la voce di André riemerse tra le altre, mentre l'afferrava per un soffio prima d'essere calpestata da un gruppo di donne inferocite, che parevano cieche di rabbia, con l'unica volontà sulle labbra di avviarsi verso l'Hotel de Ville ch'era poco distante e raggiungerlo e poi tirare fuori quei dannati mercanti.
Gli occhi si scambiarono un'occhiata fulminea e una di quelle estrasse un pugnale tentando di piantarlo nella pancia della vicina...
"Via!" – alle spalle la voce conosciuta di Joaquin Desillian che tentava di sovrastare la folla.
Un guizzo...
Oscar si rialzò e squadrò lo spagnolo e poi l'uomo che gli era poco distante.
"Vieni via!" – gridò André tentando di trascinarla verso l'imbarco della nave.
Oscar rimase su Desillian...
Si voltò solo l'attimo per intuire che quella donna non era una sconosciuta...
Afferrata per i capelli e trascinata via da due uomini che Oscar aveva già visto, comprese che quella era una della banda della rana.
Grida tutt'intorno, uno scenario infernale.
Tornarono con gli occhi a Desillian, lo videro estrarre la daga e fendere l'aria per scontarsi con la spada dell'uomo che gli stava di fronte, più piccolo.
Forse era il padrone della palude, Bullfrog...
André l'afferrò per la vita: "Non possiamo far cadere nel nulla il sacrificio di queste persone! Andiamo!".
Glielo gridò in faccia e lei si mosse, intuendo lo scontro che si stava consumando a pochi passi da lei...
Vigliacca, pensò di sé stessa...
L'odore prepotente del mare, il sentore salmastro dell'acqua un poco ferma, imprigionata nel porto, s'imposero allo stomaco, mentre gli occhi si chiudevano e la mano restava stretta a quella di André che la guidava.
I passi presero a correre sui gradini della scala appoggiata al ventre della nave. Fu costretta a riaprire gli occhi su al cielo, per ritrovarsi a fissare nuvole che correvano veloci, silenziose, nell'assordante vociare inferocito della folla, poco sotto di loro, e più su di quella dell'equipaggio intento a preparare la nave per il prossimo viaggio e a scambiarsi ordini concitati.
Si avvide che il terzo ponte partendo dalla linea dell'acqua terminava con una specie di rientranza che assomigliava quasi ad un balcone incassato dentro la pancia della nave.
Dalle feritorie poste nel secondo ponte sbucavano le colubrine che risplendevano, lucide nell'scurità della sera.
Ne contò quindici, s'immaginò che dall'altro lato ve ne fossero altrettante.
Queall non era sempre stato un mercantile dunque. Forse un tempo era una nave da guerra.
Suoni secchi e ripetuti...
Le feritoie vennero chiuse ad una ad una.
Oscar tornò giù con gli occhi...
Altri passeggeri erano intenti a percorrere in tutta fretta la scalinata, stretti nei mantelli gli uomini, ed avvinghiati al braccio del gentiluomo che le scortava, le donne, terrorizzate.
Il tempo di porgere i documenti, che in quell'istante tornarono ad essere Gilbert e Charles Montand.
La folla era immensa...
L'invito era di entrare subito nella cabina assegnata. L'equipaggio della nave non avrebbe potuto proteggere i passeggeri da colpi di fucile sparati da terra.
"Aspetta..." – Oscar strinse la mano di André – "Voglio vedere se riesco...".
"E' pericoloso..." – André contestò debolmente la richiesta, anche se la comprendeva.
Il pensiero di partire senza sapere più nulla di tutti coloro che stavano rischiando la vita per aiutarli era duro d'accettare. Ma Desillian era stato chiaro, che qualsiasi accidente fosse accaduto, loro non si sarebbero dovuti voltare indietro.
Dovevano partire e così sarebbe accaduto.
I primi colpi di fucile...
Le grida della gente...
L'ondeggiare incerto...
Il vuoto che s'apriva là dove i soldati tentavano di farsi strada, sparando in aria, e poi verso la folla per disperderla e ricacciarla nella miseria da dov'era venuta, nell'Inferno che competeva agli straccioni.
Un secondo fischio annunciò che la nave stava salpando, gli ormeggi lanciati a terra lasciavano libero il gigante addormentato.
Le vele presero a scivolare giù, libere di innalzarsi al vento che le gonfiava debolmente.
Due feluche a vele spiegate, aperte alla brezza, s'erano posizionate a prua della nave, da cui erano state calate corde robuste, per agganciare il veliero e trainarlo fuori dal porto, dove il vento più forte avrebbe consentito alla sua enorme mole di prendere il largo facilmente.
Si susseguirono rapidi i colpi secchi dei tiranti, i marinai erano all'opera per predisporre le cime in maniera che la nave potesse acquistare la massima velocità, una volta in mare aperto.
I rumori frenetici, la brezza del mare che aumentava, la luce del giorno che lentamente rischiarava il porto e le colline dietro ad esso, comunicarono, in maniera pressoché definitiva, che la nave stava lasciando il porto e con esso la Francia.
La sua vita, quella che aveva vissuto così intensamente fino a quel momento stava cambiando per sempre.
"Dio..." – Oscar corse verso il bordo del ponte, s'affacciò, guardò sotto, intuì la fisionomia dello spagnolo...
Un fischio più acuto...
Un altro fischio...
Un boato sorse dallo spiazzo arioso straripante di gente.
Solo un esiguo e labile corridoio consentì agli ultimi passeggeri di salire a bordo in tutta fretta.
La folla aveva preso a caricare i soldati.
Un altro fischio...
Gli ormeggi mollati, ad uno ad uno.
Altri spari, i soldati non accettavano d'essere ricacciati indietro...
Grida...
Guizzi di corpi che presero ad accerchiare i militari, le spade lampeggiarono lucenti alla luce amaranto del tramonto.
Oscar puntò lo sguardo nella direzione del trambusto più roboante.
Intravide la fisionomia dello spagnolo.
Anche André lo riconobbe...
Il cuore prese a battere più forte...
Il caos della terra non li raggiungeva, mentre intuirono che la nave si stava muovendo, allontanandosi lentamente dalla banchina grazie alle feluche che avevano dispiegato le vele imboccando la direzione che portava verso l'imboccatura del porto.
Il vento prese a fendere la faccia.
"Monsieur...dovete scendere giù...è pericoloso...".
La voce alle spalle li raggiunse.
"Aspettate..." – rispose André, prendendo per mano Oscar ed iniziando a camminare sul ponte verso la prua.
Oscar lo seguì, docile, come fosse una bambola, mentre gli occhi erano fissi al punto in cui aveva scorto Joaquin Desillian. L'altro non c'era più.
L'aveva perso...
Le immagini si sfocavano tradite dalla luce morente del tramonto...
Il vento gonfiò le onde, mentre il veliero prendeva ad allontanarsi dalla banchina.
André le strinse la mano...
Sussurrò poche parole: "Stiamo lasciando la Francia...".
Oscar sussultò, non se l'era dimenticato, solo non s'immaginava sarebbe accaduto così, a quel modo roccambolesco e rapido.
Le parve d'esser come quella nave, voleva partire allora, davvero, e lasciare la sua vita, e lasciarsi trasportare via da forze possenti, imperiose, incontrollabili, invisibili, senza volto...
Altre forze a cui lei non si sarebbe opposta.
Era da una vita che non si ribellava.
Distolse lo sguardo dalla terra allora e prese ad osservare sotto di sé e poi avanti, laggiù, verso la prua della nave, scorgendo l'imboccatura del porto, un poco stretta.
E oltre, l'amaranto liquido, immobile, immenso...
Il mare…
Rinascita e redenzione, gelo e calore...
Il mare…
Libertà dall'oppressione d'una vita trascorsa ad obbedire ad ordini senza senso al solo scopo di tenere in piedi un palcoscenico dove ognuno doveva recitare la propria parte, al meglio, dove nessuno poteva permettersi di mutare ruolo e parole. Nemmeno il tono della voce.
Era stata un burattino nelle mani del padre, dei superiori, della regina, suo malgrado, degli stessi soldati che aveva comandato.
Persino di sé stessa, ingranaggio quasi perfetto, che doveva funzionare senza possibilità di opporsi, a rischio d'esserne travolta, soffocata ed annientata per sempre.
Di nuovo la stessa sensazione...
Stava fuggendo…
Si…
Alla fine di ogni ragionamento, di ogni considerazione, per quanto benevola, lei stava fuggendo.
Non poteva più vivere quella vita, perché altrimenti sarebbe morta.
E non solo per colpa della sua malattia.
Il mare, l'intravedeva laggiù, la mano stretta alla mano di André.
Se fosse rimasta, lei sarebbe morta, nell'inerzia di un'esistenza ogni giorno uguale a sé stessa, soffocata dal desiderio di appartenere a quell'ingranaggio perfetto che invece era tutto tranne che perfetto.
Stava fuggendo per tornare a vivere...
Non la propria vita ma il proprio spirito.
Riconciliarsi con sé stessa e con il mondo e con l'essenza della natura e dei suoi desideri, tra tutti quello d'osservare lo sguardo del proprio uomo, mentre le stringeva la mano, mentre s'avvicinava alla sua bocca, di sfuggita, in un soffio, e sfiorava le labbra, perchè sentiva di desiderarlo, di nuovo e poterlo fare, poterlo desiderare, era conquista enorme, incommensurabile, un'emozione senza paragoni che stava assaporando giorno dopo giorno, immergendosi e lasciandosi travolgere da essa.
"Guarda...".
André strinse ancora di più la mano, sollevò la sinistra indicando l'imboccatura del porto.
Le feluche avanzavano lente così che la nave non rischiasse d'urtare le banchine che si restringevano, mentre poco distanti s'intravedevano gli specchi lucidi e verdastri dei bacini di carenaggio.
Su, lo sguardo corse su, verso Fort Saint Nicolas, una sorta di monumentale roccaforte che s'affacciava sul lato sinistro dell'uscita del porto, una sfinge a guardia della città.
Li riconobbero i mocciosi che si sbracciavano, tutti lassù, mentre correvano assieme lungo la strada che portava sempre più in alto. Gridavano quelli e saltavano come pazzi per farsi riconoscere e per salutarli.
L'abbracciò André, stringendola a sé, che gli parve fosse divenuta ancora più magra e scarna.
"Sono loro!".
"Si...sono riusciti a venire fin lassù...me l'aveva detto Joaquin..." – rispose André, stringendola ancora di più, grato che lei fosse lì, grato di poterle rivelare il piano dell'amico – "Sapeva che non ci sarebbe stato tempo per salutarsi così mi ha detto che se tutto fosse andato bene avrebbe spedito i bambini fin su a Fort Saint Nicolas. Da lassù si vedono le navi che entrano ed escono dal porto...mi ha detto di guardare in quella direzione...".
"Didier Lasalle, Casimir Bertinou, Picard Frerer, Germain Cabalien, Thiroux Fabien, Stéphane Jerome, Oratio Léon, Emmanuel Simeon, Wilfred Montigner, Paul Capillion, Olivier Aimee..." – scandì i nomi piano, Oscar, ad uno ad uno.
I bambini senza nome ora ne avevano uno.
Fu lei a stringersi a lui che si zittì, mentre ascoltava e ricordava quelli ch'erano rimasti a terra laggiù, a Parigi e quelli che restavano lì, nella terra di Francia. I vivi e i morti.
Tutt'e due fissarono il punto in cui i bambini s'erano fermati e salutavano la nave gridando e continuando a sbracciarsi.
"Joaquin mi ha detto che cercherà di trovare il bambino scomparso…l'amico di Didier…ci proverà...così almeno qualcuno potrà dire una preghiera per lui...".
Altri fischi più acuti, intensi...
Il vento prese forza e gli occhi si sollevarono verso gli alberi della nave, dove avevano preso a volteggiare i marinai acrobati, addetti ad ammainare le vele.
Le tele presero a scendere dapprima solo per metà della loro lunghezza.
Lampade ad olio occhieggiarono dallo scafo per rendere visibile il mercantile che lasciava la darsena chiusa e protetta.
L'ombra scura procedeva brillando come un cielo stellato raddoppiato sul mare.
Gli occhi rimasero ad osservare le mura ocra e possenti della fortezza che sfilava davanti a loro.
La eco delle grida della rivolta era ormai lontana.
Silenzio...
Oscar chiuse gli occhi appoggiandosi al corpo di André.
Lo desiderava.
Soprendentemente, nonostante tutto, lo desiderava, L'intuì un poco rigido, immerso in pensieri ch'erano lontani da lì, da loro...
Alzò lo sguardo verso di lui.
"C'è qualcosa che non va?"
"No...".
Non finì la frase, si strinse ancora di più a lei, dimenticandosi di tutto, dove fossero, perchè, il passato, il futuro.
Si chinò, appoggiando le labbra alle labbra, con forza e con disperazione, che lui non era nulla senza di lei, pensò dentro di sé.
Come avrebbe fatto senza di lei, senza sentire il profumo della pelle o restare nello sguardo come si posava su di sé adesso, senza più rimproveri o rimorsi, dolce, intenso...
Stupito, ogni volta...
Alle spalle il sole, imponente che moriva, dietro, lontano.
L'odore del mare...
Lei era la sua esistenza.
"Che farei senza di te?" - disse Oscar piano.
Lo sussurrò a lui che sussultò, come se davvero lei gli avesse letto dentro.
Lo disse a lui e lo disse anche a sé stessa.
D'istinto…
Era il tramonto del venisette settembre dell'anno millesettecentottantanove.
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