Era stanco. Mortalmente. Di lei, dei loro confronti accesi che si ingarbugliavano in onde involute che collassavano una sull'altra, allontanandoli.
Non era venuto con l'intento di dirle quello che provava, perché l'aveva già fatto una volta e non era servito a niente.
Era ancora vivido il ricordo della bruciante umiliazione provata dopo averle confessato di amarla e averla implorata di non intestardirsi con le sue idee suicide, solo per rendersi conto, con brutale onestà, che di lui non le importava. Non abbastanza perché si fermasse davanti al pericolo per amor suo. O non abbastanza in generale.
Non aveva mai pensato che sarebbe stato trascinato nell'identica situazione, anni dopo, a mendicare un amore che non c'era. Si era ridotto a farlo perché le loro discussioni, compresa la presente, non portavano mai a niente di costruttivo. Li stremavano, al punto da voler soltanto smettere. Farla finita in qualsiasi modo.
"Sai già quello che penso, Kate. Non c'è nessun bisogno che te lo ripeta. Te l'ho detto proprio qui, tre anni fa". Indicò il punto della stanza in cui era fermo. "O te lo sei dimenticato?".
Aggiunse la domanda solo per indispettirla. Non poteva non ricordare quello che era stato costretto ad ammettere, in un ultimo disperato tentativo di fermarla.
"Non l'ho dimenticato affatto, Castle. Hai dichiarato di averne abbastanza e te ne sei andato per sempre".
"Se fossi andato via per sempre non sarei qui in questo momento, non credi?".
Non era la risposta più sensata da dare e se ne rese conto non appena la pronunciò, ma si stava infervorando e, peggio ancora, non gli importava più di stare calmo, cercare un punto di incontro, salvare il salvabile. Non c'era niente da fare, con lei. Non c'era mai niente da fare.
"Solo perché ci siamo incontrati per caso! In tre anni non ti sei mai fatto vivo!", replicò lei infiammandosi. Anche lei doveva aver deciso che il tempo delle buone maniere era finito.
"Come potevo farlo? Io ti amavo e tu no. Come potevo rimanere? A quale scopo? Per vederti andare avanti con la tua vita? Uscire con altri uomini? Pensi che i sentimenti si possano accendere e spegnere a piacimento? Ho fatto l'unica cosa sensata. Sono andato via, perché il cuore non mi si spezzasse del tutto". Era sbottato e non se ne pentiva.
Mentre parlava aveva rivissuto la stessa vivida mortificazione di allora. E tutti gli anni precedenti, fatti di attesa, pazienza e speranza. E quelli dopo, immerso nel buio dello scoramento.
Quando si azzardò a guardarla, nel silenzio scoraggiante che aveva accolto le sue parole, che riecheggiarono a lungo rimbalzando tra di loro, gli parve che si fosse trasformata in una scultura marmorea. Era impietrita, lo sguardo fisso nel vuoto, come se non riuscisse a credere a quello che aveva appena sentito.
Non gli sembrava di aver detto niente di apocalittico. O niente di cui lei non fosse già a conoscenza. Perché allora se ne stava davanti a lui con gli occhi sgranati e un'espressione di pura incredulità nel viso, come se fosse stata appena messa al corrente di un turpe segreto che avrebbe fatto vacillare le fondamenta della civiltà?
"È per questo...". La voce era così flebile che dovette fermarsi per recuperare un po' di forza. Tossicchiò, come se avesse qualcosa che le graffiava la gola.
"È per questo che te ne sei andato?".
"Certo. Perché mi era insopportabile amarti. Non potevo andare avanti in quel modo".
Era uno sguardo di puro odio quello che gli rifilò? Doveva preoccuparsi per la sua incolumità? C'erano pistole in casa?
"Ho sempre pensato... ", iniziò esitante, per poi fermarsi come se avesse cambiato idea. Sperò che andasse avanti, perché era sicuro che non avrebbero mai più parlato con tanta sincerità, se doveva tener conto delle loro statistiche personali.
"Che cosa, Kate?", la invitò, addolcendo il tono. Era così sfinito, e doveva esserlo anche lei, da non ricordare perché avessero iniziato quella conversazione. Perché fosse andato a casa sua. Che cosa importava ormai tirare in ballo vecchi discorsi? Lei stava pensando se sposare un altro. Forse avrebbe fatto meglio ad andarsene.
Sorrise amaramente dentro di sé nel rendersi conto di aver compiuto lo stesso percorso. Si erano trovati, lui l'aveva corteggiata, aspettata, amata e adesso si sarebbe allontanato, per il proprio bene.
Chi non impara dai propri errori è costretto a riviverli. Non era così che dicevano? Era proprio quello che era successo. Aveva percorso gli stessi passi, convinto che questa volta avrebbero portato in una direzione diversa, ma non era andata così.
Non ci sarebbe stato un terzo round. Fu felice, almeno, che questa volta il ciclo dell'agonia fosse durato di meno, che non avesse sprecato anni dietro alla stessa fantasia irrealizzabile.
La vide rianimarsi. Era da lei imporsi con determinazione di non lasciarsi turbare, non lasciarsi travolgere dalle emozioni, avere l'ultima parola, anche contro se stessa.
"Per tutto questo tempo ho pensato che te ne fossi andato perché sono una persona irragionevole".
Le costò così tanto ammetterlo, che Castle avrebbe solo voluto abbracciarla e dirle che andava tutto bene. Stava per strappargli il cuore un'altra volta, e lui l'avrebbe consolata in ogni caso. Se lo sarebbe dilaniato lui, anzi, e glielo avrebbe offerto in dono.
"Sì, sei indubbiamente irragionevole. E molto testarda. E non hai margini di grigio. Sei anche irritante, esasperante e straordinaria. Ma non è per questo che mi sono imposto di allontanarmi allora. O adesso".
La vide svuotarsi, perdere di consistenza, piegata sotto il peso di quello che le aveva appena comunicato.
"Vuoi andartene? Di nuovo?", bisbigliò costernata.
"Non credo di potermi permettere di rimanere".
Non capiva perché stessero negoziando i termini della sua resa. Era una resa totale. Non c'era molto altro da aggiungere.
"È così che fai sempre, vero? Te ne vai. Non ti importa di quello che ti lasci alle spalle", esclamò sdegnata.
Castle fu confuso da quella reazione imprevista. Lo stava biasimando? Per quale motivo le dinamiche in gioco si erano rapidamente capovolte? Perché diamine era diventato lui il cattivo?
"Kate... non posso fare diversamente". Cercò di prenderla con le buone. "Tu stai valutando di sposare un altro uomo. Che cosa posso fare? Inginocchiarmi a mia volta? Implorarti? Ho un limite a quello che posso sopportare".
Non voleva abbassarsi al punto da ricorrere a piagnistei, ma il suo continuo sferzarlo senza concedergli tregua gli aveva imposto la ricerca, infruttuosa e sfiancante, di un chiarimento, che gli aveva scavato le carni. Era un gioco al massacro al quale non riusciva a sottrarsi. Doveva mettere una distanza tra di loro, attivare i sistemi di sicurezza che l'avevano fatto sopravvivere.
Lei era diventata, come in passato, l'arma che lui usava contro se stesso, per torturarsi, nell'assurda convinzione che a furia di dilaniarsi, prima o poi sarebbe arrivata la salvezza. Solo ora capì la follia di un ragionamento del genere
"E il mio limite? La mia sofferenza? Hai idea di quello che ho passato io in questi tre anni? Come pensi che mi senta davanti alla minaccia che te ne andrai di nuovo? Come...". Fu interrotta dal respiro fattosi affannoso.
"Non è una minaccia". Non sapeva più quali parole, metafore, ragionamenti usare per farle comprendere la necessità dalla sua decisione. Non era nemmeno una decisione. Era l'unica opzione rimasta.
"Non lo sarà per te. Ma io? Io che rimango qui a vedere che te ne vai, fissando la porta nell'attesa che torni? Io non conto niente? Perché è quello che ho fatto. Ti ho aspettato. E non sei mai tornato", finì, un po' a stento, tentando di mantenere una dignità nello strazio.
Era così fuori da ogni logica che lei si stesse emotivamente denudando davanti a lui, così insolito che esprimesse a parole quello che provava, che non fu sicuro di aver capito bene. Sentì solo una grande tenerezza che spazzò via qualsiasi altro sentimento.
Contro ogni indicazione di buonsenso, voleva prenderla tra le braccia e consolarla. Se gli argini non avessero tenuto – ed era molto probabile che non lo facessero, se solo avesse fatto un passo nella sua direzione – probabilmente le avrebbe chiesto scusa per averla lasciata.
Kate sospirò. Alzò le spalle in un gesto fiero. La risolutezza nei suoi occhi gli fece capire che non si sarebbe tirata indietro, non si sarebbe nascosta. Temette l'arrivo di un altro colpo insostenibile, un'altra verità che non avrebbero potuto cancellare.
"Tu vai sempre via, Castle. Non posso più accettarlo. È troppo doloroso. Se devi andare... fallo subito". Scosse la testa e sembrò perdere tutta la sua compostezza e decisione.
Ok, era abbastanza. Poteva pure sposare l'intera popolazione maschile del pianeta, se era quello che voleva, ma lui non poteva in nessun modo non avvicinarsi a grandi passi, per coprire la distanza tra loro nel minor tempo possibile, e non avvolgerla nel suo abbraccio, per farcela sprofondare dentro.
La sentì cedere e cedere, senza opporre resistenza. Era calda, viva, minuta e sfinita.
Si chiese se non sarebbe stato meglio per entrambi se non avesse agito subito in quel modo, evitando un confronto che li aveva esauriti.
Kate si aggrappò, aggrovigliandosi con il suo corpo, rendendogli impossibile qualsiasi movimento. Non sarebbe andato da nessuna parte, non dopo tale manifestazione fisica e verbale del bisogno che aveva di lui. Non riusciva a capire dove finisse la propria estensione e cominciasse quella di lei.
"Non andrò via mai più", mormorò, a occhi chiusi, la sfumatura ispirata di chi cede volontariamente al martirio.
"Vorrei vedere. Come se ti lasciassi andare", fu la risposta tagliente che gli arrivò da una galassia lontana.
Non capì, soprattutto quel tono. Si era perso qualcosa?
Recuperò il suo viso da qualche parte sotto i capelli e contro il suo collo. Quando fu tornata in superficie, l'espressione felice e rilassata che aveva sostituito quella cupa e addolorata di qualche istante prima gli fecero sospettare che lei fosse andata ben oltre rispetto all'abbraccio consolatorio con il quale le prometteva che le sarebbe stato accanto in qualsiasi circostanza. Come fanno gli amici. Non si stava parlando di quello? Sembrò di no, visto che si trovò le sue labbra incollate sulle proprie e questa volta il bacio con cui lo travolse non fu né lieve né breve e non ebbe alcun dubbio di averlo sognato o meno. Era tutto reale. Affondò una mano tra i suoi capelli, mentre lasciavano che il bacio diventasse più profondo e intimo.
Aveva sempre pensato, quando, nel tempo, si era permesso di indulgere nella perversa tentazione di immaginare un miglioramento dei loro rapporti, che nel momento in cui avesse avuto la rara occasione di baciarla di nuovo – e non sotto copertura – avrebbe vissuto una sorta di dissociazione temporale dove sarebbe stato sia il protagonista dell'evento desiderato, sia un osservatore attento che avrebbe memorizzato per i posteri ogni dettaglio della loro miracolosa unione.
Era sicuro che avrebbe sentito il suono delle fanfare e che ogni parte di lui sarebbe stata finemente consapevole del grande evento in corso. Forse avrebbe perfino piantato una bandiera e fatto un discorso di ringraziamento. O anche solo una frase significativa. Un grande passo per l'umanità eccetera.
Non fu così. Si rivelò già un successo il fatto di riuscire a mantenere una postura eretta, per sostenerli entrambi, e a comportarsi nel modo in cui ci si aspettava comunemente da un uomo nel fiore degli anni e della vitalità, invece di starsene imbambolato davanti a lei con espressione trasognata – in realtà non era del tutto sicuro sull'ultimo punto. Ma lei non poteva vederlo, quindi non se ne preoccupò.
Anche rimanere in piedi si rivelò un'attività che richiese molto equilibro e una solidità di membra che non riuscì a garantire a lungo. Caddero entrambi sul divano, Kate sotto di lui, decisamente intenzionata a dimostrare nei fatti il proposito – o la minaccia – di non permettergli di andarsene. Era questo che intendeva? Impedirglielo fisicamente? Lui non avrebbe fatto obiezioni.
Dovevano chiarirsi, però. Non potevano cedere all'implacabile attrazione fisica, solo perché erano distrutti dall'infinito discutere. Lui non se lo sarebbe perdonato. Lui voleva molto di più. Se lo ripeté inutilmente, mentre le mani correvano a sollevarle la maglietta, per tornare a sentire il contatto con la sua pelle, che aveva creduto perso per sempre. Le dita di lei stavano già avendo la meglio sui bottoni della sua camicia, le sentiva correre leggere e sicure. Solo un altro minuto, si disse. Solo un altro bacio sulla gola pulsante. Sulla piega morbida del collo. Solo il piacere di godersi qualche altra carezza a palmo aperto su e giù lungo la schiena, incurante del fatto che più tardi se ne sarebbero visti segni. Fu solo quando Kate alzò invitante i fianchi contro di lui, attorcigliando le gambe intorno alle sue, che capì che dovevano fermarsi. Prima che nella confusione del pavimento finissero gli indumenti mancanti.
"Kate...". Fu molto difficile trattenersi dall'abbandonarsi alla beatitudine di cori celesti verso la quale stavano precipitando, ma un uomo deve fare quello che deve fare. Così cercò di convincersi.
Il mugolio di risposta non prometteva niente di buono. Nemmeno il fatto che gli stesse mordicchiando la pelle della spalla.
"Non hai mai dovuto pensare alla proposta, vero?".
Il sorriso un po' colpevole che gli rivolse lo convinse di essere stato un idiota, fin dall'inizio.
"No".
Le prese il mento tra le dita, per costringerla a guardarlo. "Hai mentito!", la accusò divertito. Che importanza aveva, adesso? Ce l'aveva lui tra le braccia. E non avrebbe permesso che finisse tra quelle di nessun altro.
"Eri così arrabbiato e ingiusto che mi è uscito così. Mi dispiace". Non era sicuro che la contrizione che mostrava fosse autentica. Le era sicuramente piaciuto vederlo stare sulle spine, almeno un po'.
Gli appoggiò un dito sulle labbra.
"Come hai potuto pensare che potessi prendere in considerazione una proposta di matrimonio, dopo quello che c'è stato tra noi? Dopo aver dormito nel tuo letto?".
"Innocentemente", sottolineò Castle, che teneva a non passare per un rovina famiglie.
"Io non vado via per il weekend con altri uomini, nemmeno innocentemente. Ricordatelo in futuro".
Si guardarono più seri e consapevoli, per la prima volta realizzando l'importanza quello che stava succedendo tra loro.
"Mi sei mancato, Castle".
La baciò divorandola per dimostrarle, nei fatti, quanto era mancata a lui.
"E ti amavo già allora".
Castle sorrise contro le sue labbra, stupidamente felice. Forse le ultime ore non erano state un prezzo così pesante da pagare, se si era arrivati a una confessione del genere. Si sarebbe mangiato le mani più avanti, per quello che avevano sprecato. Tutti i giorni della loro vita dissipati a rimpiangersi.
"Dobbiamo recuperare il tempo perduto".
"Sono d'accordo. Sempre che tu la smetta di parlare, Castle. Non è accettabile questo vizio che hai...".
Non la fece finire, ma la zittì in tutti i modi che gli vennero in mente.
Le luci dell'alba li trovarono addormentati in un groviglio inestricabile di gambe e braccia, le mani perse sul corpo dell'altro, i volti vicini e i sorrisi finalmente appagati.