Castle poté dedicarsi in pace alla sua opera culinaria, senza essere disturbato da altri agguati.
Kate si limitò a osservarlo da lontano, per quanto fosse possibile nella sua minuscola cucina, partorendo senza sosta pensieri da censurare.
Che cosa le stava succedendo? Si era trasformata in un'adolescente in preda a una crisi ormonale?
Il problema era rappresentato dalla perfetta aderenza con cui i pantaloni stretti - certo non jeans, purtroppo, Kate, smettila - fasciavano alla perfezione parti del suo corpo, su cui non avrebbe voluto indugiare. Nemmeno con lo sguardo.
Sommato ai movimenti sicuri, le veniva da dire prestanti, e fluidi con cui maneggiava attrezzi che lei non ricordava di aver mai comprato e mostrando di avere il completo controllo della situazione, le appariva più irresistibile che mai.
Doveva trovarsi qualcosa da fare. Cercò di pensare ad altro.
Si stupì di rendersi conto di quanto tempo fosse passato da quando un uomo si era aggirato disinvolto nel suo appartamento. La cosa riusciva a stranirla e, insieme, a renderla felice.
Lui sembrava riempire tutto lo spazio vitale con la sua semplice presenza fisica. Nonostante vivesse da sola da molto tempo, avere un'altra persona che si muoveva tra le sue cose, non la disturbava. Anzi.
Riusciva a immaginare di farlo molte altre volte ancora. Se chiudeva gli occhi poteva vederlo andare e venire da casa sua, come se l'avesse sempre fatto. Era strana tanta naturalezza nei confronti di qualcuno che conosceva da poco. Anche se, a voler essere pignoli, la loro conoscenza si era già estesa molto in fretta.
I pensieri, che era riuscita a mantenere casti per qualche minuto, virarono di nuovo su scene non adatte a un pubblico sensibile, quando si rese conto di aver fissato per tutto il tempo la sua schiena, fantasticando su tutti i modi in cui avrebbe potuto sfilargli la camicia.
Che colpe aveva una donna se il tessuto si tendeva sui muscoli e sembrava invitarla ad allungare una mano per toccarli?
Doveva seriamente fare qualcosa per quel suo piccolo problema di non riuscire a resistergli quando ce l'aveva intorno. Non aveva mai creduto che l'attrazione fisica potesse essere tanto feroce. Non al punto da annebbiare la capacità di discernere il bene dal male e annullare il suo intelletto.
Se lui si fosse girato proponendole di saltare la cena, lei avrebbe accettato con entusiasmo. Non poteva essere così priva di volontà, come se fosse stata un burattino tra le sue mani.
No, meglio non pensare alle mani. Concentrarsi su dettagli del suo corpo era pericoloso.
Le era facile tornare lucida, una volta che lui era fuori dalla sua vista. Riusciva a vedere la situazione per quella che era – due realtà che, secondo le statistiche, non avevano nessuna probabilità di successo di fondersi insieme senza drammi.
Magari era meglio evitare certe scelte verbali.
Le venne caldo. Non sapeva come avesse fatto a trattenersi per tutta la sera, fino a quel punto. Forse invitarlo a casa sua era stato un errore.
Se la prima volta che erano stati insieme in un luogo inaccessibile ai più, l'interno della limousine, era successo quello che aveva ancora molto ben chiaro nella mente, cosa sarebbe potuto accadere ora che aveva iniziato a conoscerlo meglio? Adesso che le piaceva come persona e non solo come insieme di risposte chimiche che si adattavano così bene alle proprie?
Era la prima volta che le accadeva di essere sopraffatta dalla mera attrazione corporea, e ne era intimorita. Ma, in fondo, che cosa poteva capitare di male?
Niente. Tutto.
Quella cosa che c'era tra loro, qualsiasi cosa fosse a quel punto, qualsiasi cosa sarebbe potuta diventare, le stava dando alla testa. Non era lucida. Era un oblio molto piacevole, senza dubbio, ma la rendeva imprudente. Doveva tenere la guardia alta.
Avrebbe iniziato il giorno dopo. Come le diete.
In quel momento erano finalmente in una situazione perfetta: avevano tempo, erano soli, i telefoni non avrebbero squillato, non avevano altro da fare che godersi la reciproca compagnia. Evidentemente non c'era modo di scegliere verbi neutri, si rassegnò.
Si raddrizzò sulla sedia. Era sicura che lui avesse il potere di leggerle nella mente. Perché, altrimenti, si sarebbe girato a guardarla da sopra la spalla, sorridendole interrogativo e canzonatorio, come se avesse intuito l'esatta natura delle sue riflessioni?
Perché non spegneva quei maledetti fornelli? Che gli importava del cibo?
Riecco l'adolescente con gli ormoni impazziti.
Contegno. Serviva contegno.
Finalmente Castle avanzò verso di lei con in mano due piatti. Il profumo era delizioso e le fece venire l'acquolina in bocca, risvegliandole un robusto appetito. Nel loro primo tentativo di cenare come persone normali erano a malapena andati oltre l'antipasto, e durante il giorno era stata troppo nervosa per pensare al cibo.
Fu una cena molto diversa, nelle premesse, da quella che avevano tentato al ristorante. Per prima cosa perché mangiarono tutto, fino alla fine. Kate si stupì di quanto fosse bravo a cucinare. Un'altra voce da aggiungere alla lunga lista di qualità positive che andava scoprendo.
Inoltre, l'atmosfera era molto meno formale, più serena, di quella che era stata a inizio serata. Lui non le consigliava dessert, serio e compassato dietro al suo menu e lei era non era più sopraffatta dal nervosismo.
Era così rilassata da allungare la forchetta e rubargli qualcosa dal piatto, senza pensarci.
Quando se ne rese conto si ritrasse imbarazzata, scusandosi. Che cosa stava facendo? Non avevano ancora quel livello di confidenza. Quale sarebbe stato il prossimo passo? Saltargli in braccio? Farsi imboccare?
Lui non fu sorpreso né seccato. Anzi, sembrò divertito dal suo gesto, che accolse con tranquillità.
"Se avessi saputo che avevi tanta fame, avrei preparato altro", la prese in giro, cercando di farla sentire meglio.
Si erano alzati da tavola, dove ancora giacevano i resti della sua vergogna, ed erano andati a sedersi sul divano, una mossa che aveva l'unico scopo di prendere tempo e girare intorno al passo successivo che rimaneva così in sospeso tra loro, senza che nessuno dei due avesse il coraggio di farsi avanti per primo.
"La prossima volta ti cucinerò un pasto da cinque portate. Ampia scelta di dolci", aggiunse Castle venendo a sedersi vicino a lei. Kate si lasciò scappare un sospiro.
La prossima volta?
"Affare fatto. È una promessa?".
"Non faccio mai inviti a vanvera", le rispose con più serietà di quella che fosse necessaria. "Basta che mi dici quando. Domani? Uno dei prossimi mille giorni consecutivi in cui ci vedremo?".
"Abbiamo una data di scadenza? Tre anni?". Si sentì più al sicuro virando verso lo scherzo.
"Rinnovabili. Di tre anni in tre anni", stette al gioco lui, accavallando le gambe, un braccio sullo schienale, pericolosamente vicino a lei.
"Rinegoziando i contratti?", gli chiese piegandosi in avanti, diminuendo la distanza.
"No. Le condizioni sono state poste all'inizio e varranno sempre quelle".
"Quali condizioni? Non ho firmato niente", mormorò senza sapere di che cosa stesse parlando.
Percepì che c'era nell'aria qualcosa di importante ancora inespresso, il suo cuore iniziò a battere più velocemente.
"Sono poche. Ci siamo trovati d'accordo su tutto", le rispose a bassa voce, toccandole una guancia con la punta delle dita.
Le accarezzò la mandibola e scese a sfiorarle il collo.
Lei era già stata catapultata nella terra di nessuno in cui non era consapevole di niente, tranne che delle sensazioni che lui le provocava.
Appoggiò la testa sul suo braccio, lui immerse la mano tra i suoi i capelli, seguendo con lo sguardo i movimenti delle sue dita che affondavano nella sua chioma.
La baciò lentamente sulla guancia. Proseguì sulla tempia e lungo l'attaccatura dei capelli. Sembrava, da quel che riusciva a capire nella confusione generata dalla sua pelle ormai resa ultra sensibile e dal suo corpo che reclamava sempre più attenzioni della medesima natura, che lui volesse prendersi tutto il tempo di assaporare gesti meditati e non frettolosi, a differenza di quella prima volta in cui si erano incendiati nella furia degli elementi.
Lui sarebbe stato in grado di andare così piano? Lei non ne era del tutto sicura.
Kate si mosse alla cieca trovando le sue labbra, aprendo le proprie per accoglierlo e lasciandosi sfuggire un gemito quando sentì il tocco della sua lingua. Si aggrappò al suo collo, stringendolo. Lui le abbassò la maglietta, facendola rabbrividire al contatto con la sua mano calda che la accarezzava, facendole desiderare di levare di mezzo tutte la barriere che c'erano ancora tra loro.
Fu un bacio molto lungo. Ogni volta che sembrava che uno dei due si stesse allontanando, l'altro gli andava incontro, perché non finisse mai. Pensò che era così che avrebbe voluto terminare i suoi giorni, continuando a baciarlo senza sosta, schiacciata contro il suo braccio che la sorreggeva saldamente e con il suo corpo a tenerla inchiodata.
Si sentiva svuotata e priva di consistenza. Le girava la testa, il mondo sembrava fluttuare dietro le sue palpebre.
Si ribellò quando lui si staccò da lei, affondando la testa sulla sua spalla, infilandole una mano sotto la maglietta per accarezzarle la schiena, muovendo le dita pigramente e facendola fremere.
La guardò negli occhi. Lei abbassò i suoi, non era in grado di sostenere il suo sguardo. Era persa in un guazzabuglio di sensazioni, emozioni e in balia dei suoi gesti. Le alzò il mento, insistendo perché si guardassero. L'intensità che lesse nel suo viso la turbò.
"Vuoi che me ne vada?", le sussurrò.
All'inizio non capì perché glielo stesse chiedendo. Era ovvio che voleva che rimanesse, avrebbe voluto trascorrere molto altro tempo continuando a fare quello che stavano già facendo, grazie, gli sembrava una domanda pertinente? Poteva rimettere le mani dove le aveva tolte? Perché si stava allontanando da lei?
Poi capì che le stava dando l'opportunità di ritrarsi da lui, di nascondersi nelle sue zone sicure, di rallentare, di gestire quello che stavano vivendo secondo i suoi tempi. La lasciava libera di fare un passo indietro, di definire il loro rapporto solo secondo i suoi desideri.
"No", gli rispose con voce limpida, finalmente sicura di non voler più scappare.
"Sicura?". La fece sorridere che lui ci tenesse così tanto a farle capire che intendeva darle tutto lo spazio di manovra perché si sentisse libera di scegliere solo quello che la faceva stare bene.
E lei aveva finalmente scelto.
"Ti lego al letto, se provi a uscire dalla porta", lo avvisò fingendosi seria, attirandolo contro di sé e lasciandosi andare all'indietro, sulla schiena, impedendogli di andarsene.
Castle si tirò su di nuovo, sfuggendo alle sue doti tentatrici. Kate pensò che forse la soluzione era imbavagliarlo e ridurlo completamente alla sua mercé.
"A proposito di letto...", le sussurrò all'orecchio. Lei indovinò, senza vederlo, il sorriso con cui aveva accompagnato la domanda lasciata in sospeso.
Si mise a ridere. "Da quella parte", indicò nel vuoto, prima di cedere sotto al successivo assalto.
