Capitolo 25: Nurmengard
Maya sollevò lo sguardo e rabbrividì. Faceva freddo, un freddo gelido che le intorpidiva i piedi e le mani, ma non era quella la cosa più incredibile, più sconvolgente.
Non aveva mai visto, mai durante il corso della sua intera vita, una tale distesa di stelle; milioni, miliardi di pulsanti luci dorate che scintillavano al di sopra di tutto e punteggiavano la distesa nera della notte, perfetti e lontanissimi bagliori sospesi nell'aria tersa e ghiacciata come frammenti di cristallo.
E, al di sotto, immensa ed incombente una sagoma che sembrava assorbire ogni barlume di luce: Nurmengard.
Si voltò quel tanto che serviva a cogliere lo sguardo rosso dell'uomo che stava al suo fianco. Lui non se ne accorse, proteso verso la meta con ogni fibra del suo corpo. Verso l'informazione che Maya avrebbe potuto già dargli senza alcuna necessità di compiere quel viaggio.
Ma ogni secondo che perdevano poteva essere a vantaggio di quello che altrove stava facendo Rodolphus: in quello stesso istante stava per definirsi la possibilità di successo o disfatta.
La donna soffiò una nuvoletta di vapore e si sfregò le mani tornando ad ammirare il cielo.
Le sembrò che tutti i suoi pensieri fossero profondamente banali:
l'universo è così grande, l'uomo così piccolo.
- Voldemort… - sussurrò. Le piaceva l'idea di dire quel nome senza un motivo, così, in un posto nuovo, per sentirne il suono nell'aria notturna. O forse aveva bisogno di essere rassicurata; anche se pensava che lui non avrebbe risposto, l'Oscuro Signore le strinse un braccio intorno alla vita e le rivolse un sorriso da bambino.
- Ammirami. – sibilò, gli occhi luccicanti.
Si sollevarono lentamente nella notte, poi più in fretta.
In alto, più in alto… verso la finestra più alta, verso la torre più alta.
Voldemort rise, sfoderando un'altra espressione da ragazzino. Orgoglioso quanto lo sarebbe stato un vero bambino davanti ad un piccolo trionfo. Maya gettò indietro la testa, dimenticando Nurmengard e le miserie che rappresentava, godendo la sensazione dei capelli che sventolavano come ali, degli abiti che, gonfiati dal vento, si increspavano intorno ai loro corpi sospesi.
Doveva essere meraviglioso avere un potere simile, scoprire di non essere condannati ad una vita comune, all'insoddisfazione, all'insicurezza. Sfuggire al mondo degli adulti normali, dei Babbani, al mondo degli altri.
In momenti come questi una parte di lei riusciva a capire Voldemort più di quanto avrebbe voluto, riusciva persino a trovare una giustificazione alle cose che erano accadute. Una parte di lei invidiava il bambino amorale, egoista, capriccioso che poteva allungare la mano e prendere senza che nessuno lo bacchettasse.
All'improvviso la loro salita si arrestò.
- Cosa… - Maya sollevò una mano, aggrappandosi forte a lui con l'altra. Sollevò le dita all'altezza degli occhi, flettendole spaventata – Cosa mi succede?
L'Oscuro Signore le concesse una smorfia divertita mentre, in un soffio di vento, le dita della donna e poi tutto il resto si scomponevano in una voluta di fumo. Lui la seguì, mescolandosi a lei e sospingendola verso le sottili fessure di una vecchissima finestra dalla quale non sarebbero mai potuti entrare in altro modo.
Quando tornarono ad essere solidi, Maya si aggrappò a Voldemort con l'impressione di essere sul punto di andare in frantumi.
- E' stato… sgradevole? – glielo sussurrò all'orecchio, mentre le dava il tempo di rimettersi in sesto.
No, non era stato affatto sgradevole. Bizzarro, inquietante, ma non sgradevole. La donna deglutì, domandandosi quanto sarebbe stato stupido ammettere che era persino sembrato seducente. Ma, prima che potesse dare fiato ai propri pensieri, qualcuno si mosse nella penombra e Maya si voltò di scatto, all'improvviso consapevole del luogo dove si trovavano e dell'uomo che li stava osservando.
- E così sei venuto. Sapevo che saresti arrivato… un giorno. Ma il tuo viaggio è stato inutile. Io non l'ho mai avuta.
Gli occhi di Gellert Grindelwald si posarono sulla Babbana, grandi occhi infossati in un viso emaciato. Sorrideva, ma c'era un'ombra di incertezza e di curiosità sul suo viso rovinato.
Maya avvertì Voldemort irrigidirsi, avvertì il suo disgusto per ciò che Grindelwald era diventato, ancor più forte del furore.
Quello era il grande mago che i libri di storia citavano? Il nemico di Silente? Un vecchio alla fine della vita, una creatura fragile. L'Oscuro Signore ne era disgustato, disgustato dalla sua bocca sdentata, dal modo in cui giaceva come un animale in una lurida cella. Come se non provasse orgoglio, come se non avesse più dignità.
- Tu menti! – l'ira di Voldemort era qualcosa di palpabile, la donna la percepiva come una cosa viva e pulsante fuori e dentro di sé. Gli strinse la mano, tentando di infondergli un briciolo di calma, di lucidità.
- Possiamo risolverla in modo diverso. – sussurrò, ma prima che potesse aggiungere altro il prigioniero rise.
- Allora uccidimi, Voldemort, io accetto volentieri la morte! Ma la mia morte non ti darà quello che cerchi… ci sono tante cose che non capisci!
Voldemort sibilò tra i denti… cosa, cosa non avrebbe capito? Possibile che fosse sempre la stessa storia, l'idea di Silente che tornava anche adesso a parlare dalla bocca di questo rottame? No, erano gli altri a non capire: quest'idea di accettare la morte, la degradazione… era una scusa. Solo una scusa utile per nascondere il proprio fallimento.
Chiunque avrebbe potuto dichiarare di accettare la morte con un piede già nella fossa. Ma lui, Voldemort, li avrebbe sconfitti tutti.
Gellert Grindelwald tornò a ridere – Uccidimi, allora! – lo provocò ancora – Tu non vincerai, non puoi vincere! Quella bacchetta non sarà mai, mai tua…
La furia dell'Oscuro Signore esplose, o quasi.
Maya gli sollevò il braccio, deviando la maledizione che inondò di luce verde la stanza. Rimase, ansante, premuta contro di lui. Gli occhi fissi in quelli del Mago.
- No. – sillabò – Non ce n'è bisogno. Io so dov'è la Stecca della Morte.
L'Horcrux palpitava a vibrava tra loro. E quell'istante di incertezza si dilatò quasi all'infinito. Poi Voldemort fremette, i suoi occhi scattarono verso l'alto ed arretrò di un passo.
- Mi hanno chiamato. – sibilò. Era ancora furibondo, ma Maya lo vide abbassare la bacchetta. Si mosse all'indietro verso la finestra, stringendola con violenza. L'ultima cosa che la Babbana vide prima di mutarsi ancora una volta in vapore fu lo sguardo preoccupato e curioso di Grindelwald.
Poi tutto si perse nel cielo notturno.
Rodolphus Lestrange si concesse un piccolo sospiro mentre si materializzava in un angolo buio davanti ad un delizioso negozio di dolci a Regent Street.
Si guardò intorno per accertarsi che nessun Babbano lo avesse notato, ma quell'angolo era davvero scuro e tutti erano distratti dalle vetrine, dal traffico.
Si infilò in tasca il pugnale di Bellatrix che aveva intercettato a mezz'aria. Aveva rischiato di uccidere Potter in un gesto impulsivo, le aveva detto. L'aveva minacciata di riferirlo all'Oscuro Signore. Ma lui, Lestrange, non era arrivato dai Malfoy che da pochi istanti ed in pieno caos e, dunque, se l'Oscuro era stato chiamato… non sarebbe rimasto adesso che tutto era andato perduto, non per essere punito ingiustamente. Lucius aveva provato a dargli del vigliacco, e Rodolphus aveva provato pena per la sua disperazione prima di smaterializzarsi. Pena per quello che, di sicuro, stava accadendo adesso. Immaginò l'umiliazione di Bellatrix, punita davanti alla donna che più odiava al mondo. Avrebbe voluto essere solo addolorato, ma non riusciva ad impedirsi di essere vagamente soddisfatto.
Sospirò ancora e si avviò verso la vetrina. C'erano delle torte davvero invitanti.
Si guardò intorno in modo casuale, carezzando i Detector Magici che aveva in tasca: sembrava che nessuno lo avesse seguito.
Entrò nel negozio e scelse una torta a tre piani ricoperta di cioccolata. Attese con calma che il commesso la incartasse, e poi si avviò fuori. Ancora verso il suo angolino scuro; il posto migliore per smaterializzarsi.
Un istante dopo stava respirando a pieni polmoni l'aria di mare. Scese dalla collina, fino al piccolo cottage dove, ne era certo, nessuno si sarebbe aspettato di vederlo.
Dopotutto aveva acquistato una torta proprio per questo: presentarsi a mani vuote sarebbe stato oltremodo scortese.
(...continua.)
