Il campo stava per essere trasferito. Non ti avrei condannato ai forni di Auschwitz
L'idea che qualcosa, o qualcuno di orribilmente immondo, ti sfiorasse era inconcepibile per la mia mente. Diverse notti ero venuto da te. Non volevo che mi guardassi con quei tuoi grandi occhi dolci; non volevo che soffrissi, ma rimandavo alla seguente, sperando di trovare nell'alcool il coraggio che mi abbandonava.
E anche quell'ultima sera fui tradito.
Entrai silenziosamente per non svegliarti. Rimasi immobile a guardarti e il silenzio era interrotto dal suono dei nostri respiri. Il tuo viso splendeva nell'ombra della notte; il tuo corpo sembrava ergersi diafano nell'oscurità e a me non restava che contemplarti e sfiorarti furtivamente, negando alla mia coscienza il desiderio di amarti. Impotente a reagire, rimanevo immobile a maledirti.
Il cuore batteva freneticamente nel mio petto. Caricai la pistola e per un attimo credetti di essere tanto forte. Ma il coraggio si spense presto nel profondo dei tuoi occhi spalancati. Non udii una parola provenire dalle tue labbra dischiuse né un gemito. Avvertii il suono melodico della tua voce nella mia testa. Mi parlavi senza parlare e udivo più distintamente di come avessi mai udito.
Non chiedevi di vivere; domandavi solo un perché a cui non avrei saputo rispondere.
Abbassai l'arma. Non avrei potuto ucciderti guardandoti negli occhi. Ti accucciasti, stringendoti nella coperta, senza guardarmi. Forse speravi che ti uccidessi o, forse, fu un estremo atto di difesa.
Mi sedetti accanto a te, nel tuo giaciglio, tolsi dal viso i capelli che ti celavano al mio sguardo e sfiorai le lacrime che rendevano più dolce la mia sconfitta. Ti parlai dolcemente, come mai avevo fatto prima. In un certo senso, ti domandavo perdono. Dovevo ucciderti contro la mia volontà. Non ti avrei lasciata andare ad Auschwitz insieme con gli altri. L'inferno non ti avrebbe avuta nel suo seno.
Finalmente mi parlasti.
Udii la tua voce serena e remota; rassegnata, ma fiera. Non m'implorasti di vivere; non lo avresti mai fatto. Mi ricordasti solo quanto fossi umana e donna, non disfatta dagli orrori a cui ti avevo condannata.
Afferrai le tue mani e le strinsi forte fra le mie. Quali emozioni e quale gioia mi avevano donato nelle ore disperate della mia solitudine! Tutta la musica, le meravigliose armonie sarebbero svanite con te, sacrificate su un altare di falsi dèi. Chi mi avrebbe fatto sentire ancora vivo? Chi mi avrebbe donato ancora quella strana pace che solo le tue mani erano in grado di darmi? Con te sarebbe morta la musica più struggentemente bella di come avrei mai potuto eseguire. Tarpando le tue ali sarei precipitato nuovamente nell'abisso. Herman Waldmuller sarebbe morto una seconda volta.
Ti strinsi forte fra le mie braccia, avvertii un sussulto della tua volontà ma fu un attimo. Non avevi la forza né il coraggio di reagire. Accarezzai i tuoi capelli morbidi sulla schiena. Dovevo ucciderti, eppure la volontà, combattuta fra desiderio e dovere, si dibatteva violentemente.
Avrei ucciso una meravigliosa creatura e disperso nel nulla la più bella musica che avessi mai udito. L'arte sarebbe svanita fra le mie mani, spenta per sempre da un meschino, folle progetto di morte.
"Suonerai per me?" chiesi, quasi in preda ad un delirio. Avevo ancora disperatamente bisogno di te. Annuisti con un sorriso triste. Nel tuo strano cuore non c'era rancore. Suonasti Mozart, quella fantasia K. 475 a me tanto cara. Mi regalasti un addio dolcemente disperato. Le tue mani corsero rapide sulla tastiera, senza un errore o un'incertezza. Forse eri pronta più di me a compiere quel salto nel buio. Afferrai una bottiglia e due bicchieri. Avevo bisogno di bere per allontanare la paura e l'angoscia. Versai da bere anche a te e mandasti giù un bicchierino di whisky in un sol fiato.
Risi quando ti vidi tossire violentemente. Non eri abituata all'alcool. Te ne versai ancora. Sapevo che ti saresti ubriacata presto.
Accesi la radio. Il notiziario parlava di importanti vittorie sul fronte russo.
Mentivano.
La nostra guerra era finita. Sconfitti, ci attendeva solo una fine ingloriosa. Sorrisi alle parole pompose della propaganda. S'illudevano che in quello sfacelo, qualcuno potesse credere ancora alla magnifica sorte della Germania? Cambiai frequenza, fermandomi al suono di un vecchio valzer viennese che evocava un mondo ormai svanito.
Mi voltai a guardarti.
L'alcool aveva soggiogato i tuoi sensi. Volteggiavi leggera sui piedi scalzi. Le braccia aperte fendevano l'aria fresca della sera e il tuo corpo si muoveva sinuoso tra quelle note lontane. Rimasi per un po' immobile a guardarti sognare, incosciente del dolore e della morte, persa in un oblio artificiale creato dall'alcool. Bevvi ancora un sorso, poi ti fui vicino, a stringerti fra le mie braccia per sentirti ancora mia. Danzammo insieme quell'unico valzer mentre le bombe esplodevano a poca distanza da noi. Il rumore sordo delle esplosioni non riusciva a penetrare il velo d'incoscienza che ci avvolgeva. Stringevo a me il tuo corpo fragile; accarezzavo la tua pelle, maledicendoti.
Perché eri ebrea? O meglio: perché mai ero costretto ad odiare la tua natura? Tutto crollava intorno a me: i miti, le illusioni, le speranze e le false ideologie. Il mio mondo moriva spazzato dalle bombe dei nemici. Perché mai dovevo ancora credere alle bestemmie di un folle visionario? Non eri forse tu, una donna; una donna vera, con un corpo, un'anima e dei sentimenti umani? Stretto a te, tutti i preconcetti crollavano. Avevo resistito per mesi ad una passione lacerante, negato il desiderio pur di poter credere nella giustezza delle mie azioni e solo ora mi accorgevo di quanto avessi sbagliato.
Sfiorai la pelle morbida del tuo collo che si piegò a quel contatto. Avevi vinto. Ti vidi donna, la più bella donna, e desiderai amarti come avevo sempre negato alla mia anima. I tuoi occhi si fissarono stupiti nei miei. Cercai ancora di resisterti ma annegai nella più dolce sconfitta della mia vita. Le mie mani divennero audaci, attirandoti bruscamente verso di me. Osai baciarti, perdendomi consapevole nella tua dolcezza. Cercai furiosamente il tuo corpo, come un assetato ad una pozza d'acqua; affogai in te, lasciando che le mie emozioni divampassero come mai prima. Tu eri lì, immobile fra le mie braccia, incapace di reagire e difenderti. Era il mondo che stringevo a me; l'unica cosa che avessi mai desiderato. Pensai solo alla tua pelle morbida, incapace ormai di pensare ad altro che non fossi tu. Come un ladro, rubai il tuo amore, e fu il crimine più dolce della mia vita.
Fosti docile ai miei desideri.
Udii solo un lieve gemito quando presi la tua verginità, poi ti abbandonasti completamente a me, lasciandoti amare. Ricordo il calore del tuo corpo e le tue lacrime che mi bagnavano il petto. Il tuo volto splendeva ai raggi della luna, e il silenzio di quella notte sembrava non potersi spezzare neppure con le bombe.
Non parlasti.
Nemmeno una parola uscì da quelle labbra morbide che continuavo a baciare come un ossesso, maledicendo me e la tua bellezza. Non eri che una bambola persa fra le mie braccia, incapace di reagire e difenderti; o, forse, non lo volevi neanche tu, avvinta dalle spire della morte che sfiorava i tuoi capelli.
Avrei dovuto ucciderti.
Io, che ti amavo, avrei dovuto spegnere i tuoi occhi vivi per onorare il mio mestiere di assassino.
Era una morta, quella che stringevo a me, eppure, mai come in quella notte, avevo sentito scorrere la vita e avvertito un tale desiderio di libertà.
Ti strinsi a me, esausto. Non volli allontanarti. Tutto era sparito intorno a me: quella stanza, il campo, gli ebrei, la guerra!
Chiudendo gli occhi, esisteva solo un mondo fantastico ed irrazionale, dove tu brillavi più fulgida che mai. Attirai la tua testa contro il mio petto. Non avrei voluto sentirti più lontana di così. L'alcool faceva vivere appieno le mie sensazioni, lasciando completa libertà ai mie desideri. Continuai a sfiorare i tuoi lunghi capelli, dolcemente, in silenzio. Udivo il tuo respiro reso irregolare dalle lacrime. Una strana pace mi avviluppava le membra. Ero perduto nelle spire di un amore che travalicava la mia ragione. Mi addormentai tenendoti stretta a me. Inconsciamente, la paura di perderti era forte e, perdendo te, avrei perduto anche me stesso.
