Accadde tutto in modo inaspettato.
Quando più tardi, in solitudine, Castle ripensò ai concitati eventi che si erano dispiegati a fronte alla sua totale impotenza, fu così che iniziò il racconto con se stesso.
E cioè che si fosse passati dall'armonia di battiti e respiri, in cui avevano condiviso un istintivo momento di appartenenza, alla cacofonia di un brusco risveglio. E senza nessun preavviso.
Alex divenne irrequieto, qualche minuto dopo essersi addormentato. Castle era sicuro che avesse preso sonno. Avrebbe potuto giurarlo in qualsiasi tribunale.
Tornò allo stato di veglia con un ansito, che Castle sentì riverberare nel suo corpo come una scossa elettrica. Riprese a muoversi sull'altalena per ripristinare l'equilibro perduto, il sottile bilanciamento di forze che aveva consentito la totale vicinanza tra loro, ma che questa volta non ebbe il precedente effetto miracoloso.
Alex era sempre più agitato.
Castle si alzò. La forza brusca che impresse al movimento provocò l'oscillazione sgraziata dell'altalena, che perse il suo ritmo. Gli sembrò un cattivo presagio, ma scacciò quei pensieri irrazionali, infastidito. Non stava succedendo niente di straordinario. Alex doveva essersi stancato e, semplicemente, non riusciva a rilassarsi, come tutti i bambini troppo stimolati.
Forse le attività a cui si erano dedicati avevano esaurito le sue riserve di energie.
L'aveva messo in conto. Non era una cosa fuori dal normale, quando si trattava di bambini. Perfino lui se lo ricordava dai suoi primi anni con Alexis, anche se le memorie risalivano a decenni precedenti. Era come andare in bicicletta. Era impossibile dimenticarlo.
Vide il passeggino parcheggiato a qualche metro da loro, il peso inutile che si erano trascinati in giro senza motivo, e pensò che potesse essere una soluzione. Forse lui non era in grado di rilassarlo perché si era approcciato alla loro uscita con un po' di nervosismo e timore di fare qualche passo indietro nella relazione con suo figlio – e questo risuonava in Alex, influenzando il suo umore. Se lui era teso, Alex non sarebbe mai riuscito a calmarsi, standogli in braccio.
Cercando di muoversi nel modo più delicato possibile per evitargli scossoni indesiderati, si piegò sulle gambe, inclinò lo schienale dell'attrezzo fino a metterlo in posizione orizzontale e vi depose Alex, che però non parve trovare quel sollievo immediato che si era aspettato.
Si girò su un fianco, rannicchiandosi in posizione fetale – segno inequivocabile della necessità di dormire – ma quando sentì la fredda imbottitura sotto la guancia, si voltò addolorato verso Castle, come se gli spiacesse di doverlo trovare colpevole di un'azione così ignobile.
Castle, pieno di rimorso, si sbrigò a sollevarlo tra le braccia, prima che il pianto che gli leggeva in viso esplodesse. Alex gli si abbandonò contro usando le ultime forze che gli erano rimaste. Fu a quel punto che Castle cominciò a preoccuparsi sul serio. Se avesse pianto di rabbia scalciando o divincolandosi come un'anguilla avrebbe pensato che si trattasse di normale nervosismo indotto dalla stanchezza.
Alex, invece, aveva iniziato a emettere un flebile lamento costante, immobilizzandosi solo per qualche secondo, prima di spostarsi senza requie sulla sua spalla per cercare, realizzò con apprensione, una nicchia confortevole che non trovava.
Non tollerava di sentirlo protestare su quella nota straziante. Gli gelava il sangue. Si impose di riscuotersi. Non poteva dar spazio alle proprie emozioni. Doveva aiutare suo figlio.
Gli venne solo allora il sospetto che avesse qualche malessere fisico più serio, rispetto alla semplice stanchezza. Forse aveva la febbre.
Avvicinò la guancia alla piccola fronte, che però gli sembrò normale. Fresca, perfino. Ma del resto che ne sapeva? Non misurava la temperatura con un semplice contatto fisico da non sapeva nemmeno quanto tempo. E per quanto fosse stato previdente nel portare con sé la merenda, non era ancora arrivato al punto da pensare di infilarsi in tasca un termometro. Avrebbe dovuto farlo, invece. Per ogni necessità. Anzi, l'avrebbe sempre fatto, da lì in avanti.
Rimaneva però da risolvere il problema di Alex, che gli era oscuro proprio come all'inizio dei loro tormenti. Non aveva fatto nessun passo avanti.
Lo osservò alla luce di uno dei lampioni che si erano appena accesi, segnalando l'arrivo di un tramonto che probabilmente doveva essere meritevole di un'occhiata, se Castle non fosse stato del tutto indifferente alle bellezze urbane, stretto com'era in una morsa di preoccupazione che si ostinava a contenere, prima che sconfinasse nell'angoscia.
Non trovò niente di diverso dal solito. Alex era solo un po' più pallido rispetto al suo incarnato roseo ed era senza nessun dubbio esausto. Nient'altro.
Castle decise di fare un altro tentativo di conciliargli il sonno. Lo stese e gli fece appoggiare la testa nell'incavo del braccio e lo cullò, proprio come avrebbe fatto con un neonato. Gli accarezzò piano la testa e, quando questo non migliorò la situazione, appoggiò una mano calda sullo stomaco, ipotizzando che lo zucchero filato non fosse stato una buona idea, dopo tutto. Forse si trattava di un'indigestione o di un banale mal di pancia.
Alex non sembrò apprezzare la nuova posizione e lo fece presente a gran voce, attirandosi anche lo sguardo curioso dei passanti. Castle abbandonò subito l'esperimento, rimettendolo dritto.
Non aveva idea di cosa fare, ammise pateticamente tra sé. Non capiva quale fosse il problema e Alex galoppava ormai senza freni verso la disperazione. Esplose in un pianto affranto, che aumentò di volume quando dovette rendersi conto che suo padre non era in grado di fare niente per aiutarlo. Castle, sentendosi profondamente inetto, gli accarezzò la guancia mormorandogli qualche frase di scusa e promettendogli che sarebbe andato tutto bene.
C'era solo una cosa da fare, ammise tra sé mentre sbottonava la giacca e infilava Alex a contatto con il suo corpo, coprendolo poi con cura dentro al marsupio improvvisato. (Forse aveva freddo? Avrebbe dovuto pensarci subito. No. Non era nemmeno quello). Doveva cedere e chiedere aiuto. E l'aiuto aveva un solo nome. Sua madre. Lei avrebbe saputo cosa fare, avrebbe sicuramente messo in relazione quanto stava accadendo con qualcosa di cui era già stata testimone. Doveva essere così. Forse aveva perfino un faldone in cui aveva registrato i diversi tipi di pianto.
Recuperò il telefono dal taschino interno, rialzò le orecchie da leprotto sulla testa di Alex, per tenerlo al caldo e, muovendosi ritmicamente avanti e indietro, schiacciò il pulsante di chiamata rapida.
Mentre sentiva gli squilli accumularsi ansiosi uno dopo l'altro, ripensò all'intera faccenda e si disse che non aveva nessun senso vederla come una sconfitta. Sì, gli avrebbe fatto piacere se il primo appuntamento solitario con suo figlio si fosse rivelato un grande successo. Sarebbe entrato a far parte della narrativa familiare tra le cose da raccontarsi ai pranzi natalizi. E, fino a un certo punto, era andato tutto a gonfie vele.
Adesso era sorto un problema che lui, con le sue capacità, risorse e conoscenze pregresse non riusciva a risolvere. Kate lo avrebbe fatto. Lo pensava con una convinzione che era quasi più una fervida speranza. Gli spiaceva vedere suo figlio stare male per qualcosa di ignoto e voleva che qualcuno si prendesse cura di lui e alleviasse il disagio – sperò non sofferenza – nel minor tempo possibile.
Lo sfiorò solo di striscio il pensiero che i loro programmi per la serata sarebbero sfumati e che avrebbe dovuto quindi dare diverse spiegazioni, la prima delle quali riguardava il motivo per cui Alex era mascherato e aveva il viso pasticciato.
Kate rispose dopo qualche tempo che a Castle sembrò insopportabilmente lungo e lo salutò con voce allegra e premurosa, chiedendo, senza lasciarlo parlare, come stesse andando la loro giornata, convinta che si trattasse di una telefonata di cortesia.
Non sapeva cosa dirle.
"Kate...", iniziò esitante, cercando il modo di riassumere nel modo più proficuo quanto stava accadendo, senza spaventarla, ma bastò un singhiozzo di Alex, dall'altra parte del suo collo, per metterla in allarme e capovolgere il suo atteggiamento fiducioso.
"Che cosa c'è, Castle? Non è il suo solito pianto. Che cosa succede?", domandò tentanto di mantenersi calma, ma senza dargliela a bere. Era preoccupata anche lei. Castle sentì l'adrenalina pompare nelle vene.
"Non... Non lo so. Stava andando tutto bene...", classica frase che di solito nascondeva il desiderio di celare parti di verità scomode, ma che nel suo caso era invece aderente alla realtà. "E poi è diventato irrequieto e ha iniziato a lamentarsi. Pensavo fosse solo stanco e che non riuscisse ad abbandonarsi al sonno, ma deve esserci dell'altro. E non so di cosa possa trattarsi". Aveva abbassato il tono della voce fino a farlo diventare un sussurro concitato.
"È caldo?", domandò pragmatica e tesa, riprendendosi a tempo di record.
"No. Non credo abbia la febbre, né altri problemi fisici, da quel che posso vedere". Doveva trovarlo un incapace. Castle concordava.
"Sto arrivando. Siete sempre al parco da cui mi hai mandato la foto?".
Le rispose in modo affermativo, dandole istruzioni su dove trovarli.
"Aspettatemi lì e non muoverlo", ordinò decisa, inebriandolo del nettare del sollievo. Non aveva voluto chiederglielo, per non sembrare petulante, ma era molto felice che avesse deciso di raggiungerli. Anzi, era stato disposto a portarlo lui stesso al distretto, se solo l'avesse accennato.
Attese controllando ripetutamente i viali intorno a loro, per non perdersi il suo provvidenziale arrivo.
Le temperature erano scese e, pur non essendo insopportabili come qualche settimana prima, non potevano essere definite confortevoli.
Le persone passarono loro accanto indaffarate, le teste incassate nelle spalle e i baveri dei cappotti alzati. Castle si mosse avanti e indietro per produrre calore, che aveva dissipato stando fermo e per avere qualcosa da fare che tenesse a freno la sua impazienza. Alex non aveva smesso di lamentarsi e questo gli causava uno stato di allarme ormai difficile da controllare. Pregò che Kate non trovasse traffico e che li raggiungesse in fretta, agitando la sua bacchetta magica per far stare meglio Alex e tranquillizzarli.
Sentì dei passi veloci raggiungerli alle spalle e si voltò riconoscente verso di lei. Non era preoccupata, notò con sorpresa, e non era nemmeno arrabbiata con lui, nonostante l'occhiata interrogativa che gli lanciò quando notò il travestimento di Alex.
Non persero tempo in saluti. Alex si illuminò quando vide la madre e volle a tutti i costi andare in braccio a lei, che però si limitò ad accarezzarlo sorridente sulla guancia, mormorando qualche parola affettuosa.
Ecco che cosa aveva sbagliato, capì standole accanto. Aveva espresso la sua crescente inquietudine invece di dissimularla come gli assistenti di volo durante una turbolenza.
"Tienilo tu, se lo prendo io non riesco a esaminarlo".
Con uno sguardo molto serio, nonostante continuasse a chiacchierare con Alex con tono forzatamente spensierato, lo scrutò da cima a fondo. Castle fu impressionato dalla sua perizia e dalla freddezza con cui stava affrontando la situazione. Lui si era comportato come un novellino, a confronto.
"Elencami tutto quello che avete fatto", pretese sempre con la stessa voce neutra, anche se gli bastò un'occhiata al suo viso per capire che era meno calma di prima.
Castle le raccontò per filo e per segno come avevano trascorso il pomeriggio, come se si fosse trovato di fronte all'angelo della giustizia e volesse ammettere tutte le sue colpe. Parlò del cappuccino, della sabbia umida, della giostra dei cavalli e dello zucchero filato, nei minimi dettagli e senza cercare di alleggerire le sue colpe. Kate lo fermò con una mano quando stava per confessarle di aver commesso un omicidio e di aver nascosto il corpo proprio lì dietro, nell'erba alta.
L'aveva ascoltato con grande attenzione, ma senza manifestare nessun tipo di reazione avversa, né giudizio colpevolizzante. Gli sembrò perfino che fosse intenerita per le loro avventure e intimamente divertita da alcuni aneddoti che con tanta cura le aveva confessato.
Quando finì il suo esame visivo sommario, convenendo anche lei che Alex non avesse la febbre, si affrettò a prenderlo tra le braccia, dove Alex si annidò sospirando felice, per quanto le sue condizioni gli consentissero, diminuendo il volume dei singhiozzi.
Castle fu felice di vederlo calmarsi grazie alla sua presenza, proprio come aveva previsto, anche se il vuoto lasciato del corpicino caldo di Alex lo disorientò.
"È meglio se lo porto a casa, Castle". Stranamente, suonò come se volesse scusarsi con lui, come se spiacesse a lei per prima interrompere il loro agognato pomeriggio insieme.
"Penso anche io che sia la cosa migliore", convenne.
Kate fece qualche passo nella direzione da cui era venuta, prima di ripensarci e di rivolgersi di nuovo a lui, riavvicinandosi.
"Sono cose che capitano. Non crucciarti", lo consolò.
Si sarebbe crucciato eccome, invece.
"D'accordo. Fammi sapere come va", si raccomandò quasi implorandola.
"Certo. Ci sentiamo più tardi", lo rassicurò. Gli toccò la guancia con le dita, in una breve carezza affettuosa. "Vedrai che sarà solo stanco". Fu solo un maldestro tentativo di rassicurarlo, l'avrebbe capito chiunque. Alex continuava a produrre quel lamento costante in sottofondo, abbandonato contro la spalla di Kate, gli occhi spenti che non gli aveva mai visto, e che non riuscivano a chiudersi e riposare.
Quando Kate l'ebbe salutato, Alex allungò le braccia verso di lui, come se avesse capito che si stavano lasciando e gli dispiacesse.
Castle provò il desiderio impellente di andare a casa con loro, e non gli sembrò una brutta idea, dopotutto. Poteva rendersi utile in qualsiasi modo, facendole compagnia e cucinando per loro. L'avrebbe sollevata dai compiti pratici, in modo che si dedicasse ad Alex.
Ma lui non osò proporlo e Kate non riempì il silenzio carico di aspettativa che si era creato tra loro con un invito esplicito.
La vide andare via, seguendola con lo sguardo. Alex agitò piano la mano nella sua direzione, come se lo sforzo fosse eccessivo per lui, ma ci tenesse che si congedassero in buoni rapporti. Castle si stampò sulle labbra un sorriso coraggioso e ricambiò il saluto, che si spense non appena voltarono l'angolo. Il cuore si appesantì sotto una tristezza che aveva sperimentato raramente nella vita. Rabbrividì per la brezza che si intrufolava sulla giacca rimasta aperta, e che prima aveva accolto Alex. La abbottonò con dita impacciate e irrigidite dal freddo. Si infilò le mani in tasca per scaldarle e fu lì che trovò, abbandonato, il cappellino di lana che gli aveva tolto nel negozio di costumi, sostituito dalle orecchie pelose che tanto li avevano divertiti. Lo guardò sconsolato e lo ripiegò con cura, prima di rimetterlo via.
Si allontanò percorrendo viali ormai vuoti nell'oscurità serale, con le spalle piegate e una grande mestizia a fargli compagnia.
